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Linguistica

L’estinzione linguistica La perdita di un’esperienza culturale irreparabile

Si calcola che ogni anno muoiano venticinque lingue e di questo passo un po’ meno della metà delle lingue del mondo, circa seimila, entro questo secolo sarà sparita.

L’entità del fenomeno è allarmante ed è da tempo che se ne parla anche nelle sedi ufficiali. Uno dei primi libri sull’argomento fu quello di David Crystal, Language Death (Oxford University Press, 2000), più volte ristampato.

Ma da allora le pubblicazioni in merito si sono moltiplicate ed oggi i linguisti si interrogano sulle conseguenze di questa catastrofe culturale che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Dopo il bel libro di K. David Harrison, When Languages Die (Oxford America, 2008), che porta un sottotitolo eloquente “The Extinction of the World’s Languages and the Erosion of Human Knowledge” ecco quello, non meno importante, di Claude Hagège, On the Death and Life of Languages (Yale University Press, 2009).

Né si può passare sotto silenzio Investigating Language Death di Peter Karanja, (Lap Lambert Academic, Colonia, 2009) , dedicato ad alcune lingue africane in estinzione.

La lingua è essenziale per la conservazione di una cultura in tutti i suoi aspetti, specie in quelli che non hanno una manifestazione “materiale”.

Quando muore una lingua va perduto un patrimonio di conoscenze inestimabile. “Nomina si pereunt, perit et cognitio rerum”, scriveva il naturalista danese del Settecento, J.C.Fabricius.

Le centinaia di lingue che stanno scomparendo e quelle che sono già scomparse differiscono profondamente fra loro ed ognuna ci consegna una visione diversa del mondo.

Le lingue indoeuropee, come è noto, classificano le parole in base ai generi (maschile, femminile e neutro), che vengono estesi , piuttosto convenzionalmente, agli oggetti del mondo fisico: ad esempio il sole è maschile in italiano e femminile in tedesco.

Ma la maggior parte delle lingue si regola in modo diverso e più consono all’esperienza reale.

La distinzione più comune è quella tra i nomi animati e inanimati, ed animati non sono considerati solo gli esseri viventi, ma anche certi fenomeni naturali come ad esempio il vento, il fuoco, ecc.

Più filosoficamente il tamil (India meridionale) si basa, sulle capacità intellettuali, e distingue nomi “razionali”, che designano ad esempio uomini e dèi, e “non razionali”.

Il quadro di riferimento può cambiare radicalmente ed il numero delle classi aumentare più o meno considerevolmente.

In asmat, uno dei molti idiomi della Nuova Guinea, i nomi vengono distribuiti in cinque classi, definite in base alla posizione dei loro referenti :

  • la prima classe comprende esseri od oggetti eretti (alberi, persone),
  • la seconda fissi (casa, donne),
  • la terza giacenti ,
  • la quarta galleggianti,
  • la quinta volanti.

Qui la pietra di paragone è il mondo naturale ed i fatti dell’esperienza vengono organizzati e interpretarti in relazione ad esso.

Nelle lingue bantu le classi arrivano fino a 24 e rappresentano una sorta di “scienza” implicita nell’espressione linguistica, in base alla quale:

  • gli esseri umani vengono distinti da quelli non umani,
  • i liquidi dai solidi,
  • i manufatti dalle piante, ecc .

Ciò non significa che l’appartenenza ad una determinata classe sia sempre logica e prevedibile.

Il sistema bantu disegna dei comparti, per così dire, “ecologici”, in cui, ad esempio, animali erbivori come la capra stanno insieme con la flora.

Lo stesso accade in Lardil, (una lingua australiana quasi estinta ), dove le specie non vengono distinte come organismi, ma in relazione all’habitat : non si parla di piante o animali, ma di “creature di terra, mare e aria”.

Caratterizzando la grammatica Edward Sapir scriveva:”le lingue differiscono non per quello che possono esprimere, ma per quello che devono”.

