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Legge e Giustizia

Ma quale fede privilegiata?

La crescente corruzione, dilagante  nell’apparato della pubblica amministrazione,  rende il cittadino dubbioso sul privilegio assegnato al dipendente pubblico in termini  di presunta fedeltà  al vero ed alla legge  nella redazione degli  “atti pubblici”.

L’occidente sta vivendo una delle fasi più drammatiche dal dopoguerra  ad oggi. I conti non tornano più. La crisi finanziaria ha indotto alcuni stati sovrani, quelli più deboli, ad accettare l’imposizione di regole sovranazionali che, di fatto, ne limitano la capacità di autodeterminazione (i Legislatori di questi Paesi hanno perso sovranità a vantaggio di una Burocrazia che aspira a divenire regime).

Le nuove norme sono, per lo più, orientate a garantire alla stessa Finanza che ha prodotto la crisi, il potere ed i mezzi straordinari necessari a “salvare” il Mondo dal tracollo.

Ispirazione piuttosto rassegnata, che immagina il proprio carnefice come l’unico soggetto veramente in grado di ripristinare lo status quo ante.

Un po’ come affidarsi al proprio “stalker” per essere riaccompagnati a casa.

Del resto, chi doveva proteggerci non è stato in grado di farlo.

Gli ordinamenti nazionali, non sembrano più fare paura ai “cattivi”.

Questi  infatti, a volte più influenti delle nazioni stesse, non temono sanzioni, o, perlomeno, non se le vedono comminare in maniera adeguata.

Le pene, ai livelli più alti, oggi addirittura si  concordano.

L’Abuso evolve sino a divenire partner delle classi dirigenti ed il popolo ha così la sensazione che non esista al momento deterrente effettivamente in grado di fermare la riconversione autoritaria del Pianeta.

Il “Bel Paese”(l’Italia) funge oggi, insieme con altri tra cui la sorella Grecia, da luogo di sperimentazione di alcune delle iniziative di questi poteri.

Si può  infatti immaginare l’Italia come il luogo perfetto per testare un nuovo modello di regime.

Gli Italiani, lo si suppone forse a ragione, per lungo tempo non reagiranno alle imposizioni aliene. E’ in loro connaturata la rassegnazione alla  “etero determinazione”.

In questa fase storica si arrendono facilmente all’Europa del Nord che, in apparenza più ordinata e rigorosa di quella meridionale, sembra per questo legittimata ad imporre nuove e più “efficaci” regole.

Si fa definitivamente strada l’idea che Paesi “indisciplinati” come il nostro debbano guadagnarsi la permanenza nel mercato comune attraverso il risanamento dei conti.

Cosi che l’Italia finisce per accettare, per mano del suo stesso Legislatore, di subordinare una larga parte delle aspirazioni dei Padri costituenti ai nuovi dictat della burocrazia sovranazionale europea.

La Costituzione della Repubblica è sottomessa alla volontà del mercato globale che pretende di intervenire sui processi di organizzazione dello Stato, sulle regole del Lavoro, sulle garanzie primarie conquistate dalla politica del ventesimo secolo asservendo tutto, come si fa in un’impresa, alla regola del pareggio di bilancio.

Nasce il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria (patto di bilancio), approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da quasi tutti gli stati membri dell’Unione europea.

In Italia a ratificare il patto (scellerato per alcuni) sarà, il Parlamento.

Un Parlamento da molti ritenuto abusivo perché  insediatosi grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

In ogni caso (anche se non sarebbe il caso di sorvolare) il Patto di Bilancio entra a far parte della Costituzione Repubblicana rendendo (apparentemente) imprescindibile per la Politica e per la Burocrazia italiana, prima di compiere qualsivoglia scelta di interesse pubblico, il contemperamento dell’azione di governo con il pareggio del bilancio dello Stato.

Ne deriva un vero e proprio deficit di democrazia.

Obiettivo primario dichiarato del Bel Paese (l’Italia) si conferma la riduzione del debito pubblico (effettivamente tra i più elevati al mondo).

