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Filosofia

Cosa significa “Zero” e “Infinito”?

Forme di Ateismo nella Scienza. Lo zero inteso come il nulla, deriva nichilista della nostra civiltà.

Lo zero inteso come il nulla è un semplice frutto della perversa radice atea, ambientata a meraviglia nella nostra civiltà, frutto di pura fantasia, dal momento che non ha riscontro alcuno nell’Universo.

Il forzato tentativo di attribuire lo stesso concetto di nullità alla civiltà Maya –per pure esigenze giustificative– è inequivocabilmente smentito dal codice di Dresda: il numero 364 (4 giorni kin, 1 anno armonico tun da 360 giorni) presenta un delizioso guscio vuoto di chiocciola per indicare l’assenza di mesi uinal da 20 giorni (fig. 1), mentre il numero 728, doppio di 364, (8 giorni kin, 2 anni armonici tun da 720 giorni) offre un affascinante guscio vuoto “gemellare”, a suggerire una doppia assenza di uinal (fig. 2): un guscio “raddoppiato” non si adatta a rappresentare la nostra moltiplicazione 2×0 = 0; fa scartare decisamente il concetto di nullità.

I Maya usavano semi, gusci e talvolta germogli per indicare l’assenza dei vari ordini, sicché il loro zero può essere definito acifra, come suggerito da un brillante matematico nel 2004 (C. Giannantoni).

Un discorso analogo vale per tutte le civiltà andine fino agli Incas: la mancanza di nodi in un quipus è semplicemente indicativa di una assenza di ordini decimali. Non rimane che rivolgersi all’India, la patria dello zero; qui il nulla si riveste di una insospettabile caratteristica spiccatamente generativa: lo zero sunya ha una lunga serie di attributi quali:

  • cielo,
  • spazio,
  • volta celeste,
  • atmosfera fino a piede di Vishnu.

Forse vale la pena tenere presente che Vishnu, la seconda persona della Trimurti, presiede la sostanza umida portando con i suoi passi la vita nell’universo in espansione; alla fine di ogni ciclo cosmico i suoi piedi vengono massaggiati dalla consorte Lakshmi, prima di iniziare un nuovo cammino latore di vita, secondo la nota teoria indù della successione di cicli cosmici.

Proprio il concetto di zero generativo, particolarmente legato al piede di Vishnu, fa affermare nel Vâsavadattâ: “le stelle splendevano come punti zero sparsi nel cielo”.

E in occidente?

Fibonacci introduce lo zero indiano per semplificare notevolmente i calcoli, rendendo spettacolarmente chiari i pareggi di bilancio negli esercizi commerciali, ma ha una tale considerazione della nullità che la successione che porta il suo nome (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, …) non ne contempla la presenza!

Il numero 1, simbolo per eccellenza della divinità, viene sapientemente ripetuto per sottolineare con forza l’unicità di ogni essere vivente, perfetto riflesso della divinità stessa.

Tuttavia l’ateistico nulla ha esercitato un allarmante fascino, crescente nei secoli, sulle menti più brillanti dell’occidente. Basti pensare a Shakespeare che ha trattato lo stesso tema, sia pure da punti di vista diversi, in tre sue opere (Macbeth, Amleto e King Lear).

Preferiamo però soffermarci sulla composizione 4’ 33” di John Cage del 1952. Qui l’autore, volendo realizzare l’equivalente musicale della temperatura zero assoluto (che vedrebbe l’annullarsi di qualsiasi oscillazione in una sorta di “paralisi cristallina”) costringe un elegante concertista (fig. 3), immobile su uno sgabello, a non suonare un bellissimo pianoforte a coda per i tre movimenti, completamente privi di note, della durata complessiva di quattro minuti e trentatré secondi.

La contraddizione nella quale cade irrimediabilmente Cage consiste nel fatto che l’assenza di note dal pianoforte non garantisce affatto il silenzio assoluto: rimane un sottofondo incancellabile, quello connesso al respiro dei presenti, caratterizzato da ritmi tipicamente musicali. Involontariamente Cage, con la sua composizione, mostra la reale impossibilità di raggiungere la temperatura zero assoluto, anticipando in modo ingenuo le meraviglie svelate, appena qualche anno fa, dalle sonde Cobe e Planck.

Sì! Nei suoi più bui recessi l’Universo presenta un “andirivieni” di fotoni –in tutte le direzioni e con le frequenze tipiche delle microonde– che incoraggia ad escludere decisamente una stasi da zero assoluto.

I dati rilevati, riportati in figura 4 come quadratini, disegnano alla perfezione una curva che corrisponde allo spettro di emissione di un corpo nero avente una temperatura di 2,7 K. La spettacolare perfezione della curva indusse molti, nella conferenza di presentazione dei risultati Cobe, ad esclamare: “Sembra proprio disegnata da Dio!”.

Le potenze specifiche in gioco sono correlabili ad una “massiva” presenza di 410 fotoni per centimetro cubo, disposti come in un delicatissimo ricamo a filet, quello che fa dire al salmista: “Fece della tenebra un velo!” (Salmo 18,12).

