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Arte

Arte ultima: culto della novità o deriva nichilista? (Una riflessione sul contenuto dell’arte contemporanea).

Qualche tempo addietro, il collezionista e mercante Saatchi, una delle più note e potenti figure della finanza d’arte internazionale, sbottò in un’esternazione, che lasciò sconcertati i sostenitori delle “rerum novarum” in ambito estetico. In sostanza – sosteneva Saatchi – il mercato dell’arte sarebbe spesso un bluff e molte opere alle quali vengono attribuite quotazioni economiche stratosferiche sarebbero invece di una qualità scadente. Provenendo da uno dei maggiori garanti di quel sistema saldamente organizzato a difendere un quadro ideologico e di valori economici (che è poi il vero contesto dell’arte contemporanea), l’opinione, così impietosamente esternata, del finanziere inglese, dava non poco da pensare. Si trattava – c’è da chiedersi – di una battuta, dello sbeffeggiamento goliardico di tutto un ambiente; o non piuttosto di un’opinione che andava presa alla lettera e molto sul serio; l’ammissione di un errore di rotta, ormai sistematizzatosi e molto difficile da rimuovere?

Ma intanto a quando si dovrebbe far risalire questa perdita di bussola, questo smarrimento di coordinate?

Hans Sedlmayr, uno dei più dotti e celebri analisti della “perdita del centro” (formula che dà poi il titolo al suo libro più conosciuto) riconduce questo sbandamento alla fine del XVIII secolo e al processo di diffusione operativa del pensiero illuminista. Quella dello studioso austriaco è una diagnosi rigorosa e possente, ma forse troppo severa, che rischierebbe – se fatta propria – di privarci di momenti e figure irrinunciabili della cultura occidentale. Credo piuttosto che la scissione coinvolgente teoria e prassi dell’arte occidentale vada ricondotta all’incirca ad un secolo addietro, al primo conflitto mondiale e soprattutto all’immediato dopoguerra. Non tanto, per intendersi, al messaggio eversivo delle Avanguardie “storiche” (in particolare Dadaismo e Surrealismo), quanto all’accettazione della loro sostanziale ripetitività, e quindi, in un certo senso, della fine della storia e delle sue potenzialità creative. Con il risultato di dar vita – da parte di intellettuali convinti di combattere gli antichi accademismi, che possedevano se non altro la giustificazione della storia – a vere accademie dell’antiaccademia, non suffragate però più da alcuna motivazione. Tipici esempi l’interminabile quanto noiosa sequenza del neodadaismo (televisori fracassati, sedie divelte, laceri di intonachi e di stracci, e via di questo passo); l’alluvione performativa e installativa; l’ubriacatura concettuale: ora, non si verrà certo a negare che l’attitudine concettuale possa animarsi di ideazioni geniali, ma l’esperienza c’insegna che tali folgorazioni fortunate non sono iterabili a volontà, e il ricorso sistematico alla trovata mentale rischia di esaurirsi in una sequenza di ludici escamotages. Senza mai dimenticare quanto sosteneva Carlo Belli: “Il baco che rode l’arte contemporanea è l’intellettualismo”.

Altra attitudine devastante è l’uso inflazionato dell’ironia, abito mentale indossato in particolare dai Surrealisti e da loro discendenze. Attitudine che mina fatalmente l’emozione, la sincerità del sentimento. Sembra ormai affermarsi una specie di neomarinismo: se un tempo il fine del poeta e quindi dell’artista era la “meraviglia”, la sorpresa, l’iperbole, oggi è la novità a tener banco; ad essere il vero motore e forse la finalità del fatto estetico.

I video di Bill Viola; lo stesso “assalto” dei canotti rossi di Ai Wei Wei alla facciata di Palazzo Strozzi; i “tesori dell’Incredibile” di Damien Hirst messi in scena a Palazzo Grassi dalla Fondazione Pinault, sono solo alcuni degli esempi di arte contemporanea portatori di un fascino incontestabile. Ciò a dire, come non siano mai accettabili ripulse aprioristiche, fatte di opinioni di seconda mano, in assenza di una conoscenza diretta dell’opera. Ed è sempre valido quello che Carlo Belli, il teorizzatore principale dell’Astrattismo italiano, chiamava il gioco dell’a-z: “prima di negare qualche cosa, bisogna essersi conquistati il diritto di negarlo”.

Ma ciò che in particolare manca all’arte contemporanea è purtroppo generalizzato e inconfutabile; è l’interesse, lo spazio della bellezza. Non è disattenzione di poco conto, né tantomeno casuale: gli antichi, che tutto erano fuorché sprovveduti, riconoscevano la bellezza quale “splendor Veritatis”, ovvero quale manifestazione trionfale della Verità. Così dicendo, essi sancivano l’ancoraggio etico della prospettiva estetica.

La Verità: ma cos’è la Verità?”, s’interroga disorientato Pilato, nel processo a Gesù. Forse le radici profonde della crisi dell’arte contemporanea affondano altrove che non nell’ambito stretto dell’arte.

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Storia

La storia di una violenza senza precedenti contro le donne di Ciociara durante la seconda guerra mondiale

Le “marocchinate” in Ciociaria

Nel maggio del 1944 sul versante laziale della Linea Gotica appena infranta a Montecassino dall’ultima e decisiva spallata dei soldati polacchi del generale Wladyslaw Anders, la popolazione civile aspettava con ansia i liberatori alleati. Ma le prime figure in divisa che erano apparse ai loro occhi non erano state quelle di angeli scesi a porre fine alle loro sofferenze, ma di diavoli che ne apportavano di nuove e spietate. Carnefici con strane divise, al cui confronto scolorivano le tragedie che avevano avuto come protagonisti i tedeschi della Wehrmacht durante nove mesi di occupazione.

Nel vocabolario italiano entrava di prepotenza, in quesi giorni drammatici, un sinistro neologismo: “marocchinata”. Una parola che esprime orrori e barbarie che non avevano eguali e che saranno moltiplicati un anno dopo su grande scala in Germania, al crepuscolo della seconda guerra mondiale: se le truppe coloniali francesi in Italia avevano rivelato la ferocia degli stupri di massa, sarà l’Armata Rossa ad applicare nel Terzo Reich i versi di Il’ja Ehrenburg che grondavano violenza e vendetta indiscriminate. Sono gesta alle quali si dà spesso l’etichetta di “bestiale”, ma il termine è improprio, poiché nel mondo animale nessun maschio violenta la femmina. Lo fa solo l’uomo con la donna.

Nella Ciociaria nel maggio 1944 e per due interminabili settimane la popolazione civile rimase in balìa dei “diavoli” giunti dalle montagne africane del Riff e arruolati nel Corpo di spedizione francese del generale Alphonse Juin. (1) Niente poteva fare da barriera a quella che agli occhi della popolazione civile era un’orda scatenata. Neppure l’età era uno scudo alle violenze e praticamente nessuna donna dei paesi ciociari che avevano la sfortuna di sorgere nella zona del fronte scampò alla brutalizzazione, dalle bambine di meno di 10 anni alle anziane di oltre 80. E a volte neppure il genere maschile: diversi uomini divennero a loro volta prede sessuali dei “goumiers” marocchini. Violenze, sevizie e uccisioni indiscriminate facevano rimpiangere furti e distruzioni. Di fronte a questo scenario diventano persino irrilevanti la distruzione dei beni, le ruberie, l’uccisione del bestiame, la razzia delle cose, i saccheggi selvaggi, che comunque non mancarono. Un’orgia che fece inorridire gli stessi comandanti alleati, i quali alla fine chiesero e ottennero l’allontanamento di quei soldati nordafricani tanto valorosi sul campo di battaglia quanto feroci con i civili.

Erano circa 12.000, arruolati nelle forze della Francia di De Gaulle e inquadrati in maniera anomala in squadre (“goums”, francesizzazione del termine arabo “qum”, banda) composte al massimo da una settantina di uomini che rispecchiavano l’identità tribale e parentale. Come tutte le truppe coloniali erano però comandate da ufficiali e sottufficiali francesi. Queste squadre avevano conservato le loro usanze di guerra che il più delle volte non prevedevano alcuna pietà per il nemico; all’occorrenza mozzavano orecchie e testicoli a riprova del loro coraggio in battaglia e di quello che avevano fatto.

In questo quadro il saccheggio era considerato normale, un diritto di preda esercitato in tutte le sue forme.

Lo sfondamento del fronte a occidente della Linea Gustav, che apriva la via di Roma, era stato favorito proprio da un’audace azione dei “goumiers” i quali avevano  aggirato le difese tedesche dei Monti Aurunci che davano sulla Valle del Liri, considerate insuperabili da quella via. Era stato chiesto loro l’impossibile e col loro coraggio l’avevano reso possibile. Se la storia si forse fermata qui, oggi racconteremmo, elogiandole, le qualità di sacrificio, di valore, di gloria. Parleremmo di superbi soldati. Come i soldati del generale Anders che facevano sventolare la bandiera biancorossa della Polonia sulle rovine dell’abbazia bombardata dagli angloamericani e difesa tenacemente dai paracadutisti tedeschi.

Le bande maghrebine agli ordini del generale francese Auguste Guillaume erano state mandate all’attacco delle zone attorno a Monte Maio e Monte Petrella e, una volta sgominate le unità tedesche a presidio, erano dilagate verso i paesi.

Niente e nessuno poteva impedire quel che sarebbe accaduto, con lo scatenamento dei più bassi istinti di un’orda di quasi settemila africani che nella ferocia faceva impallidire i barbari di tanti secoli prima.

Due paesi in particolare, Ausonia ed Esperia, portano il marchio a fuoco dell’esperienza devastante degli stupri di massa. Quei soldati si riconoscevano dal turbante e dalla veste tradizionale indossata sull’uniforme (solitamente quella americana), un mantello di lana con cappuccio chiamato “gandourah” o “djellabah”. Che fossero stati autorizzati o meno a fare quel che facevano, poco importa. I francesi non ammetteranno mai che sia stata concessa ai “goumiers” carta bianca e che i berberi dell’Atlante vi abbiano scritto sopra una storia vergognosa e criminale.

Le donne, la parte più debole di ogni conflitto, pagano il prezzo più alto. Gli stupri sono sistematici, a capriccio, dappertutto. “Vae victis”, è sempre stato così nella storia, ma quello che accade in questa parte del Lazio non si era mai visto prima.

I marocchini, in verità, avevano già approcciato le donne in maniera violenta in Sicilia. I siciliani avevano reagito come potevano e come sapevano: alcuni soldati coloniali erano stati ritrovati mutilati dei genitali.

In Ciociaria è adesso tutto diverso. Padri che cercano di proteggere le figlie, uomini che difendono le mogli e le sorelle, sono freddati davanti agli occhi dei familiari, oppure impalati, o violentati a loro volta. Su quei monti non c’è pietà.

Si obbligano i familiari persino ad assistere agli stupri seriali. I “goumiers” non conoscono né legge che non sia la loro, né limite che non viene posto da nessuno dei loro ufficiali. Non è d’ostacolo neppure un vecchio sistema che aveva dimostrato che poteva funzionare: le giovani e le donne si macchiavano le zone genitali con la conserva di pomodoro, che nelle case non mancava mai, per simulare il ciclo mestruale. Ai marocchini non importava né questo né altro. Una donna di Esperia di ottanta anni subisce la stessa sorte della figlia di sessanta e di decine di ragazzine. Il parroco di Esperia, don Alberto Terilli, aveva tentato di nascondere tre donne in sagrestia per sottrarle alla ferocia della soldataglia. Non solo non salverà quelle donne dal loro destino, ma neppure se stesso: sarà portato in  piazza, legato e sodomizzato per tutta la notte. Morirà l’indomani per le orrende sevizie subìte.

