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Debito pubblico ed accumulo del Capitale.

La forza di  accumulo del capitale deriva dal suo rendimento (r), poichè i detentori della Ricchezza  sostengono il proprio tenore di vita in ragione delle risorse  r – s = c (tasso medio  di consumo del reddito); per cui sarà  r – c = s, e quindi  s = i (tasso medio di investimento in rapporto al reddito), nell’ipotesi che il risparmio (reddito non consumato= s) sia interamente investito (si veda tra tutti Piketty TH, 2013).  In verita’, in una moderna  Economia monetaria e creditizia la formazione di un avanzo economico (s) si sostanzia nella norma in un surplus finanziario, ovvero in attivi finanziari o in stock monetari, poiche’ la percezione dei redditi avviene principalmente in termini monetario-finanziari.

Certamente cosi’ nel caso delle rendite del capitale finanziario (r).

Dunque dal tasso di risparmio (s) origina la formazione di surplus finanziari che rappresentano incremento della Ricchezza, destinabili  all’acquisto di attivi rappresentativi  di investimenti produttivi (obbligazioni ed azioni delle imprese) ovvero di deficit della pubblica amministrazione (titoli di Stato), dalla cui detenzione deriva il lucro di interessi e differenze di valore per i titoli rappresentativi di debito ovvero dividendi  e capital gains per le azioni, qualora il risparmio accumulato non sia trasferito  in paradisi fiscali a fini di elusione d’imposta com’e’ in casi sempre meno rari.

I rendimenti del capitale quindi  non assumono  la medesima natura:

  • vale a dire che talvolta il patrimonio investito rappresenta  capitale tecnico presso le imprese che in un’Economia monetaria  e creditizia  come quella moderna corrisponde nella norma ad attivi finanziari;  ci si riferisce allora al lucro di dividendi, profitti e plusvalenze  per i titoli rappresentativi  del  capitale proprio (azioni e quote), ovvero agli interessi e differenze di valore per il capitale di debito (obbligazioni ed altri titoli di debito).
  • Per altri versi , le risorse possono assumere  la veste di stock sottratti dal circuito del Valore, poiché detenuti  presso banche  in paradisi fiscali ovvero impiegati in attività di stampo prevalentemente speculativo sui mercati finanziari; in queste circostanze esse maturano rendimenti nella forma di capital gains se impiegati in valori finanziari negoziati su mercati quotati e non, o di “quasi rendita” se detenuti in paradisi fiscali (si veda Yerushalmi D. su The Global Review, 2018).
  • Vi e’ poi la circostanza in cui i capitali vengono investiti in  titoli rappresentativi del debito pubblico delle Nazioni, godendo il lucro degli interessi pattuiti e/o le differenze di valore conseguenti alle oscillazioni dei prezzi qualora ufficialmente quotati.

In quest’ultimo caso, la ricchezza finanziaria diventa il simbolo della redistribuzione del Valore all’interno del sistema economico tra il settore privato e pubblico;  in tali circostanze se l’Economia si caratterizza per significativi  livelli del tasso d’inflazione si pongono le premesse per  un rimborso del debito con moneta dotata di minore capacità di spesa, e dunque si assiste ad un processo di abbattimento di quote della Ricchezza  privata della Nazione detenuta in termini finanziari.

Ed in effetti, ciò puo’ determinare  una minore pressione fiscale anche per le classi meno abbienti, caeteris paribus, potendosi risolvere per altra via il pressante  problema di dover abbattere l’indebitamento nel bilancio dello Stato (mediante alti tassi d’inflazione); certamente il risultato è quello di una ridotta concentrazione del capitale.  E’ l’esempio dei principali  Paesi europei nell’intervallo tra le due grandi guerre del  XX secolo, o del Regno Unito negli anni 1945-1950.

In particolare, nella Germania  del post primo e secondo conflitto mondiale gli alti tassi d’inflazione hanno sensibilmente attenuato i problemi connessi al rimborso del più che elevato indebitamento dello Stato.                                                                                                                                                                                                                               Situazione opposta si presenta nell’Europa della moneta unica nei primi decenni del XXI secolo.