Se si chiede ad un parlante del Central Pomo (California settentrionale) come si dice “è piovuto”, risponderà letteralmente “pioggia è caduta”.

Ma questa frase non verrà mai usata in una normale conversazione, in cui si dovrà precisare la fonte dell’informazione.

Perché l’espressione sia accettabile bisogna scegliere tra cinque suffissi che, aggiunte alla forma verbale, indicano se si tratta:

  • di esperienza personale o di sentito dire,
  • se si è visto piovere oppure
  • si sono sentite le gocce sul tetto,
  • se si è trattato di una semplice deduzione (c’era del bagnato) o meno.

Questa casistica ( grammaticale) non è casuale, ma corrisponde a quegli aspetti dell’esperienza che i parlanti hanno espresso ripetutamente, considerandoli più rilevanti di altri.

In alcune lingue salish (America settentrionale) gli aggettivi/pronomi di quantità cambiano a seconda se si riferiscono ad oggetti, ad animali o a persone. Una domanda come “quanti sono?” deve essere formulata in tre modi diversi.

Aspetti del mondo circostante che passano inosservati in alcune lingue diventano centrali in altre.

Quanta di questa informazione si perde con la morte di un idioma?

Ogni lingua è il distillato di un’esperienza collettiva irripetibile, emergente attraverso i secoli o i millenni. ‘E ciò che ne fa un unicum e ne rende irreparabile l’estinzione.

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L’estinzione linguistica La perdita di un’esperienza culturale irreparabile

Si calcola che ogni anno muoiano venticinque lingue e di questo passo un po’ meno della metà delle lingue del mondo, circa seimila, entro questo secolo sarà sparita.

L’entità del fenomeno è allarmante ed è da tempo che se ne parla anche nelle sedi ufficiali. Uno dei primi libri sull’argomento fu quello di David Crystal, Language Death (Oxford University Press, 2000), più volte ristampato.

Ma da allora le pubblicazioni in merito si sono moltiplicate ed oggi i linguisti si interrogano sulle conseguenze di questa catastrofe culturale che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Dopo il bel libro di K. David Harrison, When Languages Die (Oxford America, 2008), che porta un sottotitolo eloquente “The Extinction of the World’s Languages and the Erosion of Human Knowledge” ecco quello, non meno importante, di Claude Hagège, On the Death and Life of Languages (Yale University Press, 2009).

Né si può passare sotto silenzio Investigating Language Death di Peter Karanja, (Lap Lambert Academic, Colonia, 2009) , dedicato ad alcune lingue africane in estinzione.

La lingua è essenziale per la conservazione di una cultura in tutti i suoi aspetti, specie in quelli che non hanno una manifestazione “materiale”.

Quando muore una lingua va perduto un patrimonio di conoscenze inestimabile. “Nomina si pereunt, perit et cognitio rerum”, scriveva il naturalista danese del Settecento, J.C.Fabricius.

Le centinaia di lingue che stanno scomparendo e quelle che sono già scomparse differiscono profondamente fra loro ed ognuna ci consegna una visione diversa del mondo.

Le lingue indoeuropee, come è noto, classificano le parole in base ai generi (maschile, femminile e neutro), che vengono estesi , piuttosto convenzionalmente, agli oggetti del mondo fisico: ad esempio il sole è maschile in italiano e femminile in tedesco.

Ma la maggior parte delle lingue si regola in modo diverso e più consono all’esperienza reale.

La distinzione più comune è quella tra i nomi animati e inanimati, ed animati non sono considerati solo gli esseri viventi, ma anche certi fenomeni naturali come ad esempio il vento, il fuoco, ecc.

Più filosoficamente il tamil (India meridionale) si basa, sulle capacità intellettuali, e distingue nomi “razionali”, che designano ad esempio uomini e dèi, e “non razionali”.

Il quadro di riferimento può cambiare radicalmente ed il numero delle classi aumentare più o meno considerevolmente.