Non esiste alcuna prova storica che Juin, pur di ottenere dai marocchini la spallata decisiva sulla Linea Gustav, abbia davvero concesso loro le fantomatiche 50 ore di assoluta libertà di preda. Che comunque saranno molte di più. Di quel volantino o ordine del giorno che sarebbe stato scritto in francese e in arabo, tutti parlavano e parlano ancora oggi, ma nessun esemplare è giunto fino a noi a testimoniare l’autorizzazione alle violenze indiscriminate. Non si sa se sia realmente esistito e quindi diffuso tra la truppa a partire dall’11 maggio, e secondo alcuni sarebbe solo lo strumento per imputare la responsabilità dell’accaduto a Juin. Sempre secondo una tradizione orale il generale si sarebbe rivolto ai “goumiers” con queste parole: “Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è l’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare a ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso io lo mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.(2)

Questo è esattamente ciò che sarebbe accaduto. Nessuno interferisce su quello che fanno i “goumiers”, gli ufficiali francesi guardano altrove.

Per i maghrebini del Corpo di spedizione francese le donne occidentali che incontravano in Ciociaria erano né più né meno che prostitute, “haggiala” o “qahba”: oggetti di piacere da disprezzare e di cui abusare in ogni forma possibile.

Lo sfogo alla loro sessualità era inteso come una sorta di premio per i loro sforzi in battaglia, quindi tutto era lecito, dovuto, preteso. Sangue e violenza che nella migliore delle ipotesi era condotta da due o tre uomini insieme, nella peggiore da gruppi di una decina e anche più.

Norman Lewis, ufficiale inglese che partecipò alla battaglia Montecassino, scriverà nel suo libro “Napoli ‘44” : Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate… A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza.

Alberto Moravia racconterà nel 1957 quella pagina orrorifica in un romanzo diventato film nel 1960, “La ciociara” di Vittorio De Sica, con Sophia Loren. La sequenza filmata da De Sica, con madre e figlia brutalizzate sul sagrato vicino a una statua rovesciata della Madonna, non è purtroppo un’invenzione cinematografica: le chiese non erano né un rifugio né una protezione.

Le vittime di stupro quasi sempre risulteranno infettate da malattie a trasmissione sessuale, come sifilide, blenorragia, lue.

Solo la penicillina portata dagli americani riuscirà a scongiurare un’epidemia di proporzioni ancora più ampie, perché mariti e compagni saranno a loro volta contagiati.

Le donne pagarono due volte il prezzo di quei giorni infernali, perché subirono in seguito l’emarginazione sociale (ancor di più se rimaste incinte), in alcuni casi il ripudio da mariti o fidanzati e l’impossibilità di trovare chi potesse consolarle o offrire una prospettiva di vita migliore, come se le vittime dovessero espiare la colpa degli altri.

Con la mentalità dell’epoca era difficile persino accettare nel ristretto nucleo familiare quel che era accaduto. Quelle donne erano state oltraggiate due volte: vittime dello stupro e vittime dei pregiudizi. Qualcuna, incapace di reggere il peso della vergogna, si suicidò. Tante altre, pur di non essere identificate, non denunceranno la violenza, neppure quando il governo italiano riconoscerà a esse una seppur minima pensione, peraltro limitata nel tempo. Sui figli nati da quelle violenze si stenderà un velo di imbarazzato silenzio. Meno se ne parlava, meglio era per tutti. Almeno una donna su tre, pur di non raccontare quello che le era successo, preferirà portare dentro di sé quel segreto che riteneva un marchio di infamia.

Alla fine della guerra la Francia, sotto la cui bandiera militavano i soldatoi coloniali, riconoscerà un risarcimento simbolico che andava dalle 30.000 alle 150.000 lire a ogni donna stuprata, ma era un calcolo sulla carta, perché le somme venivano decurtate dalle indennità dovute dall’Italia a titolo di riparazione. Una beffa dopo il danno incancellabile. Il numero delle vittime non è mai stato quantificato, e non potrà mai esserlo, visto che oscilla da un migliaio a decine di migliaia, per motivi facilmente spiegabili.

Il sindaco di Esperia,  Giovanni Moretti, il 12 novembre 1946, nel corso di una riunione dei sindaci della Ciociaria rivelerà che almeno 700 donne erano state stuprate su una popolazione tripla. Ma già un rapporto dei carabinieri del 25 giugno del 1944 inoltrato alla presidenza del Consiglio dei ministri,(3) informava che nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, dal 2 al 5 giugno 1944 (data dell’ingresso degli Alleati a Roma), erano state segnalate 418 violenze sessuali (3 sugli uomini), 29 omicidi, 517 furti: tutto ascrivibile ai soldati marocchini che «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole.

  • Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio.
  • Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame.
  • Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate».

Il 13 settembre 1944 la direzione generale della Sanità Pubblica scriveva al Ministero dell’Interno che erano circa 3.100 donne le donne violentate tra la provincia di Frosinone e quella di Latina (com’era stata ribattezzata Littoria, nome scelto dal fascismo per celebrare se stesso nella fondazione della città).(4) La cifra convenzionale di 20.000 donne stuprate è quella che più si avvicinerebbe alla verità.

Nel 1952 la deputata Maria Maddalena Rossi (Partito comunista) parlerà alla Camera di ben 60.000 atti di violenza nella sola provincia di Frosinone.(5)

Nel 2011 a Castro dei Volsci, nel convegno su “Eroi e vittime del 1944: una memoria rimossa”,  il presidente dell’Associazione nazionale vittime delle “marocchinate”, Emiliano Ciotti, sosterrà: “Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità”.

Per difetto. Pagheranno lo stesso dazio delle donne ciociare altre donne del Lazio e della Toscana, fino a quando, nell’ottobre 1944, gli Alleati otterranno il trasferimento del Corp Expeditionnaire Français in Provenza per liberarsi dei “goumiers” e della loro imbarazzante eredità.  Sarebbero stati ricordati per questo.

Un avvocato della Ciociaria, nato nel 1947, che si è sempre battuto per i diritti delle persone “marocchinate” affinché fossero considerate a tutti gli effetti vittime civili della guerra, ha raccontato di recente che una di esse era la madre. “Ho cercato di tenere nascosta la sua identità perché lei è anziana e malata e anche per evitare speculazioni o false interpretazioni. La mattina del 26 maggio del 1944, quattordici marocchini violentarono lei ed altre sei donne che pregavano nella chiesa della Madonna delle Macchie. Era poco prima di mezzogiorno, il 25 maggio le truppe tedesche erano state viste ripiegare disordinatamente verso nord. Mia madre e le sue amiche erano scese da Pastena, il loro piccolo paese, arrivando sino alla chiesa per pregare; all’improvviso sbucarono 14 marocchini vestiti solo con un lenzuolo bianco e iniziarono lo scempio su quelle disgraziate, ripetuto, brutale, ossessivo, fino a sera. Mia madre venne anche ferita con un coltello e nei giorni successivi stette malissimo, la curarono con acqua e sale, perché non c’era altra medicina disponibile.

Dopo la guerra, Pastena era un villaggio di martiri, ma la dignità e la forza di reazione prevalsero. Quasi tutte le donne vittime dei marocchini si sposarono, mia madre conobbe un costruttore edile di Sperlonga, e lo sposò. Era un uomo straordinario che, come tutti quelli maritati con le donne vittime dei marocchini, non sollevò mai il problema”.

I fatti della Ciociaria, oltre che nel citato “La Ciociara” di De Sica, sono finiti in un altro film. Si tratta di “Indigenes”, presentato nel 2006 al Festival di Cannes dal regista francese di origini algerine Rachid Bouchareb, dove si parla di tre soldati algerini e di un marocchino arruolati dai francesi e mandati a combattere.

I quattro africani sono disegnati come vittime del colonialismo e della storia, ma sullo sfondo e in primo piano ci sono le nefandezze della Ciociaria.(6) In un’intervista riportata dal quotidiano Il Mattino di Napoli, il 10 settembre 1993, lo scrittore Tahar Ben Jelloun aveva già spostato la prospettiva dalla parte dei “goumiers”: “Era soprattutto gente che viveva sulle montagne: pastori, piccoli agricoltori, gente misera. I francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto. I marocchini non erano e non sono degli assatanati sessuali come li descriveva ne “La pelle” Curzio Malaparte. In Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. Come tutti i soldati che hanno vinto qualcosa sono circondati da una retorica sufficientemente banale.

Il generale Juin, nelle sue memorie, non dedicherà neppure una riga di pietà alle vittime civili, alle “marocchinate”. Eppure erano stati proprio i suoi soldati a fare questo, e se lui non aveva autorizzato quel che era accaduto (e va qui ribadito che non c’è alcuna prova storica su questo), è certamente vero che non impartì nessun ordine perché non  accadesse “lo stupro della Ciociaria”. Rimane la sua responsabilità morale, assieme a Guillaume. Ma la Francia, di queste cose, non vuol sentir parlare.

Bibliografia

(1) Il Corps Expeditionnaire Français era formato da quattro divisioni: la Prima divisione della Francia Libera; la Seconda divisione marocchina di fanteria (13.895 uomini, di cui 6.578 europei); Terza divisione algerina di fanteria (16.840 uomini, tra i quali 6.354 non africani); Quarta divisione da montagna marocchina (19.252 uomini; di cui 6.545 europei).

(2) Il testo è stato ricostruito su base testimoniale dall’Associazione nazionale vittime di guerra.

(3)  Archivio centrale dello Stato – Presidenza del consiglio dei ministri, Gab 1944-47, n. 10270, f. 19-10.

(4)  Questi i paesi dove furono segnalati stupri di massa. In  provincia di Frosinone: Esperia, Castro dei Volsci, Vallemaio, Sant’Apollinare, Ausonia, Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, San Giorgio a Liri, Morolo e Sgurgola; in  Provincia di Latina: Lenola, Campodimele, Sabaudia, Spigno Saturnia, Formia, Terracina, San Felice Circeo, Sabaudia, Roccagorga, Priverno, Maenza e Sezze.

(5) Atti parlamentari, 37011, Camera dei deputati, Seduta notturna lunedì 7 aprile 1952.

(6) Anche se l’etnia marocchina fu di gran lunga preponderante, agli stupri di massa parteciparono anche soldati algerini, tunisini e senegalesi, e anche alcuni francesi.

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Cultura

Dentro questo occidente siamo irrimediabilmente condannati

Tutti, più o meno, siamo consapevoli dei drammi ideali, strategici, politici e sociali che, qui, in questo spazio ormai codificato tristemente occidente, ci affliggono.

  • Fine delle ideologie salvifiche e millenariste, sempre prodotte in Europa.
  • anarcoidismo di massa, per la definitiva reductio ad oeconomicum, contro ogni logica ideal-comunitarista;
  • mitologia dei diritti individuali e democrazia parolaia, impossibilitata ad invertire la tendenza all’aumento delle disuguaglianze;
  • fallimento in noi ed intorno a noi di tutti gli storici tentativi di conciliazione tra modernità e tradizione, costretti entro i parametri delle democrazie liberiste;
  • immigrazione incontrollata, perdita d’identità macrocomunitaria e riduzione a consumatori indifferenziati compulsivi nella società medicalizzata, resa maniacalmente letteralista, non nel controllo naturale ma nella deviazione sostitutoria;
  • finanziarismo predatorio neocapitalista, sprezzante di ogni differenza genetica ma potente generatore di quella virtualmente economica nello sfruttamento di ogni disordine, anche ambientale;
  • terminale dominio mondialista, paranoico ed incattivito e conseguenti folli dinamiche neoimperialiste unipolari (U.S.A.) , con rischio sempre più forte di definitivi sconvolgimenti globali (terza guerra mondiale).

A questi macrofenomeni altri non minori e non meno gravidi di conseguenze, ma più specifici sul livello territoriale, come quelli:

  • delle mafie,
  • della montante perdita di controllo statale sul territorio,
  • della fuga dalle civiche responsabilità sia individuali che dei gruppi dirigenti,
  • del generale degrado nella convivenza massiva dovuta ai fattori complessi
  • di perdita di dominio formale,
  • crescente nevrosi,
  • fuga nel particolare, terrore di esporsi, crollo dell’affidamento responsabile, abitudine progressiva all’abbrutimento di cose, ambienti e persone, etc…

Perfezionano un quadro sempre più difficilmente recuperabile, se non a fronte di una reazione di tale portata e di tale gravità, che si giudica, da coloro stessi che la auspicano o potrebbero sostenerla sia idealmente che praticamente, e – crediamo – persino in termini legalisti del tutto giustificabilmente, come una potenzialità in realtà se non remota, ancor più dolorosa (nell’immediato) – e quindi in fondo non augurabile ma forse solo patibile.