 I vincoli di bilancio imposti ai Paesi membri ed i bassi tassi di inflazione oscillanti intorno al 2%, ed in qualche  caso  anche sensibilmente inferiori per alcune Nazioni,  hanno  posto le premesse per un vantaggio dei creditori con abbattimento dei redditi disponibili per l’Economia delle masse, in ragione della forte pressione fiscale anche di tipo indiretto, che in questi casi assume il connotato di una imposta regressiva, vale a dire crescente in rapporto ad una minore consistenza del reddito percepito; e cio’ in ragione della circostanza che l’aliquota d’imposta “costante”  incide maggiormente sui redditi  piu’ contenuti.

Il maggior prelievo si mostra necessario per il pagamento degli interessi pattuiti sul debito che sono per la gran parte  di pertinenza del grande capitale finanziario, degli intermediari e delle banche commerciali di ogni ordine e grado.

La situazione e’ aggravata in ragione dei limiti imposti (Trattato di Maastrich) alla dimensione dei deficit di bilancio che impongono un sensibile restringimento del “welfare state” (Baldwin R.-Wyplosz C.,2005; De Grauwe P.2007; Mantovani A.- Marattin L.,2008).

Dunque, bassi tassi d’inflazione per via di politiche monetarie restrittive, maggiori tassi d’interesse che normalmente conseguono ed incremento della pressione fiscale per onorare il servizio del debito, rappresentano un vantaggio per la classe dei capitalisti, in particolare per i detentori degli attivi finanziari, a detrimento della vita economica della classi meno agiate che esborsano maggiori risorse a titolo di  imposte che vanno ad incrementare le “rendite” delle classi piu’ agiate ed in posizione di supremazia.

D’altra parte, a ben osservare le dinamiche riferibili ai processi di globalizzazione in atto, si osserva uno sfrenato processo di deregolamentazione finanziaria, incoraggiato anche dai massimi organismi finanziari del Pianeta, quali l’FMI e la World bank così come per alcuni versi la BCE e la Fed americana, il cui fine è quello del lucro di profitti  da attività tipiche del “predonaggio” ovvero del prestito ad alti tassi di interesse, che potrà essere rimborsato dai Paesi in via di sviluppo solo mediante politiche di bilancio ispirate dai principi dell’austerity ed in virtù di una crescente imposizione fiscale (Milanovic B., 2016).

Anche in questi casi  il risultato è quello della redistribuzione delle Ricchezze verso il grande capitale finanziario, con  impoverimento dell’Economia delle masse.

Nel caso dell’Eurozona l’esempio della Grecia “docet” ( si veda per tutti, Stiglitz J.E.,2017).

Inoltre, le politiche di liberalizzazione del capitale hanno accentuato l’atteggiamento “predone” della finanza  che si è risolto in un’aumentata volatilità dei mercati finanziari  e delle valute, con danni crescenti all’Economia dei Paesi più poveri ed interessati dal processo di globalizzazione finanziaria (Lucas R.E. jr.,1990; Kose A.-Prasad E.,2003; 2004).

Dunque,  la politica di bilancio qualora e’ orientata ad un aumento del debito può realizzare  il fine occulto di redistribuire la Ricchezza all’interno delle Nazioni; la direzione di marcia dei flussi è quindi funzione delle decisioni di natura politica circa la migliore governance per il sistema, frutto del prevalere di questi o quegli altri interessi nel panorama economico-sociale della Nazione.

Invero, qualora l’incremento della spesa  pubblica  non va nella direzione di un sostegno allo sviluppo dell’Economia  i maggiori oneri per interessi nel bilancio dello Stato non potrannno che essere onorati mediante un incremento della pressione fiscale ( si  veda, Galbraith J.K.,2008; Penelope N.,2012).  L’esperienza insegna, salvo i rari  casi in cui le impellenti esigenze  di  riequilibro  delle gravi conseguenze di conflitti militari lo impongono, che a pagare il “conto” siano nella norma le classi meno abbienti, acutizzando le diseguaglianze  economiche e favorendo una crescente concentrazione del capitale privato.