In asmat, uno dei molti idiomi della Nuova Guinea, i nomi vengono distribuiti in cinque classi, definite in base alla posizione dei loro referenti :

  • la prima classe comprende esseri od oggetti eretti (alberi, persone),
  • la seconda fissi (casa, donne),
  • la terza giacenti ,
  • la quarta galleggianti,
  • la quinta volanti.

Qui la pietra di paragone è il mondo naturale ed i fatti dell’esperienza vengono organizzati e interpretarti in relazione ad esso.

Nelle lingue bantu le classi arrivano fino a 24 e rappresentano una sorta di “scienza” implicita nell’espressione linguistica, in base alla quale:

  • gli esseri umani vengono distinti da quelli non umani,
  • i liquidi dai solidi,
  • i manufatti dalle piante, ecc .

Ciò non significa che l’appartenenza ad una determinata classe sia sempre logica e prevedibile.

Il sistema bantu disegna dei comparti, per così dire, “ecologici”, in cui, ad esempio, animali erbivori come la capra stanno insieme con la flora.

Lo stesso accade in Lardil, (una lingua australiana quasi estinta ), dove le specie non vengono distinte come organismi, ma in relazione all’habitat : non si parla di piante o animali, ma di “creature di terra, mare e aria”.

Caratterizzando la grammatica Edward Sapir scriveva:”le lingue differiscono non per quello che possono esprimere, ma per quello che devono”.

Se si chiede ad un parlante del Central Pomo (California settentrionale) come si dice “è piovuto”, risponderà letteralmente “pioggia è caduta”.

Ma questa frase non verrà mai usata in una normale conversazione, in cui si dovrà precisare la fonte dell’informazione.

Perché l’espressione sia accettabile bisogna scegliere tra cinque suffissi che, aggiunte alla forma verbale, indicano se si tratta:

  • di esperienza personale o di sentito dire,
  • se si è visto piovere oppure
  • si sono sentite le gocce sul tetto,
  • se si è trattato di una semplice deduzione (c’era del bagnato) o meno.

Questa casistica ( grammaticale) non è casuale, ma corrisponde a quegli aspetti dell’esperienza che i parlanti hanno espresso ripetutamente, considerandoli più rilevanti di altri.

In alcune lingue salish (America settentrionale) gli aggettivi/pronomi di quantità cambiano a seconda se si riferiscono ad oggetti, ad animali o a persone. Una domanda come “quanti sono?” deve essere formulata in tre modi diversi.

Aspetti del mondo circostante che passano inosservati in alcune lingue diventano centrali in altre.

Quanta di questa informazione si perde con la morte di un idioma?

Ogni lingua è il distillato di un’esperienza collettiva irripetibile, emergente attraverso i secoli o i millenni. ‘E ciò che ne fa un unicum e ne rende irreparabile l’estinzione.

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Ferdinand de Saussure, il linguista “senza qualità”

Nessun linguista europeo è stato tanto studiato e citato come Ferdinand de Saussure.

Le ristampe del suo Cours de linguistique générale (1916) non si contano e non soltanto in francese: tra le ultime (2009) l’edizione Laterza e quella della Cambridge University Press.

Anche gli studi sulla sua opera abbondano:  tra i più recenti A Guide for the Perplexed di Paul Bouissac (2010) e Saussure di John E. Joseph (Oxford University Press, 2012).

Negli Stati Uniti è uscito persino un Saussure for Beginners, illustrato con fumetti (Writers and Readers Publishing).

Ma a distanza di un secolo dalla morte la figura del linguista ginevrino seguita ad apparire enigmatica.  

Nel suo recente Ferdinand de Saussure, il linguista senza qualità Nunzio La Fauci (Università di Zurigo) paragona Saussure al contemporaneo Uomo senza qualità di Robert Musil.

Entrambi, Saussure e il personaggio di Musil, sono scettici e problematici.  Entrambi abbozzano idee e progetti che non portano a compimento o che riluttano a realizzare.  Solo che in Saussure non si tratta di dandismo intellettuale.