Dunque il fotone, vale a dire la luce, “riempie lo spazio intermedio in modo che l’insieme resti saldamente connesso in tutte le sue parti”, secondo la visione platonica (Simposio 202, e, 6-7) e questo diffuso sistema ondulatorio, musicale, scientificamente chiamato radiazione di fondo, è la prova più evidente del Big Bang o, molto più semplicemente, la permanente, inassorbibile eco del grido divino primordiale: “Fiat lux!”.

Abbiamo parlato, non a caso, di “andirivieni” di fotoni; ora, se l’aspetto centrifugo è facilmente intuibile, quello centripeto pone l’interrogativo:

“Ma da cosa sono riflessi, invitati a tornare indietro i fotoni?”.

L’Idrogeno ha una temperatura di fusione pari a 14 K, quindi a 2,7 K si trova certamente allo stato solido; l’Idrogeno è anche l’elemento più leggero, quindi quello “scagliato” più lontano. Emerge il quadro chiaro di un Universo che si autodelimita con un guscio di Idrogeno solido: è l’Uovo del Mondo dei greci e dell’alchimia, la sfera di cristallo (fig. 5) sorretta nella mano sinistra dal Redentore in tante opere d’arte!

E non si tratta di un guscio rigido e statico, dal momento che deve agilmente adattarsi a una continua espansione; ha una sua corrente, come quella di un fiume che “rifluisce su se stesso”, senza foce come Oceano (Iliade XVIII, 399).

Allora perché svilire l’intera cultura greca, attribuendo ad Oceano il riduttivo compito di delimitare le terre emerse, quando lo stesso “fiume” impegna “l’ultimo giro del solido scudo” di Achille (Iliade XVIII, 607), contenendo inequivocabilmente al suo interno “terra, cielo, mare, sole, luna e costellazioni”? (Iliade XVIII, 483-487).

Lo stesso concetto è impareggiabilmente esposto nel mosaico del catino absidale di sant’Apollinare in Classe a Ravenna (fig. 6). La più concettuale Trasfigurazione, così classificabile per la presenza contemporanea di Mosè ed Elia, mostra la sfera dell’Universo “solidamente” circoscritta e pervasa dalla Croce.

Vi sono definiti inequivocabilmente un “interno” ed un “esterno”, didatticamente esplicitati in un livello “inferiore” e uno “superiore”, per simboleggiare l’immanenza (il verde con le sparute pecore Pietro, Giacomo e Giovanni) e la trascendenza (l’inossidabile oro con la potente Mano, Mosè ed Elia).

Lo spazio ed il tempo –creati insieme secondo la visione agostiniana– sono concausa delle “diverse” combinazioni nell’Universo, richiamate dalla presenza ai capocroce di A e W, la prima e l’ultima lettera greche, simboli dell’intero alfabeto, quindi delle “diverse” parole–combinazioni. Spazio e tempo sono artisticamente i bracci verticale ed orizzontale della Croce che, con grandissima coerenza logica, non sovrastano il guscio solido.

  • Infatti come potremmo parlare di “diverse” combinazioni per qualcosa che, sia pure in continuo movimento, rimane sempre simile a se stessa, sempre Idrogeno allo stato solido?
  • E che dire di noi?
  • Deve aumentare considerevolmente l’autostima quando tardiamo a dimostrare scientificamente la “oscura” presenza di un guscio così solidamente strutturato?

E veniamo all’infinito, matematicamente definito nel 628 da Brahmagupta come l’inverso dello zero nullo. Si rivela un’altra fantastica assurdità, non trovando alcun riscontro nel creato.

L’Universo, per poter generare la vita, ha bisogno di miliardi di anni e le sue indiscutibili dimensioni sono di miliardi di anni luce.

Per qualcuno sono dimensioni da sgomento; per Qualcuno sono le dimensioni di una graziosa sfera da tenere amorevolmente nella mano sinistra; ad ogni modo non sono certamente riconducibili al concetto di infinito, sicché la storiella dell’albergo infinito, del massimo matematico del secolo scorso, può essere tranquillamente considerata una favola, peraltro assai poco divertente, destinata agli ingenui patentati, dal momento che l’intero Universo è incapace di ospitare un simile mostro.

Certamente un Universo infinito, anche se  esclusivamente mentale, avrebbe fatto sorridere Aristotele per i suoi infiniti centri e le sue infinite sfere!

Un atteggiamento molto concreto e costruttivo nei confronti dell’innaturale infinito è facilmente riscontrabile in Fluidodinamica: quando l’applicazione di una teoria genera un infinito nelle velocità, accelerazioni o spazi si cerca semplicemente una teoria più aderente alla realtà, sempre verificabile sperimentalmente.

Purtroppo un atteggiamento così saggio è stato inspiegabilmente abbandonato in altri ambiti della Fisica.

Ma chi ha introdotto, sia pure in modo latente, l’assurdo infinito?

Il quinto postulato inchioda Euclide (fig. 7c) a questa scomoda responsabilità. “Per un punto esterno ad una retta passa una e una sola retta parallela”.

  • Già! Ma da dove vengono e dove vanno le due rette, procedendo sempre in modo così monotono e innaturale?
  • E, soprattutto, dove trovare due rette siffatte se le traiettorie di tutti i corpi celesti sono curve?