E cio’ in modo indiretto e non palese: mediate politiche monetarie restrittive che fanno da “arpione” alla crescita del Prodotto e del Reddito di pertinenza delle masse (Stigliz J.E ,2012), per via dei negativi effetti sui livelli produttivi delle piccole e medie imprese e quindi sui livelli occupazionali (si veda su The Global Review, David Yerushalmi e Moreno Pierangeli), oltreche’ in ragione dei maggiori  tassi d’interesse in rapporto ai saggi di sviluppo conseguiti nonche’ ai tassi d’inflazione consuntivati.

Inoltre, la presenza in Economia (a livello planetario)  di  ingenti stock di Ricchezza finanziaria resa sterile, poiché sottratta dal circuito principale di formazione del Valore (produzione -redditi-consumi-risparmio-investimenti-nuove produzioni) essendo trasferiti in paradisi fiscali a fini di elusione delle imposte, pone le premesse per la determinazione di condizioni favorevoli a bassi tassi di crescita del Prodotto o di stagnazione e recessione.

Ed in effetti, la conseguenza dell’alta  concentrazione del capitale nelle mani dei pochi  determina  due principali fattori di destabilizzazione sull’equilibrio del sistema produttivo ed economico:

  • La formazione dell’indesiderabile disuguaglianza S > I (Risparmio > Investimenti), diretto riflesso della sottrazione dal ciclo di importanti quote del Valore prodotto (in forma di profitto), con manifestazione di capacità produttive non utilizzate per via dell’insufficiente livello dei redditi delle masse, ed inevitabile rallentamento della crescita, che  puo’ trasformarsi  in recessione in presenza di una accentuata differenza tra il livello di domanda aggregata e le capacità di produzione del sistema.
    L’impiego di tali risorse in attività “predatorie”  sui mercati finanziari internazionali  non sostiene in alcun modo l’espandersi delle operazioni in corso presso le imprese, per la natura stessa dell’investimento a scopi speculativi  che ricerca lucri da differenze di prezzo non connesse  ai fondamentali sottostanti ai titoli ed in ogni caso del tutto scollegate dall’Economia reale.
     Nel contempo le gravi imperfezioni  degli odierni  contesti finanziari, principalmente per via di accentuate asimmetrie informative e per il prevalere di operatori di rilevante dimensione o in posizioni di vantaggio informativo, creano agi crescenti per il grande capitale che si concretizzano in sensibili alterazioni nel processo di formazione dei prezzi in ragione di pilotate oscillazioni delle quotazioni;  con la conseguenza che la continua ed accentuata volatilita’ dei prezzi  genera perdite consistenti nei portafogli degli operatori minori e del grande pubblico in genere, sottraendo  Valore nella forma della Ricchezza finanziaria  all’ampia platea dei piccoli  risparmiatori, acutizzando i  problemi tipici del circuito della povertà, nel senso di un trasferimento della Ricchezza dal basso verso l’alto.
  •  L’adozione frequente di politiche monetarie di tipo restrittive, con lo scopo di frenare lo sviluppo (effetto arpione, si veda l’ampia produzione di Stiglitz J.E.; ed anche Galbraith J.K.), aumentare la disoccupazione e quindi ingenerare politiche di bassi salari, potendosi determinare in tal modo riduzioni nei tassi di crescita dei prezzi ovvero fasi deflattive.

Il lettore attento comprende che non puo’ essere questa la strada per contenere l’incremento dei prezzi poiche’ il “costo” dell’azione di Governance e’ pagato dalle classi meno abbienti in termini di un deterioramento delle condizion di vita economica, con ulterori vantaggi per i detentori del capitale finanziario,  derivanti in primis dai bassi tassi d’inflazione.

La qual cosa, invero, determina agi crescenti per i creditori ovvero per coloro che detengono titoli ed azioni, vale a dire per i portatori del grande capitale finanziario, i quali  in tal modo evitano le conseguenze derivanti dalla propria “inazione” (atteggiamento tipico dello speculatore finanziario e del cassettista), lucrando magiori  rendimenti  “reali” per via dei ridotti tassi di inflazione. Infatti e’ R(rendimento reale) = r (rendimento finanziario) – f (tasso d’inflazione annuo).

A cio’ si aggiunga un’altra non trascurabile osservazione.