Ovvero è ben rischiosamente ipotizzabile, per la diffusa struttura antropologica venutasi a formare in questi ultimi decenni,

  • una reazione logicamente parametrata al dramma che stiamo complessivamente vivendo,
  • con una comprensibile e persino augurabile sospensione di ogni guarentigia formale e messa in discussione di ogni livello teorico e formale e
  • di poi quindi come azione concreta – (la dittatura di diritto romano) – con l’aggravante che ancora molti possono, utilizzando danaro e privilegi (non paradossalmente) montanti nel degrado, tentare di salvaguardarsi, immettendo ulteriormente nel corpo sociale un desiderio di fuga e di privatezza ancora superiore e del tutto negativamente attrattivo.

Ciò che intere sfrattate masse umane stanno già attuando verso di noi, sarà presto, con la pretesa favolistica d’accorciare lunghi percorsi storici, un fattore globalizzato a breve termine, se non interverranno accadimenti politici, sia nelle nazioni che nei continenti, ad invertire il processo.

Ma tali fattori sembrano ancora annunciarsi, al contrario, con la solita logica con la quale si sono quasi sempre manifestati nella storia.

Ricordiamo l’emblematica frase di Palmerston, 1840, ai Comuni: “La Gran Bretagna non ha alleati, amici o nemici eterni ma soltanto interessi permanenti, il perseguimento dei quali costituisce l’unico dovere imprescrittibile per ogni suddito di questa nazione”.

Su di un piano ormai veramente globale violenza, prepotenza, falsità e disinformazione avranno sicuramente agio, in quanto ben più strutturati e più potentemente orchestrati, dei flebili ben razionali richiami ad una ricostruibile verginità stoica ed idealista (equilibri dinamici o convivenze multipolari) e le cose si risolveranno molto probabilmente in una soluzione non indirizzata nel senso di una maggiore giustizia o verità delle cose, ma solo nella direzione programmata dai padroni attuali del mondo, ovvero i mondialisti del neocapitalismo apatride e gli avventurieri del neoimperialismo predatorio, comunque a matrice anglofona, di cui tutti noi siamo attualmente, consapevolmente od inconsapevolmente, volenti o nolenti, servi.

Per di più circuiti da burattinate classi dirigenti nazionali allevate nel distacco se non nell’odio di sé, nello scarto dai doveri, nel disprezzo malcelato dei sacrifici per il bene comune e nella rimozione della paideia del tragico dalla storia, per ben motivato terrore del confronto e dello scontro.

E d’altronde non ci si potrebbe augurare, con troppa disinvoltura, un ritorno al “tragico”, se non per forti élites maturate con ben altri ideali e pratiche di convivenza, quando si può constatare con estrema facilità quanto

  • il facilismo edonistico (che è cosa ben diversa da una sana abitudine al e per il piacere),
  • la diseducazione all’autosacrificio formativo, sia in alto come in basso, per paludati tranquillizzati e per straccioni verbalisti, sia sempre più foriera di una violenza spicciola spesso immediatamente abbietta e futilmente motivata, fuori da ogni (appunto tragica) valenza sistemica… Altri scenari, fuori dal nostro occidente, hanno, almeno, tale vera causale (non giustificazione)…

Dobbiamo quindi sperare nei nemici di costoro con tutto il cuore, ma con la mente priva d’illusione che ci possano sostituire

Perché qui da noi chi si ribella realmente e non solo sul piano astrattamente teorico, e chi dà ed in crescendo darà comunque segno di mettersi, con volontà ed intelligenza, contro questa malefica deriva, è silenziato od eliminato per via diretta od indiretta, senza alcuna pietà, e senza alcun lagno mediatico ed occorrerà un’autentica vis eroica – di cui si vedono purtroppo ben poche (spendibilisprecabili) equazioni personali e di gruppo – per opporsi in crescendo, dai piccoli gesti quotidiani fino ai grandi impegni civici, pur considerando empaticamente ciascuno di questi gesti, non solo sacrosanto ma del tutto ammirevole.

Di contro ogni fenomeno che permetterà alla falsa coscienza:

  • di guadagnare tempo,
  • di rimandare l’inevitabile,
  • di ritardare l’assunzione definitiva di responsabilità,
  • di sperare in improbabili salvezze, salvatori, fedi,
  • di garantirci comunque e purtuttavia una sopravvivenza sempre a rischio e degradata, sarà ancor più subdolamente eterodiretta ed avrà tutto il consenso, sia a livello individuale che di massa, che s’affida in genere, disperatamente, a tali illusioni.

Questo spiega il ricorso, qui da noi, ad una governance, di fatto funzionarista espropriatrice e quindi per nulla simpatetica con l’ormai risibile cantilena democratica…

Ma l’esito dello scontro, qualsiasi cosa noi, a livello individuale o di piccolo gruppo, pur eroicamente, si decidesse e si tentasse, come sarebbe d’altronde giusto, soprattutto se a livello razionale o di pratica di verità, per costoro si rappresenta come scontato, forti dell’inversione della dinamica, ormai persino dai più compresa: dall’oligarchia apatride antisovranista contro le popolazioni autoctone. …

Ancora altra considerazione per chi, come me, ha sempre operato nel campo culturale.

Al di là di ben prevedibili reazioni a questa visione, certo non tranquillizzante od aproblematica, a seconda delle rappresentazioni retorico-ideologiche, paurose o false, uno dei campi maggiormente disastrati dalla violenza dinamica dell’attuale deriva, è proprio quello ove opera il pensiero come dimensione strutturale.

Infatti alla più vagamente allenata capacità d’astrazione corrisponde purtroppo sovente una maggiore e più sofisticata deriva o fuga per la tangente, quasi paragonabile, all’altro estremo dell’arco, ma rapportabile in efficacia, a quella dei motilisti furbastri accaparratori, i senzascrupolo sistematici, i razza padrona… Il vero vulgo di oggi.

Nel guado restano tutti gli altri, l’ancora diffusa tormentata quantità, con l’aggravante della sempre maggiore usura – a fronte dell’informazione comunque confusamente affluente – di facili e patetici alibi. La marcatura intellettuale quindi non ci esime dalla responsabilità, ma ci carica d’ulteriore peso, proprio per la nostra potenzialità di decodifica.

In ogni caso la varietà di reazioni sarà ricca di sorprese e d’incongruenze, essendo la posta in gioco immensa e senza sconti, ed i tempi metteranno forse addirittura in campo progressivamente persino nuove tipologie di ominazione, come si può constatare ormai in molte fasce giovanili ed in tutte le mode falsoribelliste sapientemente manovrate dal mercato (e qui si aprono ancor più i baratri – non solo teorici – delle derive ultraumaniste, quindi non unicamente nel subìto ma anche nel tentato, non nel male ma anche nel bene), sia come processo inarrestabile che come pratica salvifica…

Avanza una speranza quia impossibile est, ovvero nella consumazione residuale definitiva delle partite storiche che altri, prima di noi, hanno giocato sperando di vincere credendo di essere alla fine del lungo ciclo della modernità ed invece hanno manifestamente perso contro la marea inarrestabile della pesanteur,

  • che ha dispiegato tutta la sua immane potenza tamasica,
  • ma che, ormai, proprio dall’indiscutibile imposizione delle verità portate in evidenza, a livello globalisticamente unificato come nell’infinitamente parcellizzato, nella medesima stabilizzazione distruttiva del materialismo realizzato, empiamente inaugura un proprio prossimo ciclo di lunga e dolorosa regressione.

Se ne vedono indiscutibilmente i segni, soprattutto in Europa, ove tutto è nato per la prima volta e tutto per la prima volta è finito e rinasce geneticamente ed ove i così tanto odiati e bistrattati populismi, ognuno con il proprio pesante sacco nero di rimosso, sollevano caoticamente e di necessità irrazionalmente, un carico altrimenti inaffrontabile…

A noi spetta quindi saper vedere e saper attendere, sapere riprendere e saper innovare, certi della nostra fragilità e della nostra immensa responsabilità, soprattutto verso l’“altrimenti inaffrontabile”… Questo vale sia sul piano nazionale che su quello internazionale.

“…credo quia absurdum…”, ma non nell’affidavit confessionale d’Agostino e Tertulliano, valido per l’autoillusione potente, ma in quello poeticamente perso e tragico di Pound, rivisitato con la giusta dose di coraggioso cinismo, dell’ormai poco o nulla da perdere, della bellissima e necessaria lettera agli italiani di Veneziani…

e sì, perché, tutto sommato e detratto, in questo occidente infine residua anche quest’ultima terra centrale, protesa in un grande lago di procurate disgrazie, “la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore” e noi, ormai postumi, e quelli, comunque da noi amatissimi, che verranno ancora dopo e con i quali e per i quali converrà comunque ancora, con questa nostra dolente ma non rinunciataria consapevolezza, fino alla fine in piedi, saper vivere e morire…

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Linguistica

L’estinzione linguistica La perdita di un’esperienza culturale irreparabile

Si calcola che ogni anno muoiano venticinque lingue e di questo passo un po’ meno della metà delle lingue del mondo, circa seimila, entro questo secolo sarà sparita.

L’entità del fenomeno è allarmante ed è da tempo che se ne parla anche nelle sedi ufficiali. Uno dei primi libri sull’argomento fu quello di David Crystal, Language Death (Oxford University Press, 2000), più volte ristampato.

Ma da allora le pubblicazioni in merito si sono moltiplicate ed oggi i linguisti si interrogano sulle conseguenze di questa catastrofe culturale che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

Dopo il bel libro di K. David Harrison, When Languages Die (Oxford America, 2008), che porta un sottotitolo eloquente “The Extinction of the World’s Languages and the Erosion of Human Knowledge” ecco quello, non meno importante, di Claude Hagège, On the Death and Life of Languages (Yale University Press, 2009).

Né si può passare sotto silenzio Investigating Language Death di Peter Karanja, (Lap Lambert Academic, Colonia, 2009) , dedicato ad alcune lingue africane in estinzione.

La lingua è essenziale per la conservazione di una cultura in tutti i suoi aspetti, specie in quelli che non hanno una manifestazione “materiale”.

Quando muore una lingua va perduto un patrimonio di conoscenze inestimabile. “Nomina si pereunt, perit et cognitio rerum”, scriveva il naturalista danese del Settecento, J.C.Fabricius.

Le centinaia di lingue che stanno scomparendo e quelle che sono già scomparse differiscono profondamente fra loro ed ognuna ci consegna una visione diversa del mondo.

Le lingue indoeuropee, come è noto, classificano le parole in base ai generi (maschile, femminile e neutro), che vengono estesi , piuttosto convenzionalmente, agli oggetti del mondo fisico: ad esempio il sole è maschile in italiano e femminile in tedesco.

Ma la maggior parte delle lingue si regola in modo diverso e più consono all’esperienza reale.

La distinzione più comune è quella tra i nomi animati e inanimati, ed animati non sono considerati solo gli esseri viventi, ma anche certi fenomeni naturali come ad esempio il vento, il fuoco, ecc.

Più filosoficamente il tamil (India meridionale) si basa, sulle capacità intellettuali, e distingue nomi “razionali”, che designano ad esempio uomini e dèi, e “non razionali”.

Il quadro di riferimento può cambiare radicalmente ed il numero delle classi aumentare più o meno considerevolmente.

In asmat, uno dei molti idiomi della Nuova Guinea, i nomi vengono distribuiti in cinque classi, definite in base alla posizione dei loro referenti :

  • la prima classe comprende esseri od oggetti eretti (alberi, persone),
  • la seconda fissi (casa, donne),
  • la terza giacenti ,
  • la quarta galleggianti,
  • la quinta volanti.

Qui la pietra di paragone è il mondo naturale ed i fatti dell’esperienza vengono organizzati e interpretarti in relazione ad esso.

Nelle lingue bantu le classi arrivano fino a 24 e rappresentano una sorta di “scienza” implicita nell’espressione linguistica, in base alla quale:

  • gli esseri umani vengono distinti da quelli non umani,
  • i liquidi dai solidi,
  • i manufatti dalle piante, ecc .

Ciò non significa che l’appartenenza ad una determinata classe sia sempre logica e prevedibile.

