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Economia

Moneta, Valore e Benessere

Basta con l’impero delle politiche monetarie! E’ tempo di dare azione e forza alle politiche industriali ed a quelle di bilancio.

In una moderna Economia monetaria e creditizia, la Moneta rende “liquido” il Valore prodotto, consentendo la sua distribuzione in ogni cellula (l’uomo) del corpo collettivo umano.

Non potrebbe essere diversamente, in ragione della forte divisione del lavoro  e della produzione di  beni economici immateriali, per cui per il “produttore” (il lavoratore) non c’è possibilità di una diversa appropriazione di una quota del prodotto (si veda David Yerushalmi su The Global Review,e l’ampia opera di J.K.Galbraith e di J. Stiglitz).

Il sistema delle produzioni è di tipo “capitalistico” ovvero fondato sulla prevalenza del capitale (tecnologia) e quindi sul suo accumulo per sostenere lo sviluppo (Cobb e Douglas, funzione di produzione); la qual cosa determina una continua rincorsa della crescita della produttività del lavoro, con permanente disoccupazione di una quota consistente della mano d’opera disponibile e ricorrenti manifestazioni di eccedenza di capacità produttive, in ragione del fatto che la domanda si presenta insufficiente giacché non per tutti v’è lavoro, ed in conseguenza del dilagare di politiche di bassi salari e comunque inferiori ai reali livelli di produttività, per via di un’abbondante offerta di forza lavoro.

Se le cose stanno in questo modo, e non perché il modello descritto rappresenta l’ideale sistema economico di una società realmente equa, il problema centrale della Governance è l’elaborazione di politiche con lo scopo di sostenere la domanda aggregata in caso di flessione dei livelli produttivi  per assenza di consumi e di investimenti. In tal caso, il “soccorso” dell’Economia non puo’  arrivare dalla sollecita attenzione ed azione del capitale privato, secondo l’impostazione cara ai cosiddetti “neoliberisti”,  poiché le imprese sono motivate dalla sola rincorsa del profitto.

In tali scenari, l’unica via percorribile si dirama in due direzioni parallele:

  • L’una, si esprime attraverso una spesa in deficit dello Stato di tipo assistenziale per contrastare in un primo momento il crollo dei consumi, ed in via contestuale in un azione di sostegno del livello degli investimenti che pone le premesse per una ripresa delle produzioni, dell’occupazione e quindi dei redditi in capo alle masse, per una nuova espansione della domanda aggregata;
  • L’altra, agisce attraverso un’acconcia politica monetaria e del credito, affinché si determini una sufficiente liquidità nel mercato finanziario che ponga le condizioni utili per una sensibile espansione delle operazioni di prestito delle banche, unico canale di finanziamento del capitale tecnico e produttivo presso le piccole e medie imprese e della spesa per l’acquisto dei beni a consumo differito (permanenti) delle famiglie; quindi una politica monetaria che si pone lo scopo principale di sostenere la crescita dell’Economia piuttosto che quello dell’inflation targeting: d’altra parte, una parte qualificata della letteratura sostiene a gran voce che il male peggiore dell’Economia non è il tasso d’inflazione bensi’ la presenza di “eccedenze” di capacità produttive.

Nell’Europa della moneta unica la Governance economica è prevalentemente condotta attraverso la politica monetaria, contrastando nei fatti l’adozione di politiche industriali ed economiche volte a sostenere direttamente il sistema produttivo, per via dei limiti imposti all’ampiezza del deficit pubblico  ed alle conseguenti politiche per lo sviluppo.

Ed in effetti, i Paesi aderenti hanno perduto la propria sovranità monetaria, con la conseguenza che le politiche di bilancio dello Stato sono alla mercé dei “mercati” e della Banca Centrale Europea, vale a dire del piu’ cinico potere finanziario.

La BCE si pone lo scopo principale di contenere il presunto tasso d’inflazione piuttosto che di sostenere la crescita dell’Economia, con il risultato che al primo segnale di vera ripresa  si affretta nell’adozione di politiche monetarie  volte alla riduzione della circolazione monetaria ed alla contrazione dei livelli di credito bancario; la conseguenza è l’aumento della disoccupazione e la riduzione dei salari, con inevitabile flessione della domanda aggregata per insufficienza dei consumi e degli investimenti (azione definita da Joseph Stiglitz, “effetto arpione”).

Le Nazioni aderenti non hanno armi per opporsi a tale gioco, poiché i vincoli di bilancio imposti (trattato di Maastrich)  non consentono politiche economiche fondate sul “deficit spending” in ragione di una forte dipendenza dai “creditori” per il collocamento dei propri titoli di debito: il grande capitale e la stessa BCE;  i quali taglieggiano gli Stati con il “giogo” degli alti interessi motivati dal cosiddetto “rischio di default” (spread).

Al danno si aggiunge la beffa, poiché ci troviamo di fronte al classico fenomeno del “cane che si morde la coda”.  Come potrebbe ridursi il rapporto Deficit/Pil se l’assenza di adeguate politiche economiche non rende efficace  il contrasto delle fasi di rallentamento e di recessione dell’Economia, riconducendo il sistema sulla via  dello sviluppo?

Le Nazioni rinunciando alla propria sovranità monetaria hanno “delegato” la grande Finanza al controllo della “liquidità” dei mercati, con inevitabili ripercussioni sullo stock  monetario  in circolazione e della stessa moneta legale, tale  in virtu’ di Legge dello Stato; la rinuncia al “controllo” sull’emissione dei biglietti legali comporta il pagamento di consistenti oneri finanziari  (tassi di interesse) per il finanziamento del bilancio dello Stato, il cui livello è determinato nel totale arbitrio del grande capitale, spesso fonte di “ricatto” dei Governi per indurli ad elaborare politiche di riforma e di abbattimento del “welfare state”.

E’ uno scempio ed un delitto contro i popoli.

Solo gli ignoranti e gli ingenui non comprendono che il fine è di spezzare la forza e la dignità  delle Nazioni e delle masse che le abitano, per rafforzare la supremazia delle classi dominanti e sostenere il mai interrotto processo di trasferimento della ricchezza  dal “basso verso l’altro” (si veda per tutti l’opera di Thomas Piketty).

La soluzione è una soltanto: riassumere sovranità monetaria ed autonomia nella definizione delle politiche di bilancio e nella conduzione dell’Economia nazionale.

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Économie

Monnaie, valeur et bien-être

Stop à l’empire des politiques monétaires ! Il est temps de donner de l’action et de la force aux politiques industrielles et budgétaires.

Dans une économie monétaire et de crédit moderne, la Monnaie rend la Valeur produite “liquide”, permettant sa distribution dans chaque cellule (l’homme) du corps collectif humain.

Il ne pourrait en être autrement, en raison de la forte division du travail et de la production de biens économiques immatériels, de sorte que pour le “producteur” (le travailleur), il n’y a pas de possibilité d’appropriation différente d’une part du produit (voir David Yerushalmi dans The Global Review, et les travaux approfondis de J.K.Galbraith et J. Stiglitz).

Le système de production est de type “capitaliste”, c’est-à-dire basé sur la prévalence du capital (technologie) et donc sur son accumulation pour soutenir le développement (Cobb et Douglas, fonction de production). Il conduit à une accélération continue de la croissance de la productivité du travail, avec un chômage permanent d’une part constante de la main-d’œuvre disponible et des manifestations récurrentes de surcapacité de production, la demande étant insuffisante puisqu’il n’y a pas de travail pour tous, sans oublier la diffusion de politiques de bas salaires et de toute façon inférieurs aux niveaux réels de productivité, en raison d’une offre abondante de main-d’œuvre.

Si tel est le cas, et non parce que le modèle décrit représente le système économique idéal d’une société véritablement équitable, le problème central de la gouvernance est l’élaboration de politiques visant à soutenir la demande globale en cas de baisse des niveaux de production due à l’absence de consommation et d’investissement. Dans ce cas, le “sauvetage” de l’économie ne peut pas venir de l’attention et de l’action rapides du capital privé, selon l’approche chère aux soi-disant “néolibéraux”, puisque les entreprises ne sont motivées que par la recherche du profit.

Dans de tels scénarios, la seule route viable se divise en deux directions parallèles :

  • La première s’exprime par une dépense en déficit de l’État de type social pour contrer, dans un premier temps, l’effondrement de la consommation, et en même temps, par une action de soutien du niveau d’investissement qui pose les prémisses d’une reprise de la production, de l’emploi et, donc, des revenus des masses, pour une nouvelle expansion de la demande globale ;
  • L’autre, agit par le biais d’une politique monétaire et de crédit appropriée, afin que des liquidités suffisantes soient déterminées sur le marché financier pour créer les conditions d’une expansion significative des opérations de prêt bancaire, seul canal de financement du capital technique et productif des petites et moyennes entreprises et des dépenses pour l’achat de biens de consommation durables (permanents) des ménages ; donc, une politique monétaire qui a pour principal objectif de soutenir la croissance de l’économie plutôt que celle du ciblage de l’inflation : D’autre part, une partie qualifiée de la littérature soutient haut et fort que le pire mal de l’économie n’est pas le taux d’inflation mais la présence de “surplus” de la capacité de production.

Dans l’Europe de la monnaie unique, la gouvernance économique se fait principalement par le biais de la politique monétaire. En effet, l’adoption de politiques industrielles et économiques visant à soutenir directement le système de production se heurte aux limites imposées à l’ampleur du déficit public et aux politiques de développement qui en découlent.

Et de fait, les pays adhérents ont perdu leur souveraineté monétaire, avec pour conséquence que les politiques budgétaires de l’État sont à la merci des “marchés” et de la Banque centrale européenne, c’est-à-dire de la puissance financière la plus cynique.

L’objectif principal de la BCE est de contenir le taux d’inflation présumé plutôt que de soutenir la croissance de l’économie, de sorte qu’au premier signe d’une véritable reprise, elle s’empresse d’adopter des politiques monétaires visant à réduire la circulation monétaire et le niveau du crédit bancaire ; la conséquence est une augmentation du chômage et une réduction des salaires, avec une baisse inévitable de la demande globale due à une consommation et à des investissements insuffisants (action définie par Joseph Stiglitz, “effet de harpon”).

Les nations adhérentes n’ont pas d’armes pour s’opposer à un tel jeu, puisque les contraintes budgétaires imposées (traité de Maastricht) ne permettent pas de mener des politiques économiques basées sur des “dépenses déficitaires” en raison d’une forte dépendance vis-à-vis des “créanciers” pour le placement de leurs titres de créance : les grands capitaux et la BCE elle-même qui ont soumis les États au “joug” des grands intérêts motivés par le “risque de défaillance” (spread).

A ces préjudices s’ajoute la mascarade, puisque nous sommes confrontés au phénomène classique du “chien qui se mord la queue”.  Comment le ratio déficit/PIB pourrait-il être réduit si l’absence de politiques économiques adéquates ne rend pas effectif le contraste des phases de ralentissement et de récession de l’économie, remettant le système sur la voie du développement ?