Eppure dal 2012 ad oggi, malgrado l’etero determinazione delle regole, questo enorme deficit non si riduce, ma semmai aumenta.

Tradendo da un lato l’incapacità di chi è al “comando” di fare di conto (malgrado quelle che saranno definite a più riprese manovre economiche di “lacrime e sangue” per il Popolo italiano), ma soprattutto dall’altro la totale inadeguatezza di coloro a cui è affidata la funzione pubblica.

In questo clima, e qui si arriva al tema di questo breve scritto, è difficile immaginare di poter ancora, almeno nel Paese in parola, riconoscere “fede privilegiata” agli atti del Pubblico Ufficiale inteso come colui che è, per l’appunto, deputato, per costituzione, a sovraintendere al funzionamento della macchina dello Stato.

Per dichiarate esigenze di Bilancio negli ultimi anni sono state posposte le  aspettative di pensionamento dei lavoratori, revocati diritti conquistati con decenni di battaglie, negata adeguata assistenza sanitaria ai più bisognosi, aumentate le tasse a dismisura, cancellate le norme poste a presidio del piccolo risparmio, svilite le aspettative di Giustizia dei cittadini la cui composizione delle liti diventa sempre più “bagatelle”, eccetera.

A garantire la corretta esecuzione del piano di risanamento dovrebbe essere l’accentramento del potere nelle mani del MEF (che in Italia sta per Ministero dell’Economia e delle Finanze) che svolge funzione di indirizzo e di regia della politica economica e finanziaria dello Stato.

In un Paese che non può più battere moneta, però, le problematiche di bilancio si risolvono spesso col taglio di servizi e garanzie. Ci vorrebbero pazienza e fiducia per assecondare questo andazzo.

Ma è possibile sopportare tutto questo in un Paese ad alta densità criminale?

Dove lo Stato spesso si confonde con l’antistato. Dove i comuni vengono sciolti per infiltrazione mafiosa. I cui Parlamentari, bulimici di privilegi, si  garantiscono sopravvivenza legiferando all’uopo.

In questo habitat per molti il sacrificio personale diventa inaccettabile. E’ la stessa Corte dei Conti a dire che la corruzione costa molto più di quanto ogni anno si riesca a risparmiare con i tagli alla spesa pubblica, che, nel frattempo invece di diminuire si  moltiplica.

All’attualità sembra impossibile riconoscere ancora a questa classe dirigente il valore sociale che le è attribuito dall’art. 2700 del codice civile.

Recita la disposizione in parola: L’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.

Perché  la regola possa resistere occorre che il cittadino continui a serbare fede nel proprio governo, nella burocrazia che lo accompagna ed in coloro che sono deputati a far rispettare la Legge.

La crisi non aiuta certo. Una  funzione pubblica sprovvista di adeguato “portafoglio” tende a perdere autonomia. Mira a conservarsi, a privilegiare i propri interessi, che si fanno paradossalmente corporativi, anteponendoli a quelli della collettività.

Così l’azione di governo diventa sempre più un espediente per fare “cassa”. Quella cassa che serve a tenere in piedi il sistema.

Si pensi ad esempio all’incidenza che in Italia hanno le sanzioni amministrative sul bilancio risicato degli enti territoriali.

Si è arrivati addirittura a legare i risultati economici, la previdenza e la carriera degli accertatori al volume di sanzioni che comminano, minandone così in radice, almeno agli occhi della collettività, l’indipendenza; laddove la ragione di Stato si  commistiona evidentemente all’interesse privato del singolo funzionario.

Quando pensiamo ad atti pubblici dotati di fede privilegiata, d’istinto pensiamo alla multa che ci fanno per strada (in realtà a godere di  privilegio è l’atto di accertamento della violazione che, peraltro, spesso è redatto in assenza del presunto trasgressore, certificato a volte da un semplice ausiliare del traffico).