Il sistema bantu disegna dei comparti, per così dire, “ecologici”, in cui, ad esempio, animali erbivori come la capra stanno insieme con la flora.

Lo stesso accade in Lardil, (una lingua australiana quasi estinta ), dove le specie non vengono distinte come organismi, ma in relazione all’habitat : non si parla di piante o animali, ma di “creature di terra, mare e aria”.

Caratterizzando la grammatica Edward Sapir scriveva:”le lingue differiscono non per quello che possono esprimere, ma per quello che devono”.

Se si chiede ad un parlante del Central Pomo (California settentrionale) come si dice “è piovuto”, risponderà letteralmente “pioggia è caduta”.

Ma questa frase non verrà mai usata in una normale conversazione, in cui si dovrà precisare la fonte dell’informazione.

Perché l’espressione sia accettabile bisogna scegliere tra cinque suffissi che, aggiunte alla forma verbale, indicano se si tratta:

  • di esperienza personale o di sentito dire,
  • se si è visto piovere oppure
  • si sono sentite le gocce sul tetto,
  • se si è trattato di una semplice deduzione (c’era del bagnato) o meno.

Questa casistica ( grammaticale) non è casuale, ma corrisponde a quegli aspetti dell’esperienza che i parlanti hanno espresso ripetutamente, considerandoli più rilevanti di altri.

In alcune lingue salish (America settentrionale) gli aggettivi/pronomi di quantità cambiano a seconda se si riferiscono ad oggetti, ad animali o a persone. Una domanda come “quanti sono?” deve essere formulata in tre modi diversi.

Aspetti del mondo circostante che passano inosservati in alcune lingue diventano centrali in altre.

Quanta di questa informazione si perde con la morte di un idioma?

Ogni lingua è il distillato di un’esperienza collettiva irripetibile, emergente attraverso i secoli o i millenni. ‘E ciò che ne fa un unicum e ne rende irreparabile l’estinzione.

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Letteratura

IL MALE

Il tema del male, che attraversa l’intera storia dell’umanità e ha impegnato i maggiori filosofi, da Platone ad Aristotele, da Plotino e Agostino a Tommaso, per arrivare a Kant, Schopenhauer, Nietzsche e tanti altri, è così complesso nella sua impostazione teorica e così inestricabile nella sua risoluzione pratica, che anche solo per essere abbozzato richiederebbe una capacità e uno spazio argomentativo che qui sono fuori discussione. Una cosa è certa, nel corso del tempo la rigida distinzione tra male e bene, di origine manichea, sembra avere avuto il sopravvento su altre più sfumate e sottili concezioni.

Nella tradizione ebraico cristiana prevale un’interpretazione spirituale che pone come cuore del male l’esclusivo amore di sé e il peccato originale,  due aspetti complementari della violazione del patto con Dio, dando luogo a una visione meno sbrigativa e più aderente alle ambiguità dell’animo umano.

Nella tradizione greca, se si eccettuano le punte della riflessione teoretica, bene e male dipendono in gran parte dal fato, al punto che rimane indecidibile il ruolo dell’uomo che nella tragedia non può che subire, come i personaggi di Shakespeare, «i dardi dell’avversa fortuna».

Per accostarci a questo grande e indecifrato problema, che sembra includere l’esistenza stessa dell’uomo, può essere interessante leggere tre pagine:

una tratta da I promessi sposi  di Alessandro Manzoni,

l’altra dallo Zibaldone  di Giacomo Leopardi

e l’ultima da Bouvard et Pécuchet  di Gustave Flaubert.

Pagine che ritraggono un paesaggio comune, domestico, dove non compaiono uomini, guerre o pestilenze, un mondo naturale che nella sua innocenza sembra portare in sé le cicatrici stesse di ciò che chiamiamo male, sia esso conseguenza dell’agire umano o una nascosta tabe del cosmo.

Nel capitolo XXXIII del capolavoro manzoniano, che inizia con Don Rodrigo che contrae la peste e la morte dell’infido Griso, Renzo lascia il cugino Bortolo che vive nella bergamasca e presso cui aveva trovato lavoro, e si avvia a piedi verso Milano per cercare Lucia. Sulla strada però fa sosta nel suo paese, Lecco, e dopo aver incontrato Don Abbondio, anche lui come Renzo colpito dal male ma sopravvissuto, pensa di rifugiarsi per la notte presso un amico d’infanzia la cui famiglia è stata distrutta dal contagio. Si avvicina alla casa, ma al posto della vigna rigogliosa trova la desolazione, lo spettro di ciò che ha lasciato:

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna – nel luogo di quel poverino -, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone. Ma questo non si curava d’entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po’ di schizzo.

In un passo dello Zibaldone (4175-77),  Leopardi, dopo aver citato uno degli scritti di Voltaire sul tremendo terremoto di Lisbona che fu al centro delle polemiche in tutta Europa e scosse la fede nella provvidenza divina, quando non venne visto come punizione per la conquista americana, osserva che «tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò essendo, come non sì dovrà dire che l’esistere è per se un male?». Il male per lui, a differenza del credente Manzoni che lo attribuisce alla volontà degli uomini privata dalla grazia, ha una portata cosmica:

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Ln luogo della vigna che Renzo vede abbandonata e quasi vilipesa a causa dell’incuria umana, Leopardi ritrae un giardino che a prima vista potrebbe essere l’immagine stessa della bellezza naturale, ma che a uno sguardo attento rivela le infinite crepe e brutture che rimangono celate sotto il velo di una perfetta illusione.

Un’identica rivelazione del male proprio là dove ci si potrebbe attendere la scintillante esuberanza della natura (le infinite nostalgie della vita campestre contrapposta a quella urbana, fin dai tempi di Virgilio) si trova in queste righe di Bouvard et Pécuchet, il romanzo di Gustave Flaubert, quando i due amici assetati di conoscenza:

Vollero fatta una passeggiata per i campi, come una volta, e si spinsero molto lontano, fino a perdersi. Il cielo era increspato da una miriade di nuvolette, il vento faceva ondeggiare le campanelle delle avene, lungo un prato mormorava un ruscello, quando, d’un tratto, un odore fetido li fece fermare; e videro sui sassi, tra i giunchi, la carogna di un cane. Le zampe erano ridotte all’osso. La bocca era un ghigno, e le labbra livide lasciavano scoperte le zanne d’avorio; al posto del ventre c’era un ammasso color terra, che sembrava vivo tanto brulicava d’insetti. Si agitavano sotto il sole,  che bruciava, nel ronzio delle mosche, con quell’odore intollerabile, un odore feroce e divorante.

Certo, il male fisico esiste come problema solo per l’uomo, e solo in relazione alla sua integrità e alle sue aspettative, alla sua innata tendenza a ritenersi al centro dell’universo e a interpretare ogni fatto come espressione di una volontà, di un progetto teologico.

Ma anche in una prospettiva radicalmente laica, dove le cose semplicemente accadono in forza di una catena di cause o dell’arbitrio del caso, resta da spiegare quale mai istinto o furore dissennato spinga l’uomo, unica tra le forme viventi, a sviluppare la coscienza come stadio superiore dell’essere e ciò nonostante a macchiarsi di un’infinità di crimini assurdi, che non hanno neppure la scusante di perseguire un vantaggio qualsiasi, come nel regno animale in cui la violenza è in funzione della sopravvivenza e della procreazione.

La recente dissoluzione della ex Jugoslavia, ha innescato una sorta di massacro collettivo nel cuore dell’Europa, che non solo non ha ottenuto alcun risultato tra quelli sbandierati, ma ha portato comunità altrimenti pacifiche e solidali ad abbandonarsi a un delirante massacro.

Per non parlare del coevo genocidio in Ruanda e di altre distruzioni anche recentissime o ancora in atto.

O forse dobbiamo convenire con i versi di Eugenio Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola

e il falco alto levato.

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Arte

Le Intuizioni parallele: Arte e Scienza, la Sindone nuova ipotesi

Il 6 aprile 2021, si è tenuto un meeting on-line (https://youtu.be/g2i-WlhponI) “Oltre l’apparenza, la Pittura Impercettibile visibile ed invisibile di Veronica Piraccini” a cura di B. Cerro, per cui ho avuto l’invito a discorrere della mia ricerca artistica in un’ excursus della Pittura attraverso l’idea del viaggio.

E’ poi emerso, uno stimolante dialogo tra i partecipanti, tra cui l’intervento dell’ing. M. Gnoffo, che ha esposto in anticipo una sua ipotesi scientifica nata dall’osservazione della Sindone (fig. 1).

Egli, ha individuato nei miei due dipinti “Dall’ impronta di Gesù” (fig. 2) e “Il mio Gesù” (fig. 3) una correlazione stretta tra queste opere Impercettibili visibili ed invisibili e la sua teoria nata da studi sulla Sindone. I due dipinti, sono nati per contatto dalla Sindone di Torino da foto a grandezza naturale, e li ho realizzati a Roma nel mio studio, a mano libera e ad occhio nudo con la speciale Pittura Impercettibile da me inventata.

Egli nel suo intervento, dichiarò che vide in una delle mie due opere, un’energia di luce azzurra sprigionarsi dalle ferite dipinte di blu nella flagellazione, mentre nell’altro “Il mio Gesù” è il corpo che si ricostituisce guarito reso dalle fitte pennellate, e ciò da “forma e corpo” alla sua teoria, verificata tramite misure sul concetto di guarigione in seno alla resurrezione.

Ma prima di addentrarci nella sua ipotesi teorica, che si realizza, anche visivamente nei miei due dipinti nati parallelamente alla sua tesi, senza sapere noi due l’uno dell’altro, si potrebbe riflettere, per un momento come l’arte occidentale senza dubbio, con la nascita di Cristo, abbia cambiato il suo corso, e di come poi l’arte sia stata pervasa da nuova luce, influenzando il pensiero culturale di tutto il mondo.

Infatti, se pur nei primi secoli dopo la morte di Gesù, fino all’editto di Costantino a Milano del 313 d.C., il Salvatore non poteva ancora essere rappresentato se non come Cristogramma quale segni, lettere, pesce, ancora o agnello,  a causa delle persecuzioni religiose che subivano i cristiani, con la sua liberalizzazione di culto, l’umanità trasformò nei due millenni il mondo, in opere d’arte straordinarie, e il Cristo si riverberò in tali e tante soluzioni estetiche, che si aprirono rivoluzionari scenari senza confine, portando il pensiero umano alle più incredibili visioni dell’inimmaginabile.

Se osserviamo il “corpo” nell’arte dei greci, che è nudo e perfetto prendere vita dalla loro sublime statuaria, che chiamerei pre-Cristo, quale dimensione di perfezione immortale, e di come gli Dei siano esseri supremi in corpi assoluti e perfetti quali ideali di bellezza, vediamo che dall’arte nasce un canone puro, carpito dalla ricerca di sintesi nella dimensione eterna della natura nella sua pura dimensione ciclica. Gli Dei creati dall’arte umana Greca sono entità perfette e devono essere presi a modello, studiati e ripetuti.

Successivamente, molto diverso è invece il “corpo nell’arte”, con l’avvento, di circa duemila anni fa del Verbo incarnato a partire dall’annuncio alla Vergine Maria e la nascita del figlio di Dio Gesù.

Qui si che tutto cambia, perché il corpo del figlio di Dio, nato incarnato per virtù di Spirito Santo nella Vergine, e poi morto, e poi ancora risorto glorioso e risplendente, ci indica la vittoria della vita sulla morte avendola, la nostra sorella morte, Egli stesso vissuta, e non, per come gli Dei greci, mai raggiunta.

Gesù infatti passa per la vera sofferenza e morte per il salvamento dell’umanità. L’arte occidentale dunque incarna l’apoteosi del trionfo del corpo. Gesù disse: <<…io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; >> (Gv 25-26).

E’ il nuovo corpo eterno e misterico in spirito e materia.