Les Nations, renonçant à leur propre souveraineté monétaire, ont “délégué” la grande Finance au contrôle de la “liquidité” des marchés, avec des répercussions inévitables sur le stock monétaire en circulation et sur la monnaie légale elle-même, en vertu de la Loi de l’État ; le renoncement au “contrôle” sur l’émission des billets légaux implique le paiement d’importantes charges financières (taux d’intérêt) pour le financement du budget de l’État, dont le niveau est déterminé dans le total arbitraire du grand capital, souvent source de “chantage” des Gouvernements pour les inciter à élaborer des politiques de réforme et de réduction de l'”État providence”.

C’est un désastre et un crime contre les peuples !

Seuls les ignorants et les naïfs ne comprennent pas que l’objectif est de briser la force et la dignité des nations et des masses qui les habitent, de renforcer la suprématie des classes dominantes et de soutenir le processus jamais interrompu de transfert des richesses du “bas vers le haut” (voir à ce sujet les travaux de Thomas Piketty).

La solution est unique : résumer la souveraineté et l’autonomie monétaires dans la définition des politiques budgétaires et dans la gestion de l’économie nationale.

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Economia

La polarizzazione della struttura dell’offerta nell’Economia italiana

Oggi si assiste ad un nuovo fenomeno economico non ancora attentamente indagato dalla Letteratura: la polarizzazione della struttura dell’offerta.

Essa consiste in una rarefazione della struttura produttiva verso il basso  corrispondente  ad una  concentrazione della produzione verso l’alto, vale a dire presso le imprese di maggiori dimensioni.

Per alcuni versi è un fenomeno simile a quello delle prime fasi della Rivoluzione industriale nell’Europa del XVIII secolo, in cui si osservava la nascita del “proletariato” (proprietari della sola prole) come prodotto dell’urbanizzazione conseguente all’abbandono della produzione agricola e delle arti e mestieri, quelle attività che in quel tempo rappresentavano l’equivalente delle nostre piccole e micro imprese.

Dapprima si suppose che l’avvento della produzione “capitalistica” avrebbe potuto determinare un innalzamento dei redditi disponibili per le masse, contribuendo al livellamento in alto del tenore di vita di intere popolazioni; successivamente, ci si accorse che le cose non si orientavano in tale direzione: gli operai sopravvivevano in condizioni di sostanziale indigenza economica, senza alcun reale miglioramento del “tenore di vita” abitualmente conquistato nella vita rurale, così come gli ex artigiani ed i lavoratori autonomi in genere che anzi subirono un sensibile impoverimento. D’altro canto, l’industria prosperava ed il capitale assorbiva la maggiore quota del reddito-valore prodotto, evidenziando nei secoli precedenti alla prima guerra mondiale un accumulo di ricchezze in capo al  dieci per cento della popolazione per valori cinque o sei volte superiori al reddito prodotto nello stesso periodo (si veda al riguardo e per tutti, l’importante e monumentale opera di Thomas Piketty, Parigi).

La Letteratura economica sosteneva e giustificava tale realtà attingendo forza dall’analisi maltusiana (Robert Malthus, Gran Bretagna 1766- 1834) che  motivava la situazione di povertà dei popoli  con l’assioma imperante della necessità del “reddito di sopravvivenza” (bassi salari), poiché avrebbe consentito un forte processo di accumulo del capitale tecnico unico vero fattore di sviluppo per l’Economia; in altri termini concettuali, per gli operai era sufficiente ed anzi necessario conseguire redditi prossimi alla soglia della  sopravvivenza per “rigenerare” la forza lavoro necessaria alla Nazione per crescere e prosperare, dimenticando che la prosperità era riferibile al solo dieci per cento della popolazione.

In tali scenari, non si conosceva nella struttura sociale la cosiddetta “middle class” che fece la sua apparizione nella storia economica delle nazioni nel secolo XX° e ad iniziare dagli Stati Uniti d’America. Negli anni precedenti, la crescita economica si caratterizzava per una forte polarizzazione della ricchezza a favore dell’unica classe agiata mentre il resto della popolazione languiva economicamente con redditi sin troppo spesso anche al di sotto della soglia di sopravvivenza.

Il miracolo italiano del secondo dopoguerra, caratterizzato da una forte crescita  e da una sufficiente distribuzione del valore prodotto verso il basso, ha fatto ben sperare le allora giovani generazioni della Nazione.

Negli anni ‘70 –’80 e ’90,  la classe media si affermò nella società italiana: si tratta di piccole e medie imprese ma anche di micro aziende ispirate ai principi dell’artigianato, così come di una classe di professionisti erogatori di servizi a favore del giovane sistema produttivo.

Queste imprese trovavano alimento e sviluppo nell’erogazione del credito bancario, il quale provvedeva correttamente e nel rispetto di quella che era la “mission aziendale” al sostegno del finanziamento del capitale tecnico produttivo e dei consumi delle famiglie, specialmente riferiti ai cosiddetti beni a consumo differito, principalmente abitazioni, autovetture ed elettrodomestici.

Il sistema funzionava e la grande impresa prosperava a fianco ed in competizione con l’operare delle aziende minori. Certo è che le maggiori entità produttive presentavano sin da allora un sensibile vantaggio concorrenziale che divenne con il tempo fattore discriminante per la crescita e lo sviluppo: il reperimento delle fonti di capitale attraverso il ricorso all’offerta ed alla quotazione dei propri titoli di debito e di patrimonio sui mercati ufficiali; circostanza preclusa alla imprese di minori dimensioni per le già allora consistenti barriere all’ingresso.

Al riguardo, va detto che la Letteratura economica in quegli anni ed in tutto il secolo XX° ha  elaborato due linee di pensiero riferite alle politiche dello sviluppo:

  • l’una di matrice neoliberista, che postula (ancor oggi) l’autonoma capacità del libero mercato di rideterminare le proprie condizioni di equilibrio qualora turbate, riconducendo in virtù” di “naturali” meccanismi compensativi il sistema verso fasi di crescita e di sviluppo fino alla “piena occupazione”; questo filone di pensiero è il padre della cosiddetta teoria del “trickle down”, vale a dire che la crescita avrebbe in qualche modo anche favorito le classi lavoratrici ed in genere quelle meno abbienti: lo stesso economista e premio nobel Kuznets (Simon Smith Kuznets, 1901- 1985,  nobel economia 1971)  con il suo pensiero e la sua analisi pose le basi  per questo approccio teorico;
  • l’altra, di matrice keynesiana (John Maynard Keynes, 1883- 1946), che pone la struttura della domanda come il vero motore della crescita economica, formulando la ben nota teoria del “deficit spending” fondata sull’efficacia della manovra a debito del  bilancio dello Stato nel favorire lo sviluppo ed il superamento delle fasi di rallentamento dell’Economia; nasce allora la concezione del “welfare state” e la consapevolezza della necessità di sostenere l’equa distribuzione del reddito verso le classi meno agiate, riconosciute per essere i veri protagonisti dei processi di consumo.

Vengono in tal modo a contrapporsi due approcci di pensiero economico antagonisti:

  • il primo che teorizza il sostegno dell’offerta ovvero l’accumulo del capitale tecnico produttivo, l’innovazione tecnologica e, per naturale conseguenza, la rincorsa di una crescente produttività del lavoro come fattore trainante lo sviluppo; senza però occuparsi di dare il necessario risalto alla fase distributiva del reddito, affidandosi all’ipotizzato “trickle down”;
  • la seconda che invece postula la necessità di sostenere la quota salari, provvedendo ad un suo sostanziale aumento almeno nella misura proporzionale alla crescita economica e garantendo efficaci politiche assistenziali in virtù di un welfare state realmente efficace e funzionante; cio’ diviene il presupposto per l’uso delle politiche del “deficit spending” in caso di rallentamento dello sviluppo o di recessione, cosi’ come per contrastare l’aumento della disoccupazione in ragione del progresso tecnico (skill-biased technological change).

Attualmente, nell’osservare la realtà economica italiana e di tutti gli altri Paesi  appartenenti all’area della moneta unica, si rileva un nuovo fenomeno: la governance economica, dopo una prima fase successiva all’introduzione dell’euro caratterizzata per una prevalenza delle politiche di sostegno alla struttura dell’offerta e sensibile abbattimento del welfare state, secondo il motto propagandistico della “decrescita felice”, ha nei fatti operato in guisa da “polarizzare” verso l’alto il sistema delle produzioni nazionali, con una prevalenza della grande impresa nel dominio dei mercati del capitale e del consumo.

Il processo si è quindi realizzato per mezzo di una distruzione di una parte del sistema delle produzioni, nello specifico quella quota rappresentata  dalle imprese di minori dimensioni e dalle micro aziende (lavoro autonomo), con concentrazione dei mercati “resi liberi” nel potere delle grandi realtà produttive, aumento della disoccupazione e conseguente affermazione di politiche di bassi salari e di riduzione dei sistemi di tutela del lavoro e di assistenza sociale.

Il quadro che si è venuto a configurare è simile a quello dei primi due secoli della rivoluzione industriale, con trasferimento d’ingenti quote della ricchezza nazionale nelle mani di pochi, abbattimento del livello di consumo delle masse, eliminazione della “middle class” e schiacciamento in basso della piramide sociale per via di una sostanziale assenza della cosiddetta “mobilità” tra classi.

Dunque, il salto di qualità nelle politiche dei dominatori consiste nel fatto che la governance economica non fonda né su politiche di reale sostegno dell’offerta né sul welfare state; a meno che non si voglia considerare sostegno della produzione il proliferare e la tolleranza dei paradisi fiscali, i vantaggi fiscali crescenti per i redditi da capitale, in primis quelli derivanti dalla speculazione finanziaria (capital gains), l’accentuazione della separazione proprietà-management nelle imprese con predominio dei dirigenti, con corsa sfrenata all’incasso di “bonus” per performance conseguite che nella realtà sono del tutto scollegate dalla reale efficienza delle politiche aziendali condotte, il sostegno alla grande impresa in crisi mediante l’uso di denaro pubblico.

Il fenomeno descritto ha determinato una “polverizzazione” della società, con forte impoverimento delle masse ed assenza di qualsiasi presupposto di reali condizioni di democrazia economica fondata sulle pari opportunità e sulla meritocrazia.

I principali fattori responsabili di questo storico disastro economico sono riconducibili:

  • Alle crescenti barriere nel ricorso al credito bancario, per imprese e famiglie. Il fenomeno è connesso, da una parte, ad un’inadeguata e penalizzante norma di vigilanza in tema di rischi assunti dalle banche in rapporto alle consistenze patrimoniali detenute per affrontare in modo adeguato l’alea della gestione per prestiti non a buon fine; dall’altra, ad una sensibile modificazione del “business model” dei tradizionali istituti di credito, in ragione della diffusione di una non corretta cultura manageriale, la quale rincorre consistenti profitti nel breve periodo mediante lo svolgimento di attività speculative sui mercati finanziari ufficiali e con l’adozione di atteggiamenti tipici del “moral hazard”, gravando di rischi insormontabili la gestione delle aziende e confidando sull’intervento pubblico in caso dell’evidenza di perdite soverchianti le consistenze patrimoniali: è un classico esempio di socializzazione delle perdite a fronte di una privatizzazione dei profitti.

