Lavoro e Valore. Il Capitale umano.

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Il Valore deriva sempre da un atto lavorativo organizzato dall’uomo (Smith A., Marx K., Ricardo D. ed altri).

Gli strumenti utilizzati (tecnologia) rappresentano mezzi di amplificazione delle capacità umane espresse in termini di talenti. Il capitale tecnico, inteso come lo stock dei fattori strumentali impiegati nei processi di produzione, è anch’esso il risultato dell’intelligenza applicata al progresso ed all’innovazione.

Ne deriva la naturale conseguenza che in una società realmente democratica e fondata sulla dignità di ogni uomo il Valore compete in via principale ai lavoratori e, solo in via successiva, ai detentori (proprietari) dei beni di produzione, qualora distinti da coloro che apportano nel processo produttivo esclusivamente le proprie capacità lavorative.

L’organizzazione dei moderni sistemi produttivi fonda invece sulla perversione di tale regola di base, al solo fine dello sfruttamento dei molti per mezzo della proprietà dei mezzi di produzione del capitale; il che assume la forma di un delitto contro l’umanità, specialmente in quelle situazioni in cui dilaga la povertà ed ogni forma di indigenza e di oppressione.

Chi sono i principali responsabili?

Certamente i dominatori, ben riferibili alla classe dei ricchi (il primo decile superiore) ma ancor di più a coloro che rappresentano il centile superiore (1% della popolazione); ma costoro, nel compiere i loro misfatti, si avvalgono della complicità della politica e della burocrazia, espressione per una sua gran parte del restante 90%, ovvero la classe degli sfruttati ed oppressi.

E’ chiaro allora che i governanti delle Nazioni si macchiano di delitti ben più gravi, poiché per assicurarsi un tenore di vita superiore alla media della popolazione, ma certamente ben distante da quello dei dominatori, sono pronti a commettere ogni misfatto morale mediante una governance chiaramente orientata contro gli interessi principali della collettività per il solo vantaggio dei pochi, tradendo in ogni occasione la fiducia ricevuta in fase di elezioni politiche ed occultando il vero contenuto delle loro azioni attraverso la diffusione sistematica della menzogna.

Altra grave responsabilità va riferita per la generalità dei casi osservabili alla stampa ufficiale ed alla televisione, strumenti di propaganda e di occultamento sistematico della verità, mediante una regolare attività di disinformazione e divulgazione di false notizie o comunque non incidenti e non realmente chiarificanti la portata dei reali problemi che affliggono i cittadini delle Nazioni.

La Teoria economica afferma che una delle cause principali dello sviluppo va riferita al progresso tecnico unitamente alla crescita delle competenze tecniche dei lavoratori (Schumpeter J.A., 1911; Solow R., 1970).

In tal modo risalta ancor più l’importanza dell’elemento umano nel trainare la società verso un accrescimento della Ricchezza, che però il capitale trattiene per la quasi sua totalità al fine di accumulare risorse in via incrementale.

In simili contesti, assolutamente diffusi in tutta l’area planetaria, si può ancora parlare di capitale umano?

 Certamente si, ma bisogna precisare che il Valore di tale risorsa essenziale ed imprescindibile per lo sviluppo delle Nazioni non è di “proprietà” dei lavoratori bensì dei capitalisti.

Ed, infatti, costoro espropriano i lavoratori delle utilità economiche derivanti dall’impiego del capitale umano in ogni fase del ciclo economico:

  1. in quella della produzione, trasferendo la quota minore del Reddito prodotto in termini di salari, non ostante che il Valore risulti essenzialmente dall’incremento della produttività del lavoro (capitale umano);
  2. in fase di consumo, vendendo ai “produttori” (lavoratori) i beni a prezzi non economici ed abbattendo il salario reale attraverso il processo d’inflazione, a ragione della continua rincorsa di maggiori profitti, causa principale dell’inflazione;
  3. in fase d’investimento del risparmio, mediante il dominio del pricing degli attivi finanziari, che determina un’espropriazione della Ricchezza finanziaria di chi è già sfruttato, ancor più in presenza di bolle speculative sui mercati ufficiali (Shiller R.J., 1999; 2000);
  4. in fase di produzione dei brevetti, per il regime di proprietà intellettuale che insieme alle difficoltà di accesso al credito pone il giovane inventore e l’iniziatore di nuove imprese nella condizione di non potersi appropriare dei risultati della propria intelligenza e capacità imprenditoriale (Berg M.-Bruland K.,1998; Kahn B.Z.,2003; 2005; Stiglitz J.E.,2010).