Poi però ci vengono in mente cose più importanti:

  • come la cartella clinica ove è raccolta la cronistoria della nostra vicenda ospedaliera (atto pubblico che assume ancor più rilievo perché le dinamiche che registra sono irripetibili, effimere);
  • ed ancora il pensiero va all’attestazione di notifica degli atti giudiziari (spesso affidata a personale precario di Poste Italiane);
  • alla relata di notificazione redatta dal concessionario della riscossione dei tributi (soggetto privato che spesso in Italia si è pure affidato a corrieri privati per la consegna dei plichi);
  • alla determinazione dei tributi locali (di recente è saltato alle cronache che molti enti comunali hanno gonfiato la Tassa sui rifiuti);
  • non manchiamo di ricordare che fanno fede i test sulle  immissioni nocive dei veicoli e delle industrie, sull’inquinamento delle acque, etc. (in Paesi più “meritevoli” di fede di altri ai controllori pubblici è sfuggito che alcune case automobilistiche avevano introdotto un software in grado di aggirare le leggi poste a presidio dell’ambiente, non osiamo immaginare cosa possa essere successo in Italia dove è stato, ad esempio, consentito alle grandi industrie, di immettere agenti inquinanti in atmosfera);
  • per arrivare infine, last but not least, alla certificazione di qualità delle Banche che

“custodiscono” il risparmio dei cittadini. Affidata ad Enti apparentemente pubblici, ma che nella realtà sono partecipati dagli stessi controllati (in Banca D’Italia ad esempio le quote di partecipazione possono appartenere a: banche e imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia; fondazioni di cui all’articolo 27 del d.lgs. n. 153 del 17 maggio 1999; enti ed istituti di previdenza e assicurazione aventi sede legale in Italia e fondi pensione istituiti ai sensi dell’art. 4, comma 1, del d.lgs. n. 252 del 5 dicembre 2005);

Secondo l’Ordinamento italiano il cittadino per difendersi in giudizio dagli errori della Pubblica Amministrazione certificatrice deve ricorrere alla “querela di falso” (art. 2700 c.c. già citato) che è un procedimento giudiziale autonomo che ha ad oggetto l’accertamento della falsità, o meno, di un atto dotato di fede privilegiata.

Può essere sì proposta in via principale, ma deve certamente essere proposta in via incidentale (nel corso del processo principale) quando si aspira a eliminare, oltre all’efficacia propria dell’atto pubblico, anche ogni ulteriore effetto attribuitogli dalla Legge.

A decidere della querela di falso è il Tribunale ordinario in composizione collegiale, qualunque sia il valore o la natura dell’interesse cui mira l’iniziativa legale.

I costi per il cittadino lievitano e la sua voglia di perseguire il risultato della verità scemano. Originariamente questo vincolo procedurale aveva il senso di proteggere il Pubblico Ufficiale dal possibile moltiplicarsi delle contestazioni del cittadino, sulla base di una presunzione di veridicità che oggi sembra purtroppo non reggere al confronto con le corruttele degli ultimi anni.

Come superare l’impasse

Probabilmente attraverso le aule di Giustizia. Tocca, a parere di chi scrive, alla Classe Forense di sollecitare la Giustizia chiedendo interventi della Giurisprudenza volti a distinguere in maniera sempre più rigorosa tra ciò che è meritevole di “fede privilegiata” e ciò che invece non può esserlo per evidenti ragioni di opportunità (il caso potrebbe essere quello delle sanzioni amministrative comminate dagli Enti comunali che vanno posti sul fronte probatorio allo stesso livello del cittadino, dato che il loro malcelato intento non sembra più essere quello di “correggere”, ma piuttosto di incassare).

Offrire assistenza gratuita per la fase processuale relativa alla querela di falso, soprattutto nei procedimenti a basso impatto economico, potrebbe servire ad esempio ad indurre chi esercita la pubblica funzione a svolgere con più rigore le proprie prerogative, se non altro per evitare il prevedibile moltiplicarsi dei giudizi appena descritti.

Il tutto a meno di quel “ravvedimento operoso” che consenta a tutti noi di chiudere questa terribile parentesi storica.

By Avv. Gaetano Mimola

Scholar of the legal subjects by vocation, lawyer entitled to plead before the tribunals of high instance. He turned his attention to trade issues in particular regarding the social. Brilliant in the debate phase, he is able to combine the complexity of cases with the simplicity of synthesis.