Le circostanze descritte penalizzano le imprese di minori dimensioni ostacolando lo sviluppo sino ad impedire la sostituzione del capitale produttivo obsoleto ed ammortizzato, con inevitabile cessazione dell’attività aziendale. Naturalmente, la grande impresa continua a prosperare forte della propria autonomia nel reperimento dei capitali sui mercati ufficiali  e di un maggiore potere contrattuale verso le banche per il noto fenomeno del “too big to fail”.

  • Ad una crescente pressione fiscale che incide inevitabilmente sulle aziende minori e comunque non nella condizione di beneficiare dei trasferimenti della sede legale verso aree con forti agevolazioni in termini di tassazione (paradisi fiscali), né di profittare del fenomeno della delocalizzazione di parte delle produzioni verso contesti economici caratterizzati da basse politiche salariali.
  • Ad una legislazione fallimentare che penalizza fortemente il tessuto produttivo e commerciale delle piccole e medie imprese, non protette dalla grande dimensione che pone reali barriere alla tutela degli interessi dei creditori principali.

Trovare rimedio a questo fenomeno non è cosa facile.

Il danno subito si mostra  per la gran parte  irrimediabile, poiché la distruzione di una parte consistente del tessuto produttivo ha liberato preziose risorse umane che nei fatti si sono venute a trovare in una condizione di “incapacità espressiva” per un tempo non breve, perdendo la propria linfa vitale: l’autostima e la conseguente fiducia in se stessi.

Bisogna quindi ripartire dal campo educativo, guidando le nuove generazioni verso un processo formativo idoneo ed adeguato per manifestare  personalità capaci di esprimere i propri naturali talenti e sostenute dall’entusiasmo e dal sogno di una vita migliore ed auto realizzata; in qualche misura quello che fu per le generazioni degli anni ’60 e ’70 del  secolo scorso.

Naturalmente, vanno rimosse tutte le barriere elevate nel sistema da una governance inadeguata e che ha avuto come unico fine il sostegno delle classi privilegiate ed il supporto e rafforzamento del loro dominio sulle masse.

Potrebbe sembrare utopia ma il lettore non deve trascurare il fenomeno dei corsi e ricorsi storici, che in alcuni casi ha penalizzato i potenti di turno.

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Économie

La polarisation de la structure de l’offre dans l’économie italienne

Nous assistons aujourd’hui à un nouveau phénomène économique qui n’a pas encore été étudié de manière approfondie par la littérature : la polarisation de la structure de l’offre.

Elle consiste en une raréfaction de la structure de production des petites entreprises, correspondant à une concentration de la production en direction des grandes entreprises.

D’une certaine manière, il s’agit d’un phénomène similaire à celui des premières étapes de la révolution industrielle dans l’Europe du XVIIIe siècle, où la naissance du “prolétariat” (propriétaires de la seule progéniture) a été observée comme un produit de l’urbanisation suite à l’abandon de la production agricole et des arts et métiers, ces activités qui représentaient à l’époque l’équivalent de nos petites et micro-entreprises.

On a d’abord supposé que l’avènement de la production “capitaliste” pouvait entraîner une augmentation des revenus disponibles pour les masses, contribuant ainsi au niveau de vie de populations entières ; plus tard, on s’est rendu compte que les choses n’allaient pas dans ce sens : les travailleurs survivaient dans des conditions de dénuement économique important, sans réelle amélioration du “niveau de vie” habituellement atteint dans la vie rurale, tout comme les anciens artisans et travailleurs indépendants en général, qui ont d’ailleurs subi un appauvrissement considérable. D’autre part, l’industrie a prospéré et le capital a absorbé la plus grande part des revenus et de la valeur produite, comme le montre, dans les siècles précédant la Première Guerre mondiale, l’accumulation de richesses en faveur de dix pour cent de la population pour des valeurs cinq ou six fois supérieures aux revenus produits pendant la même période (voir à cet égard et pour tous, l’importante et monumentale œuvre de Thomas Piketty, Paris).

La littérature économique soutenait et justifiait cette réalité en s’appuyant sur l’analyse malthusienne (Robert Malthus, Grande-Bretagne 1766-1834) qui motivait la situation de pauvreté des peuples avec l’axiome dominant de la nécessité du “revenu de survie” (bas salaires), puisqu’il aurait permis un fort processus d’accumulation de capital technique, seul véritable facteur de développement de l’économie ; en d’autres termes conceptuels, pour les travailleurs il était suffisant et même nécessaire d’atteindre des revenus proches du seuil de survie pour “régénérer” la force de travail nécessaire à la croissance et à la prospérité de la nation, en oubliant que la prospérité n’était attribuée qu’à dix pour cent de la population.

Dans de tels scénarios, la “classe moyenne” qui a fait son apparition dans l’histoire économique des nations au XXe siècle, à commencer par les États-Unis d’Amérique, était inconnue dans la structure sociale. Au cours des années précédentes, la croissance économique était caractérisée par une forte polarisation de la richesse en faveur de la seule classe riche, tandis que le reste de la population languissait économiquement avec des revenus trop souvent même inférieurs au seuil de survie.

Le miracle italien après la Seconde Guerre mondiale, caractérisé par une forte croissance et une distribution suffisante de la valeur produite vers le bas, a donné de l’espoir aux jeunes générations de la nation de l’époque.

Dans les années 70 – 80 et 90, la classe moyenne s’est établie dans la société italienne : ce sont des petites et moyennes entreprises mais aussi des micro-entreprises inspirées par les principes de l’artisanat, ainsi qu’une classe de professionnels fournissant des services au jeune système productif.

Ces entreprises ont trouvé leur subsistance et leur développement dans l’offre de crédit bancaire, lequel assurait correctement et dans le respect de ce qui était la “mission de l’entreprise” le soutien au financement du capital technique et productif et de la consommation des ménages, notamment en ce qui concerne les biens dits de consommation différée, principalement le logement, les voitures et les appareils électroménagers.

Le système a fonctionné et la grande entreprise a prospéré aux côtés et en concurrence avec les petites entreprises. Ce qui est certain, c’est que les grandes entités de production disposaient depuis lors d’un avantage concurrentiel important qui, avec le temps, est devenu un facteur de croissance et de développement discriminant : la mobilisation de sources de capitaux par l’offre et la cotation de leurs titres de créance et de leurs actifs sur les marchés officiels ; une circonstance exclue pour les petites entreprises en raison des barrières à leur entrée déjà alors considérables.

À cet égard, il faut dire que la littérature économique de ces années-là et de tout le XXe siècle a développé deux lignes de pensée se référant aux politiques de développement :

  • celle de matrice néo-libérale, qui postule (encore aujourd’hui) la capacité autonome du marché libre à redéfinir ses propres conditions d’équilibre en cas de perturbation, en ramenant le système aux vertus” de mécanismes compensatoires “naturels” vers des phases de croissance et de développement jusqu’au “plein emploi” ; ce courant de pensée est le père de la théorie dite du “trickle down”, c’est-à-dire que la croissance aurait également favorisé d’une certaine manière les classes laborieuses et en général les moins aisées : l’économiste et prix Nobel Kuznets lui-même (Simon Smith Kuznets, 1901- 1985, prix Nobel de l’économie 1971), par sa pensée et son analyse, a jeté les bases de cette approche théorique ;
  • l’autre, de matrice keynésienne (John Maynard Keynes, 1883- 1946), qui place la structure de la demande comme véritable moteur de la croissance économique, en formulant la théorie bien connue de la “dépense déficitaire” basée sur l’efficacité de la manœuvre d’endettement du budget de l’État pour favoriser le développement et surmonter les phases de ralentissement économique ; le concept d'”État providence” et la conscience de la nécessité de soutenir la distribution équitable des revenus vers les classes les moins favorisées, reconnues comme les véritables acteurs des processus de consommation.

Ainsi, deux approches antagonistes de la pensée économique sont mises en contraste :

  • la première qui théorise le soutien de l’offre, c’est-à-dire l’accumulation de capital technique et productif, l’innovation technologique et, comme conséquence naturelle, la recherche d’une productivité croissante du travail comme facteur de développement ; sans toutefois mettre l’accent nécessaire sur la phase de distribution des revenus, en s’appuyant sur l’hypothèse du “trickle down” ;
  • la seconde qui postule au contraire la nécessité de soutenir la répartition des salaires, en prévoyant une augmentation substantielle au moins proportionnelle à la croissance économique et en garantissant des politiques sociales efficaces en vertu d’un État-providence réellement efficace et fonctionnel ; ceci devient la condition préalable à l’utilisation de politiques de “dépenses déficitaires” en cas de ralentissement du développement ou de récession, ainsi que pour contrer l’augmentation du chômage due au progrès technique (évolution technologique axée sur les compétences).

Actuellement, en observant la réalité économique en Italie et dans tous les autres pays appartenant à la zone de la monnaie unique, on peut observer un nouveau phénomène : la gouvernance économique, après une première phase suivant l’introduction de l’euro caractérisée par une prédominance des politiques de soutien à la structure de l’offre et une réduction significative de l’État-providence, selon la devise de propagande de la “décroissance heureuse”, a en effet fonctionné de manière à “polariser” vers le haut le système des productions nationales, avec une prédominance des grandes entreprises dans la domination des marchés des capitaux et des consommateurs.

Le processus s’est donc accompli par la destruction d’une partie du système de production, en particulier celle représentée par les petites entreprises et les micro-entreprises (travail indépendant), avec une concentration des marchés “libérés” au profit des grandes réalités productives, une augmentation du chômage et, par conséquent, le renforcement des politiques de bas salaires et la réduction des systèmes de protection du travail et d’assistance sociale.

Le tableau qui s’est dessiné est semblable à celui des deux premiers siècles de la révolution industrielle, avec le transfert d’énormes parts de la richesse nationale dans les mains de quelques-uns, la réduction du niveau de consommation des masses, l’élimination de la “classe moyenne” et l’écrasement de la base de la pyramide sociale dû à une absence substantielle de la soi-disant “mobilité” entre les classes.

Ainsi, le saut de qualité dans les politiques des dominateurs est que la gouvernance économique ne repose ni sur des politiques qui soutiennent réellement l’offre ni sur l’État-providence ; à moins de vouloir considérer la prolifération et la tolérance des paradis fiscaux, les avantages fiscaux croissants pour les gains du capital, tout d’abord ceux qui découlent de la spéculation financière (plus-values), l’accentuation de la séparation de la gestion des biens dans les entreprises avec une prédominance des cadres, une course effrénée à la collecte de “primes” pour les performances réalisées qui sont en réalité complètement déconnectées de l’efficacité réelle des politiques d’entreprise menées, le soutien aux grandes entreprises en crise par l’utilisation de l’argent public.

Le phénomène décrit a déterminé une “pulvérisation” de la société, avec un fort appauvrissement des masses et l’absence de tout présupposé de conditions réelles de démocratie économique basée sur l’égalité des chances et la méritocratie.

