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La tv non può bastare alla Russia di Putin senza il frigorifero pieno

Come forse non tutti sanno, la Russia di oggi, dal punto di vista economico, è un paese assai fragile e con una fortissima discontinuità tra le grandi città e le zone rurali e cio’ nonostante le immense ricchezze umane e di risorse naturali che hanno consentito un enorme balzo in avanti, rispetto agli anni che seguirono il disfacimento dell’URSS. Ma l’indubbio sviluppo conseguito non ha solo luci ma anche ombre.

Per convincersene diamo un’occhiata ai numeri e confrontiamoli con quelli del nostro Paese. Il Pil della Russia è (dati 2020) a pari a 1.483 md di dollari USA, mentre il nostro Paese ha un Pil 1.886 md di dollari USA (la Germania nel 2020 ha un Pil di 3.806 md di dollari USA).

Il divario lo si percepisce ancora di più se si di considera che la Russia è un paese enorme, grande 17.130.000 km², il più grande del mondo, mentre l’Italia è solo 301.340 km². Per non dire della popolazione; in Italia ci sono 59,55 milioni di persone (nel 2020, dato Banca Mondiale), i russi 144,1 milioni (2020, dato Banca Mondiale).

Ora atteso anche che la Russia di Putin spende circa il 70 per cento del bilancio del suo Paese per costruire nuovi missili, navi e aerei, pur tuttavia, la spesa militare (anche se enorme) non sta al passo con quella dei Paesi europei e, tantomeno, con quella degli USA. Dunque, anche sotto il punto di vista militare il gigante Russia non è poi così grande.

Peraltro, i dati più recenti e post pandemia non danno il quadro di una economia in equilibrio. Infatti, seppure lo scorso anno l’economia russa abbia ampiamente recuperato il calo provocato dalla pandemia – considerato che nel 2020 il Pil era diminuito del 3,1% e nel 2021 il prodotto interno lordo della Russia, invece, sia cresciuto al ritmo del 4,7% e la produzione industriale sia aumentata del 5,3% – l’analisi dei dati, resi noti dall’agenzia di statistica Rosstat,  mostra che i settori risultati in maggiore crescita nell’anno sono stati quello degli alberghi e ristoranti (+24%), cultura e sport (+8%) e commercio all’ingrosso e al dettaglio (+8%).

Insomma una crescita del mercato interno sostenuto da una economia del consumo, che però è estremamente sensibile ai “venti di guerra” ed alle importazioni di beni voluttuari. Peraltro, la performance economica è stata contraddistinta anche da un forte rialzo dell’inflazione che ha sfiorato il 7% nell’anno, con impennate particolarmente sensibili per i prodotti alimentari di base.

Nella sostanza anche nel 2021 è continuato il calo del potere di acquisto dei russi, un trend che a ben vedere dura dal 2014. E il divario è cresciuto se si guarda anche al reddito pro-capite: in Russia del 2021 è di 11.273 dollari a testa (ben 3.490 in meno che nel 2013, più o meno la metà di quello portoghese). Il reddito medio europeo è di circa 32mila euro, di poco superiore a quello italiano.

Se si guarda, poi, al commercio internazionale nel periodo 2010-2019 la Russia ha esportato per 4,3 miliardi di dollari (l’Italia poco meno di 3,9). Tre quarti della cifra è rappresentata da gas e petrolio, il resto sono quasi tutte materie prime di altro genere.

In altre parole la Russia necessita di tutto, e in primo luogo proprio di tecnologia; la stessa che sta usando (e che tanto pubblicizza) nell’attuale invasione dell’Ucraina.

Infine, la scarsa vitalità dell’economia è confermata dalle registrazioni di brevetti validi sul territorio dell’Unione Europea; in dieci anni i giapponesi ne hanno registrati 1.812 per milione di abitanti, gli americani 535, i russi solo sei.