Fig. 4 RUBENS

Molti gli esempi nell’arte sul tema della resurrezione, come ad esempio il dipinto di Rubens (fig. 4) del Cristo che si erge risorto sollevando la Sindone ad uscire dal sepolcro, Giotto che lo dipinge nella  “Resurrezione e Noli me tangere” in tutta la sua piena fisicità,  Piero della Francesca che pone Gesù con il suo peso corporale uscire dal sepolcro, Beato Angelico nel Gesù contadino con addirittura in spalla la zappa ad indicare l’ortolano seppur in abiti puri e candidi, e  sempre ben evidenziato,  si vede nelle varie pitture dei secoli, come tutti i sepolcri sono spalancati, e dove dall’apertura è stata rimossa la ben evidente pietra ribaltata o ruotata.

L’arte è da sempre strumento di rivelazione dell’invisibile che genera visioni e spesso nasce dall’intuizione come la scienza per le sue scoperte o invenzioni.

Detto ciò, per entrare nel fulcro delle “intuizioni parallele” scaturite autonomamente in seno all’arte e alla scienza, citerò l’ ipotesi teorica esposta da Gnoffo, titolata “Una nuova ipotesi di formazione dell’immagine sindonica per emissione di onde radio e campi elettromagnetici statici:… esperimenti condotti  da alcuni scienziati dimostrano che irraggiando campioni di lino asciutto con onde elettromagnetiche si può ottenere una colorazione simil-sindonica, poiché l’energia di questa luce è sufficiente a modificare la struttura molecolare della cellulosa componente la parte superficiale delle fibrille costituenti l’orditura del tessuto bombardato. Questo il pregevole e notevole risultato. Tuttavia, se andiamo oltre questi esperimenti e questi risultati, si ha evidenza scientifica e matematica che questi sono incompatibili con l’esistenza stessa del telo sindonico, e che il reale fenomeno fisico all’origine dell’immagine sindonica è di tutt’altra natura, soprattutto con certezza non può essere un fenomeno impulsivo e istantaneo. Non alte energie impulsate in un tempo brevissimo, bensì deve essere un fenomeno continuo per un certo tempo finito e a bassissime energie nel campo delle LWF (low waves frequency), onde a bassa frequenza”. Infatti l’autore dice che: “c’è una incompatibilità negli esperimenti degli stessi scienziati con l’esistenza della reliquia, quando questi si collegano al concetto di smaterializzazione promulgato da alcuni divulgatori” e ancora scrive: “I dati estrapolati dalle pubblicazioni dei ricercatori nel 2011, in base ai quali è stata ottenuta sui campioni un’immagine simil-sindonica sono:

– lunghezza d’onda λ = 0,193 μm 

          – intensità totale It ≈ (2000– 4000) MW/cm2

Se con questo identico fenomeno si volesse produrre l’intera immagine simil-sindonica in proporzioni coincidenti con la reale immagine sindonica, considerando una superficie totale approssimativa pari a 1,92 m2, ossia 19.200 cm2, e moltiplicando, otterremmo un’energia pari a 76.800 x 109 J, vale a dire:

– Et = 76,8 TJ al secondo (o comunque per la durata del colpo)

Ricordiamo che abbiamo trasformato la potenza in W, l’energia in J, o meglio, la fluenza in energia totale.

Ora, se ammettiamo la scomparsa (smaterializzazione) di un corpo avente massa di 80 kg in quiete e che questa scomparsa sia la trasformazione nell’energia corrispondente in base alla formula di Einstein, E=mc2, otteniamo un’energia pari a:

– E0 = 7.200.000 TJ

Compatibile con la Et appena determinata solo e soltanto se moltiplichiamo Et per 93.750 secondi (26 ore).

Il fenomeno fisico riprodotto dai ricercatori è dunque incompatibile con l’esistenza della reliquia, in quanto a queste energie e per questa durata temporale, il tessuto si distrugge. Il fenomeno non è pertanto adatto a descrivere, ipotizzare o teorizzare la formazione dell’immagine sindonica… la nuova teoria è semplice; essa si basa sull’ipotesi che la formazione dell’immagine sindonica sia stato un risultato legato a un processo complesso e plurifenomenologico”. L’autore ipotizza, mi sembra di capire, una guarigione di natura diversa da quella di Lazzaro: “non è istantanea, ma si esplica nell’arco di 36/40 ore… la fibrinolisi è un processo che riguarda in modo assoluto un organismo vivente” per questo sul Telo: “appaiono perfetti decalchi dai contorni regolari…”. La trattazione, analizza altri elementi di studio riguardanti tematiche speculative: “L’afflosciamento del lenzuolo sindonico è escluso… Infine non si può addurre a ulteriore conferma della ipotesi radiativa impulsata la sperimentazione sulla bilirubina, poiché le lunghezze d’onda della radiazione ultravioletta non sono uguali, né paragonabili”. A questo punto egli si spinge ad interrogarsi in ambito teologico: “La resurrezione con Corpo Glorioso, perché dovrebbe aver bisogno di una pietra sepolcrale rotolata? … Al mattino della resurrezione Gesù esce dal sepolcro in carne e ossa”.

Nella parte conclusiva della sua disamina scientifica, si approfondisce il parallelismo intuitivo con l’arte:

“Un aspetto particolarmente interessante della teoria è riscontrabile anche nell’arte pittorica. Dal casuale incontro con la Prof.ssa Veronica Piraccini, con la sua arte e con la sua innovativa tecnica, ho potuto notare, da alcuni suoi dipinti, che esiste uno straordinario rapporto tra le nuove ipotesi e le intuizioni inconsce di un artista geniale. Guardando le due opere sulla Sindone più importanti dell’artista, mi colpì subito l’energia che si irradiava, grazie al colore e alla luce UV, da quei segni impressi nella tela. Ma era un’energia di due tipi: luce azzurra e luce rossa, concentrate unicamente nelle ferite e nel sangue, e da queste due energie, si percepiva chiaramente l’origine celata di un’unica grande energia comune che genera dal singolo segno una corporeità. Una corporeità non continua, ma quantizzata e data dai segni (fig. 2). Un secondo dipinto invece, riporta una corporeità e un’energia differente in superfice, ma del tutto identica in profondità. L’artista immagina e intuisce di dare una corporeità infittendo fino allo spasimo le pennellate di colore luminoso. Il quantizzato diviene continuo alla percezione. L’analogia con la teoria della guarigione è immediata: l’energia si è maggiormente irradiata e concentrata in corrispondenza delle innumerevoli ferite, dando l’effetto di delineare una corporeità (fig. 3). Il corpo doveva guarire in fretta, il corpo doveva risorgere all’alba del terzo giorno”.

Pensate, questa idea di luce azzurra e fredda, collimerebbe sia con il mistero del “Fuoco Sacro”, che avviene nelle mani del Patriarca greco-ortodosso il Sabato Santo al Santo Sepolcro in Gerusalemme (per auto combustione si accendono le candele che, per i primi 33 minuti, non bruciano i corpi e le cose), come anche similmente abbiamo quello che è emerso da una scoperta scientifica, che ha rilevato il “Lampo di Luce” verificatosi durante il concepimento.

Un team di ricercatori della Northwestern University di Chicago nel 2016, ha catturato immagini sensazionali, relative a veri e propri “fuochi d’artificio” che si verificano quando uno spermatozoo entra nella cellula uovo, vale a dire nel momento preciso in cui inizia una nuova vita umana. Una curiosa luce quindi è generata, dalle cellule che costruiscono il corpo nel buio profondo e viscerale dell’organismo femminile, nasce una luce innocua ma vitale per la donna: la scintilla di vita.

E dunque, riflettendo, se fosse vero che il Cristo, quando è risorto si sia smaterializzato in luce trapassando la stoffa della Sindone verso l’esterno, così da apparire “afflosciata” (parola mai emersa dai Vangeli, ma indicata da alcuni teologi e studiosi), perché il Cristo avrebbe dovuto aprire il sepolcro, se poteva tranquillamente passarci attraverso? Anzi potremmo anche dire che la pietra spostata sarebbe stato un chiaro indizio di trafugamento del corpo, cosa che infatti avvilì molto i discepoli accusati di questo.

 “O luce eterna, che sola in te sidi,\ Sola t’intendi, e da te intelletta\ Ed intendente te ami ed arridi!” (Dante, Paradiso XXXIII) e noi, poveri e miseri umani, che ci ostiniamo a voler trovare Dio con la scienza a tutti i costi, cercando di spiegare l’inspiegabile… potremo, certo, noi tutti non testimoni dell’evento, domandarci, se l’ipotesi qui descritta possa tentare d’ indicare una nuova direzione verso le tante verità che la Sindone ci segnala? e questa intuizione scientifica, può essere destinata a far discutere, o a destare illuminazione fra gli appassionati e studiosi della Sindone di Torino?

Per come io d’artista vedo, l’impronta di Cristo è d’energia, luce, corpo, sangue e d’infinito amore eterno.

Roma 4-5-2021

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Cultura

Il tesoro di San Daniele del Friuli

All’origine fu Roma. O forse no. Forse lo stesso castello di Zoppola gli riservò silenziose meditazioni tra gli scaffali di una biblioteca antica e privata, legata al nome di una famiglia illustre e potente nella Patria del Friuli e rinomata ben oltre i suoi confini.

La sede avita della famiglia Panciera lo aveva infatti accolto, orfano giovanissimo di padre, poco più che diciottenne, per assicurargli, giovane brillante e capace, propenso alle lettere e ben disposto all’avventura intellettuale, un avvenire meno incerto di quello riservato a coloro che non godevano né di un nome né tantomeno dell’adeguata protezione di un mentore potente e generoso.

Il vecchio cardinale Antonio lo introdusse negli ambienti curiali della grande Città, così solleciti e resi fecondi da tutte le nuove energie che attraversavano quegli anni, in cui i ripetuti concili indetti per sanare le divisioni della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, agevolavano lo spostamento di segretari e abbreviatori, uomini di lettere curiosi, intellettuali che certamente impiegavano le ore vuote da impegni, trascorse nelle abbazie in cui dimoravano durante il cammino, per leggere e trascrivere autori rimasti per secoli sepolti “nelle cieche carceri monastiche” in cui erano tenuti in ostaggio.

Ne parlavano con grande rapimento, si scambiavano carteggi fittissimi e densi di impressioni, accentuati dal piacere della scoperta, dal sottile compiacimento per aver accostato le mani, primi dopo molti secoli, su pergamene ritenute ormai perse per sempre e ora riportate a nuova vita, ripulite da interpretazioni e commentari, finalmente libere di far risplendere la bellezza di un pensiero, quello dei classici, che tornava ad ispirare filosofi e artisti, letterati e poeti.

E’ in questo clima che si forma un giovanissimo Guarnerio, il quale sa evidentemente scegliersi bene i suoi protettori: alla morte del Panciera (1431) viene accolto sotto l’egida del Patriarca di Aquileia Biagio dal Molin, che è anche il titolare della Cancelleria apostolica: un luogo frequentato non soltanto dal fiore della diplomazia europea, ma anche da straordinari copisti, miniatori, amanuensi di altissima professionalità. Probabilmente il Panciera, il prelato che ha condiviso e seguito la sua formazione intellettuale, alla sua morte, gli fa dono di codici rarissimi.

Alcuni Guarnerio se li compra. Fra questi, con ogni probabilità, le splendide bibbie, sia quella atlantica che quella bizantina, preziosissimi esemplari della sua collezione.

E’ in questo ambiente di altissimo livello che il giovanissimo letterato friulano, poco più che ventunenne, comincia ad amare le pergamene, gli inchiostri, i colori sfavillanti e vivaci dei capilettera exaurati. E le parole latine vergate su quelle carte, con la sapienza ad esse sottesa. Sono anni di grandi cambiamenti, anche repentini.

Nel 1434 il pontefice romano Eugenio IV decide di troncare i rapporti con i padri conciliari riuniti a Basilea. Nel 1439 lo troviamo a Firenze, dove partecipa ai lavori con gli emissari della chiesa Bizantina, ormai assediata dai turchi. Mesi di grandi aspettative. E’ probabile che Guarnerio segua i diplomatici pontifici verso nord.

Ci piace pensare che mantenga i contatti con i dotti orientali, iniziando a maneggiare meglio l’alfabeto greco e le chiavi straordinarie di conoscenza che tale lingua, antichissima e di sicuro impatto sulla sua ansia di conoscenza, deve avere esercitato su di lui negli anni più intensi della sua formazione.