Les principaux facteurs responsables de ce désastre économique historique peuvent être retracés :

  • Aux obstacles croissants au crédit bancaire, pour les entreprises et les ménages. Le phénomène est lié, d’une part, à une norme de surveillance inadéquate et pénalisante en termes de risques pris par les banques par rapport aux actifs détenus afin de faire face de manière adéquate au risque d’échec des prêts ; d’autre part, à un changement significatif du “modèle d’entreprise” des établissements de crédit traditionnels, dû à la diffusion d’une culture managériale erronée, qui poursuit des profits substantiels à court terme par la réalisation d’activités spéculatives sur les marchés financiers officiels et à l’adoption d’attitudes typiques de l'”aléa moral”, qui font peser sur la gestion des entreprises des risques insurmontables et qui reposent sur l’intervention publique en cas de preuve de pertes accablantes pour les actifs : Ceci est un exemple classique de la socialisation des pertes contre une privatisation des profits.

Les circonstances décrites pénalisent les petites entreprises en entravant leur développement au point d’empêcher le remplacement du capital productif obsolète et amorti, avec une cessation inévitable de l’activité. Naturellement, les grandes entreprises continuent de prospérer grâce à leur autonomie dans la mobilisation de capitaux sur les marchés officiels et à un plus grand pouvoir de négociation vis-à-vis des banques en raison du phénomène bien connu de “too big to fail”.

  • À une charge fiscale croissante qui touche inévitablement les petites entreprises et en tout cas qui ne sont pas en mesure de bénéficier du transfert du siège social vers des zones à fort avantage fiscal (paradis fiscaux), ni de profiter du phénomène de délocalisation d’une partie de la production vers des contextes économiques caractérisés par des politiques de bas salaires.
  • À une législation sur les faillites qui pénalise fortement le tissu productif et commercial des petites et moyennes entreprises, qui ne sont pas protégées par une grande taille et qui place de réels obstacles à la protection des intérêts des principaux créanciers.

Trouver un remède à ce phénomène n’est pas chose facile.

Les dommages subis sont pour la plupart irréparables, puisque la destruction d’une partie substantielle du tissu productif a libéré de précieuses ressources humaines qui se sont en fait retrouvées dans une condition d'”incapacité d’expression” pendant un temps non négligeable, perdant ainsi leur force vitale : l’estime de soi et la confiance en soi qui en découlent.

Il est donc nécessaire de repartir du domaine éducatif, en guidant les nouvelles générations vers un processus de formation adéquat et adapté pour qu’elles puissent manifester des personnalités capables d’exprimer leurs talents naturels et soutenues par l’enthousiasme et le rêve d’une vie meilleure et épanouie ; dans une certaine mesure ce que fût la situation des générations des années 60 et 70 du siècle dernier.

Naturellement, toutes les barrières élevées du système d’une gouvernance inadéquate, dont le seul but est le soutien des classes privilégiées et l’appui et le renforcement de leur domination sur les masses, doivent être supprimées.

Cela peut sembler utopique mais le lecteur ne doit pas négliger le phénomène des parcours historiques qui, dans certains cas, ont pénalisé les puissants en poste.

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La transformation du modèle économique mondial « d’exogène » à « endogène »

Les systèmes de production modernes ont dénaturé leur fonction première, qui est celle de fournir les biens économiques nécessaires à la subsistance et au développement de l’espèce humaine.

Dans tous les contextes, anciens et modernes, les activités économiques se réfèrent au travail organisé par l’homme pour la production de biens d’utilité spécifique, découlant d’une aptitude particulière à satisfaire des besoins existentiels d’intensité et de qualité différentes. L’économie est donc « endogène » à la société et à la vie humaine.

Mais la prédominance de certains groupes d’individus a transformé le système de production en un système de type « exogène », c’est-à-dire substantiellement étranger aux fins originelles et orienté vers la production de profit au seul bénéfice de la classe capitaliste alors que celle des travailleurs est obligée de connaître des niveaux chroniques de chômage et de revenu inférieurs au minimum économique vital.

Cette caractérisation indésirable et perverse de l’économie moderne trouve un soutien dans ce qu’on appelle le « seigneuriage monétaire », qui, en raison de politiques malveillantes, est basé sur la renonciation du pouvoir de l’État de frapper la monnaie et de la transférer entre les mains d’organisations bancaires privées sous le contrôle d’importants capitaux financiers. On en arrive donc au paradoxe actuel dans lequel les nations doivent s’endetter, en supportant le coût en termes d’intérêts, auprès des banquiers pour rendre.

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La trasformazione del modello economico mondiale da “esogeno” al tipo “endogeno”.

I moderni sistemi di produzione hanno snaturato la loro originaria funzione, ossia quello di provvedere a rendere disponibili i beni economici necessari per il sostentamento e lo sviluppo della razza umana.

In ogni contesto, antico e moderno, le attività economiche si riferiscono al lavoro organizzato dall’uomo per la produzione di beni aventi specifiche utilità, derivanti da una particolare attitudine a soddisfare bisogni esistenziali di diversa intensità e qualità. Per questo, l’Economia è “endogena” alla società ed al vivere umano.

Ma la prevalenza di alcuni gruppi di individui ha trasformato il sistema della produzione nel tipo “esogeno”, vale a dire sostanzialmente estraneo agli scopi originari ed orientato alla produzione del profitto per il solo vantaggio della classe capitalistica, mentre quella dei lavoratori è costretta a subire cronici tassi di disoccupazione e livelli salariali nella norma al di sotto della sussistenza economica.

Questa indesiderabile e perversa caratterizzazione della moderna Economia trova sostegno nel cosiddetto “signoraggio monetario”, che in ragione di scellerate politiche si fonda sulla rinuncia dello Stato al potere di battere moneta, per trasferirlo nelle mani di organizzazioni bancarie private nel controllo del grande capitale finanziario. Per cui si arriva al paradosso attuale in cui le nazioni devono indebitarsi, sostenendone il relativo costo in termini di interessi, nei confronti dei banchieri al fine di rendere possibile la circolazione del “bene pubblico” moneta.

La letteratura è per la gran parte complice e connivente con l’attuale sistema di potere; ed in effetti, il modello di sviluppo economico mondiale si basa sul processo di accumulo del capitale, relegando a variabile “dipendente” la forza lavoro occupata rispetto al fattore tecnologico ed al livello dei profitti del capitalista; ne consegue che lo sviluppo è trainato dalla crescita della produttività del lavoro che però, nella norma, non si accompagna ad un incremento del livello dei salari bensì ad una perenne condizione di insufficiente domanda di mano d’opera.

Ragion per cui le classi lavoratrici ( i veri produttori) sono spogliate del prodotto delle proprie fatiche e lasciate in una perenne condizione di povertà.

Parole chiavi: sopravvivenza della razza; lavoro economico; signoraggio monetario; “esogeneità” del capitale; “endogeneità” del lavoro; prezzi; salari; profitti; distribuzione della ricchezza.

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Economia

La trasformazione del modello economico mondiale dal tipo “esogeno” in quello “endogeno”

  1. Le politiche economiche odierne orientate a sostenere lo sviluppo possono essere definite “esogene”, vale a dire che l’obiettivo principale è sì quello di una crescita del Prodotto Interno ma a beneficio principale del capitale, in termini di maggiori profitti, piuttosto che delle classi lavoratrici; queste ultime soffrono di una carenza di redditi dovuta a due principali motivi.
    • I bassi livelli salariali,
    • Gli insopprimibili tassi di disoccupazione.

Il potere dominante e le politiche degli Stati maggiormente sviluppati pongono le condizioni utili per diffondere e conservare stabilmente tali deprecabili situazioni economiche generali, al solo scopo di rafforzare il proprio dominio sulle masse.

Ed in effetti, la leva della crescita economica fonda essenzialmente sull’incremento dell’input tecnologico (si veda Yerushalmi D., The Global Review) con innalzamento della produttività del lavoro che,

  • da una parte, determina un aumento del prodotto e dei conseguenti profitti,
  • dall’altro, una tendenziale riduzione della mano d’opera occupata (per la contrazione dell’input di forza lavoro per unità di prodotto), con inevitabile incremento dell’offerta di lavoro, che genera una carenza di occupazione e conseguente flessione del salario medio.

A tale deprecabile processo, frutto della prevalenza del capitale in economia e nella politica, si aggiunge il processo di “globalizzazione economica” che così come oggi si manifesta nulla è se non globalizzazione della povertà; ed invero, la delocalizzazione produttiva fonda sulla ricerca di bassi livelli salariali e detassazione dei profitti, dunque ad evidenza essa è per il solo vantaggio del capitale (e per ciò motivo di rafforzamento del modello economico di tipo “esogeno”).

Tali politiche quindi inducono condizioni utili per una crescita del prodotto che non corrisponde ad un allargamento della base dei consumi, per le basse politiche salariali, bensì ad un avanzamento dei profitti e dei redditi di quelle classi che sono ricche e che si trovano in una posizione di supremazia politica ed economica; si perpetua in tal modo la povertà di intere generazioni, come la storia dimostra.

E’ questo il risultato di politiche economiche di tipo “esogeno”, definite tali poiché non generano le condizioni utili per una crescita del benessere economico delle classi lavoratrici ed in genere di quelle povere, per assenza di un’espansione dei redditi disponibili e quindi per carenza di consumi: come se il sistema economico fosse “esterno” (esogeno) alla classe dei lavoratori, i veri produttori, i quali vengono esclusi dai frutti delle proprie fatiche.

Il modello di sviluppo deve dunque essere, per così dire, ribaltato: la crescita economica dovrà essere principalmente di tipo “endogeno”, vale a dire generare un’espansione continua dei redditi delle classi lavoratrici e delle conseguenti capacità di consumo e di risparmio delle masse. In tal modo, si pongono le premesse per una democratizzazione della ricchezza, fondata su di un’equa distribuzione del capitale in formazione, che consente ai popoli una reale partecipazione al processo di finanziamento dello sviluppo mediante il sistema dell’intermediazione finanziaria. Il capitale quindi diventa “endogeno” al sistema e non com’è attualmente “ esogeno”, e cioè escluso dal controllo dei popoli, i veri produttori, e dallo stesso circuito economico con accumulo d’ingenti ricchezze in capo ai pochi in forma di stock di capitale finanziario(si veda Yerushalmi D., op. cit.).

  1. La “prigione economica” dei popoli, sapientemente (e malignamente) costruita dai potenti, fonda anche sul “potere della moneta”: vale a dire sulla circolazione di una “moneta carta”, non convertibile in altro bene e non di proprietà del possessore (il vero creditore), emessa dal sistema delle banche private totalmente controllate dalla classe dominante. Ed in effetti, le stesse Banche Centrali ( aventi il potere di battere moneta legale) rappresentano nei fatti Istituzioni private nelle mani dei potenti che pretendono di essere autonome dal potere politico, vale a dire da quello governativo, con il sostanziale consenso delle legislazioni moderne (si veda Yerushalmi D., Auriti G., Kryliengo A., Copertino L., tutti su The Global Review). Esse assumono quindi il privilegio di sostituire lo Stato nell’emissione dei biglietti a circolazione legale, e per questo a corso forzoso poiché aventi potere liberatorio in virtù di legge.