A ciò si aggiunga l’impatto delle sanzioni adottate che, tra le altre cose, sono arrivate a bloccare le risorse all’estero della Banca centrale russa, la cui capacità di sostenere il rublo potrebbe divenire presto problematica; solo nell’ultimo giorno del mese di febbraio il rublo ha perso il 30%, il che vuol dire un bagno di sangue per la pur ultra-capitalizzata Banca centrale russa. La finanza è del resto in prima linea. Le azioni delle società russe quotate all’estero hanno subito pesanti perdite (si calcola una perdita di circa il 90%).

La Banca centrale ha raccomandato agli istituti di credito di considerare il rinvio del pagamento di dividendi e bonus ai manager, annunciando una serie di misure di sostegno al settore e ciò con l’evidente scopo di far calmare le acque. Ma l’appello (se pur efficacemente patriottico) può rassicurare, in effetti, solo per qualche tempo. Anche sotto l’aspetto delle materie prime è possibile uno scossone; in particolare sul petrolio (per inciso, manovre sul gas richiedono tempi lunghi) la forza della Russia si misura su ciò che potrebbero decidere i paesi dell’OPEC. Un aumento della produzione, infatti, calmiererebbe i prezzi colpendo ulteriormente l’economia Russa.

Ciò comporta, dal nostro punto di vista, una prima importante riflessione.

Quanto più le ostilità continuano tanto più la sostenibilità economica da parte Russia della guerra si riduce. Per dirla diversamente, come nel caso dell’Unione Sovietica per l’Afghanistan, la Russia non ha la forza economica per sostenere una guerra di occupazione in un Paese enorme come l’Ucraina e con una popolazione di 44 milioni di abitanti che non si arrende.

Dunque la Russia non può che contare su una guerra lampo, che ponga le basi per una trattativa in posizione di vantaggio. Viceversa il protrarsi della guerra potrebbe avere per la Russia di Putin sviluppi drammatici, atteso che non sarà possibile per il Paese sostenere una guerra (ed i conseguenti costi economici) per un lungo tempo e ciò, in particolare perché, oltre a combattere una guerra sul fronte esterno, si aprirà, molto presumibilmente, anche un fronte interno che Putin non potrà gestire certamente con la politica “della Tv e del Frigorifero”, ovvero, della propaganda e del sostegno economico alla popolazione.

Sotto l’aspetto squisitamente economico, però occorre precisare che l’unità di azione, dimostrata in questi giorni nel decidere ed attuare, con una potenza di fuoco senza precedenti, le sanzioni alla Russia, può rilevarsi una arma a doppio taglio per il neo (ri)nato blocco occidentale (intendendo come tale Usa, Canada, Gran Bretagna ed E.U.). In effetti, ciò potrebbe indurre a ritenere molti paesi ora alleati o neutrali che una sorte simile potrebbe essere riservata anche a loro, magari in un futuro non lontano, quando ci fosse una fonte di disaccordo e un focolaio di tensione.

E’ inutile ricordare a noi tutti che, a tutt’oggi, sono moltissimi i focolai di combattimento nel mondo. Oltre l’ Ucraina ci sono guerre in Aceh, Afghanistan, Algeria, Burundi, Brasile, Colombia, Congo R.D., Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea-Etiopia, Filippine, Yemen, Iraq, Israele-Palestina, Libia, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda.

Prof. Enea Franza
Condirettore Consob, Dirigente, Dottore Commercialista, Revisore Contabile e Giornalista Pubblicista. Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche Università Internazionale per la Pace, Delegazione di Roma dell’Università delle Nazioni Unite. Docente in varie Università italiane ed estere. Componente, anche con funzioni di presidente, di Collegi sindacali di società pubbliche e private. Membro di vari Comitati scientifici di Enti e Società Pubbliche e private. Autore di varie pubblicazioni scientifiche e relatore in Italia e all’estero in materia di Economia e Diritto dei mercati finanziari e di impresa.
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