Il suo maggior titolo di gloria , il Cours de linguistique générale, che raccoglie le lezioni tenute dal 1907 al 1911, uscì postumo nel 1916 e non fu scritto da lui.  Il testo fu redatto da due suoi discepoli, i linguisti ginevrini Charles Bally e Albert Séchehaye , i quali usarono per la stesura i propri appunti e quelli lasciati da altri cinque discepoli oltre che da Saussure stesso.

 A cosa si deve questa riluttanza a pubblicare?

In una lettera al celebre comparatista Antoine Meillet del 4 gennaio 1894 Saussure mostra di ritenere del tutto strumentale l’impresa a cui , “senza entusiasmo”, si era accinto: far comprendere “che cos’è la lingua in generale”.

«In ultima analisi, scrive, l’unica cosa che conserva per me un forte interesse è l’aspetto per così dire etnografico di una lingua, quell’aspetto pittoresco che la differenzia da tutte le altre, in quanto appartenente ad un popolo con determinate origini».

Quella linguistica generale, che molti considerano esclusivo merito di Saussure, nasce da un testo scritto “malgré soi”. Quasi tutti gli esegeti del Cours hanno trascurato questo aspetto fondamentale.

L’idea della lingua come “struttura” ovvero come un tutto coerente (dans la langue tout se tient) era già in nuce nella pratica dei linguisti contemporanei di Saussure, soprattutto tedeschi, i cosiddetti “neogrammatici”.

Ma fu merito del linguista ginevrino portarla alla luce, distinguendo tra la langue, che rappresenta la dimensione sociale, impersonale, del linguaggio ed è una realtà astratta, e la parole, che è concreta e individuale.

Questa dicotomia, che rappresentava una semplice delimitazione di campo, fu assunta come un dogma dai successori di Saussure, con ciò fraintendendo il suo vero intento, che era quello di porre problemi più che di risolverli.  Lo stesso accadde negli anni ’70 con un revival che andò ben oltre la linguistica.

Il cosiddetto “strutturalismo”, estrapolato dal Cours, divenne l’ortodossia dominante nelle “scienze umane” e Foucault ne fece una nuova metafisica, che dopo la morte di Dio annunciava quella dell’Uomo.

Caso non meno sorprendente: la popolarità di Saussure si deve alla parte più problematica e controversa, se non proprio apocrifa,  del suo insegnamento:  quella nozione di “arbitrarietà del segno” tante volte citata, più o meno a sproposito.

Saussure definì arbitrario il segno linguistico in quanto non c’è nessun rapporto evidente (trasparente) tra significante e significato: ad esempio, tra l’idea di “cane” e la parola che lo designa.

Ma nel corso delle sue lezioni era tornato più volte sul concetto, chiarendo, ad esempio, che non tutte le parole di una lingua si possono dire arbitrarie perché molte sono derivate o motivate etimologicamente.

Tuttavia, anche per colpa di chi aveva trascritto e revisionato il testo delle lezioni, la nozione restava ambigua.

Saussure in ogni caso sembrava escludere che (a parte le onomatopee) la parola potesse avere in sé qualcosa di “iconico”: fosse cioè un’imitazione del significato , come avviene, ad esempio, con termini come “allappare”, “goffo”, “ghirigoro”, ecc.

Sennonché gli studi a cui si dedicò negli ultimi anni andarono in tutt’altra direzione.

Prendendo in esame la poesia latina arcaica, Saussure scoprì che in queste composizioni le lettere che formano il nome della divinità si ripetono nelle parole di ogni verso con una regolarità quasi matematica, formando una struttura anagrammatica, o, come nel racconto di Henry James, un “disegno sul tappeto”.

Il significante, ossia  il puro suono, si emancipa dal significato assumendo un valore ulteriore , che è quello stesso della poesia, o della musica, pitagoricamente intesa.

Saussure aveva scoperto il tao della lingua? 

La sua reclusione nel castello di Wufflens, a Ginevra, dove morì, il  27 febbraio del 1913, appare sotto questo profilo emblematica.