    Ciò comporta l’indesiderabile conseguenza secondo la quale gli Stati hanno rinunciato al potere di battere moneta; la circolazione del biglietto legale fonda quindi sulla formazione di debiti nei confronti dell’emittente (la Banca Centrale), il quale incassa interessi sui titoli emessi dallo Stato sovrano per alimentare la base monetaria, linfa vitale per l’economia del Paese. Mai atto più perverso poteva essere concepito dai potenti: ed in effetti, in virtù di tale meccanismo, l’economia è nelle mani di una classe di capitalisti parassita che pretende di percepire interessi (rendite) per rendere circolante il “bene pubblico moneta”, appropriandosi con tale atto di una fetta consistente della ricchezza prodotta dal sistema economico e tenendo nel ricatto intere generazioni e nazioni, con la minaccia di ridurre la circolazione del cosiddetto “medio circolante” (biglietti legali e moneta bancaria), bene indispensabile per il funzionamento del sistema e per la distribuzione della ricchezza prodotta.

    Si aggiunga a tali brevi ma essenziali considerazioni che le banche private, a loro volta, emettono moneta (nella forma di strumenti di pagamento bancari) che pongono in circolazione in ragione della concessione di propri prestiti nelle varie forme, crediti che fruttano interessi fonte di profitti. Anche in tal caso, quindi, l’emissione della moneta bancaria comporta il sostenimento di un costo da parte del pubblico utente, il quale nelle economie moderne è nella condizione di non poter rinunciare all’uso del denaro nello svolgimento di ogni attività economica, produzione- percezione redditi- consumi- risparmio- investimenti, com’è ovvio ai più.

    Ma nel caso della moneta di conto la circolazione fonda sulla prevista convertibilità in biglietti legali (circolazione fiduciaria) che il pubblico attua solo nei casi in cui prevede di realizzare transazioni in contanti. La comodità nell’uso della moneta bancaria (bancomat-carte di credito- assegni ed altro) e la legislazione prevalente che limita fortemente l’uso del contante, secondo la motivazione ufficiale dell’intenzione di contrastare l’uso illegale della moneta, pone le premesse per un uso massiccio del denaro di conto nel regolamento delle transazioni, sino a diventare prevalente sul biglietto legale la quantità di moneta bancaria in circolazione.

    Ma a differenza degli Stati, e dei cittadini ed istituzioni economiche private, le banche commerciali “pagano” la disponibilità di biglietti legali (necessari per la conversione dei propri debiti, in forma di assegni ed altre forme di pagamento bancarie) a tassi d’interesse sensibilmente contenuti, certamente rispetto a quelli sostenuti dalla pubblica amministrazione sulle emissioni dei propri titoli e dai privati sui prestiti contratti con il sistema bancario; una conferma di tale affermazione si rende agevole al lettore attento, ponendo a confronto il livello del Tasso di Riferimento B.C.E. (diversamente definito Tasso Ufficiale di sconto), gli interessi mediamente percepiti nella detenzione dei titoli pubblici ed il livello medio dei tassi attivi bancari (corrisposti sui prestiti).

    Quindi la moneta, legale e bancaria, entra in circolazione in virtù dell’accensione di un debito da parte dell’utilizzatore, pubblico (Stato) e privato (cittadini ed imprese), sostenendo un indebito costo che contribuisce a trasferire quote di ricchezza crescente nelle mani dei capitalisti detentori del potere di battere moneta (banche private e centrali); all’atto del rimborso del prestito (debito) si determina poi un altro indesiderabile e perverso meccanismo economico: il potere di acquisto contenuto nel denaro( e quindi valore- reddito) viene trasferito nell’economia dell’emittente, distruggendo (letteralmente) una quota della ricchezza prodotta ed in circolazione, certamente così nel caso della Banca Centrale.

    Dunque, si determina in tal modo una continua riduzione delle capacità di spesa presenti nel sistema che genera un meccanismo di trasferimento dei redditi in forma monetaria dalle masse (cittadini lavoratori) nelle mani dei potenti, con irrimediabile e cronico impoverimento delle popolazioni del pianeta e tendenza presso che costante alle crisi economiche, giacché il “prodotto” (valore), distribuito in forma di salari- interessi- profitti, “torna” normalmente al produttore (in termini di domanda di beni e servizi) in quantità ridotta, determinando inevitabilmente presto o tardi una contrazione nei livelli di utilizzazione delle capacità produttive (impianti industriali), aumento della disoccupazione ed ulteriore riduzione dei redditi delle masse.

  1. Dunque, il “signoraggio monetario” (si veda oltre agli autori in precedenza citati anche Galbraith J.K. ed altri) comporta un triplo perverso meccanismo:

    1. Da una parte, pone limiti “esogeni” al processo di sviluppo economico; ed in effetti, il potere privato dei banchieri può sensibilmente ostacolare la crescita dei redditi ponendo limiti all’espansione della circolazione monetaria, ovvero riducendola, con decisione “autonoma” ed in netto contrasto con l’interesse prevalente delle nazioni e dei popoli. La motivazione ufficiale, e sostenuta peraltro da una parte accreditata della letteratura, è quella di dover realizzare un efficace controllo dell’andamento del tasso d’inflazione, considerato il male assoluto delle Economie moderne. Ma altra dottrina afferma il contrario, vale a dire che lo sviluppo non può prescindere dalla presenza di un certo tasso di variazione in aumento dei prezzi (si veda Stiglitz J.E. ed altri), e che la stessa inflazione va considerata come un fenomeno “economico” e non puramente monetario come si vuole intendere dai più, poichè la variazione dei prezzi è unicamente da riferire a mutate condizioni nel piano di convenienza economica dei produttori (Yerushalmi D.).
    2. Dall’altra, ostacola l’accumulo di risorse economiche presso le masse (risparmio) poiché pone in essere un costante processo di assorbimento di potere di acquisto, mediante due indesiderabili meccanismi:

      • il primo, connesso alla circostanza che l’uso della moneta comporta l’indebito sostenimento di costi in forma d’interessi;
      • il secondo, perché all’atto del rimborso del debito (titoli di Stato in scadenza ovvero rimborso di prestiti bancari) si determina un processo di trasferimento della ricchezza nelle mani del potere bancario (capitale privato), con riduzione della capacità di spesa dei popoli e quindi della quota di valore disponibile presso i veri produttori, i lavoratori.
    3. Inoltre, l’assorbimento continuo di risorse economiche in forma di potere di acquisto pone le premesse per le ricorrenti crisi economiche, giacchè di sovente si determinano situazioni di eccedenza di capacità produttive, connesse ad una insufficienza della domanda complessiva, dalle quali scaturiscono inevitabilmente riduzione della forza lavoro occupata e contrazione ulteriore dei redditi disponibili per le masse.
  1. In simili scenari quali possibili soluzioni?

    Naturalmente, esse non potranno che essere principalmente di natura politica.

    Per prima cosa, appare irrinunciabile che gli Stati si riapproprino del potere di battere moneta.

    Tre le conseguenze desiderabili:

    1. Parte non trascurabile dell’indebitamento pubblico sarà pareggiato da moneta legale in circolazione, e pertanto sarà caratterizzato da un costo per interessi nullo (Auriti G., Copertino , Krylienko A.). Ciò comporterà ad evidenza una sensibile riduzione della pressione fiscale, poiché le spese (uscite) di parte corrente della pubblica amministrazione si ridurranno in via proporzionale; ne consegue un incremento del potere di acquisto dei cittadini con allargamento della base dei consumi ed effetto stabilizzatore sui cicli economici.
    2. Riassunzione di autonomia da parte dei Governi nella definizione delle politiche fiscali e di bilancio, con concrete possibilità d’intervento in caso di rallentamento della fase economica mediante il sostegno della domanda complessiva.
    3. Netta separazione tra le attività di vigilanza sul sistema bancario e potere di definizione delle politiche monetarie, le quali non potranno mai essere sconnesse da quelle economiche (Stiglitz J.E ed altri).

    Per altro aspetto, è necessario determinare le condizioni per il prevalere di una politica dello sviluppo di tipo “endogeno” che postula necessariamente alcuni fattori imprescindibili, il primo dei quali non potrà che essere una crescita economica trainata dai consumi ancor prima che dall’incremento degli investimenti, che saranno conseguenza dei primi (i consumi). In tal modo l’espansione delle Economie produrrà in primis un allargamento del benessere economico delle masse, con successiva evidenza di un diffuso risparmio e conseguente reale democratizzazione dei processi di produzione e del capitale.

    E’ la vittoria degli oppressi sui dominatori, e pertanto tale modificazione dello scenario economico non potrà che avere come premessa un sensibile mutamento delle condizioni politiche delle nazioni.

    E’ chiaro che le ipotesi proposte richiamano all’attenzione alcune questioni fondamentali della teoria e della politica economica:

    1. La funzione sviluppo (Cobb e Douglas, Solow ed altri), sino ad ora fondata sull’incremento dell’elemento capitale- input tecnologico, pone le premesse per il persistere di un cronico tasso di disoccupazione, per via della continua crescita che ne deriva della produttività del lavoro. Parte illuminata della letteratura ha proposto di recente un ribaltamento della funzione produzione, ponendo al centro dell’attenzione il fattore lavoro anziché quello capitale (Yerushalmi D. su The Global Review).
    2. Abbattimento del processo inflattivo mediante un efficace controllo del processo di formazione dei prezzi presso le imprese (Galbraith J.K., Yerushalmi D.).
    3. Regolamentazione del processo di distribuzione del valore in formazione presso le imprese, principalmente mediante la definizione di un congruo salario minimo (si vedano gli autori in precedenza citati ed altri).
  1. Nei Paesi in via di sviluppo, come quelli del continente africano, una prima possibile soluzione con effetti di tipo graduale, nel tentativo di trasformare gli attuali assetti economici dal tipo “esogeno” verso quello “endogeno”, potrebbe essere quella dell’introduzione di una speciale “moneta bancaria” a corso fiduciario, ovvero convertibile in quella legale, emessa da alcune banche in relazione all’erogazione dei tipici prestiti ad imprese e famiglie. Tale forma di denaro potrebbe avere un’equivalente “biglietto” in circolazione on line, anch’esso convertibile nella moneta legale di riferimento (esempio del “bitcoin”).

    Il meccanismo di emissione (prestiti bancari) consentirebbe una rapida diffusione della circolazione del genere monetario in discorso, con reali vantaggi per il pubblico se il costo per la sua detenzione si mostrerà sensibilmente contenuto; la qual cosa potrebbe palesarsi reale qualora i prestiti bancari potessero essere erogati a tassi assai ridotti, e determinati in virtù di uno spread positivo, rispetto al Tasso Ufficiale di Riferimento del biglietto legale di conversione, non superiore ad uno (1%).

    Si potrebbe inoltre porre le premesse per un sostegno allo sviluppo del commercio tra Stati diversi della medesima area continentale ed economica, se la valuta di conversione della nuova moneta fosse rappresentata da un biglietto legale dal respiro internazionale, com’è il caso del dollaro statunitense. Ciò potrebbe contribuire a garantire una maggiore stabilità nel rapporto di cambio della nuova moneta, con stimolo alla crescita dei commerci tra i Paesi interessati. In realtà si porrebbero le basi per la nascita di un’area economica caratterizzata da una moneta comune di tipo “endogeno”.