Dopo due millenni di incantata, acritica accettazione la rimozione del quinto postulato ha consentito la fioritura delle geometrie non euclidee a partire da Riemann (fig. 7a) e Lobachevsky (fig. 7b); dunque il quinto postulato di Euclide si è rivelato soggettivo, “non in grado di riprodurre il mondo reale”.

E prima di Euclide?

Tutte le civiltà andine e mesoamericane precolombiane e, prima ancora, le civiltà mediterranee nuragica ed egizia aborrivano tanto lo zero e l’infinito che si mettevano a equidistanza di diffidenza da entrambi, facendo uso di scale esponenziali.

Laddove noi ingenuamente procediamo in modo lineare (…, -2, -1, 0, 1, 2, …), le grandi civiltà ricorrono sapientemente a passi esponenziali (…, 1/100, 1/10, 1, 10, 100, …), in grande armonia con la natura, sicché l’origine di un sistema di riferimento piano non ha più le inconsistenti coordinate (0,0), bensì quelle dense di significato (1,1).

 

Sistemando questa origine unitaria al centro del disco di Imenmes (fig. 8), usando scale esponenziali per le due coordinate polari (angolo e raggio), si schiudono affascinanti orizzonti matematici, perfettamente armonizzati con la natura.

Semplici funzioni sono in grado di seguire lo sviluppo di organismi viventi (fig. 9); quattro incantevoli circonferenze sono rappresentative delle funzioni seno e coseno (fig. 10); mancano però le nostre ripetizioni che tengono conto della periodicità!

Inutili?

Non del tutto se le considerassimo indicative della nostra gratuita violenza:

Infatti, perché abbiamo forzato la “apertura” dell’angolo giro, una entità per definizione chiusa su se stessa?

Il fascino di queste quattro circonferenze è stato tale che ci ha portati a realizzare il regolo di Imenmes (fig. 11), utile per il calcolo delle funzioni seno e coseno. (Per eventuali approfondimenti usare il link http://iisvoltapescara.gov.it/sites/default/files/file/egynur.pdf).

E il famoso quinto postulato?

Diventa: “Tutte le rette nascono dalla stessa origine che, in uno spazio sferico, ha le coordinate (1,1,1)”. La portata universale di questo postulato, chiamiamolo così egizio-nuragico, è perfettamente evidente: si tratta di un postulato oggettivo!

 

  • E se ci avvicinassimo alla relatività con uno spirito libero da pregiudizi, con grande rispetto ma senza timori reverenziali –alla Riemann o Lobachevsky per intenderci– cosa succederebbe?
  • Nascerebbero diverse relatività non einsteiniane o qualcos’altro?

L’argomento è talmente stimolante ma non può essere affrontato in questa sede.

Definizioni

Il Kin

L’anno Maya ha un’unità base chiamata Kin, una parola che significa giorno, sole, ecc. Il calendario Tzolkin ha un ciclo di mesi di 20 giorni con un ciclo numerico di 13 giorni.

  L’uinal

L’anno Maya è diviso in 19 mesi, chiamati Uinal, ognuno ha un nome e un glifo corrispondente. Di questi mesi, i primi diciotto hanno venti giorni e l’ultimo, chiamato Uayeb, ne ha solo cinque. I giorni in un mese sono numerati da 0 a 19 con l’eccezione di Uayeb, numerato da 0 a 4.

 I numeri

Per scrivere le loro date, i Maya usavano sia il glifo corrispondente ai diversi periodi sia un numero per ognuno di essi. I Maya hanno sviluppato un sistema matematico unico che utilizza punti per ciascuna unità e barre per cinque unità. I numeri possono essere scritti verticalmente o orizzontalmente. Hanno scoperto e utilizzato zero unitamente ad un sistema di posizionamento.

Quipus è un antico dispositivo Inca per la registrazione di informazioni, composto da fili di diversi colori annodati in modi dissimili.

Sunya è una parola sanscrita che significa “zero”, “niente”, “niente” o “vuoto”. …

Vishnu è una delle principali divinità dell’induismo e l’essere supremo nella sua tradizione del vaisnavismo. Vishnu è il “curatore” della trinità indù (Trimurti) che include Brahma e Shiva.

Lakshmi è la dea indù di ricchezza, fortuna e prosperità. Lei è la donna e shakti (energia) di Vishnu.

Vasavadatta è un classico racconto romantico sanscrito (akhyayika), scritto in uno stile decorato. Il suo autore è Subandhu, le cui date di esistenza non sono precise e potrebbero essere scritte nel secondo quarto del settimo secolo.

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Philosophie

Que signifient vraiment « zéro » et « infini » ?

Formes d’athéisme dans la science. Le zéro compris comme le néant, dérive nihiliste de notre civilisation.

Le zéro compris comme le néant est un fruit simple de la racine athée perverse introduite remarquablement dans notre civilisation, le fruit d’un pur fantasme, puisqu’il n’y en a aucune évidence dans l’Univers.

