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Debito pubblico ed accumulo del Capitale.

La forza di  accumulo del capitale deriva dal suo rendimento (r), poichè i detentori della Ricchezza  sostengono il proprio tenore di vita in ragione delle risorse  r – s = c (tasso medio  di consumo del reddito); per cui sarà  r – c = s, e quindi  s = i (tasso medio di investimento in rapporto al reddito), nell’ipotesi che il risparmio (reddito non consumato= s) sia interamente investito (si veda tra tutti Piketty TH, 2013).  In verita’, in una moderna  Economia monetaria e creditizia la formazione di un avanzo economico (s) si sostanzia nella norma in un surplus finanziario, ovvero in attivi finanziari o in stock monetari, poiche’ la percezione dei redditi avviene principalmente in termini monetario-finanziari.

Certamente cosi’ nel caso delle rendite del capitale finanziario (r).

Dunque dal tasso di risparmio (s) origina la formazione di surplus finanziari che rappresentano incremento della Ricchezza, destinabili  all’acquisto di attivi rappresentativi  di investimenti produttivi (obbligazioni ed azioni delle imprese) ovvero di deficit della pubblica amministrazione (titoli di Stato), dalla cui detenzione deriva il lucro di interessi e differenze di valore per i titoli rappresentativi di debito ovvero dividendi  e capital gains per le azioni, qualora il risparmio accumulato non sia trasferito  in paradisi fiscali a fini di elusione d’imposta com’e’ in casi sempre meno rari.

I rendimenti del capitale quindi  non assumono  la medesima natura:

  • vale a dire che talvolta il patrimonio investito rappresenta  capitale tecnico presso le imprese che in un’Economia monetaria  e creditizia  come quella moderna corrisponde nella norma ad attivi finanziari;  ci si riferisce allora al lucro di dividendi, profitti e plusvalenze  per i titoli rappresentativi  del  capitale proprio (azioni e quote), ovvero agli interessi e differenze di valore per il capitale di debito (obbligazioni ed altri titoli di debito).
  • Per altri versi , le risorse possono assumere  la veste di stock sottratti dal circuito del Valore, poiché detenuti  presso banche  in paradisi fiscali ovvero impiegati in attività di stampo prevalentemente speculativo sui mercati finanziari; in queste circostanze esse maturano rendimenti nella forma di capital gains se impiegati in valori finanziari negoziati su mercati quotati e non, o di “quasi rendita” se detenuti in paradisi fiscali (si veda Yerushalmi D. su The Global Review, 2018).
  • Vi e’ poi la circostanza in cui i capitali vengono investiti in  titoli rappresentativi del debito pubblico delle Nazioni, godendo il lucro degli interessi pattuiti e/o le differenze di valore conseguenti alle oscillazioni dei prezzi qualora ufficialmente quotati.

In quest’ultimo caso, la ricchezza finanziaria diventa il simbolo della redistribuzione del Valore all’interno del sistema economico tra il settore privato e pubblico;  in tali circostanze se l’Economia si caratterizza per significativi  livelli del tasso d’inflazione si pongono le premesse per  un rimborso del debito con moneta dotata di minore capacità di spesa, e dunque si assiste ad un processo di abbattimento di quote della Ricchezza  privata della Nazione detenuta in termini finanziari.

Ed in effetti, ciò puo’ determinare  una minore pressione fiscale anche per le classi meno abbienti, caeteris paribus, potendosi risolvere per altra via il pressante  problema di dover abbattere l’indebitamento nel bilancio dello Stato (mediante alti tassi d’inflazione); certamente il risultato è quello di una ridotta concentrazione del capitale.  E’ l’esempio dei principali  Paesi europei nell’intervallo tra le due grandi guerre del  XX secolo, o del Regno Unito negli anni 1945-1950.

In particolare, nella Germania  del post primo e secondo conflitto mondiale gli alti tassi d’inflazione hanno sensibilmente attenuato i problemi connessi al rimborso del più che elevato indebitamento dello Stato.                                                                                                                                                                                                                               Situazione opposta si presenta nell’Europa della moneta unica nei primi decenni del XXI secolo.

