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L’Idioma Nativo di Lucio D’Arcangelo

Negli ultimi tempi, anche per le specifiche occorrenze biografiche, si è tornati a Gabriele D’Annunzio e, soprattutto, si è tornati a studiare i testi, a riconsiderare la scrittura e a valutare le modalità creative di questo autore che resta senz’altro fra i più stimolanti ed originali della sua età. Ciò ha fatto anche Lucio D’Arcangelo, con il suo volume L’idioma nativo. La componente dialettale nel D’Annunzio verista (Vasto, Q Edizioni, 2017), che ripercorre l’atteggiamento dell’Imaginifico nei confronti dell’eloquio dialettale, arrivando a proporre conclusioni davvero interessanti.

Infatti, per Lucio D’Arcangelo il poeta di Pescara ebbe nei confronti del dialetto un atteggiamento assai diverso da quello tenuto dai Veristi coevi e, forse, dagli stessi Naturalisti, i quali, appunto, usavano il dialetto – e l’ampio corollario folkloristico – in una funzione puramente mimetica della realtà.

D’Annunzio, al contrario, impiegò sulla propria pagina il dialetto come risorsa fertile, con cui lasciò scaturire di volta in volta straordinarie invenzioni linguistiche, processi nuovi di contaminazioni e materiali “sonori”, “espressivi”, che nascevano dalla sua indole profondamente poetica e che tornavano a farsi sostanzialmente poesia, secondo una linea che partiva dalla pregnanza idiomatica delle novelle e che giungeva alla perspicuità del Trionfo della morte e alla Figlia di Iorio. Per queste medesime ragioni, il dialetto di D’Annunzio non riguardò solo il lessico, quanto anche il sistema dei connettivi (frastici e interfrastici), cioè la grammatica, l’idea (peraltro giusta, ed anche originale in quei tempi) che il dialetto fosse una lingua, una struttura espressiva complessa, prodotta e retta da un insieme di passioni, di energie pulsive e di elementi sociali e culturali.

Dialetto, dunque, non come fatto o cifra riduttivamente “popolare”, ma come lingua di un popolo, di un territorio, di un mondo, chiamata a sorreggere la poesia e anzi – più propriamente – a permetterla, ed anche a generare connubi e tessiture con i registri “aulici” della tradizione, così come piacevano all’Imaginifico fin dagli anni della giovinezza, vissuti a contatto con il Cenacolo francavillese di Francesco Paolo Michetti.

Per Lucio D’Arcangelo, quindi, la scrittura dannunziana fu un laboratorio di stili che nacque e si sviluppò con l’uso prensile e creativo dei linguaggi (dialetti compresi) e che si fece via via sempre più evidente in tale direzione, connotando senza equivoci la pagina – sia in prosa sia in versi – della maturità.

Il dialetto di Verga, al contrario, fu un dialetto per così dire “generico” e, in qualche modo, povero, limitato al cosiddetto che polivalente e ad alcuni elementi convenzionali del parlato (ripetizioni, anacoluti, pronominali pleonastici, come «ci aveva»: «lei ci aveva un segreto»), o al patrimonio “riflessivo” dei proverbi (informazioni che gli venivano, fra gli altri, dall’antropologo Serafino Amabile Guastella, di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa).

In D’Annunzio, invece, si assiste, da Terra vergine alle Novelle, e poi su, ad un abbandono di quel dialetto indistinto dei primi esercizi e all’uso – come scrive D’Arcangelo – di un’auscultazione attenta e diretta della “parlatura” abruzzese, conservando l’angolazione propria, specifica dei dialettofoni che il poeta ascoltava nelle strade di Pescara e nelle cittadine dell’hinterland, visitate negli anni successivi al suo rientro in Abruzzo dopo la vicenda pratese del «Cicognini». Inoltre, D’Arcangelo propone una vasta schedatura linguistica ricavata dalle novelle, con l’evidenza di particolarità fonetiche ed ortografiche e con aspetti del discorso (nei quali si registrano con trasparenza i momenti di interazione lingua-dialetto).

L’eloquio del poeta si mostrò, talvolta, come altamente sincretico, per le sue stesse flessioni di ricercatezza espressiva e per il fatto che accolse, nella scrittura, accanto al dialetto, un lessico tecnico, liturgico, di tradizione letteraria e di estrazione lirica (francesismi, provenzalismi, latinismi ecc.), come – ad esempio – ne La vergine Orsola, riferita abbondantemente dal D’Arcangelo e la cui analisi può essere senz’altro assunta a modello per la lettura delle altre novelle.

Puntuale è poi, nella monografia dello studioso, l’analisi-esposizione dei dialettalismi lessicali, in cui si coglie il carattere conservativo dell’abruzzese, che risulta assai vicino al latino e al toscano antico, con sorprese che sfuggono anche all’occhio del lettore attento. Analoga esposizione riguarda i nomi aggettivi, i verbi, le locuzioni (i traslati idiomatici, le equivalenze, le forme figurali) e lo stile.

Di eguale importanza è il discorso sulla grammatica dialettale (l’articolo, le preposizioni, gli aggettivi possessivi, i pronomi dimostrativi, gli aggettivi e pronomi indefiniti, gli avverbi, le locuzioni avverbiali) e sulla sintassi.

Infine, nella folta Appendice, D’Arcangelo fornisce in dettaglio l’elenco dei francesismi, dei latinismi e dei termini aulici presenti nelle stesse novelle.

Si tratta, quindi, nel suo insieme, di un lavoro estremamente interessante, che mostra la ricchezza degli stimoli che entrarono e che fruttificarono  nell’officina linguistica di D’Annunzio: un autore che ebbe sempre vivo, peraltro, il ricordo della terra natìa (fino alle pagine del Libro segreto) e che non trascurò mai di valorizzare gli aspetti più propri del suo dialetto.

Prof. Vito Morettihttps://627919.n3cdn1.secureserver.net/wp-content/uploads/2018/03/Note-Biografiche-di-Vito-Moretti.pdf
Docente universitario di Letteratura italiana, scrittore e poeta in lingua e dialetto. Oltre a numerose pubblicazioni in dialetto è anche titolare di tre volumi di narrativa. Nel campo della saggistica è autore di numerosi studi sulla cultura dal settecento al novecento, con particolare riguardo alle aree del verismo e del decadentismo, non che a Gabriele D’Annunzio. E’ responsabile di alcune collane editoriali. Come poeta ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, fra cui L’Acciaiuoli, il Versilia-Marina di Carrara,il Bari-Magna Grecia,il Premio Alghero, lo Scanno ed altri. E’ titolare di oltre 200 pubblicazioni in forma di articoli, saggi e volumi.
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