La teoria insegna che il tasso di accumulo del capitale e’ dato dal rapporto B = Capitale/Reddito, ovvero la consistenza del Capitale della Nazione e’ espresso in termini di rapporto con il Reddito di periodo (anno): a titolo di esempio,se e’  B = 5 cio’ vuole indicare che lo stock di Capitale e’ cinque volte la dimensione del Reddito nazionale di periodo.

Ebbene e’ intuitivo comprendere che il tasso di variazione di B, ovvero del tasso di accumulo del Capitale, e’ dato dal rapporto tra  s = tasso di risparmio e  g = tasso di sviluppo dell’Economia;
cioe’ Variazione di B = s/g.

Orbene un tasso s maggiore di  g (s>g) determina  un accrescimento della quota Valore di pertinenza del Capitale, con incremento della Ricchezza delle classi benestanti. Le quali assorbono la quota maggiore della Ricchezza prodotta nel periodo.

E’ questo  nella norma si determina nel caso sia la differenza  r > g , ovvero il tasso di rendimento del Capitale (r) e’ superiore al tasso di crescita del Prodotto (g), ovvero dell’Economia, nel periodo di tempo considerato. Fenomeno generalmente riscontrabile nelle maggiori Economie mondiali.

Il lettore comprende che qualora il tasso di crescita del Reddito nazionale su base annua assume, a titolo di esempio, valori pari al 2% mentre il livello medio dei tassi d’interesse e’ pari al 3% (in termini reali) , il rendimento del Capitale assorbe mediamente una quota maggiore del Reddito prodotto in termini relativi, essendo  r > g, determinandosi allora un trasferimento della Ricchezza dal basso verso l’alto ed accentuando la poverta’ delle classi lavoratrici ed in genere di quelle meno abbienti.

Orbene, il medesimo effetto si  avra’ nel caso di tassi di sviluppo prossimi allo zero ovvero nulli anche se la Politica monetaria determina un livello dei saggi d’interesse assai contenuto.

In queste circostanze sara’ r > g, per via di un valore  di g prossimo allo zero.

La conseguenza e’ che  l’accumulo del Capitale non si arresta anche in caso di recessione, mentre le classi  lavoratrici  vedono sensibilmente decrescere la quota di Reddito di loro pertinenza.

 La situazione descritta ha caratterizzato l’Economia della grande parte dei Paesi euro negli ultimi anni, in primis quelli dell’area mediteranea.

… il capitale mangia il futuro (economico della Nazione) …” (Piketty Th, 2013).

Ed in effetti, l’accumulo dei Redditi  in capo ai ricchi potrà solo accrescere la  quota risparmio del Reddito nazionale (s) di loro pertinenza, essendo i principali detentori del Risparmio per via dell’alto livello dei redditi percepiti (r),  mentre il rallentamento della crescita (g) sino a fasi di vera recessione espande  la dimensione delle aree povere della popolazione, nel contempo ponendo le premesse per un maggiore accumulo di capitale ( Variazione di B = s/g ).

 Ancora una volta  l’analisi teorica dimostra che una Governance dell’Economia fondata sulle politiche monetarie  puo’ diventare strumento di redistribuzione del reddito dalle classi meno abbienti verso quelle in posizioni di supremazia, rappresentate dal grande capitale finanziario.

Medesime osservazioni possono dedursi dall’attuazione di politiche di Bilanco della pubblica aministrazione finalizzate ad un’espansione del debito finanziato con emissione di titoli, remunerati con saggi d’interesse superiori al tasso di sviluppo dell’Economia.

In questi casi l’incremento del debito dello Stato coincide con un trasferimento di Ricchezza dal basso verso l’alto.

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Dette publique et accumulation de capital.

La force d’accumulation du capital découle de son rendement (r), puisque les détenteurs de la Richesse maintiennent leur niveau de vie sur la base de ressources r – s = c (taux moyen de consommation du revenu) ; ce sera donc r – c = s, et donc s = i (taux moyen d’investissement par rapport au revenu), en supposant que l’épargne (revenu non consommé = s) soit entièrement investie (voir entre autres Piketty TH, 2013).  En fait, dans une économie monétaire et de crédit moderne, la formation d’un surplus économique (s) s’incarne normalement dans un surplus financier, c’est-à-dire dans des actifs financiers ou des stocks monétaires, puisque la perception du revenu se fait principalement en termes monétaires-financiers.