    E’ chiaro che simili scenari di politica monetaria si mostrano favorevoli alla trasformazione dell’Economia locale in tipo “endogeno”, poiché la circolazione della speciale moneta si connette ad un costante incremento delle capacità di spesa dei cittadini, fonte di traino della produzione e quindi degli investimenti (Economia di tipo endogeno).

    Appare inoltre necessario predisporre un’accurata attività di vigilanza sul processo di emissione e circolazione della speciale moneta, oltre che maturare una specifica e chiara volontà politica, per verificare la costante presenza di tre irrinunciabili requisiti:

    • Il primo che le banche emittenti, e facenti parte dello specifico circuito, detengano riserve valutarie sufficienti alla conversione degli strumenti di pagamento circolanti;
    • Il secondo che i Governi interessati non pongano barriere al regolamento degli scambi internazionali nella valuta di riferimento;
    • Il terzo che si costituisca uno specifico sistema dei regolamenti monetari tra le banche emittenti e che consenta la negoziazione in quella valuta di assegni ed altre forme di pagamento bancarie, liberamente circolabili poiché esigibili presso gli sportelli di ciascun istituto emittente.

    I possibili ostacoli alla realizzazione di tali scenari economico- monetari possono essere molteplici ed essenzialmente riconducibili alle reazioni dei poteri attualmente dominanti e di quella parte della classe politica asservita ai loro interessi.

    Ma è certo che qualora attuato il progetto potrebbe porre le prime importanti premesse per il ribaltamento degli attuali assetti economici mondiali, i quali da “esogeni” assumerebbero gradualmente i connotati più tipici del tipo “endogeno”, con reale crescita del benessere economico di intere popolazioni ed avvio di un reale processo di democratizzazione della ricchezza.

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Économie

Transformation du modèle économique mondial du type « exogène » au type « endogène »

  1. Les politiques économiques actuelles visant à soutenir le développement peuvent être définies comme « exogènes », c’est-à-dire que l’objectif principal est bien une croissance du produit intérieur mais au bénéfice principal du capital, en termes de profits plus élevés, plutôt qu’à celui des classes populaires qui souffrent d’un manque de revenus pour deux raisons principales :
    • Faibles salaires,
    • Taux de chômage incontrôlables.

Le pouvoir dominant et les politiques des États les plus développés créent les conditions d’une diffusion et d’un maintien permanents de ces situations économiques générales méprisables, dans le seul but de renforcer leur domination sur les masses.

En fait, l’effet de levier de la croissance économique repose essentiellement sur l’augmentation de l’intrant technologique (voir Yerushalmi D., The Global Review) avec une augmentation de la productivité du travail qui,

  • d’une part, entraîne une augmentation de la production et des bénéfices qui en découlent et,
  • d’autre part, se traduit par la tendance à réduire la main-d’œuvre employée (par la diminution du volume de travail) avec une augmentation inévitable de la main d’œuvre disponible qui provoque une augmentation du chômage et conséquemment du salaire moyen.

À ce processus déplorable, qui résulte de la prédominance du capital dans l’économie et la politique, s’ajoute le processus de « mondialisation économique » qui, tel qu’il se manifeste aujourd’hui, n’est que la mondialisation de la pauvreté.

En vérité, la délocalisation productive repose sur la recherche de bas salaires et d’avantages fiscaux, clairement au seul avantage du capital (et donc le renforcement du modèle économique du type « exogène »).

Ces politiques créent donc des conditions utiles pour une croissance des produits qui ne correspond pas à un élargissement de la base de consommation, à des politiques de bas salaires, ainsi qu’à un accroissement des profits et des revenus des classes riches et qui sont en position de suprématie politique et économique, perpétuant ainsi la pauvreté de générations entières, comme l’histoire le démontre.

C’est le résultat des politiques économiques de type exogène, définies comme telles parce qu’elles ne créent pas les conditions nécessaires à une croissance du bien-être économique des classes populaires et, en général, des classes pauvres, en raison de l’absence d’expansion des revenus disponibles et donc d’un manque de consommation : comme si le système économique était externe (exogène) à la classe ouvrière, les vrais producteurs, exclus des fruits du travail.

Le modèle de développement doit donc être inversé : la croissance économique doit être essentiellement endogène, c’est-à-dire qu’elle doit générer une expansion continue des revenus des classes populaires et de la capacité de consommation et d’épargne des masses qui en découle.

De cette façon, les conditions sont réunies pour une démocratisation de la richesse, basée sur une répartition équitable du capital en formation, qui permet une participation réelle des populations au processus de financement du développement par le système de l’intermédiation financière.

Le capital devient donc endogène au système et non comme il l’est actuellement (exogène), c’est-à-dire exclu du contrôle des peuples, des vrais producteurs, et du même circuit économique avec une accumulation d’énormes richesses entre les mains de quelques-uns sous forme de stock de capital financier (voir Yerushalmi D, op. cit.).

  1. La « prison économique » des peuples, judicieusement (et malicieusement) construite par les puissants, repose aussi sur le « pouvoir de l’argent», c’est-à-dire sur la circulation d’une monnaie de papier, non convertible en un autre bien et non appartenant à son détenteur (le véritable créancier), émise par un système bancaire privé contrôlé par une classe dominante absolue. Et en fait, les mêmes Banques Centrales (ayant le pouvoir d’émettre la monnaie légale) représentent en fait des Institutions privées entre les mains des puissants qui prétendent être autonomes du pouvoir politique, c’est-à-dire du pouvoir gouvernemental, avec le consentement substantiel des législations modernes (voir Yerushalmi D., Auriti G., Kryliengo A., Copertino L., The Global Review). Ils assument donc le privilège de se substituer à l’État dans l’émission des billets de circulation légale, et pour cette raison, imposent un cours parce qu’ils ont un pouvoir de battre monnaie en vertu de la loi.

    Cela a pour conséquence indésirable que les États renoncèrent au pouvoir de battre monnaie. La circulation du billet légal est donc basée sur la formation de dettes envers l’émetteur (la Banque centrale), qui perçoit des intérêts sur les titres émis par l’État souverain pour alimenter la base monétaire, élément vital de l’économie du Pays.

    Un acte plus pervers n’a jamais été conçu par les puissants : et en effet, en vertu de ce mécanisme, l’économie est entre les mains d’une classe de capitalistes parasites qui prétendent percevoir des intérêts (rentes) pour faire circuler l’argent public, s’appropriant par cet acte une part substantielle de la richesse produite par le système économique et faisant chanter des générations et des nations entières, avec la menace de réduire la circulation du « bien circulant », un bien essentiel pour le fonctionnement du système et pour la distribution de la richesse produite.

    Ajoutons à ces considérations brèves mais essentielles que les banques privées, à leur tour, émettent de l’argent (sous forme d’instruments de paiement bancaire) qu’elles mettent en circulation en raison de l’octroi de leurs propres prêts sous diverses formes et qui génèrent une source de profit.

    Dans ce cas également, la question de la monnaie bancaire entraîne donc un coût pour l’utilisateur public qui, dans les économies modernes, n’est pas en mesure de renoncer à l’utilisation de la monnaie dans l’exercice de toutes activités économiques, production, perception, revenus, consommation, épargne et investissements.

    Toutefois, dans le cas de la monnaie de compte, la circulation est basée sur la convertibilité attendue en billets légaux (circulation fiduciaire), que le public ne met en œuvre que dans les cas où il envisage d’effectuer des transactions en espèces. La commodité de l’utilisation de l’argent bancaire (distributeurs automatiques de billets, cartes de crédit, chèques et autres) et la législation en vigueur qui limite sévèrement l’utilisation de l’argent liquide, la raison officielle étant de lutter contre l’utilisation illégale de l’argent, jette les bases pour une utilisation massive de la monnaie de compte dans le règlement des transactions, jusqu’à ce qu’elle devienne prédominante sur la monnaie ayant cours légal.

    Mais contrairement aux États, aux citoyens et aux institutions économiques privées, les banques commerciales paient pour la disponibilité de billets de banque légaux à des taux d’intérêt nettement plus bas, certainement par rapport à ceux dont bénéficient l’administration publique pour l’émission de leurs propres titres et les particuliers pour les emprunts contractés auprès du système bancaire. Il est facile au lecteur attentif de confirmer cette affirmation en comparant le niveau du taux directeur BCE, les intérêts moyens reçus sur les titres publics détenus et le niveau moyen des taux débiteurs bancaires (remboursés sur prêts).

    Ainsi la monnaie, légale et bancaire, entre en circulation en vertu de la souscription d’une dette par l’utilisateur, public (État) et privé (citoyens et entreprises), qui encourt un coût excessif qui permet de transférer des parts de la richesse croissante aux mains des capitalistes ayant le pouvoir de battre monnaie (banques privées et centrales). Puis au moment du remboursement du prêt (dette) un autre mécanisme économique pervers et non désiré est déterminé : le pouvoir d’achat contenu dans la monnaie (et donc le revenu en valeur) est transféré à l’économie de l’émetteur, détruisant (littéralement) une partie de la richesse produite et en circulation (c’est le cas de la Banque Centrale).

    Ainsi, une réduction continue de la capacité de dépense du système est constatée, générant un mécanisme de transfert des revenus sous forme monétaire, des masses (citoyens actifs) vers les puissants, avec un appauvrissement irrémédiable et chronique des populations de la planète. Cette tendance est presque une constante des crises économiques, puisque le produit (valeur), distribué sous forme de salaires – intérêts – bénéfices, retourne normalement au producteur (en termes de demande de biens et de services) en petites quantités, conduisant inévitablement tôt ou tard à une contraction des niveaux d’utilisation des capacités (installations industrielles), à une augmentation du chômage et à une nouvelle réduction des revenus des masses.

  1. Par conséquent, le « seigneuriage monétaire » (voir, outre les auteurs susmentionnés, Galbraith J.K. et d’autres) comporte un triple mécanisme pervers :
    1. D’une part, il impose des limites exogènes au processus de développement économique, et en fait, le pouvoir privé des banquiers peut entraver de manière significative la croissance des revenus en limitant l’expansion de la circulation monétaire, ou plutôt en la réduisant, par décision autonome et en contraste évident avec l’intérêt dominant des nations et des peuples. La motivation officielle et soutenue par une partie accréditée de la littérature, est celle d’avoir à effectuer un contrôle efficace de la tendance du taux d’inflation, considéré comme le mal absolu des économies modernes. Mais une autre doctrine affirme le contraire, à savoir que le développement ne peut pas présumer de la présence d’un certain taux de variation dans l’augmentation des prix (voir Stiglitz J.E. et autres), et que l’inflation elle-même doit être considérée comme un phénomène économique et non purement monétaire comme la plupart des gens veulent le faire croire, parce que la variation des prix n’est due qu’à un changement de conditions dans le plan économique des producteurs (Yerushalmi D.).
    2. D’autre part, elle entrave l’accumulation de ressources économiques dans les masses (épargne) car elle crée un processus constant d’absorption du pouvoir d’achat, à travers deux mécanismes indésirables :
      • le premier, lié au fait que l’utilisation de la monnaie entraîne des coûts indus sous forme d’intérêts ;
      • le deuxième, parce que lorsque la dette est remboursée (les obligations d’État arrivant à échéance ou les prêts bancaires sont remboursés), un processus de transfert de richesse entre les mains du pouvoir bancaire (capital privé) est déterminé, avec une réduction de la capacité de dépense des populations et donc de la part de valeur disponible des producteurs réels, les travailleurs.
    3. En outre, l’absorption continue des ressources économiques sous forme de pouvoir d’achat jette les bases des crises économiques récurrentes, puisque souvent des situations de surcapacité de production sont déterminées, liées à un manque de demande globale, ce qui ne peut manquer de provoquer une réduction du personnel et une nouvelle diminution des revenus disponibles pour les masses.
  1. Dans de tels scénarios, quelles sont les solutions possibles ?

