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IL MALE

IL MALE

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Il tema del male, che attraversa l’intera storia dell’umanità e ha impegnato i maggiori filosofi, da Platone ad Aristotele, da Plotino e Agostino a Tommaso, per arrivare a Kant, Schopenhauer, Nietzsche e tanti altri, è così complesso nella sua impostazione teorica e così inestricabile nella sua risoluzione pratica, che anche solo per essere abbozzato richiederebbe una capacità e uno spazio argomentativo che qui sono fuori discussione. Una cosa è certa, nel corso del tempo la rigida distinzione tra male e bene, di origine manichea, sembra avere avuto il sopravvento su altre più sfumate e sottili concezioni.

Nella tradizione ebraico cristiana prevale un’interpretazione spirituale che pone come cuore del male l’esclusivo amore di sé e il peccato originale,  due aspetti complementari della violazione del patto con Dio, dando luogo a una visione meno sbrigativa e più aderente alle ambiguità dell’animo umano.

Nella tradizione greca, se si eccettuano le punte della riflessione teoretica, bene e male dipendono in gran parte dal fato, al punto che rimane indecidibile il ruolo dell’uomo che nella tragedia non può che subire, come i personaggi di Shakespeare, «i dardi dell’avversa fortuna».

Per accostarci a questo grande e indecifrato problema, che sembra includere l’esistenza stessa dell’uomo, può essere interessante leggere tre pagine:

una tratta da I promessi sposi  di Alessandro Manzoni,

l’altra dallo Zibaldone  di Giacomo Leopardi

e l’ultima da Bouvard et Pécuchet  di Gustave Flaubert.

Pagine che ritraggono un paesaggio comune, domestico, dove non compaiono uomini, guerre o pestilenze, un mondo naturale che nella sua innocenza sembra portare in sé le cicatrici stesse di ciò che chiamiamo male, sia esso conseguenza dell’agire umano o una nascosta tabe del cosmo.

Nel capitolo XXXIII del capolavoro manzoniano, che inizia con Don Rodrigo che contrae la peste e la morte dell’infido Griso, Renzo lascia il cugino Bortolo che vive nella bergamasca e presso cui aveva trovato lavoro, e si avvia a piedi verso Milano per cercare Lucia. Sulla strada però fa sosta nel suo paese, Lecco, e dopo aver incontrato Don Abbondio, anche lui come Renzo colpito dal male ma sopravvissuto, pensa di rifugiarsi per la notte presso un amico d’infanzia la cui famiglia è stata distrutta dal contagio. Si avvicina alla casa, ma al posto della vigna rigogliosa trova la desolazione, lo spettro di ciò che ha lasciato:

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna – nel luogo di quel poverino -, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone. Ma questo non si curava d’entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po’ di schizzo.

In un passo dello Zibaldone (4175-77),  Leopardi, dopo aver citato uno degli scritti di Voltaire sul tremendo terremoto di Lisbona che fu al centro delle polemiche in tutta Europa e scosse la fede nella provvidenza divina, quando non venne visto come punizione per la conquista americana, osserva che «tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò essendo, come non sì dovrà dire che l’esistere è per se un male?». Il male per lui, a differenza del credente Manzoni che lo attribuisce alla volontà degli uomini privata dalla grazia, ha una portata cosmica:

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Ln luogo della vigna che Renzo vede abbandonata e quasi vilipesa a causa dell’incuria umana, Leopardi ritrae un giardino che a prima vista potrebbe essere l’immagine stessa della bellezza naturale, ma che a uno sguardo attento rivela le infinite crepe e brutture che rimangono celate sotto il velo di una perfetta illusione.

Un’identica rivelazione del male proprio là dove ci si potrebbe attendere la scintillante esuberanza della natura (le infinite nostalgie della vita campestre contrapposta a quella urbana, fin dai tempi di Virgilio) si trova in queste righe di Bouvard et Pécuchet, il romanzo di Gustave Flaubert, quando i due amici assetati di conoscenza:

Vollero fatta una passeggiata per i campi, come una volta, e si spinsero molto lontano, fino a perdersi. Il cielo era increspato da una miriade di nuvolette, il vento faceva ondeggiare le campanelle delle avene, lungo un prato mormorava un ruscello, quando, d’un tratto, un odore fetido li fece fermare; e videro sui sassi, tra i giunchi, la carogna di un cane. Le zampe erano ridotte all’osso. La bocca era un ghigno, e le labbra livide lasciavano scoperte le zanne d’avorio; al posto del ventre c’era un ammasso color terra, che sembrava vivo tanto brulicava d’insetti. Si agitavano sotto il sole,  che bruciava, nel ronzio delle mosche, con quell’odore intollerabile, un odore feroce e divorante.

Certo, il male fisico esiste come problema solo per l’uomo, e solo in relazione alla sua integrità e alle sue aspettative, alla sua innata tendenza a ritenersi al centro dell’universo e a interpretare ogni fatto come espressione di una volontà, di un progetto teologico.

Ma anche in una prospettiva radicalmente laica, dove le cose semplicemente accadono in forza di una catena di cause o dell’arbitrio del caso, resta da spiegare quale mai istinto o furore dissennato spinga l’uomo, unica tra le forme viventi, a sviluppare la coscienza come stadio superiore dell’essere e ciò nonostante a macchiarsi di un’infinità di crimini assurdi, che non hanno neppure la scusante di perseguire un vantaggio qualsiasi, come nel regno animale in cui la violenza è in funzione della sopravvivenza e della procreazione.

La recente dissoluzione della ex Jugoslavia, ha innescato una sorta di massacro collettivo nel cuore dell’Europa, che non solo non ha ottenuto alcun risultato tra quelli sbandierati, ma ha portato comunità altrimenti pacifiche e solidali ad abbandonarsi a un delirante massacro.

Per non parlare del coevo genocidio in Ruanda e di altre distruzioni anche recentissime o ancora in atto.

O forse dobbiamo convenire con i versi di Eugenio Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola

e il falco alto levato.

About Author

ha curato classici della letteratura francese, si è occupato di Blaise Pascal, di cui ha scritto il saggio bibliografico 'La quarta vigilia'. 'Gli ultimi anni di Blaise Pascal' (La Scuola di Pitagora 2014). Ha scritto il noir 'L'assassino della signora di Praslin (Archinto 2000), cronaca di un fatto di sangue dell'Ottocento. Con Laura Bosio ha scritto i romanzi storici' Per seguire la mia stella' (Guanda 2017) e 'La casa degli uccelli' (Guanda 2020). Ha pubblicato le raccolte di racconti 'La vita a pezzi' (Solfanelli 2018) e 'Dopo l'innocenza' (Solfanelli 2019), 'Tranches de vie' di inquiete solitudini urbane.

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