La tentative forcée d’attribuer le même concept de nullité à la civilisation maya – fût-ce pour des raisons justifiables – est contredite incontestablement par le code de Dresde :

Le nombre 364 (4 jours kin, 1 an harmonique tun de 360 jours) présente une exquise coquille d’escargot blanche pour indiquer l’absence de mois uinal de 20 jours (fig. 1), tandis que le nombre 728, double de 364, (8 jours kin, 2 ans harmoniques tun de 720 jours) offre une fascinante coquille vide « gémelle », pour suggérer une double absence d’uinal (fig. 2).

Une coquille « doublée » ne convient pas pour représenter notre multiplication 2 x 0 = 0, elle rejette fortement le concept de nullité.

Les Mayas utilisaient des graines, des coquilles et parfois des germes pour indiquer l’absence des différents ordres, de sorte que leur zéro peut être défini comme « sans chiffre », comme le suggérait un brillant mathématicien en 2004 (C. Giannantoni).

Un argument similaire s’applique à toutes les civilisations andines jusqu’aux Incas : l’absence de nœuds dans un quipus est une indication simple d’une absence d’ordres décimaux.

Il ne nous reste plus qu’à nous tourner vers l’Inde, patrie du zéro. Le néant ici se revêt d’une caractéristique générative inattendue, le zéro sunya a une longue série d’attributs tels que :

  • le ciel,
  • l’espace,
  • la voûte céleste,
  • l’atmosphère jusqu’aux pieds de Vishnu.

Peut-être vaut-il la peine de garder à l’esprit que Vishnu, la deuxième personne du Trimurti, préside à la substance humide en prenant la vie avec ses pas dans l’univers en expansion.

À la fin de chaque cycle cosmique, ses pieds sont massés par son consort Lakshmi, avant de commencer un nouveau chemin de vie, selon la théorie hindoue bien connue de la succession des cycles cosmiques.

C’est précisément le concept de zéro génératif, particulièrement lié aux pieds de Vishnu, qui est énoncé dans le Vâsavadattâ : « les étoiles brillaient comme des points zéros dispersés dans le ciel ».

Et en Occident ?

Fibonacci introduisit le zéro indien pour simplifier grandement les calculs, rendant les soldes budgétaires des établissements commerciauxs spectaculairement clairs, mais avec une telle considération de nullité que la séquence qui porte son nom (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, …) n’envisage même pas sa présence !

Le nombre 1, symbole par excellence de la divinité, est sagement répété pour souligner fortement l’unicité de chaque être vivant, reflet parfait de la divinité elle-même.

Cependant, le nul athéiste a exercé une fascination alarmante, croissante au fil des siècles, sur les esprits les plus brillants de l’Occident. Il suffit de penser à Shakespeare qui a traité le même thème, quoique sous des angles différents, dans trois de ses œuvres (Macbeth, Hamlet et King Lear).

Nous préférons cependant nous attarder sur la composition 4′ 33″ de John Cage de 1952.

L’auteur, voulant réaliser dans ce cas l’équivalent musical de la température zéro absolu (qui verrait l’annulation de toute oscillation dans une sorte de « paralysie cristalline ») oblige un élégant joueur de concert (fig. 3), immobile sur un tabouret, à ne pas jouer sur un beau piano à queue les trois mouvements, pendant une durée totale de quatre minutes et trente-trois secondes.

La contradiction dans laquelle Cage tombe irrémédiablement est que l’absence de notes du piano ne garantit pas du tout un silence absolu. Il reste un fond indélébile, lié à à la respiration des personnes présentes, caractérisé par des rythmes typiquement musicaux.

Cage démontre involontairement avec sa composition, l’impossibilité réelle d’atteindre la température zéro absolu, anticipant naïvement les merveilles révélées, il y a quelques années, par les sondes de Cobe et Planck.

C’est exact ! Dans ses recoins les plus sombres, l’Univers présente un « va-et-vient » de photons – dans toutes les directions et avec les fréquences typiques des micro-ondes – ce qui incite à exclure définitivement une stase du zéro absolu.

Les données mesurées, représentées en figure 4 sous forme de carrés, dessinent parfaitement une courbe correspondant au spectre d’émission d’un corps noir avec une température de 2,7 K. La spectaculaire perfection de la courbe a conduit de nombreux participants lors de la conférence de présentation des résultats de Cobe, à s’exclamer : « Elle semble vraiment avoir été créée par Dieu ! »

Les puissances spécifiques en jeu peuvent être corrélées à une présence « massive » de 410 photons par centimètre cube, disposés selon une broderie très délicate à filet, ce qui fait dire au psalmiste : « Il a créé un voile d’obscurité ! » (Psaume 18,12).

Ainsi, le photon, c’est-à-dire la lumière, « remplit l’espace intermédiaire de sorte que le tout reste fermement connecté dans toutes ses parties », selon la vision platonicienne (Symposium 202, e, 6-7) et ce système ondulatoire répandu, musical, scientifiquement appelé rayonnement de fond, est la preuve la plus évidente du Big Bang ou, plus simplement, de l’écho permanent et non absorbable du cri divin primordial : « Que la lumière soit .