    Bien sûr, elles ne peuvent être que de nature essentiellement politique.

    Tout d’abord, il semble essentiel que les États reprennent le pouvoir de frapper de la monnaie.

      Trois conséquences sont souhaitables:

      1. Compensation d’une partie importante de la dette publique par les cours légaux en circulation et qui sera donc caractérisée par un coût d’intérêt nul (Auriti G., Copertino L., Krylienko A.). Cela conduira évidemment à une réduction significative de la charge fiscale, puisque les dépenses (charges) courantes de l’administration publique seront réduites proportionnellement, ce qui se traduira par une augmentation du pouvoir d’achat des citoyens avec un élargissement de la base de la consommation et un effet stabilisateur sur les cycles économiques.
      2. La reprise de l’autonomie des gouvernements dans la définition des politiques fiscales et budgétaires, avec des possibilités concrètes d’intervention en cas de ralentissement de la phase économique par le soutien de la demande globale.
      3. Une séparation nette entre les activités de supervision bancaire et la définition des politiques monétaires, qui ne peuvent jamais être dissociées des politiques économiques (Stiglitz J.E. et autres).

      D’autre part, il est nécessaire de déterminer les conditions de la prédominance d’une politique de développement endogène qui nécessite nécessairement certains facteurs essentiels, dont le premier ne peut être que la croissance économique portée par la consommation avant même l’augmentation des investissements, qui sera le résultat du premier.

      De cette façon, l’expansion des économies produira, tout d’abord, un élargissement du bien-être économique des masses, avec la preuve subséquente d’économies généralisées et d’une démocratisation réelle et conséquente des processus de production et du capital.

      C’est la victoire des opprimés sur les dominants, et donc ce changement dans le scénario économique ne peut avoir comme prémisse qu’un changement significatif dans les conditions politiques des nations.

      Il est clair que les hypothèses proposées attirent l’attention sur certaines questions fondamentales de théorie et de politique économiques :

      1. La fonction de développement (Cobb et Douglas, Solow et autres), basée jusqu’à présent sur l’augmentation de l’élément capital – intrant technologique, jette les bases de la pérennité du chômage chronique, du à la croissance continue qui résulte de la productivité du travail. Une partie éclairée de la littérature a récemment proposé un renversement de la fonction de production, se concentrant sur le facteur travail plutôt que sur le facteur capital (Yerushalmi D. The Global Review).
      2. Abolition du processus inflationniste par un contrôle efficace du processus de formation des prix dans les entreprises (Galbraith J.K., Yerushalmi D.).
      3. Régulation du processus de répartition de la valeur de la formation dans les entreprises, principalement par la définition d’un salaire minimum raisonnable (voir les auteurs mentionnés ci-dessus et autres).
  1. Dans les pays en développement, comme ceux du continent africain, une première solution possible avec des effets progressifs, pour tenter de transformer les structures économiques actuelles de type “exogène” en “endogène”, pourrait être l’introduction d’une “monnaie bancaire” spéciale à un taux fiduciaire, convertible en taux légal, émis par certaines banques en rapport avec le versement des prêts types aux entreprises et familles. Cette forme de monnaie pourrait avoir un “billet” équivalent en circulation en ligne, également convertible dans la monnaie légale de référence (comme p.ex. Bitcoin).

    Le mécanisme d’émission (emprunts bancaires) permettrait une diffusion rapide de la circulation du type monétaire en question, avec des avantages réels pour le public si le coût de sa possession se révèle significativement maîtrisé. Ceci pourrait être réalisé si les emprunts bancaires pouvaient être déboursés à très bas taux, et déterminés en fonction d’un écart positif par rapport au taux officiel de référence du titre légal, ne dépassant pas un (1 %).

    Les conditions pourraient également être fixées pour soutenir le développement des échanges entre les différents États d’une même zone continentale et économique, si la monnaie de conversion de la nouvelle monnaie était représentée par une note légale à portée internationale, comme c’est le cas pour le dollar américain. Cela pourrait contribuer à assurer une plus grande stabilité au taux de change de la nouvelle monnaie, stimulant ainsi la croissance des échanges entre les pays concernés.

    En réalité, les bases seraient jetées pour la naissance d’un espace économique caractérisé par une monnaie commune de type endogène.

    Il est clair que de tels scénarios de politique monétaire sont favorables à la transformation de l’économie locale en une économie de type endogène, puisque la circulation de cette monnaie spéciale est liée à une augmentation constante de la capacité de dépense des citoyens, source de dynamisme pour la production et donc les investissements.

    Il semble également nécessaire de préparer une supervision minutieuse du processus d’émission et de circulation de la monnaie spéciale, ainsi que de développer une volonté politique spécifique et claire, afin de vérifier la présence continue de trois exigences essentielles :

    • La première est que les banques émettrices, dans le cadre du circuit spécifique, détiennent des réserves de change suffisantes pour la conversion des instruments de paiement en circulation ;
    • La deuxième est que les gouvernements concernés ne devraient pas faire obstacle au règlement du commerce international dans la monnaie de référence ;
    • La troisième est qu’il devrait y avoir un système spécifique de règlements monétaires entre les banques émettrices, permettant l’échange de chèques et d’autres formes de paiement bancaire dans cette monnaie, qui circulent librement car ils sont dus aux guichets de chaque institution émettrice.

    Les obstacles possibles à la réalisation de tels scénarios économiques et monétaires peuvent être multiples et essentiellement imputables aux réactions des puissances actuellement dominantes et de la partie de la classe politique soumise à leurs intérêts.

    Mais il est certain que, s’il est mis en œuvre, ce projet pourrait jeter les premières bases importantes pour le renversement des structures économiques mondiales actuelles, qui d’exogènes prendraient progressivement les caractéristiques les plus typiques du type endogène, avec une croissance réelle du bien-être économique de populations entières et le début d’un véritable processus de démocratisation de la richesse.

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Critiques de livres

« La Théorie de la valeur et de la monnaie: Un nouveau modèle de développement économique et de gouvernance » D.Yerushalmi.

The Global Review a publié, du mois de mars 2018, dans la section Livres et Mémoires, le volume inédit du chercheur israélien David Yerushalmi dans sa traduction en italien, avec le titre éloquent « La Théorie de la valeur et de la monnaie. Un nouveau modèle de développement économique et de gouvernance » (copyright Karen Hayoun-Israël).

L’érudit en sciences économiques et financières ne peut qu’être impressionné par la lecture et l’étude de ce volume.

Le fait est que l’Auteur narre les événements économiques et monétaires-financiers de notre temps avec une analyse efficace basée sur la pensée essentielle ainsi que sur l’absence totale d’influence du raisonnement, qui conditionne trop souvent l’objectivité des études de nombreux auteurs ; un phénomène bien connu de certains et appelé « capture adaptative ».

Le livre est accompagné d’une analyse qui se réfère essentiellement à la plupart des développements et des conclusions théoriques des derniers siècles, depuis David Hume et Adam Smith jusqu’aux auteurs contemporains les plus célèbres avec de plus, une bibliographie de plus de 500 ouvrages.

Les conclusions inédites de l’analyse de David Yerushalmi assument un concept presque révolutionnaire ou du moins sincère, si l’on veut laisser entendre que certains chercheurs de qualité et de compétence scientifique incontestables ont volontairement détourné l’attention des phénomènes représentés avec efficacité et simplicité par notre auteur.

La première conclusion définit l’inflation comme un phénomène économique et non monétaire. L’analyse vise à démontrer l’absence de fondement de la distinction souhaitée par la littérature entre le moment économique et le moment monétaire-financier, considérant ce dernier comme une simple représentation « nominative » de la richesse, définie comme réelle uniquement par référence aux biens et aux services économiques.

Yerushalmi affirme et démontre avec une approche d’analyse difficilement contestable que la monnaie représente un type de richesse, qu’elle absorbe au moment de son émission par l’achat des services économiques (biens et services) et lors de la phase de distribution de la richesse créée dans les entreprises.

Une réduction de la circulation de la monnaie par décision de l’autorité de contrôle représente « … une soustraction (indue) de la richesse produite et circulant sous forme monétaire… qui ne peut que nuire à la communauté… profitant (théoriquement) à la Banque centrale qui absorbe une valeur en la possession légitime du public ».

Poursuivant cette approche, l’auteur renvoie la cause de l’inflation (comprise comme une augmentation des prix des biens sans augmentation réelle des avantages économiques contenus) à un libre choix de la politique commerciale des entrepreneurs, qui poursuivent toute opportunité de marché propice pour augmenter les prix dans le seul but de réaliser des profits plus importants. Et en fait, une augmentation des prix sans modifier la teneur qualitative réelle du produit nécessite, pour acheter ces mêmes « utilités », une dépense monétaire supérieure, à savoir une valeur plus importante (représentée et comprise dans le prix). L’augmentation des recettes (monétaires) unitaires pour les mêmes produits est la preuve indirecte que la monnaie est un type réel de valeur produit et circulant dans l’économie.

Il s’ensuit la conséquence logique, que le véritable remède à l’inflation est une activité rigoureuse et logique de contrôle du processus de formation des prix dans les entreprises.

Au contraire, la prétention à contrarier les variations du mètre monétaire par une politique de resserrement du crédit à travers une restriction de la liquidité du système a pour seul effet de contrecarrer au développement, en raison du ralentissement qui accompagne l’augmentation de la productivité des entreprises qui est à la fois une source de chômage croissant et une réduction du revenu disponible des classes populaires sans aucune certitude une réelle maîtrise de la hausse des prix.

Cela ne peut être le cas que si cette politique commerciale coïncide avec les objectifs de profit maximum du capitaliste, sans exclure la possibilité d’une augmentation des mêmes prix si les conditions du marché le permettent, comme c’est souvent le cas en cas d’inélasticité de la demande pour certains biens ou de hausse des prix de certaines matières premières et sources énergétiques importées (stagflation).

L’Auteur affirme que la domination des politiques monétaires a pour seul but de redistribuer la richesse « de bas en haut » (des moins bien nantis aux riches et en position de suprématie).

La seconde conclusion est qu’on ne peut pas renoncer à une réglementation, au moyen d’une législation spécifique, du processus de distribution de la valeur produite dans les entreprises.