In tal modo il capitale umano, che è l’unico reale fattore di produzione, viene acquisito a basso costo fin’anche a prezzo quasi-nullo dal capitale finanziario che lo utilizza (nella veste di “proprietario”) per organizzare processi di produzione nei quali, in virtù di una legislazione societaria complice ed inefficace, si approria della quota principale del Valore.

Dunque, i lavoratori vengono regolarmente espropriati delle proprie abilità e competenze tecniche (capitale umano) e tale processo è indipendente da quello dell’istruzione e della formazione, dalla loro facilità di accesso e dal costo relativo a carico delle famiglie.

Nel senso che la presenza o meno di barriere allo sviluppo di competenze, capaci di accrescere la dotazione di capitale umano, non si connette a questa situazione generale di regolare “espropriazione” dei risultati conseguiti in virtù delle abilità e talenti in capo alla forza lavoro disponibile.

In verita’ ed a ben osservare la realta’, numerosi studi hanno dimostrato la sostanziale assenza, nelle Universita’ di élite, di una diversificazione degli iscritti per classe economica di appartenenza (Austin A.- Osequera L.,2004).

Altri autori mettono in evidenza che la mobilita’ del lavoro, con riferimento alla classe sociale  ed ai livelli salariali, e’ del tutto insoddisfacente e, in alcuni casi, praticamente assente (Bradpury K.,2011; Deparle J.,2012).

E’ uno degli aspetti più perversi e maggiormente indesiderabili dell’attuale sistema capitalistico, poiché il risultato è una crescente difficoltà al superamento della diffusa povertà e dell’iniqua distribuzione del Reddito.

E ne è una dimostrazione visibile per il lettore il fatto che negli ultimi tre secoli il fenomeno della rivoluzione industriale, contrassegnato da un forte sviluppo della Ricchezza delle Nazioni e dei livelli di istruzione e di formazione tecnica dei lavoratori, non ha arrecato reali vantaggi al tenore di vita delle classi meno abbienti della popolazione mondiale, mentre ha contribuito ad una crescita esponenziale delle Ricchezze di pochi senza alcuna sensibile riduzione delle gravi diseguaglianze caratterizzanti le società economiche moderne.

A ben vedere, lo sviluppo della tecnologia, in ogni caso frutto dell’intelligenza dell’uomo, per taluni aspetti ha generato svantaggi per la classe dei lavoratori, poiché ha consentito la meccanizzazione di alcune fasi dei processi produttivi con perdite dell’occupazione da parte di molti, senza che si siano rideterminate possibilità di riassorbimento della mano d’opera eccedentaria in altri settori, a loro volta interessati da un innalzamento dell’intensità di capitale.

Per cui, le maggiori competenze in capo agli individui hanno reso disponibile per il capitalismo una forza lavoro meglio dotata di abilità e requisiti tecnici, utile in processi ad alta complessità tecnologica ma per questo caratterizzati da un minor input di lavoro.

Tale fenomeno e’ conosciuto nella Letteratura economica con il termine di “Skill-biased technologically change”, ovvero la rincorsa da parte delle imprese della tecnologia mediante l’innalzamento dell’input di capitale tecnico (Sanders M.-Ter Well B., 2000).

La conseguenza e’ quella della necessita’ di un adeguamento delle competenze tecno-professionali della forza lavoro occupata.

Cio’ determina una polarizzazione del mercato del lavoro verso l’alto, caratterizzato da coloro che si mostrano capaci di adeguare le proprie competenze tecniche livellandosi in aumento il salario, e verso il basso, per la mansioni lavorative con minore qualificazione, con aumento della disoccupazione e riduzione dei livelli retributivi (Greiner A.- Rubart J.- Semmler W.,2004).

Dunque, l’ipotesi teorica che la crecita delle competenze mediante una migliore istruzione delle masse possa opporsi alla dilagante disoccupazione è vera solo per una parte del fenomeno osservato, poiché resta in agguato il naturale tentativo del produttore di ridurre l’input di lavoro e di accrescerne la produttività.

Ciò significa che l’aumento della disoccupazione in quel gruppo di lavoratori meno qualificati non potrà essere controbilanciata da una maggiore domanda di lavori qualificati.