C’est certainement le cas pour le rendement du capital financier (r).

Par conséquent, du taux d’épargne (s) naît la formation d’excédents financiers qui représentent une augmentation de la Richesse, qui peut être utilisée pour acheter des actifs représentant des investissements productifs (obligations et actions d’entreprises) ou des déficits de l’administration publique (obligations d’État), de la détention desquels découle le bénéfice des intérêts et des différences de valeur pour les titres de créance ou des dividendes et des plus-values pour les actions, si l’épargne accumulée n’est pas transférée dans des paradis fiscaux à des fins d’évasion fiscale comme c’est le cas de plus en plus souvent.

Les rendements du capital ne revêtent donc pas la même nature :

  • En d’autres termes, les actifs investis représentent parfois le capital technique des entreprises, ce qui, dans une économie monétaire et de crédit comme l’économie moderne, correspond normalement à des actifs financiers ; on parle alors du rendement des dividendes, des bénéfices et des plus-values pour les titres de participation (actions et quotas), ou des intérêts et des différences de valeur pour les capitaux d’emprunt (obligations et autres titres de créance).
  • À d’autres égards, les ressources peuvent prendre la forme de stocks retirés du circuit de la Valeur, parce qu’ils sont détenus dans des banques situées dans des paradis fiscaux ou utilisés dans des activités essentiellement spéculatives sur les marchés financiers ; dans ces circonstances, ils accumulent des rendements sous forme de plus-values s’ils sont utilisés dans des titres financiers négociés sur des marchés cotés et non cotés, ou de ” quasi-rendements ” s’ils sont détenus dans des paradis fiscaux (voir Yerushalmi D. in The Global Review, 2018).
  • Il y a ensuite le cas où le capital est investi dans des titres représentant la dette publique des nations, en profitant de l’intérêt convenu et/ou des différences de valeur résultant des fluctuations de prix en cas de cotation officielle.

Dans ce cas, la richesse financière devient le symbole de la redistribution de la valeur au sein du système économique entre le secteur privé et le secteur public. Dans ces circonstances, si l’économie est caractérisée par des niveaux significatifs d’inflation, les prémisses sont posées pour le remboursement de la dette avec de l’argent à plus faible capacité de dépense, et il y a donc un  processus de réduction de la part de la richesse privée de la Nation détenue en termes financiers.

Et en effet, cela peut déterminer une charge fiscale plus faible même pour les classes les moins riches, caeteris paribus, puisque le problème pressant de devoir réduire la dette du budget de l’État (par des taux d’inflation élevés) peut être résolu d’une autre manière ; le résultat est certainement celui d’une concentration réduite du capital.  C’est l’exemple des principaux pays européens dans l’intervalle entre les deux grandes guerres du XXe siècle, ou du Royaume-Uni dans les années 1945-1950.

En particulier, dans l’Allemagne de l’après Première Guerre mondiale et de l’après Seconde Guerre mondiale, les taux d’inflation élevés ont considérablement atténué les problèmes de remboursement du niveau élevé de la dette de l’État.

La situation est inverse dans l’Europe de la monnaie unique des premières décennies du XXIe siècle.

Les contraintes budgétaires imposées aux pays membres et les faibles taux d’inflation oscillant autour de 2%, et dans certains cas même nettement inférieurs pour certains pays, ont créé les conditions d’un avantage pour les créanciers avec une réduction du revenu disponible pour l’économie des masses, en raison de la forte pression fiscale, également de type indirect, qui dans ces cas prend la connotation d’un impôt régressif, c’est-à-dire augmentant par rapport à une consistance inférieure du revenu perçu ; Cela est dû au fait que le taux d’imposition à valeur “constante” a un impact plus important sur les revenus les plus faibles.

Le prélèvement plus élevé est nécessaire pour le paiement des intérêts convenus sur la dette, qui est en grande partie la responsabilité du grand capital financier, des intermédiaires et des banques commerciales de toutes sortes et de tous degrés.