 I vincoli di bilancio imposti ai Paesi membri ed i bassi tassi di inflazione oscillanti intorno al 2%, ed in qualche  caso  anche sensibilmente inferiori per alcune Nazioni,  hanno  posto le premesse per un vantaggio dei creditori con abbattimento dei redditi disponibili per l’Economia delle masse, in ragione della forte pressione fiscale anche di tipo indiretto, che in questi casi assume il connotato di una imposta regressiva, vale a dire crescente in rapporto ad una minore consistenza del reddito percepito; e cio’ in ragione della circostanza che l’aliquota d’imposta “costante”  incide maggiormente sui redditi  piu’ contenuti.

Il maggior prelievo si mostra necessario per il pagamento degli interessi pattuiti sul debito che sono per la gran parte  di pertinenza del grande capitale finanziario, degli intermediari e delle banche commerciali di ogni ordine e grado.

La situazione e’ aggravata in ragione dei limiti imposti (Trattato di Maastrich) alla dimensione dei deficit di bilancio che impongono un sensibile restringimento del “welfare state” (Baldwin R.-Wyplosz C.,2005; De Grauwe P.2007; Mantovani A.- Marattin L.,2008).

Dunque, bassi tassi d’inflazione per via di politiche monetarie restrittive, maggiori tassi d’interesse che normalmente conseguono ed incremento della pressione fiscale per onorare il servizio del debito, rappresentano un vantaggio per la classe dei capitalisti, in particolare per i detentori degli attivi finanziari, a detrimento della vita economica della classi meno agiate che esborsano maggiori risorse a titolo di  imposte che vanno ad incrementare le “rendite” delle classi piu’ agiate ed in posizione di supremazia.

D’altra parte, a ben osservare le dinamiche riferibili ai processi di globalizzazione in atto, si osserva uno sfrenato processo di deregolamentazione finanziaria, incoraggiato anche dai massimi organismi finanziari del Pianeta, quali l’FMI e la World bank così come per alcuni versi la BCE e la Fed americana, il cui fine è quello del lucro di profitti  da attività tipiche del “predonaggio” ovvero del prestito ad alti tassi di interesse, che potrà essere rimborsato dai Paesi in via di sviluppo solo mediante politiche di bilancio ispirate dai principi dell’austerity ed in virtù di una crescente imposizione fiscale (Milanovic B., 2016).

Anche in questi casi  il risultato è quello della redistribuzione delle Ricchezze verso il grande capitale finanziario, con  impoverimento dell’Economia delle masse.

Nel caso dell’Eurozona l’esempio della Grecia “docet” ( si veda per tutti, Stiglitz J.E.,2017).

Inoltre, le politiche di liberalizzazione del capitale hanno accentuato l’atteggiamento “predone” della finanza  che si è risolto in un’aumentata volatilità dei mercati finanziari  e delle valute, con danni crescenti all’Economia dei Paesi più poveri ed interessati dal processo di globalizzazione finanziaria (Lucas R.E. jr.,1990; Kose A.-Prasad E.,2003; 2004).

Dunque,  la politica di bilancio qualora e’ orientata ad un aumento del debito può realizzare  il fine occulto di redistribuire la Ricchezza all’interno delle Nazioni; la direzione di marcia dei flussi è quindi funzione delle decisioni di natura politica circa la migliore governance per il sistema, frutto del prevalere di questi o quegli altri interessi nel panorama economico-sociale della Nazione.

Invero, qualora l’incremento della spesa  pubblica  non va nella direzione di un sostegno allo sviluppo dell’Economia  i maggiori oneri per interessi nel bilancio dello Stato non potrannno che essere onorati mediante un incremento della pressione fiscale ( si  veda, Galbraith J.K.,2008; Penelope N.,2012).  L’esperienza insegna, salvo i rari  casi in cui le impellenti esigenze  di  riequilibro  delle gravi conseguenze di conflitti militari lo impongono, che a pagare il “conto” siano nella norma le classi meno abbienti, acutizzando le diseguaglianze  economiche e favorendo una crescente concentrazione del capitale privato.

E cio’ in modo indiretto e non palese: mediate politiche monetarie restrittive che fanno da “arpione” alla crescita del Prodotto e del Reddito di pertinenza delle masse (Stigliz J.E ,2012), per via dei negativi effetti sui livelli produttivi delle piccole e medie imprese e quindi sui livelli occupazionali (si veda su The Global Review, David Yerushalmi e Moreno Pierangeli), oltreche’ in ragione dei maggiori  tassi d’interesse in rapporto ai saggi di sviluppo conseguiti nonche’ ai tassi d’inflazione consuntivati.