Ce n’est pas par hasard que nous avons parlé de « va et vient » des photons, si maintenant, l’aspect centrifuge est facilement intuitif, l’aspect centripète soulève la question :

« Mais sur quoi les photons se reflètent-ils pour effectuer ce mouvement de retour ? »

L’hydrogène a une température de fusion de 14 K, donc à 2,7 K il est certainement à l’état solide, en outre étant l’élément le plus léger, il est donc celui qui est « projeté » le plus loin.

L’image d’un Univers qui s’auto-délimite avec une solide coquille d’hydrogène émerge clairement : c’est l’Œuf du Monde des Grecs et de l’alchimie, la boule de cristal (fig. 5) soutenue dans la main gauche du Rédempteur dans de nombreuses œuvres d’art !

Et ce n’est pas une coquille rigide et statique, puisqu’elle doit s’adapter facilement à une expansion continue ; elle a son propre courant, comme celui d’une rivière qui « reflue sur elle-même », sans embouchure comme Océano (Iliade XVIII, 399).

Alors pourquoi donc dévaloriser toute la culture grecque, en attribuant à Oceano la tâche réductrice de délimiter les terres émergentes, quand le même « fleuve » commet « le dernier tour du bouclier solide » d’Achille (Iliade XVIII, 607), contenant sans équivoque à l’intérieur de lui « terre, ciel, mer, soleil, lune et constellations. » (Iliade XVIII, 483-487).

Le même concept est inégalé dans la mosaïque de la voute de l’abside de Santa Apollinare in Classe à Ravenne (fig. 6). La transfiguration la plus conceptuelle, si classifiable pour la présence contemporaine de Moïse et d’Elie, montre la sphère de l’Univers « solidement » circonscrite et pénétrée par la Croix.

On définit sans équivoque un « intérieur » et un « extérieur », exprimés didactiquement dans un niveau « inférieur » et un niveau « supérieur », pour symboliser l’immanence (le vert avec les moutons dispersés Pierre, Jacques et Jean) et la transcendance (l’or inoxydable avec la Main puissante, Moïse et Élie).

L’espace et le temps – créés ensemble selon la vision augustinienne – sont la cause des combinaisons « différentes » de l’Univers, rappelées par la présence des chevets de A et de W, la première et la dernière lettres grecques, symboles de l’alphabet entier, et donc des « différentes » combinaisons de mots. L’espace et le temps sont artistiquement les bras verticaux et horizontaux de la Croix qui, avec une grande cohérence logique, n’écrasent pas la coquille solide.

  • En fait, comment pourrions-nous parler de combinaisons « différentes » pour quelque chose qui, même en mouvement continu, reste toujours semblable à elle-même, toujours de l’hydrogène à l’état solide ?
  • Et que dire de nous ?
  • Devrions-nous augmenter considérablement notre estime de soi lorsque nous tardons à démontrer scientifiquement la présence « sombre » d’une telle coquille aussi solidement structurée ?

Et nous arrivons à l’infini, mathématiquement défini en 628 par Brahmagupta comme l’inverse de zéro nul, une autre absurdité fantastique, qui ne se reflète pas dans la création.

L’Univers, pour être capable de générer la vie, a besoin de milliards d’années et ses dimensions indiscutables sont des milliards d’années-lumière.

Pour certains ces dimensions sont peu commodes, pour d’autres elles sont les dimensions d’une sphère gracieuse à tenir avec amour dans la main gauche. En tout cas, elles ne sont certainement pas liées au concept de l’infini, donc l’histoire de l’hôtel infini, du maximum mathématique du siècle dernier, peut facilement être considérée comme un conte de fées en outre pas très drôle, destinée aux licenciés naïfs, puisque tout l’Univers est incapable d’héberger un tel monstre.

Certes, un univers infini, même exclusivement mental, aurait fait sourire Aristote pour ses centres infinis et ses sphères infinies !

Une attitude très concrète et constructive envers l’infini contre nature se retrouve facilement dans la fluidodynamique. Lorsque l’application d’une théorie génère une infinité dans la vitesse, l’accélération ou l’espace, on cherche simplement une théorie plus conforme à la réalité, toujours vérifiable expérimentalement.

Malheureusement, cette attitude sage a été inexplicablement abandonnée dans d’autres domaines de la physique.

Mais qui a introduit, quoique de façon latente, l’absurde infini ?

Le cinquième postulat a lié Euclide (fig. 7c) à cette responsabilité inconfortable, « d’un point à l’extérieur d’une ligne droite, il ne passe qu’une seule ligne parallèle ».

  • Mais alors d’où viennent les deux lignes et où vont-elles toujours d’une manière si monotone et si peu naturelle ?
  • Et, surtout, où trouver deux de ces lignes droites si les trajectoires de tous les corps célestes sont courbes ?

Après deux millénaires d’acceptations satisfaites et non critiques, l’élimination du cinquième postulat a permis la floraison de géométries non euclidiennes à partir de Riemann (fig. 7a) et de Lobachevsky (fig. 7b). Le cinquième postulat d’Euclide s’est ainsi avéré être subjectif, « incapable de reproduire le monde réel ».

Et avant Euclide ?