La situation est aggravée par les limites imposées (traité de Maastricht) à la taille des déficits budgétaires, qui imposent une réduction significative de l’État-providence (Baldwin R.-Wyplosz C.,2005 ; De Grauwe P.2007 ; Mantovani A.- Marattin L.,2008).

Par conséquent, les faibles taux d’inflation dus aux politiques monétaires restrictives, les taux d’intérêt plus élevés et l’augmentation de la charge fiscale qui en résulte pour le service de la dette représentent un avantage pour la classe capitaliste, en particulier pour les détenteurs d’actifs financiers, au détriment de la vie économique des classes moins aisées, qui paient plus d’impôts pour augmenter les “rentes” des classes plus riches et dépensières.

D’autre part, si nous examinons de près la dynamique des processus de mondialisation en cours, nous constatons un processus débridé de déréglementation financière, encouragé par les principales organisations financières mondiales, telles que le FMI et la Banque mondiale, ainsi que, à certains égards, la BCE et la Fed américaine, dont l’objectif est de réaliser des profits à partir d’activités typiques de “prédation”, c’est-à-dire d’emprunter à des taux d’intérêt élevés, qui ne peuvent être remboursés par les pays en développement qu’au moyen de politiques budgétaires inspirées des principes d’austérité et grâce à l’augmentation des impôts (Milanovic B. , 2016).

Même dans ces cas, le résultat est la redistribution des richesses vers le grand capital financier, avec un appauvrissement de l’économie des masses.

  Dans le cas de la zone euro, l’exemple de la Grèce “docet”. (voir par exemple, Stiglitz J.E., 2017).

En outre, les politiques de libéralisation des capitaux ont accentué l’attitude “maraudeuse” de la finance, ce qui a entraîné une volatilité accrue des marchés financiers et des devises, avec des dommages croissants pour l’économie des pays les plus pauvres touchés par le processus de mondialisation financière (Lucas R.E. jr.,1990 ; Kose A.-Prasad E.,2003 ; 2004).

Ainsi, si la politique budgétaire est orientée vers une augmentation de la dette, elle peut atteindre l’objectif caché de redistribuer la richesse au sein des nations ; la direction des flux est donc fonction des décisions politiques sur la meilleure gouvernance du système, résultat de la prévalence de ces ou de ces autres intérêts dans le paysage économique et social de la nation.

En effet, si l’augmentation des dépenses publiques ne va pas dans le sens d’un soutien au développement de l’économie, le poids plus important des intérêts dans le budget de l’État ne peut être honoré que par une augmentation de la pression fiscale (voir Galbraith J.K., 2008 ; Penelope N., 2012).  L’expérience nous enseigne que, sauf dans les rares cas où l’urgence de rééquilibrer les graves conséquences des conflits militaires l’impose, ce sont généralement les classes les moins aisées qui paient la “facture”, exacerbant les inégalités économiques et favorisant une concentration croissante du capital privé.

Cela se fait indirectement et non ouvertement : à travers des politiques monétaires restrictives qui agissent comme un ” harpon “ sur la croissance du Produit et du Revenu des masses (Stigliz J.E,2012), à cause des effets négatifs sur les niveaux de production des petites et moyennes entreprises et donc sur les niveaux d’emploi (voir sur The Global Review, David Yerushalmi et Moreno Pierangeli), ainsi qu’à cause des taux d’intérêt plus élevés par rapport aux taux de croissance atteints et aux taux d’inflation.

En outre, la présence dans l’économie (au niveau planétaire) d’énormes stocks de richesse financière rendue stérile, puisqu’elle a été retirée du circuit principal de formation de la Valeur (production-revenu-consommation-épargne-investissements-nouvelles productions) et transférée dans des paradis fiscaux pour échapper aux impôts, jette les bases de la détermination des conditions favorables à de faibles taux de croissance du Produit ou à la stagnation et à la récession.