Fra il 1435 e il 1445 è dunque di nuovo nel suo Friuli, tra Aquileia e Udine. Abbreviatore della Cancelleria Apostolica. Un titolo prestigiosissimo. Che gli apre le porte degli scriptoria più importanti della Patria.

Negli scriptoria del Capitolo Guarnerio si dedica ad un’attività intensissima. Studia molto, copia moltissimi esemplari, li annota compulsivamente. Faranno parte della sua collezione.

E’ in quegli ambienti che conosce abilissimi copisti di professione, che poi lui stesso chiamerà a sé affinché lo aiutino nell’impresa di arricchire la sua libraria. Fra costoro Niccolò di Lavariano, la cui mano ritorna molto spesso fra le carte dei codici guarneriani.

L’attività culturale, certamente molto intensa, è testimoniata dalle numerose glosse che in questi anni Guarnerio appone, di sua mano, ai testi. L’amore per la sua Terra lo porta ad inseguire reti toponomastiche, riferimenti storici, chiose e digressioni sui luoghi e i personaggi del suo Friuli.

Si mette in mostra, certamente, per acume e febbrile, inesausta sete di conoscenza.

Così, a soli trentacinque anni si guadagna il titolo più prestigioso cui avrebbe mai potuto aspirare: quello di vicario del Patriarca di Aquileia, di cui potrà fregiarsi fino al 1454. L’autorità più alta, sia dal punto di vista giuridico-amministrativo che da quello pastorale. Ma soprattutto, in virtù del ruolo che gli è stato conferito, può giovarsi della celeberrima cancelleria patriarchina, una fra le più grandi officine librarie della Patria, frequentata dai migliori copisti e miniaturisti dell’epoca che così tanto contribuirono ad accrescere il patrimonio librario guarneriano, con gli esemplari più belli, curati ed eleganti dell’intera raccolta, testimoni di quella cultura classica che regalò all’Europa intera il messaggio di un mondo nuovo, in cui l’Uomo riscopriva la sua centralità nell’Universo attraverso la contemplazione della Bellezza, considerata unico e vero specchio della Verità.

Guarnerio spesso si unisce a loro. Si immerge in un lavoro di comparazione filologica estremamente accurato, come testimoniato dalla straordinaria versione del codice Guarneriano 9, che conserva la Storia Universale di San Gerolamo, letta in chiave moderna, come fonte per la riscoperta del Mito e dell’importanza di Roma nelle spire infinite del tempo.

Poi all’improvviso tutto si ferma. E Guarnerio torna ad essere un “semplice” pievano. E’ il 1455. Non è più il vicario che può giovarsi dei migliori “librari” e “scriptores”.

Cos’è mai successo?

Sappiamo che nel 1453 il Nostro Guarnerio riconosce e legittima la giovanissima figlia Pasqua. Nello stesso anno anche l’amico di sempre, Bartolomeo Baldana, fa lo stesso con il proprio figlio, Giovanni. I due, come si è detto, si potranno sposare proprio in virtù di tale atto di agnizione che per un uomo della rilevanza di Guarnerio implica la drastica conclusione di una splendida carriera.

Ma Pasqua, proprio in virtù di tale dichiarazione, limpida e coraggiosissima, potrà ricevere una dote e quindi godere di un matrimonio “onesto”.

L’amore più della conoscenza, secondo quanto recita il meraviglioso passaggio di San Paolo tratto dalla Prima Lettera ai Corinti: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi gioverebbe”.

I manoscritti di questo periodo non sono tra i più belli, da un punto di vista estetico. I copisti non hanno nomi blasonati, perché la ristrettezza economica in cui l’umanista ormai versa non gli consente più di stipendiare i fuoriclasse del periodo precedente: tra questi Niccolino da Zuglio e Niccolò di Iacopo, rettore delle scuole di Gemona dal 1453.

Per lo più studenti e “magistri” di grammatica, i cui scritti devono spesso essere corretti, emendati per mano dello stesso Guarnerio.

E qui sta forse la straordinaria risorsa cui egli ricorre: si inventa la scuola di grammatica, alla quale mette a disposizione i libri della sua prestigiosissima e copiosa raccolta, in cambio di altre copie e trascrizioni. Gli scriptoria si diffondono a San Daniele. La circolazione libraria anche.

Un monito e un esempio che dimostra bene, anche a noi oggi, che viviamo nostro malgrado stagioni di crisi, quanto la capacità di inventare nuove vie per la promozione della cultura e della conoscenza possa essere il migliore fra gli antidoti alla recessione e l’unico, straordinario sprone verso il cambiamento.

Il resto è storia.

Una Biblioteca è paragonabile a un essere vivente, che cresce e si trasforma assumendo via via profili differenziati ma mantenendo sempre la stessa anima.

La sua vita può durare secoli e quindi nel corso del tempo vive di metamorfosi continue, di accrescimenti o di diminuzioni. Di donazioni  e di rapine.

Le note di possesso, le glosse, i diversi inventari di libri compilati nel tempo e conservati gelosamente assieme ai patrimoni che essi stessi descrivono, sono lì a testimoniarci la sua lenta evoluzione.

Il suo affinamento. Ne costituiscono, per così dire, il codice genetico.

Si può affermare che il primo nucleo librario della Guarneriana sia propriamente costituito da alcuni manoscritti provenienti dalla biblioteca del cardinale Antoni Panciera, mentore e protettore del nostro, cui si aggiungono quelle celebri otto commedie di Plauto conservate nel codice 54 e che Guarnerio stesso copiò nel 1436 sottoscrivendole di sua mano alla c. 130r: poco più che ventiseienne, abbreviatore della cancelleria apostolica, si trovava ad Aquileia, nel suo Friuli, rientrato da Roma.

E’ già un chierico già assetato di conoscenza e toccato dalla febbre della bibliofilia.

Nei trent’anni successivi non farà altro che acquistare, copiare o far copiare i codici che costituiranno il meraviglioso patrimonio della sua libraria: rivolgendosi a una fitta rete di amici e conoscenti a Spilimbergo, Udine, Venezia e Firenze.

Attraverso il testamento dettato nel 1466 suggella il trasferimento alla Magnifica Comunità di San Daniele dell’intero patrimonio di codici.

I volumi elencati superano il numero dei 170, organizzati secondo una chiave di inventario che li ripartisce in: ecclesiastici, historici, poete, comici et satiri et alii. Una raccolta dunque che spazia dalle Bibbie ai Padri della Chiesa; da Cesare e Sallustio a Plutarco e Tucidide; da Plauto e Properzio a Ovidio e Giovenale.

Una biblioteca di studio e di ricerca straordinariamente ricca, composita e variegata, almeno quanto lo furono gli interessi e gli appetiti culturali del suo fondatore.

Alla morte di Guarnerio la libraria continua a crescere. I manoscritti vennero dotati di catena, per motivi di sicurezza. Si accedeva a questa cripta del sapere e della conoscenza solamente oltrepassando tre porte dotate di tre chiavi ciascuna, consegnate alla custodia di tre diverse persone, e su esplicito permesso del Consiglio della Comunità, espresso tramite delibera.

Ciò non impedì ovviamente che il patrimonio, per quanto stipato in ambienti poco consoni, umidi e mal areati, crescesse e si ampliasse, non di poco: una cospicua donazione, di una trentina di manoscritti, venne infatti elargita già dal parroco di San Daniele Pietro di Cattaro, nel 1500.

La situazione mutò radicalmente in virtù del testamento stilato il 9 ottobre del 1734 con il quale mons. Giusto Fontanini avrebbe lasciato alla sua morte (avvenuta il 17 aprile del 1736) il suo prestigiosissimo patrimonio librario (ora noto come fondo Fontanini) costituito da più di 2000 edizioni a stampa, incunaboli di grande valore e oltre 100 manoscritti, alcuni dei quali preziosissimi per l’apparato iconografico di disegni e miniature, tra i quali non si possono tacere il celebre Breviarium Ecclesiae Viennensis Galliarum, del secolo XV (ms. 191), il meraviglioso Dante del secolo XIV (ms. 200); il Brunetto Latini del secolo XIV (ms. 238); il Missale Parmense del secolo XV (ms. 269), tutti finemente miniati.

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Storia

La Cancel Culture. Garibaldi, Bonaparte e le identita’ confliggenti

Da qualche anno si assiste, con profonda amarezza, ad una continua denigrazione di illustri personaggi storici.

È un fenomeno che ha caratteristiche mondiali, e va dall’abbattimento in America delle statue  di Cristoforo Colombo alle critiche violente, in Europa, contro importanti personalità del passato.

Tutto ciò procura un senso di smarrimento profondo, in coloro che hanno sempre ammirato le gesta di condottieri ritenuti inegualiabili per la loro grandezza.

Figure come l’imperatore Napoleone Bonaparte ed il generale Giuseppe Garibaldi, famosi in tutto il mondo per le loro gesta, hanno costruito nell’immaginario collettivo dei popoli il senso di appartenenza ad una comunità, ad un popolo, e contemporaneamente incarnano i simboli dell’unità nazionale sia in Francia che in Italia.

Da più parti si è ipotizzata l’esistenza di un disegno unitario che attraverso un unico movimento mondiale, seppure declinato localmente, sta portando avanti con una strategia ben definita questa azione denigratoria e ricostruttiva di una storia altra da quella reale.

Sebbene suggestiva, questa ipotesi appare fortemente azzardata.

Si è dimostrato infatti che molto spesso dietro a questi movimenti di massa si nascondono figure che cercano strumentalmente di manipolare i gruppi, con finalità quasi sempre utilitaristiche di basso livello e profilo, che variano sulla base dei contesti in cui riescono a manifestarsi.

Se nelle premesse questi movimenti appaiono sovrapponibili, le caratteristiche del loro agire sono molto diverse, quando le loro azioni si classificano secondo una prospettiva geografica.

Negli Stati Uniti, infatti, questi movimenti di protesta, presentano maggiori affinità con le barbariche devastazioni di secoli fa, per la brutalità scenica e distruttiva con cui vengono aggredite e abbattute le statue di Cristoforo Colombo.

In Europa invece si presentano come fenomeni essenzialmente denigratori, sostituendo all’aggressione fisica dell’oggetto, una critica radicale al portato culturale che in esso insiste.

Sebbene ciò che accade abbia una dimensione mondiale e presenti macro aspetti simili, quantomeno nell’approccio teorico, in ambito europeo  un disegno unitario sembra da escludersi;  appare improbabile infatti che un movimento unico, contemporaneamente, si dichiari contrario sia a Napoleone che a Garibaldi.

Se entrambi, infatti, presentano elementi comuni come la notorietà internazionale e la grandezza delle loro imprese, troppe sono invece le differenze che li contraddistinguono.

Per contro, un elemento sicuramente accomuna tutti questi movimenti di protesta ed è chiaramente connesso al loro obiettivo di annichilimento del personaggio famoso.

Il loro scopo è evidente.

In  un  romanzo di fantascienza della famosa collana Urania veniva narrato che in una società che tutto distrugge, per diventare famosi e quindi acquisire una “virtuale” immortalità, è sufficiente “uccidere” una celebrità.

È facilmente intuibile che chi “uccide” un personaggio famoso, immediatamente acquisisce una dimensione di notorietà pari o quasi certamente superiore a quella della sua vittima.

L’intero universo mass mediatico nel suo agire non farà altro che amplificare l’accaduto al punto che vittima e carnefice assumeranno, in termini di dimensione comunicativa, la stessa valenza. La narrazione sull’assassino e la sua vittima procederà parallelamente, costruendo un “allure” quasi seduttivo di entrambi, marginalizzando, quasi naturalmente, ogni pensiero critico al riguardo.

Per degli sconosciuti, o anche per dei gruppi oscuri, questa è naturalmente la via più semplice ed efficace per ottenere visibilità e notorietà.

Sono sufficienti poche settimane, a volte qualche telegiornale ed un paio di repliche, perché uno di questi “vandali” o “denigratori” riesca a raggiungere “audience” di ascolto impressionanti.

Questa improvvisa notorietà, simile a quella che raggiungono i vincitori dei reality televisivi, successivamente viene messa a frutto ed  utilizzata per scopi politici e/o commerciali.

Tornando al nostro ragionamento su Francia e Italia, di questo movimento di protesta, decisamente sotto-culturale bisogna evidenziare un aspetto che a molti è sfuggito.

