HomeEconomiaMercati FinanziariGli USA cambiano le regole del commercio ed il mondo si adegua

Gli USA cambiano le regole del commercio ed il mondo si adegua

In questi ultimi mesi ci siamo resi conto che il modo di gestire le relazioni commerciali e diplomatiche tra i paesi è cambiato drasticamente.

Un nuovo stile di conduzione degli affari economici e politici, con una buona dose di  protezionismo, per scopi di supremazia sui propri partners.

L’attività diplomatica era sostanzialmente realizzata attraverso:

  • viaggi,
  • incontri,
  • discussioni,
  • trattative,
  • firma di accordi  commerciali di reciproco interesse.

Un sistema che è durato decenni, seppur con tensioni, barriere doganali, limiti dettati da esigenze di “sicurezza interna”, da fattori di salute, da politiche anti-dumping.

Nella norma l’obiettivo era quello di  imporre dei limiti sui prodotti importati, al fine di detenere il controllo e l’egemonia sui settori economici d’interesse nazionale, prendendo i vantaggi e trasferendo possibilmente gli aspetti  negativi sui Paesi terzi, quali:

  • inquinamento,
  • sfruttamento del territorio e dei lavoratori,
  • avvelenamento dell’aria e dell’acqua,
  • deterioramento della salute pubblica.

E se oltre a ciò si mostrava possibile l’ottenimento di vantaggi ulteriori, quali  costi inferiori di produzione mediante la delocalizzazione industriale, meglio ancora.

In effetti ed a ben vedere, questo modus-operandi è ancora attuale ma sta cambiando velocemente e bisogna essere pronti a comprendere la natura del processo e ad adeguarsi.

Il tutto a nostro avviso era iniziato con il crollo del prezzo del petrolio, seguito poi dal suo ampio marcato recupero.

Gli Usa, come dichiarato più volte da Trump, perseguono l’obiettivo di basse quotazioni; i Paesi Arabi, Urss compresa, al contrario manifestano l’interesse per prezzi più elevati.

Il prezzo del caffè da gennaio 2017 ha perso il 50pc del proprio valore.

Poi (a pensare male) si evidenzia il fenomeno del “diesel-gate”, vale a dire quelle misure e sanzioni contro i gas di scarico, che colpiscono in particolare la Germania, che è al momento il Paese in maggiore  conflitto con gli USA per via del suo surplus commerciale record.

A ciò si aggiungono altri fattori, quali;

  • I dazi sulle importazioni, che a ben vedere non è cosa nuova ma una prassi largamente utilizzata da molti Stati, anche per frenare le importazioni di singoli prodotti esteri, a vantaggio di quelli nazionali.
  • Come pure la presenza di alcune manovre e politiche elusive utilizzate per mezzo di leggi specifiche, contratti commerciali, politiche doganali, limitazioni di natura sanitaria, multe ed altro, al fine di trarre vantaggi economici “giocando sporco”.

Con Trump la politica degli Usa è facilmente interpretabile e chiara. E’stata dichiarata di primario valore la tutela degli interessi nazionali e le nuove politiche commerciali devono attentamente equilibrare gli interessi di tutte le nazioni, alleati compresi (questi ultimi di solito risultano avvantaggiati).

Motivi di sicurezza nazionale, che impattano commercialmente sui

  • prodotti dell’informatica, della telefonia mobile, dello sviluppo tecnologico in genere, del commercio elettronico, delle vendite on-line, così come
  • prodotti quali l’alluminio, l’acciaio, sino alle auto.

Al riguardo si registrano i primi tentativi di imporre dei dazi restrittivi per i flussi in importazione. Inoltre, con riguardo al commercio dei servizi on-line, si tassano le transazioni, i prodotti  e servizi Web, quelli multimediali.

La Cina ricerca la tutela dei propri interessi economici mediante atteggiamenti e politiche di “accaparramento” di alcune materie prime, di aziende estrattive, di miniere, conquistando nuovi territori commerciali, quali l’Africa.

Si formano nuove alleanze internazionali, come Urss Cina Usa, ed altre intese. Si rimette in discussione  il ruolo dei flussi commerciali canadesi, rappresentanti la principale porta d’ingresso verso i mercati statunitensi; così come il ruolo della stessa Turchia, porta asiatica dell’Europa.

E con la Brexit, a modificare le relazioni tra Europa ed Inghilterra, si evidenzia una nuova turbolenza  nello scacchiere commerciale e finanziario internazionale; le stesse sanzioni imposte alla Russia dai Paesi europei e dagli Stati Uniti determinano effetti di squilibrio sui flussi economici e finanziari  del pianeta.