Toutes les civilisations précolombiennes, mésoaméricaines, andines et mésoaméricaines et, avant cela, les civilisations méditerranéennes, nuragiques et égyptiennes abhorraient tellement le zéro et l’infini qu’elles se plaçaient à une distance égale et méfiante des deux, en utilisant des échelles exponentielles.

Là où nous procédons naïvement de manière linéaire (…, -2, -1, 0, 1, 2, …), les grandes civilisations recouraient sciemment à des échelons exponentiels (…, 1/100, 1/10, 1, 10, 100, …), en grande harmonie avec la nature, de sorte que l’origine d’un système de référence n’a plus les coordonnées incohérentes (0,0), mais ceux pleins de sens (1,1).

En plaçant cette origine unitaire au centre du disque d’Imenmes (figure 8), en utilisant des échelles exponentielles pour les deux coordonnées polaires (angle et rayon), des horizons mathématiques fascinants se déploient, parfaitement harmonisés avec la nature.

Des fonctions simples sont capables de suivre le développement d’organismes vivants (fig. 9).

Quatre circonférences extraordinaires sont représentatives des fonctions sinus et cosinus (fig. 10). Cependant, nos répétitions qui tiennent compte de la périodicité manquent !

Inutiles ?

Pas tout à fait si nous les considérons comme indicatifs de notre violence gratuite.

En effet, pourquoi avons-nous forcé l’ouverture de l’angle de recouvrement, une entité par définition fermée sur elle-même ?

La fascination de ces quatre circonférences a été telle qu’elle nous a conduit à créer la règle d’Imenmes (fig. 11), utile pour calculer les fonctions sinus et cosinus. (Pour de plus amples informations, veuillez utiliser le lien http://iisvoltapescara.gov.it/sites/default/files/file/egynur.pdf).

Et le fameux cinquième postulat ?

Il devient : « Toutes les lignes proviennent de la même origine qui, dans un espace sphérique, a les coordonnées (1, 1,1) ». La portée universelle de ce postulat, appelons-le donc égyptien-nuragique, est parfaitement évidente : c’est un postulat objectif !

 

  • Et si nous approchions la relativité avec un esprit exempt de préjugés, avec un grand respect mais sans craintes révérencielles – selon Riemann ou Lobatchevsky – que se passerait-il ?
  • Y aurait-il une relativité différente non-Einsteinienne ou quelque chose d’autre ?

C’est un sujet particulièrement intéressant mais qui ne peut être abordé ici.

Définitions

Le Kin

L’année maya a une unité de base appelée Kin, un mot qui signifie jour, soleil, etc. Le calendrier de Tzolkin a un cycle de noms de 20 jours avec un cycle de nombres de 13 jours.

 L’Uinal

L’année maya est divisée en 19 mois, appelés Uinal, chacun a un nom et un glyphe correspondant. De ces mois, les dix-huit premiers ont vingt jours et le dernier, appelé Uayeb, n’en a que cinq. Les jours dans un mois sont numérotés de 0 à 19 à l’exception de Uayeb qui est numéroté de 0 à 4.

Les nombres

Pour écrire leurs dates, les Mayas utilisaient à la fois le glyphe correspondant aux différentes périodes et un nombre pour chacune d’elles. Les Mayas ont développé un système mathématique unique qui utilise des points pour les unités et des barres pour cinq unités. Les nombres peuvent être écrits verticalement ou horizontalement. Ils ont découvert et utilisé le zéro ainsi qu’un système de positionnement vigésimal, similaire au système de positionnement décimal utilisé aujourd’hui.

Quipus est un ancien appareil Inca pour enregistrer des informations, composé de fils de différentes couleurs noués de différentes manières.

Sunya est un mot sanscrit qui signifie « zéro », « rien », « néant » ou « vide ». …

Vishnu est l’une des principales divinités de l’hindouisme et l’être suprême dans sa tradition du Vaishnavisme. Vishnu est le « conservateur » de la trinité hindoue (Trimurti) qui comprend Brahma et Shiva.

Lakshmi est la déesse hindoue de la richesse, de la fortune et de la prospérité. Elle est la femme et shakti (énergie) de Vishnu.

Vasavadatta est un conte romantique classique sanscrit (akhyayika), écrit dans un style orné. Son auteur est Subandhu, dont les dates d’existence ne sont pas précises et qui pourrait être écrit au deuxième quart du VIIe siècle.

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Rifondare la fisica delle particelle

La superluminalità dei neutrini, da non escludere con una semplice analisi dei dati ICARUS, manda in crisi irreversibile la relatività; le onde gravitazionali non possono essere usate a supporto di questa vecchia teoria perché il gravitone, il loro supposto bosone, non è stato mai rilevato. Tutte le grandi civiltà descrivono per il fotone un modello con due particelle, in grado di spiegare la duplice natura ondulatoria e corpuscolare, e di superare le trappole relativistiche; ridefinendo tutti i bosoni, a partire dal fotone, e sistemandoli tra materia domestica e selvatica è possibile organizzare le particelle elementari in una speciale struttura settenaria.