Le contestazioni alla figura di Napoleone sono decisamente meno pericolose, se si considera quanto la Terra dei Gigli sia di fatto una entità nazionale, più che cementata e solida, esistente da secoli.

L’Italia, storicamente, esiste da appena 160 anni; è uno Stato ancora giovane, e questi movimenti potrebbero arrecare danni incisivi che oltrepassano le reali intenzioni della protesta.

Si faccia memoria, a pura indicazione di cronaca, delle bombe ai tralicci in Alto Adige, del “carro armato” portato in piazza San Marco a Venezia dagli indipendentisti veneti, della Padania, o più semplicemente delle infinite microfratture identitarie e culturali esistenti tra territori che insistono lungo tutta la penisola.

E’ quindi fondamentale, per l’Italia intera, che personaggi storicamente illustri, come ad esempio il generale Giuseppe Garibaldi, primo fra molti, non siano solo intoccabili ma è vitale che continuino ad essere parte dell’immaginario collettivo, ragione prima del senso identitario nazionale, e collocati su una sorta di piedistallo ideale.

La società ha bisogno di archetipi e di miti; su ciò costruisce il senso di appartenenza che si sviluppa giorno dopo giorno. La vita di uomini che sono stati un esempio da seguire rafforza, in primis, adesione e riconoscibilità ai valori impersonati dagli eroi, nonché attiverà meccanismi di emulazione che ovviamente non si manifesteranno con spada e  moschetto.

Per i giovani è fondamentale avere degli eroi intesi come modelli a cui ispirarsi.

Per questo motivo, crediamo che la figura di Garibaldi non debba solo rimanere una immagine intoccabile ed austera, ma necessariamente dovrà riacquisire quella tridimensionalità che le restituisca autenticità e quindi ammirazione e valorizzazione.

L’Italia, oltre ad essere una nazione giovane, è anche un paese che nonostante aver donato al mondo ed alla sua storia i canoni della ballezza e dell’arte, purtroppo, al di là del Generale Garibaldi e di qualche altro, non ha un numero significativo di personaggi storici capaci di divenire simboli dell’unità nazionale e quindi raccontare con emozione il suo momento fondativo.

La famiglia Savoia è uscita di scena dopo la seconda guerra mondiale, oltretutto in maniera ignobile,  per avere il Re Vittorio Emanuele III firmato le leggi razziali contro la comunità ebraica.

Cavour è stato una grande mente del  processo unitario nazionale, ma è venuto a mancare precocemente rispetto al periodo Risorgimentale.

Mazzini è stato un grande uomo di pensiero, ma nell’immaginario collettivo risulta distante dagli eventi. Ingiustamente.

Sul novecento, segnato all’inizio del secolo dal fascismo e al termine da tangentopoli, è necessario stendere un velo.

Per cui, il personaggio più rappresentativo e simbolico dell’intero processo di unità nazionale è e rimane Giuseppe Garibaldi, personaggio d’azione ma anche uomo di profondissima umanità; conosciuto in tutto il mondo e apprezzato dai popoli tutti, per i quali mai si risparmiò, dove ci fosse stato da combattere per una giusta causa e per la difesa della libertà.

Tra le forze che cercano di  cavalcare questi moti anti-storici, in Italia spiccano i neoborbonici, che ricollegandosi ai Borbone del regno delle due Sicilie,  hanno reinventato una variopinta storiografia italica in cui si dimentica o si finge di non ricordare che negli Stati preunitari italiani non esisteva la minima libertà, anzi in quei regni la forca era un normale strumento di amministrazione. Si sono capziosamente contrapposte, alle figure simbolo della Repubblica Romana che immaginava il voto alle donne, tragiche figure di briganti che vivevano di saccheggi, stupri e oscuri episodi di cannibalismo.

Non dovrebbe quindi stupire, seppure con una certa malizia interpretativa, che sempre più spesso in occasione di tornate amministrative compaiano liste e aggregazioni che, rifacendosi al Regno delle due Sicilie, cerchino di ottenere un certo numero di consensi finalizzati a qualche scranno politico e amministrativo.

Potrebbe invece far sorridere il buffo tentativo di avanzare la richiesta del processo di beatificazione a favore di un Borbone, celebre più per le fughe e le impiccagioni comminate che per i miracoli compiuti in vita.

Ma si sa, la contemporaneità a volte, goffamente, “inventa i miti, per celar miserie”.

In un periodo storico in cui l’Italia è attraversata da una profonda crisi di valori,  superiore anche a quella economica e sociale , è necessario pertanto non solo preservare le figure simboliche, ma dare lustro anche a tutti quei simboli che rappresentano e testimoniano l’Unità Nazionale, quali il Vittoriano, tempio del Risorgimento, e l’altare della patria con  la tomba del Milite Ignoto ed il Sacrario delle Bandiere.

Dovrebbe quindi palesarsi con immediatezza, la necessità di non sottovalutare le spinte che da questi movimenti arrivano, e che se osservate con attenzione si rivelano vandaliche e denigratorie, ma che impongono delle risposte qualificate e positive, atte a ridefinire la realtà storica per ciò che ha concretamente rappresentato, con le sue luci e le sue ombre.

Permettendoci di riannodare i fili con ciò che il Risorgimento è stato ed ha rappresentato per l’Italia intera, attraverso la sua riscoperta potremo ritrovare quella ispirazione che forse riuscirà a guidarci verso un nuovo risveglio delle coscienze individuali e nazionali.

Quindi, non semplice commemorazione o ricordi di un passato, inteso come somma di avvenimenti slegati, quanto piuttosto un impegno totale, molto coinvolgente, teso a cercare e ritrovare quella continuità che ad esempio al grande statista britannico, Winston Churchill, permise di riuscire in quella che sembrava una impresa disperata, e cioè sconfiggere la Germania nazista di Hitler, ricordando agli Inglesi che nella storia dell’Inghilterra mai il popolo inglese si era piegato alla tirannide.

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Arte

Una prima lettura a “Il Milite Ignoto illustrato al Popolo” di Karl Evver

“…Savinio  si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schliemann,

per il fatto che durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon

le aveva cannoneggiate.  Se l’ira non ancora sopita di Agamennone

non li avesse animati, perché mai quei cannoni

avrebbero sparato su delle rovine in una landa?

I nomi, nonché un destino, sono le cose stesse…”

Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, 1975, Einaudi.

“La scoperta etimologica è una illuminazione.

La scoperta etimologica ci dà l’impressione (o l’illusione)

di toccare con mano la Verità. …

Spenta la curiosità di scoprire le radici,

una maggiore libertà ci rimane per scoperte più importanti” .

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, 1977, Adelphi.

Credo sia non solo giusto ma anche utile che Carlo Fabrizio Carli nella sua “Un’appassionata scelta di pittura”, sincera introduzione all’aureo libretto  “Il Milite Ignoto illustrato al Popolo” di Karl Evver, insista sull’“austerità di linguaggio”– sia dell’-“elaborazione pittorica, che nella scelta dei temi e delle didascalie”.  Forse perché, oggi, nell’orgia dell’antiretorica paredro apparentemente insostituibile della precedente retorica storica, si spera possa tornar utile a legittimamente diradare la nuvolaglia ideologica e la cortina velenosa della dialettica coll’aprire la terra di mezzo tra i due fuochi (troppo spesso, proprio, terra di nessuno) ad un cielo meno plumbeo e mortifero. Ma – al di là della sempre più rara educazione dei rapporti – non credo questa sincerità possa servire a molto se non per spiriti che si siano già autonomamente liberati dall’iprite della fazione e della lettura strumentale (“…vincetossico è il viatico per entrare l’arcano”… diceva Pound, e già il moly – protezione contro la magia maligna di Circe è condizione necessaria ma non sufficiente).  Basterebbe sottoporre il complesso poetico di Evver (inventio e dispositio) a dei lettori meno provveduti d’efficienti maschere antigas e tutto ricadrebbe nell’intossicazione gravida di conseguenti spasimi.  

E questo lo credo non perché non veda quanto il lavoro di Evver sia realmente al di sopra delle miserie dicotomiche, quanto proprio perché non m’illudo che anche il più nobile lavoro non sottostia, volenti o nolenti, al giogo terrificante della pesanteur.  Tu potrai essere anche il più grande degli artisti (persino i sommi ne hanno dolorosamente sofferto) ma dovrai mercanteggiare alquanto – prima con te stesso e poi con altri – per cercare possibilmente d’evitare quei paesaggi di rovine e macerie. Umane od epocali che si rivelino, poi. Che tali restano, anche se tu – od altri –  comprensibilmente, abbiano sopra elevato monumenti. Leggeri o pesanti, archetipi o stereotipi, che siano. Persino il Vittoriano, tanto discusso in passato, oggi può essere riguardato con altri occhi, liberati dalle spesse lenti che coprivano (e proteggevano?)…

Per questo i furbi – coloro che sempre e comunque e dovunque arraffano (al modo de Montherlant) – si dilatano in astrattezze fascinose e si restringono in dialoghi ammiccanti, senza neanche far finta d’assumersi il carico di quel portato storico (ma eventualmente solo di beceri ed impegnati déjà-vu) leggeri come falsi angeli di plastica, come palloncini egoici gonfiati ad autostima.  Ed a mercanti. Perché è vero che Evver è realmente sopra quelle miserie dicotomiche, ma non fugge le rovine e le macerie. Lui le sorvola, le attraversa, le rilegge con la telecamera di un drone che tutto vede e nulla perde col suo occhio di falco.

Allora sarà già più facile intuire quanto il suo “minimalismo” (titolo oggi – in troppi contesti – ambiguo se non azzardato perché in genere privo dell’unico rivelante riscontro dialettico tra essenzialità ed impoverimento) sia una costante di penetrazione più che una via di fuga – sempre contrato poi da un discernimento poetico-filosofico allusivo e tangenziale ma profondamente significante –  e dia comunque, qui, il senso d’una compiutezza che il bianco di moda (il “minimizzato”), troppo spesso o quasi sempre, lascia sconsolatamente irrisolto, per difetto più di visione (di cuore, di sangue) che di stile di facciata (prevedibilmente racchio ed ancor più convintamente posatore).

Dobbiamo essere grati ad Evver per il suo coraggio, ch’è coraggio d’artista persino prima che coraggio d’uomo, per averci donato ancora un sogno lieve ma pervasivo d’una Patria perduta, ma, per noi che crediamo fermamente nel più d’uno, ancora vitale, qualsiasi siano i suoi futuri, temuti od auspicabili.

Egli, come un buon padre che tutto sacrifica al dovere di testimonianza, legato docilmente ai suoi parenti ma prodigo del seme senza iattanza e senza boria, ci tende la mano – un’ultima volta – dalla linea del fronte, per ricordarci ancora quanto si possa essere solidali, puliti, generosi.   E non arresi.

Il Milite Ignoto illustrato al Popolo.   

Un mito portato in pittura.

(La vita di un uomo dalla madre alla morte in 14 stazioni dipinte da Karl Evver)

testo critico di Carlo Fabrizio Carli, catalogo di mostra, edito da “la Casa del Calicanto”, 2018, Euro 12.

INDICE:

Un’appassionata scelta di pittura, di Carlo Fabrizio Carli.

Elenco delle stazioni.

Vox Populo.

Il Milite Ignoto illustrato al Popolo.

Perché.

Cenni biografici.

………

Karl Evver, Piacenza, debutta nel 1987 con una personale: Forme e reliquie dell’urlo. Nel 1999: Le Fenici Romane; nel 2004: Armani, la Morte, la Moda; nel 2006: Pan è vivo!; nel 2008, mostra fotografica: Vita di Euclide; nel 2012: Il lumen e i phantasmàta; nel 2014: Bacchus Bimater. Nella primavera del 2015 la Bocconi di Milano ospita quello che è a tutt’oggi il ciclo più radicale tra tutte le sperimentazioni fotografiche dell’artista: Diogenis Laertii Vitis ac Moribus Addenda. Ed a piccola consacrazione del suo lungo e difficoltosissimo percorso cognitivo e creativo, l’Accademia di Brera gli dedica, l’anno successivo una delle lezioni del seminario Voci del nostro tempo. Nel 2013 Evver ha fondato la rivista Eròtema, punto di riferimento non secondario per quella parte del pensiero contemporaneo che si ispira al cosiddetto Canone Occidentale. Recente la mostra “Il Milite Ignoto illustrato al popolo”.