Inoltre, la presenza in Economia (a livello planetario)  di  ingenti stock di Ricchezza finanziaria resa sterile, poiché sottratta dal circuito principale di formazione del Valore (produzione -redditi-consumi-risparmio-investimenti-nuove produzioni) essendo trasferiti in paradisi fiscali a fini di elusione delle imposte, pone le premesse per la determinazione di condizioni favorevoli a bassi tassi di crescita del Prodotto o di stagnazione e recessione.

Ed in effetti, la conseguenza dell’alta  concentrazione del capitale nelle mani dei pochi  determina  due principali fattori di destabilizzazione sull’equilibrio del sistema produttivo ed economico:

  • La formazione dell’indesiderabile disuguaglianza S > I (Risparmio > Investimenti), diretto riflesso della sottrazione dal ciclo di importanti quote del Valore prodotto (in forma di profitto), con manifestazione di capacità produttive non utilizzate per via dell’insufficiente livello dei redditi delle masse, ed inevitabile rallentamento della crescita, che  puo’ trasformarsi  in recessione in presenza di una accentuata differenza tra il livello di domanda aggregata e le capacità di produzione del sistema.
    L’impiego di tali risorse in attività “predatorie”  sui mercati finanziari internazionali  non sostiene in alcun modo l’espandersi delle operazioni in corso presso le imprese, per la natura stessa dell’investimento a scopi speculativi  che ricerca lucri da differenze di prezzo non connesse  ai fondamentali sottostanti ai titoli ed in ogni caso del tutto scollegate dall’Economia reale.
     Nel contempo le gravi imperfezioni  degli odierni  contesti finanziari, principalmente per via di accentuate asimmetrie informative e per il prevalere di operatori di rilevante dimensione o in posizioni di vantaggio informativo, creano agi crescenti per il grande capitale che si concretizzano in sensibili alterazioni nel processo di formazione dei prezzi in ragione di pilotate oscillazioni delle quotazioni;  con la conseguenza che la continua ed accentuata volatilita’ dei prezzi  genera perdite consistenti nei portafogli degli operatori minori e del grande pubblico in genere, sottraendo  Valore nella forma della Ricchezza finanziaria  all’ampia platea dei piccoli  risparmiatori, acutizzando i  problemi tipici del circuito della povertà, nel senso di un trasferimento della Ricchezza dal basso verso l’alto.
  •  L’adozione frequente di politiche monetarie di tipo restrittive, con lo scopo di frenare lo sviluppo (effetto arpione, si veda l’ampia produzione di Stiglitz J.E.; ed anche Galbraith J.K.), aumentare la disoccupazione e quindi ingenerare politiche di bassi salari, potendosi determinare in tal modo riduzioni nei tassi di crescita dei prezzi ovvero fasi deflattive.

Il lettore attento comprende che non puo’ essere questa la strada per contenere l’incremento dei prezzi poiche’ il “costo” dell’azione di Governance e’ pagato dalle classi meno abbienti in termini di un deterioramento delle condizion di vita economica, con ulterori vantaggi per i detentori del capitale finanziario,  derivanti in primis dai bassi tassi d’inflazione.

La qual cosa, invero, determina agi crescenti per i creditori ovvero per coloro che detengono titoli ed azioni, vale a dire per i portatori del grande capitale finanziario, i quali  in tal modo evitano le conseguenze derivanti dalla propria “inazione” (atteggiamento tipico dello speculatore finanziario e del cassettista), lucrando magiori  rendimenti  “reali” per via dei ridotti tassi di inflazione. Infatti e’ R(rendimento reale) = r (rendimento finanziario) – f (tasso d’inflazione annuo).

A cio’ si aggiunga un’altra non trascurabile osservazione.

La teoria insegna che il tasso di accumulo del capitale e’ dato dal rapporto B = Capitale/Reddito, ovvero la consistenza del Capitale della Nazione e’ espresso in termini di rapporto con il Reddito di periodo (anno): a titolo di esempio,se e’  B = 5 cio’ vuole indicare che lo stock di Capitale e’ cinque volte la dimensione del Reddito nazionale di periodo.

Ebbene e’ intuitivo comprendere che il tasso di variazione di B, ovvero del tasso di accumulo del Capitale, e’ dato dal rapporto tra  s = tasso di risparmio e  g = tasso di sviluppo dell’Economia;
cioe’ Variazione di B = s/g.

Orbene un tasso s maggiore di  g (s>g) determina  un accrescimento della quota Valore di pertinenza del Capitale, con incremento della Ricchezza delle classi benestanti. Le quali assorbono la quota maggiore della Ricchezza prodotta nel periodo.