Gli esperimenti sul doppio decadimento beta senza neutrini non hanno alcun reale fondamento, perché i neutrini non possono essere le loro stesse particelle selvatiche; secondo antichi testi sacri ci sono sia i neutrini domestici che quelli selvatici e le loro opposte elicità derivano da micro cariche elettriche, che sono strategicamente importanti per la vita dell’universo. L’uso simultaneo di 130Xe and 136Xe, nonostante l’elevato punto di ebollizione, in differenti esperimenti inutili ci fa sospettare una doppia speculazione sullo Xenon. Considerando la mancanza di consistenza in molte teorie, che possono perfino creare fantasticherie come le quasi particelle, sottolineiamo la urgenza di rifondare la Fisica delle Particelle, eliminando la illogica relatività.

Keyword

Superluminalità, Icarus, Neutrino, Gravitone, Xenon, Dark Polariton

 

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La physique des particules est à refonder

 

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Calendario Mosè

ABSTRACT.

La settimana giustifica l’uso di un calendario solare per gli Ebrei; essendo il primo e l’ultimo giorno di un anno vago lo stesso giorno della settimana, ci sono soltanto sette tipologie di anni che possono essere identificate con i nomi dei giorni della settimana. Una rara preghiera, Birkat Hachama (recitata solo ogni 28 anni) suggerisce di inserire una settimana ogni 28 anni, ottenendo la stessa precisione dell’anno Giuliano. Il Levitico porta ad un ciclo di 7 Giubilei, con lo stesso ritmo della settimana ed un importante ciclo di sette secoli, trattato anche nel libro XII dell’Odissea; secondo il Salmo 90 il ciclo dei millenni è ancora organizzato come una settimana, ma percorsa al contrario. Sei percorsi di accensione delle candele nella menorah marcano cicli importanti come anni, decenni, secoli, millenni, … per continuare, indefinitamente, con milioni, …, trilioni di anni in un calendario a computo lungo; questa ciclicità senza limiti, che può essere meglio intesa usando un sigillo di Salomone come una menorah “chiusa”, richiede una determinazione esatta dell’anno solare siderale. Esodo 26 ispira l’inserimento di un’altra settimana ogni 1,120 anni, per definire l’anno del Tabernacolo, che è un anno quasi-siderale; in Genesi 6, infine, ci sono collegamenti logici con un preciso anno solare siderale che richiede l’inserimento di una ulteriore settimana ogni 62,720 anni. Così aggiungendo una settimana intera ogni 28 anni, 1,120 e 62,720 anni possiamo raggiungere un valore perfetto dell’anno solare siderale, usando un unico calendario settennale, organizzato semplicemente come la settimana.

PAROLE CHIAVE: arca, calendario, giubileo, millennio, precessione, tabernacolo.

 

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Calendrier de Moïse

RÉSUMÉ.

Une semaine de 7 jours justifie l’utilisation d’un calendrier solaire pour les Juifs ; ayant comme  premier et dernier jour d’une année vague le même jour de la semaine, il n’existe que des typologies de sept ans qui peuvent être identifiées par le nom des jours de la semaine. Une prière rare, Birkat Hachama (dite une fois tous les 28 ans) suggère d’insérer une semaine une fois tous les 28 ans, obtenant la même précision que l’année julienne. Le Lévitique conduit à un cycle de 7 jubilés, avec le même rythme de la semaine, et un cycle important de sept siècles dont traite le livre XII de l’Odyssée ; selon le Psaume 90 le cycle du millénaire est toujours organisé comme une semaine, mais avec un chemin inverse. Six voies d`allumage des bougies dans la menorah indiquent des cycles importants comme les années, décennies, siècles, millénaires, …. pour continuer, sans fin, jusqu’à des millions,… trillions d’années dans un calendrier de longue durée ; cette nature cyclique sans limite, qui peut mieux être comprise utilisant un sceau de Salomon comme une menorah « fermée », exige une valeur précise de l’année solaire sidérale. Exode 26 inspire l’insertion d’une semaine supplémentaire une fois tous les 1120 ans, pour définir une année de Tabernacle quasi sidérale ; dans la Genèse 6, enfin, il y a des liens logiques avec une année solaire sidérale parfaite qui nécessite l’insertion d’une semaine supplémentaire tous les 62.720 ans. Ainsi, en ajoutant une semaine entière une fois tous les 28 ans, 1 120 et 62 720 ans, nous pouvons atteindre une valeur parfaite de l’année solaire sidérale, en utilisant un calendrier unique de 7 ans, simplement organisé comme une semaine.

MOTS CLÉS : arche, calendrier, jubilé, millénaire, précession, tabernacle.

 

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WIMPS ? Non, merci, nous préférons l’hydrogène noir

La matière noire, dont nous ne savons rien, est la partie prédominante de la matière universelle. Les scientifiques pensent qu’en capturant des particules massives faiblement Interactives, ils peuvent résoudre le problème de la Matière Noire. Ils ont donc développé des technologies sophistiquées telles que des chambres à projection temporelle ou des dispositifs de charge couplée pour la construction de détecteurs coûteux. Pourtant jusqu’à aujourd’hui, aucune de ces particules n’a été capturée, et il ne peut être utile d’augmenter de plus en plus la masse cible de détection. Nous pouvons déduire que la théorie fondamentale de la supersymétrie, puisqu’elle se fie à la relativité, génère inévitablement des erreurs. La solution provient des nombreux textes sacrés anciens selon lesquels la matière noire est un parahydrogène solide qui entoure l’univers comme une coquille. Au niveau équatorial, existe une fragilité par laquelle l’hydrogène peut entrer en donnant vie à de nouvelles étoiles : ainsi, la plus grande partie de l’univers est encore à venir !