 Il problema si risolve in unico modo: l’Economia necessita di regolamentazione e la riorganizzazione del sistema produttivo deve invertire l’ordine d’importanza dei fattori, vale a dire che il lavoro deve assumere la prevalenza nella definizione della dimensione produttiva del Paese.

Come abbiamo già argomentato in altri lavori (Yerushalmi D.,2018, su The Global Review), va ripensato il modello di sviluppo del Prodotto, attualmente impostato sull’incremento dell’input di capitale, mediante il quale si amplia la produttività del lavoro; ne consegue una dilagante disoccupazione e politiche di bassi salari.

Nella Teoria economica assume centralita’ il contributo di Cobb e Douglas nell’elaborazione della nota Funzione di produzione:

il Prodotto e’ funzione dell’input di capitale e di lavoro; l’incremento di uno solo dei fattori comporta crescita del Prodotto ma per tassi di incremento marginali decrescenti (Cobb C.W.-Douglas P.H.,1928; 1978; Pasinetti L.,2005).

Al contrario dell’impostazione attualmente preponderante nelle politiche industriali prevalenti nell’intera area economica planetaria, il capitale dovrà assumere il ruolo di “variabile dipendente”,

in guisa che la crescita della Funzione produzione è principalmente conseguenza del maggiore input di lavoro.

Va inoltre detto che l’innovazione tecnica deve essere indirizzata principalmente verso un più razionale utilizzo delle risorse naturali, dell’energia e delle materie prime, ancor prima che per aumentare la produttività del lavoro.

Dunque non si mostra equo l’attuale sistema di funzionamento dell’Economia, giacchè è del tutto intollerabile che il lavoro (e quindi l’uomo) possa essere considerato alla stregua di una merce, della quale il prezzo è ipotetica funzione della relazione tra domanda ed offerta:

in verità, in tal caso, non vi è sostanziale differenza da una società fondata sulla schiavitù, nella quale il lavoratore è di “proprietà” del latifondista.

Ed in effetti, attualmente gli individui sono nel “possesso” del capitalista mediante l’espropriazione del capitale umano sviluppato attraverso la formazione; i lavoratori sono quindi “proprietari di niente”, se non del loro basso salario e della prole.

In questi casi può determinarsi una situazione involutiva della spesa pubblica indirizzata verso l’istruzione ed i processi di formazione in genere, trasferendo al settore privato gran parte del processo di scolarizzazione di alto livello, utilizzabile dall’élite per l’alto costo, e riservando il resto dell’istruzione pubblica alla gran parte della popolazione che verrà a trovarsi in una situazione di “gap” e di crescente ignoranza.

Ed in effetti, il progresso tecnologico riduce la domanda di lavoro nel suo complesso, anche se muta la sua composizione a favore di quella quota di mano d’opera con un maggior sviluppo di competenze, che non eguaglia in ogni caso l’incremento registrato nella disoccupazione riferita ai lavoratori meno qualificati e sostituiti nella catena di produzione dalle macchine ovvero, in altri casi, dalla delocalizzazione delle produzioni.

Al contrario, un processo di globalizzazione fondato sulla libera circolazione del lavoro anziché del capitale, se ben condotto, potrebbe arrecare dei vantaggi al fine di una riduzione delle forti diseguaglianze salariali.

Ed in effetti, le Nazioni dovrebbero competere per attrarre lavoratori, attraverso adeguate politiche salariali, buona istruzione, efficiente apparato sanitario e tutela del lavoro in senso generale, oltreché mediante un basso livello di imposizione fiscale sui salari (Engerman S.,1999; Engerman S.-Sokoloff K.,2002; 2005).

Dunque, il fabbisogno di competenze non incrementa nella stessa misura della crescita del numero dei senza lavoro, con la conseguenza che non nasce la necessità di un’ampia istruzione a favore di tutta la popolazione.

Al contrario, tale situazione pùo rappresentare un incentivo per i Governi a rallentare il processo di sviluppo della conoscenza in capo ai molti, fattore favorevole per un rafforzamento della posizione di dominio della classe capitalistica: contrastando un antico assioma “…..la verità vi renderà liberi…”.

About Author

David Yerushalmi è uno studioso da lunghi anni dell’antropologia e dei modelli di sviluppo delle società umane. Per questo motivo ha dedicato una parte importante delle proprie ricerche alla scienza economica, nella consapevolezza che la disponibilità di risorse utili per la sopravvivenza della razza pone le condizioni per il progresso morale, civile e tecnologico dell’Umanità. Attualmente studia e lavora in Israele.

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