Una strada di “non ritorno”, della quale non siamo ancora in grado di stimarne le conseguenze,  visto che è nella sua fase iniziale. Ma la velocità di marcia intrapresa verso il cambiamento è notevole, e supera di gran lunga la capacità di adattamento dei vari business-plan aziendali, dell’adeguamento delle strategie d’impresa, dei flussi di investimento e di sostituzione dei vecchi impianti.

Si assisterà probabilmente ad un’ampia accelerazione del processo di delocalizzazione delle aziende, di spostamenti di centri commerciali e finanziari, di mezzi e di uomini. Un’esasperazione delle azioni concorrenziali per conquistare i nuovi mercati  o per attrarre un maggior numero di compratori.

L’esempio evidente è quello del settore bancario, con aziende in fuga, per anticipare quanto potrebbe avvenire a breve, in termini di effettiva separazione della finanza e dell’economia tra i due contesti geografici e politici rappresentati dal Regno Unito e dall’Europa.

E senza un accordo, probabile una migrazione di molte banche in nuove sedi EU, con al seguito un numero elevato di società finanziarie, fiduciarie, e di studi legali.

Le fusioni e acquisizioni, già in netto rialzo, come pure le agevolazioni fiscali atte ad attrarre nuovi localizzazioni industriali, possono esponenzialmente aumentare di numero. Una possibile guerra fiscale, a favore dei grandi operatori di mercato ed  a svantaggio dei consumatori che dovranno pagare prezzi maggiori.

Oltre alle conseguenze concrete sui flussi commerciali, avremo degli effetti secondari non da poco per quanto riguarda le politiche nazionali dei governi, con la messa a rischio pure del futuro dell’euro, di un ritorno alle elezioni in Germania e di una Merkel molto indebolita.

I rapporti entro le varie Nazioni sono peggiorati, e lo vediamo quotidianamente:  ogni problema diventa un affare di Stato, in un “tutti contro tutti” alla ricerca di nuove leadership, partner, accordi, relazioni.

Sono cambiati pure gli scenari sulle politiche delle banche centrali di vari Paesi in tema di “riserve”. Recenti esempi riguardano la detenzione di Treasury Bonds Usa, ridotti nelle quantità detenute marcatamente in Cina, Urss, India, con un netto aumento del quantitativo di Oro. Il rimpatrio di Oro dagli Usa verso l’Uk da gennaio ha segnato +155pc.

I fenomeni descritti sono ancora molto sottovalutati da parte dei mercati, che guardano nel breve termine al rendimento immediato, necessario per raggiungere il budget imposto dalle maggiori necessità di realizzare performance. Situazioni che implicano un maggiore uso di strumenti di copertura dei rischi sulle posizioni assunte, con un costo non indifferente. Movimenti repentini, ampi, da liquidazione di posizioni, esecuzione di ordini limitati, o da singole azioni speculative, che vanno a colpire maggiormente i mercati meno “sviluppati”, periferici, più esposti a questo nuovo modo di operare

E sono ora molte le Nazioni che cercano un’alternativa al Dollaro: vedi Venezuela, Urss, Cina, Turchia, alle prese con pressioni svalutative elevate. Nascono cosi mercati “paralleli”, come Cripto valute, legate a oro, petrolio, o altro, di cui il successo non è ancora stato accertato.

E se il popolo dei consumatori si lascerà adescare  da queste “guerre” commerciali, aderendo alla politica degli “acquisti locali”, quali saranno le conseguenze nei flussi del commercio internazionale?

Attualmente le conseguenze del fenomeno economico in atto viene osservato sul piano politico, al momento del voto, con cambiamenti repentini di opinione verso questa o quella formazione politica.

E’ la fine della globalizzazione?

Di certo non siamo più nella fase precedente al 2008, momento d’innesco della crisi mondiale, ma non siamo ancora in quella realmente nuova bensì in un periodo di transizione, caratterizzato da elevate incertezze.

Una cosa è certa: il nostro metro non è più valido per misurare lo stato dei fatti attuale.

Dr. Bruno Chastonay
Valente professionista del settore finanziario, ha svolto attività in alcune principali banche elvetiche nei settori della tesoreria, dei metalli e dei derivati. E’ esperto nella gestione professionale del risparmio su base personalizzata ed è fiduciario finanziario, ai sensi della legislazione elvetica. Ha collaborato con le Università di Bari e Pescara. Attualmente svolge l’attività di analista finanziario globale. Vive e lavora a Lugano.
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