Mots clés

DM, WIMP, CMB, CCD, TPC, Hydrogène, Essen

 

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WIMPs? No, Grazie, Preferiamo L’Idrogeno Scuro

La Materia Oscura, di cui non sappiamo niente, è la parte predominante della materia universale. Gli scienziati ritengono che, intercettando le Particelle Massive ad Interazione Debole, possano risolvere il problema della Materia Oscura. Così hanno sviluppato tecnologie sofisticate come le Camere a Proiezione Temporale o i Dispositivi ad Accoppiamento di Carica per la costruzione di rilevatori molto costosi; ma fino ad oggi nessuna di queste particelle è stata catturata, né può essere utile incrementare sempre più la massa bersaglio di rilevamento (se non per pure motivazioni economiche). Possiamo agevolmente dedurre che la teoria basilare della Supersimmetria, dal momento che si affida anche alla Relatività, genera inevitabilmente degli errori. La soluzione si trova in molti testi sacri antichi, secondo i quali la Materia Oscura è para Idrogeno, allo stato solido, che circonda l’universo come un guscio. A livello equatoriale cosmico vi è una zona di debolezza attraverso la quale l’Idrogeno si può insinuare per entrare nel visibile dando vita a nuove stelle: sicché la maggior parte dell’universo deve ancora venire!

Parole chiave

DM, WIMP, CMB, CCD, TPC, Hydrogen, Essen

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Cosa sappiamo veramente del fotone?

I postulati basilari della relatività si rivelano soggettivi e vulnerabili, essendo contaminati dai concetti di zero e infinito, del tutto assenti in natura. Partendo dall’accertato duplice aspetto, ondulatorio e corpuscolare, del “quanto” di luce e dal suo spin unitario si cerca una struttura fotonica analizzando miti e leggende di varie tradizioni; viene definito un modello coerente Nala-Damayanti basato su due particelle, legate indissolubilmente, con pari massa e cariche elettriche opposte; tale modello introduce uno sconosciuto comportamento paramagnetico (basilare per spiegare l’entanglement), possibile da evidenziare solo con mezzi non comunemente disponibili, o “rallentando” la luce con sofisticati buffers o facendo ricorso a “particolari” gradienti magnetici naturali; nel primo caso l’interpretazione scientifica si affida ad una misteriosa quasi-particella oscura, nel secondo alla lente gravitazionale, sempre ignorando il paramagnetismo intrinseco al fotone. Il modello proposto spiega anche i fenomeni, altrimenti irrisolvibili, del red e blue shifting, consentendo una valutazione approssimata della minutissima massa in gioco. Le orbite delle due particelle relative alla luce visibile si intersecano in una mandorla iridata, simbolo importantissimo in tutte le tradizioni, usata consapevolmente da Dante nella descrizione della visione divina. (Per approfondimenti usare il link https://www.ingenio-web.it/5587-light-polarizing-by-magnetic-fields)

PAROLE CHIAVE: relatività, fotone, paramagnetismo, entanglement, red shifting, iride, mandorla.

Numero di pagine: 7

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Que savons-nous vraiment du photon ?

Les postulats de base de la relativité se révèlent subjectifs et vulnérables, étant contaminés par les concepts du zéro et de l’infini, complètement absents dans la nature.

Partant du double aspect ondulatoire et corpusculaire du « quantum » de la lumière et de son spin unitaire, on cherche une structure photonique analysant les mythes et les légendes de diverses traditions. Un modèle Nala-Damayanti cohérent est défini à partir de deux particules, inextricablement liées, de masse égale et de charges électriques opposées qui introduit un comportement paramagnétique inconnu (basique pour expliquer l’enchevêtrement) et qui ne peut être mis en évidence que par des moyens non couramment disponibles, en « ralentissant » la lumière avec des tampons sophistiqués ou en utilisant des gradients magnétiques naturels « particuliers ». Dans le premier cas, l’interprétation scientifique repose sur une mystérieuse quasi-particule sombre, dans le second sur la lentille gravitationnelle, ignorant toujours le paramagnétisme intrinsèque au photon. Le modèle proposé explique également les phénomènes par ailleurs insolubles du déplacement du rouge et du bleu, permettant une évaluation approximative de la très petite masse impliquée. Les orbites des deux particules liées à la lumière visible se croisent formant une amande iridescente, un symbole important dans toutes les traditions, consciemment utilisé par Dante dans la description de la vision divine. (Pour plus d’informations, veuillez utiliser le lien https://www.ingenio-web.it/5587-light-polarizing-by-magnetic-fields)

MOTS CLÉS : relativité, photon, paramagnétisme, enchevêtrement, déplacement du rouge, iris, amande.

Nombre de pages : 7

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