E’ questo  nella norma si determina nel caso sia la differenza  r > g , ovvero il tasso di rendimento del Capitale (r) e’ superiore al tasso di crescita del Prodotto (g), ovvero dell’Economia, nel periodo di tempo considerato. Fenomeno generalmente riscontrabile nelle maggiori Economie mondiali.

Il lettore comprende che qualora il tasso di crescita del Reddito nazionale su base annua assume, a titolo di esempio, valori pari al 2% mentre il livello medio dei tassi d’interesse e’ pari al 3% (in termini reali) , il rendimento del Capitale assorbe mediamente una quota maggiore del Reddito prodotto in termini relativi, essendo  r > g, determinandosi allora un trasferimento della Ricchezza dal basso verso l’alto ed accentuando la poverta’ delle classi lavoratrici ed in genere di quelle meno abbienti.

Orbene, il medesimo effetto si  avra’ nel caso di tassi di sviluppo prossimi allo zero ovvero nulli anche se la Politica monetaria determina un livello dei saggi d’interesse assai contenuto.

In queste circostanze sara’ r > g, per via di un valore  di g prossimo allo zero.

La conseguenza e’ che  l’accumulo del Capitale non si arresta anche in caso di recessione, mentre le classi  lavoratrici  vedono sensibilmente decrescere la quota di Reddito di loro pertinenza.

 La situazione descritta ha caratterizzato l’Economia della grande parte dei Paesi euro negli ultimi anni, in primis quelli dell’area mediteranea.

… il capitale mangia il futuro (economico della Nazione) …” (Piketty Th, 2013).

Ed in effetti, l’accumulo dei Redditi  in capo ai ricchi potrà solo accrescere la  quota risparmio del Reddito nazionale (s) di loro pertinenza, essendo i principali detentori del Risparmio per via dell’alto livello dei redditi percepiti (r),  mentre il rallentamento della crescita (g) sino a fasi di vera recessione espande  la dimensione delle aree povere della popolazione, nel contempo ponendo le premesse per un maggiore accumulo di capitale ( Variazione di B = s/g ).

 Ancora una volta  l’analisi teorica dimostra che una Governance dell’Economia fondata sulle politiche monetarie  puo’ diventare strumento di redistribuzione del reddito dalle classi meno abbienti verso quelle in posizioni di supremazia, rappresentate dal grande capitale finanziario.

Medesime osservazioni possono dedursi dall’attuazione di politiche di Bilanco della pubblica aministrazione finalizzate ad un’espansione del debito finanziato con emissione di titoli, remunerati con saggi d’interesse superiori al tasso di sviluppo dell’Economia.

In questi casi l’incremento del debito dello Stato coincide con un trasferimento di Ricchezza dal basso verso l’alto.

Prof. Moreno Pierangeli
alias Prof. Luigi Moreno Panzone. Nato a Cerratina di Pianella- Pescara- il 15.09.1957, da Cosetta Maria e Lelio Edmondo. Nel 1979 consegue il Diploma in Pianoforte, con la sapiente guida del M.stro Luciano Cerroni. Nel 1982 consegue il diploma di laurea in Economia e Commercio con la votazione di 110 su 110 con lode. Nel 1983 assume servizio presso l’Università G. D’Annunzio in qualità di Ricercatore a tempo indeterminato. Nel 1987 assume servizio presso iI medesimo Ateneo come Professore di ruolo di II° fascia, nell’allora raggruppamento disciplinare di “tecnica bancaria e professionale”, incaricato della titolarità della medesima cattedra. Nel periodo dal 1988 sino al 2005 riveste l’incarico di Amminisratore delegato di alcune principali Istituzioni finanziarie e bancarie. Nel periodo dal 1990 al 2000 assume l’incarico di Revisore legale in diverse Istituzioni Bancarie. E’ autore di diverse pubblicazioni nei temi dell’Economia degli intermediari finanziari e della Finanza d’impresa e di mercato. Nel 2017 è cofondatore della Rivista scientifica The Global Review, nella quale si firma con lo pseudomino di Moreno Pierangeli, in onore e ricordo della madre deceduta improvvisamente nello stesso periodo. Attualmente ricopre la carica di Vice Presidente dell’OIDE-Organismo Internazionale d’Investimento Economico, dotato di personalità giuridica internazionale.
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