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Storia

PRAGA 1968

«Karl Marx e la Terza internazionale» era il titolo della sua tesi di laurea, che non avrebbe mai discusso alla Facoltà di filosofia dell’Universitas Carolina di Praga.

Per tenere viva la fiammella della libertà aveva deciso di darsi fuoco, e la sua ultima lettera era stata firmata così: “la torcia numero 1”.

Altri studenti, come il ventunenne Jan Palach, si erano infatti legati in un patto d’onore per un gesto estremo di disperazione, l’urlo di dignità della Cecoslovacchia schiacciata, nel tentativo di trovare la via che conduceva a un socialismo dal volto umano, così come erano stati schiacciati dai cingoli dei panzer del Patto di Varsavia inviati da Mosca i dimostranti che dalla primavera di Praga ai giorni d’agosto avevano reclamato libertà e giustizia.

Altri sette studenti, come Jan Palach, si sarebbero bruciati vivi, anche se le loro storie e i loro nomi non avrebbero avuto la stessa forza impattante nell’immaginario collettivo, e che le strettissime maglie della censura comunista non avrebbero neppure fatto filtrare in direzione del mondo libero. Palach l’aveva scritto chiaramente e queste parole divennero dopo la sua morte una sorta di sinistro manifesto: «I nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, e pertanto abbiamo deciso di protestare e scuotere in tal modo le coscienze. Il nostro gruppo è costituito da volontari pronti a darsi fuoco per la nostra causa. Ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, quindi spetta a me scrivere la prima lettera».

Il 16 gennaio 1969 Palach aveva tolto dalla tasca quella lettera, l’aveva messa a terra abbastanza lontano da lui in modo che non potesse danneggiarsi, poi si era cosparso di benzina e aveva acceso il fiammifero che lo avrebbe trasformato in torcia umana a piazza San Venceslao. Sarebbe spirato dopo tre giorni di una tremenda agonia, in un letto di ospedale, devastato dalle ustioni. La commozione del mondo non avrebbe trasformato la situazione nella quale si dibatteva la Cecoslovacchia, né avrebbe allentato la stretta repressiva ordinata da Mosca nel nome dell’ortodossia comunista.

Era iniziato tutto appena cinquanta anni fa: nulla, per il metronomo della storia.

Nei primi otto mesi del 1968 si consumava l’esperienza unica della Cecoslovacchia, da venti anni con il Partito comunista al potere, dopo che alla fine del secondo conflitto mondiale era stata ripristinata la repubblica e, con essa, la democrazia.

Era durato poco. Lo diceva già Bismarck che chi teneva la Boemia teneva l’Europa e Stalin non aveva mai nascosto le sue mire sulla ricca nazione mitteleuropea, l’unica democrazia liberale tra le due guerre mondiali e l’unico Paese che era riuscito a rimanere al di fuori di quello che sarebbe stato il blocco sovietico. Nel 1948 il colpo vibrato dall’interno era andato a segno e di lì a poco anche Praga sarebbe stata allineata con Mosca, sotto il segno della stella rossa e degli ordini provenienti dal Cremlino. Aveva dovuto farlo partecipando all’invasione della ribelle Ungheria nel 1956, piegata col ferro e col fuoco.

Ma sotto la cenere covava ancora l’anelito alla perduta libertà, seppure sotto forma di una ricerca originale di un socialismo che non soffocasse ogni aspirazione dell’individuo. Il 3 gennaio 1968, la ripresa dei lavori del Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco aveva segnato lo scontro tra i conservatori  legati all’Urss di Leonid Brežnev, guidati dal segretario del Pcc Novotný, e il gruppo dei riformisti nei quali militavano Dubček, Oldrik, Cernik, Smrkovsky e Mlynar, capifila di una riforma dell’economia e della progressiva separazione del ruolo e del potere del partito dagli organismi istituzionali e dal governo. Appena due giorni dopo, a causa della forte contrapposizione, che non poteva più sostenere, Novotný si dimette dalla carica di segretario. Gli succede  proprio Alexander Dubček.

Il 21 marzo Novotný è costretto a dimettersi anche dalla carica di presidente della Repubblica. Viene indicato come suo successore Ludvík Svoboda: il suo nome, in ceco, significa libertà. Nomen omen.

Il ricambio ai vertici va a ristrutturare profondamente l’assetto e le idee del Partito comunista, tanto che il 5 aprile il Comitato centrale vara il “Programma d’azione” elaborato dal gruppo dei riformisti. Una profonda ventata di novità attraversa non solo la società cecoslovacca, ma anche la costruzione politica voluta dal Pcus. In Occidente, dove probabilmente è stato fatto tesoro degli errori di valutazione con Budapest 1956, le sinistre guardano con meno diffidenza a quanto sta accadendo a Praga. Il segretario del Pci Luigi Longo, che si è recato in Cecoslovacchia in visita ufficiale, con tutte le cautele del caso non ha nascosto le sue simpatie nei confronti della riforma. Mosca, invece, non ha nessuna simpatia, e figurarsi se possa avere tolleranza.

Leonid Brežnev ha fatto annunciare che a giugno si terranno le manovre militari delle truppe del Patto di Varsavia, caso strano, proprio in Cecoslovacchia. Nello stesso mese vede la luce il “Manifesto delle 2000 parole”, a cura dello scrittore Ludvik Vasulik. L’intelligencija cecoslovacca aderisce a quel manifesto con vivo entusiasmo, dettato dalla condivisione e dalla speranza che il sistema si possa ridisegnare dall’interno. In migliaia sottoscrivono il documento, persino i campioni dello sport oltre agli artisti, agli scrittori, agli intellettuali.

Le aspirazioni a una svolta dovrebbero cogliere un altro segnale molto preoccupante che arriva da Mosca il 7 luglio, sotto forma di un articolo della “Pravda” chiaramente indirizzato al governo e al popolo cecoslovacco (e, nello stesso tempo, alla Jugoslavia e alla Romania) che mette in guardia dall’insistere su tentativi “deviazionisti”. La dose viene rincarata ad arte dalla stampa della Ddr, dove si calcano i toni sul “rischio imperialista” e sulla “controrivoluzione rampante” dei fatti di Praga. Segnali eloquenti che qualcosa sta per accadere e che la via che conduce al socialismo dal volto umano sta invece conducendo verso la reazione brutale del Cremlino. Il 19 agosto il presidente Dubček si vede recapitare una lettera di Brežnev, che si mostra profondamente “insoddisfatto” per ciò che sta accadendo nel suo Paese. Un eufemismo.

La decisione è già stata presa e quella lettera non ha alcun significato pratico, se non quello di lasciar intravedere ciò che potrebbe accadere. E che puntualmente accade, in quell’estate calda.

Alle 23 del 20 agosto truppe corazzate, meccanizzate e fanteria di Urss, Polonia, Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria e Bulgaria, già ammassate ai confini, invadono la Cecoslovacchia.

Il Pcc di Alexander Dubček riunisce d’urgenza, nella gigantesca fabbrica di locomotori ČKD alla periferia di Praga, il XIV congresso: lo scopo è quello di approvare integralmente il Programma d’azione pubblicato in aprile, prima che sia troppo tardi. Ma forse è già tardi. Quello è l’ultimo atto d’indipendenza, che per i sovietici suona invece come l’ultimo atto di ribellione. Pochi giorni dopo Dubček e gli altri esponenti del governo vengono portati a Mosca e qui sono costretti ad accettare la presenza sul territorio cecoslovacco di eserciti di “liberazione” dalla controrivoluzione e a rinunciare alle riforme “sovversive”. Appartengono alla storia e all’immaginario collettivo le sequenze video e fotografiche in cui l’intero popolo si oppone disarmato ai T34 sovietici che disintegrano il pavé dell’antica capitale dei re di Boemia, della gente semplice che chiede a soldati ignari spediti lì dal sistema comunista perché li stiano opprimendo: ai militari, ragazzi spaesati che provengono da diverse nazioni, hanno detto che devono intervenire per “salvare” il popolo-fratello  cecoslovacco. Hanno fatto la storia gli scatti del fotografo cecoslovacco Pavel Sticha, dello svedese Sune Jonsshon e degli italiani Carlo Leidi e Alfonso Modonesi, peraltro accorpati in una bella mostra all’Istituto italiano di cultura, voluta dal direttore Giovanni Sciola e dall’ambasciatore Aldo Amati. Immagini che parlano del dramma di un popolo che rivendicava pacificamente il diritto a esistere e a scegliere il suo destino. Radio Praga, in quella che forse è l’ultima comunicazione libera diffusa nell’etere proprio in lingua italiana, esorta con voce disperata e commossa a non credere alla versione strumentale diffusa dalla controinformazione sovietica e a quella che sarà data dal regime a quegli avvenimenti. Il mondo assiste, e non può fare altrimenti.

La normalizzazione sovietica sarà progressiva e implacabile.

Il 28 ottobre 1968 ricorre il cinquantesimo anniversario della nascita della Cecoslovacchia. È festa nazionale. Spontaneamente alcune centinaia di giovani, quasi tutti studenti, si ritrovano nelle strade della capitale, il loro numero cresce, e la manifestazione ingrossa fino a diventare un corteo che, con tante bandiere nazionali, si mette in marcia verso la sede dell’Ambasciata dell’Urss.  La Polizia non può che intervenire con le squadre antisommossa, ma ormai in strada sono scesi decine di migliaia di dimostranti. Si ritrovano come a un segnale tacito lungo la via Narodni, dove sorge il Teatro Nazionale, uno dei simboli identitari più forti. Il teatro ospita la rappresentazione di un’opera in onore del presidente Svoboda, quello che ha il nome “libertà”. La folla sembra un corpo unico. E scandisce ossessivamente quella parola: «Svo-bo-da! Svo-bo-da!». La Polizia non può fare nulla per arginare quella marea umana. Quando il presidente appare all’esterno, l’applauso che lo accoglie ha il fragore di un terremoto. Poi, a un tratto, da dentro il teatro l’orchestra attacca l’inno nazionale, e allora tutti all’improvviso tacciono. Il silenzio è irreale, con quella musica che serpeggia tra i corpi e nei cuori. Alla fine del brano un altro spontaneo applauso fa vibrare la via Narodni. Stavolta è davvero finita. Lo smantellamento dell’esperienza della primavera di Praga e del socialismo dal volto umano sarà sistematica. La Cecoslovacchia si appresta a diventare il Paese grigio dell’immaginario collettivo e delle spie della guerra fredda. Passeranno appena pochi mesi e si leverà, con le fiamme, col fumo e con l’acre odore della carne bruciata, l’urlo silenzioso e disperato di Jan Palach.

Nel marzo 1970 al cimitero di Praga viene posta una fotografia su una tomba protetta da un velo di cellophane, poi anche una lapide in bronzo con un nome, Jan Palach, e due date: quella di nascita e quella di morte. È, quello, il luogo di un continuo pellegrinaggio con la deposizione di fiori. Troppo imbarazzante per il regime. Una notte la Polizia comunista cecoslovacca interviene e rimuove non solo quella tomba, ma anche quelle vicine per renderne impossibile l’identificazione. Il 17 aprile Dubček viene destituito e sostituito da Gustav Husák. Dell’esperienza riformista non resta più nulla, neppure la speranza.

Nel 2018 ricorrono i cento anni dalla fondazione della Cecoslovacchia e i cinquanta dalla Primavera di Praga e dalla sua brutale repressione. La Cecoslovacchia non esiste più da meno di venti anni: dopo la caduta del Muro di Berlino, la rivoluzione di velluto voluta dall’intellettuale e oppositore Vaclav Havel ha restituito libertà e indipendenza al Paese,creato dalle ceneri dell’Impero austro-ungarico dai Padri della Patria Edvard Beneš e Tomaš Garrigue Masaryk. Poi, con un’ennesima prova di civiltà, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono pacificamente separati per ritrovarsi subito dopo nell’Unione Europea come entità distinte ma non distanti, e non solo per contiguità geografica.