Les capitalistes nient aux travailleurs les règles les plus élémentaires d’équité et de dignité dans la disponibilité des ressources économiques produites, malgré le fait que le revenu est essentiellement le résultat du « travail » et que la technologie ne peut que développer la capacité productive de la main-d’œuvre, sans jamais pouvoir remplacer complètement l’action humaine. Pour d’autres aspects, le progrès technologique lui-même est le résultat de l’intelligence appliquée humaine et donc le résultat du travail économique.

Dans l’attribution de la valeur, le facteur humain (la main d’œuvre) doit assumer la centralité et la prééminence, sinon le capital absorbe la richesse et les revenus légitimement détenus par les producteurs, à savoir les classes populaires.

D’où la nécessité pour les dominateurs d’opprimer le peuple sous toutes ses formes, afin de persister dans le gigantesque système d’exploitation en place, se nourrissant du « sang » des masses.

Le problème de la pauvreté économique répartie sur l’ensemble de la planète tire son origine du mécanisme économique injuste et pervers en place, selon lequel les capitalistes (entreprises) sont en mesure de contrôler les prix et les salaires, c’est-à-dire

  • la part de la valeur produite attribuée comme part des bénéfices et le niveau réel des salaires, et donc
  • la relation entre salaires monétaires et les prix.

La troisième conclusion est représentée par le renversement total de la théorie du développement, qui dans la littérature économique (avec peu de différences d’approche non confirmées) est essentiellement basée sur l’augmentation du facteur technologique (apport de capital) qui ne peut avoir comme conséquence qu’un chômage chronique même en présence d’un taux de croissance économique constant, puisque l’augmentation de la production due à la technologie ne garantit ni une augmentation du personnel employé ni une augmentation du salaire unitaire, alors que le profit est supérieur en cas de croissance des ventes et même parfois, de leur constance.

Yerushalmi, d’autre part, insiste sur la nécessité d’augmenter le niveau de production en absorbant la main-d’œuvre disponible et en reléguant le facteur capital (intrant technologique) à une « variable dépendante », en ce sens que le facteur intrant technologique ne doit être quantifié lorsqu’il est nécessaire d’augmenter la productivité que seulement après avoir assuré le plein emploi des travailleurs.

De cette façon, la croissance du revenu unitaire des masses et le bien-être économique qui en résulte sont assurés, en soutenant le développement de l’économie par la consommation avant même que le levier « investissements » ne soit utilisé.

Il est certain que le modèle de fonctionnement de l’économie proposé par l’Auteur exige un renversement de l’équilibre actuel du pouvoir ainsi que celui des structures politiques, financières et organisationnelles du système productif.

À cet égard, le lecteur sera surpris par l’approche que Yerushalmi utilise dans la réalisation de l’analyse, qui passe nonchalamment du niveau technico-économique au niveau dit « théosophique et spirituel », avec des déductions et des conclusions destinées à rassurer l’érudit attentif ainsi qu’avec un esprit libre de préjugés sur le fait que « … il est certain que le système actuel de distribution du pouvoir sera remplacé par un modèle économique et politique basé sur l’équité et le dépassement des perversions, dans le respect de l’ordre des choses…que les hommes de pouvoir le veuillent ou non…. ».

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Recensioni dei Libri

“Teoria del Valore e della Moneta: Un Nuovo Modello di Sviluppo e di Governance dell’Economia” D.Yerushalmi.

Nello scorso mese di marzo 2018  la The Global Review ha pubblicato, nella sezione Books and Papers, il volume inedito dello studioso israeliano David Yerushalmi nella sua traduzione in lingua italiana, dal titolo eloquente “Teoria del Valore e della Moneta. Un Nuovo Modello di Sviluppo e di Governance dell’Economia” (copyright Karen Hayoun- Israele).

Lo studioso della scienza economica e finanziaria non può che restare stupefatto dalla lettura e studio dell’opera.

Il fatto è che l’Autore narra le vicende economiche e monetario-finanziarie del nostro tempo con un’efficacia di analisi fondata sulla “essenzialità” dell’approccio e sulla totale assenza di un’influenza di “pensiero”, che troppo spesso condiziona l’obiettività dello studio di non pochi autori; un fenomeno ben noto ad una parte della dottrina e conosciuto con il termine di “ adaptive capture”.

Il libro è accompagnato da un’analisi che sostanzialmente si riferisce alla maggior parte degli sviluppi e delle conclusioni teoriche degli ultimi secoli, a far data da David Hume ed Adam Smith per concludere con i più noti autori contemporanei; il libro è dotato di una bibliografia di ben oltre 500 lavori.

Le conclusioni inedite dell’analisi di David Yerushalmi assumono un valore presso che “rivoluzionario” o almeno realmente “sincero”, se si vuol sottintendere che alcuni studiosi di indubbia qualità e capacità scientifica abbiano volutamente distolto l’attenzione dai fenomeni rappresentati con efficacia e semplicità dal nostro Autore.

La prima, definisce l’inflazione un fenomeno economico e non monetario; l’analisi si pone lo scopo di dimostrare l’infondatezza della distinzione tanto voluta dalla letteratura tra momento economico e monetario-finanziario, considerando quest’ultimo semplice rappresentazione “nominale” della ricchezza, definita “reale” solo con riferimento ai beni e servizi economici.

Yerushalmi afferma e dimostra con un approccio di analisi difficilmente contraddetto che la moneta rappresenta una “specie” del “genere” ricchezza , che essa (la moneta) “assorbe” all’atto della sua emissione mediante l’acquisto delle utilità economiche (beni e servizi) e nella fase della distribuzione del valore  creato presso le imprese.

Una riduzione della circolazione monetaria per decisione dell’autorità di controllo rappresenta “… una sottrazione (indebita) di ricchezza prodotta e circolante in forma monetaria … che non può che danneggiare la collettività … avvantaggiando (teoricamente) la Banca Centrale che assorbe un valore in legittimo possesso del pubblico”.

Continuando nell’approccio, l’Autore riferisce la causa dell’inflazione (intesa come un aumento dei prezzi dei beni senza un reale incremento delle utilità economiche contenute) ad una libera scelta di politica commerciale degli imprenditori, i quali rincorrono ogni occasione di mercato utile per un innalzamento dei prezzi al solo fine di conseguire maggiori profitti; ed in effetti, un incremento dei primi senza che muti il reale contenuto qualitativo del prodotto richiede, per l’acquisto delle medesime “utilità”, un maggiore esborso monetario, vale a dire un maggior “valore” (rappresentato ed incluso nella specie monetaria). La rincorsa all’aumento dei ricavi unitari (monetari) per medesimi prodotti è una “prova indiretta” che la moneta è una specie “reale” del valore prodotto e circolante in Economia.

Ne discende la logica conseguenza che il vero rimedio all’inflazione è una rigorosa e razionale  attività di controllo del processo di formazione dei prezzi presso le imprese; al contrario, la pretesa di contrastare le variazioni del metro monetario attraverso una politica di stretta creditizia mediante un restringimento della liquidità di sistema ha il solo effetto di contrastare lo sviluppo, per il freno che ne consegue all’ampliamento delle produzioni delle imprese, causa di crescente disoccupazione e riduzione dei redditi disponibili per le classi lavoratrici, senza nessuna certezza di un reale contenimento dell’aumento dei prezzi; ciò potrà determinarsi solo nel caso che tale politica commerciale coincida con gli obiettivi di massimo profitto del capitalista, senza escludere la possibilità che possa determinarsi un incremento degli stessi prezzi se le condizioni di mercato lo consentono, com’è frequente nel caso di “inelasticità” della domanda di alcuni beni o di aumenti nei prezzi di alcune materie prime e di fonti energetiche importate (stagflazione).

L’Autore afferma che il predominio delle politiche monetarie ha il solo scopo di una redistribuzione della ricchezza “dal basso verso l’alto” (dalle classi meno agiate a quelle ricche ed in posizione di supremazia).

La seconda, è che non si può rinunciare ad una regolazione, mediante apposita normativa,del processo di distribuzione del valore prodotto presso le imprese.

I capitalisti negano ai lavoratori le più elementari regole di equità e di dignità nella disponibilità delle  risorse economiche prodotte, non ostante che il reddito risulti essenzialmente dal “lavoro” e che la tecnologia può solamente ampliare le capacità produttive della mano d’opera, senza mai potersi sostituire completamente all’azione umana; per altri aspetti, lo stesso progresso tecnologico è il risultato dell’ “intelligenza applicata” dell’uomo e quindi il frutto del lavoro “economico” della specie.

Nell’attribuzione del valore deve assumere centralità e preminenza il fattore umano (mano d’opera), diversamente il capitale assorbe ricchezza e reddito di legittima proprietà dei “produttori”, le classi lavoratrici.

Da qui, l’esigenza per i dominatori di opprimere in ogni modo le genti, al fine di persistere nel gigantesco sistema di sfruttamento in atto, nutrendosi del “sangue” delle masse.

Il problema della “povertà” economica diffusa sull’intera area planetaria trae la sua origine dall’iniquo e perverso meccanismo economico in atto, secondo il quale i capitalisti (le imprese) sono nella condizione di controllare prezzi e salari, vale a dire

  • la quota di valore prodotto attribuita come profitti ed il livello “reale” del salario, e cioè
  • il rapporto tra salari monetari e prezzi.

La terza, è rappresentata dal totale ribaltamento della teoria dello sviluppo, che nella letteratura economica ( con poche non affermate “differenze” di approccio) è fondata essenzialmente sull’incremento del fattore tecnologico (input di capitale); la qual cosa non può che avere come conseguenza una cronica disoccupazione anche in presenza di un consistente tasso di crescita economica, giacchè l’incremento delle produzioni per via della tecnologia non assicura aumento della forza lavoro occupata né del salario unitario, mentre si registra un maggiore profitto in presenza di un incremento delle vendite ed, in taluni casi, anche di una loro costanza.

Yerushalmi, invece, insiste sulla necessità di aumentare il livello delle produzioni assorbendo la mano d’opera disponibile e relegando il fattore capitale (input tecnologico) a “variabile dipendente”; nel senso che l’input di fattore tecnico va dosato con le esigenze di incremento del prodotto solo dopo aver assicurato il “pieno impiego” della forza lavoro. In tal modo si assicura la crescita del reddito unitario delle masse e del benessere economico conseguente, sostenendo lo sviluppo dell’Economia per il tramite dei “consumi” ancor prima che mediante la leva “investimenti”.

Certo è che il modello di funzionamento dell’Economia proposto dall’Autore richiede un ribaltamento degli attuali equilibri di potere, non che degli assetti della politica, della finanza e dell’organizzazione del sistema produttivo.

Al riguardo, il lettore sarà sorpreso dall’approccio che Yerushalmi utilizza nello svolgimento dell’analisi, la quale con disinvoltura si sposta dal piano tecnico-economico a quello per così dire “teosofico” e spirituale, con deduzioni e conclusioni che intendono “rassicurare” lo studioso attento e con mente libera da preconcetti sul fatto che “… è certo che l’attuale sistema di ripartizione del potere sarà sostituito da un modello economico e politico fondato sull’equità e sul superamento delle perversioni in atto, rispetto all’ordine naturale delle cose … piaccia o no agli attuali uomini di potere …”.