Et en effet, la conséquence de la forte concentration du capital dans les mains de quelques-uns détermine deux facteurs principaux de déstabilisation de l’équilibre du système productif et économique:

  • La formation de l’inégalité indésirable S > I (Épargne > Investissements), reflet direct de la soustraction du cycle d’importants quotas de la Valeur produite (sous forme de profit), avec la manifestation d’une capacité productive inutilisée en raison du niveau insuffisant du revenu des masses, et un inévitable ralentissement de la croissance, qui peut se transformer en récession en présence d’une différence marquée entre le niveau de la demande globale et la capacité de production du système.
    L’utilisation de ces ressources dans des activités “prédatrices” sur les marchés financiers    internationaux ne favorise en aucun cas l’expansion des opérations en cours dans les entreprises, en    raison de la nature même de l’investissement spéculatif qui cherche à tirer des profits des différences de prix sans rapport avec les fondamentaux sous-jacents des titres et en tout cas complètement déconnectés de l’économie réelle.
    Dans le même temps, les graves imperfections de l’environnement financier actuel, principalement dues à l’accentuation des asymétries d’information et à la prédominance d’opérateurs de taille significative ou en position d’avantage informationnel, créent des avantages croissants pour le grand capital qui se traduisent par des altérations significatives du processus de formation des prix en raison des fluctuations de prix pilotées ;  avec pour conséquence que la volatilité continue et accentuée des prix génère des pertes substantielles dans les portefeuilles des petits opérateurs et du grand public, soustrayant de la valeur sous forme de richesse financière au grand nombre de petits épargnants, exacerbant les problèmes typiques du circuit de la pauvreté, dans le sens d’un transfert de richesse du bas vers le haut.
  •  L’adoption fréquente de politiques monétaires restrictives, dans le but de ralentir le développement (effet harpon, voir la production extensive de Stiglitz J.E. ; et aussi Galbraith J.K.), augmente le chômage et génère ainsi des politiques de bas salaires, ce qui peut conduire à des réductions des taux de croissance des prix ou à des phases déflationnistes.

Le lecteur attentif comprend que ce n’est pas ainsi que l’on peut contenir la hausse des prix, car le “coût” de la gouvernance est payé par les classes les moins aisées en termes de détérioration de leurs conditions de vie, avec des avantages supplémentaires pour les détenteurs de capital financier, découlant avant tout de faibles taux d’inflation.

Cela entraîne en effet des avantages croissants pour les créanciers, c’est-à-dire les détenteurs de titres et d’actions, c’est-à-dire les détenteurs de grandes quantités de capital financier, qui évitent ainsi les conséquences de leur propre “inaction” (attitude typique du spéculateur financier et du banquier à tiroir), en obtenant des rendements “réels” plus élevés en raison des faibles taux d’inflation. En fait, R(rendement réel) = r (rendement financier) – f (taux d’inflation annuel).

A cela s’ajoute une autre observation non négligeable.

La théorie enseigne que le taux d’accumulation du capital est déterminé par le rapport B = Capital / Revenu, c’est-à-dire que la consistance du Capital de la Nation est exprimée en termes de rapport avec le Revenu de la période (année) : à titre d’exemple, si B = 5, cela signifie que le stock de Capital est cinq fois supérieur au Revenu national de la période.

Il est donc intuitif de comprendre que le taux de variation de B, c’est-à-dire le taux d’accumulation du Capital, est donné par le rapport entre s = le taux d’épargne et g = le taux de développement de l’économie ; c’est-à-dire la variation de B = s/g.

Or, un taux s supérieur à g (s>g) détermine une augmentation de la part de la Valeur appartenant au Capital, avec une augmentation de la Richesse des classes aisées. Ces derniers absorbent la plus grande part de la richesse produite au cours de la période.

Ceci est normalement déterminé si la différence r > g , c’est-à-dire que le taux de rendement du capital (r) est supérieur au taux de croissance du produit (g), c’est-à-dire de l’économie, au cours de la période considérée. Ce phénomène se retrouve généralement dans les grandes économies mondiales.

II est  donc clair que si le taux de croissance du revenu national sur une base annuelle prend, par exemple, des valeurs égales à 2% alors que le niveau moyen des taux d’intérêt est égal à 3% (en termes réels), le rendement du capital absorbe en moyenne une plus grande part du revenu produit en termes relatifs, r > g, déterminant ainsi un transfert de richesse du bas vers le haut et accentuant la pauvreté des classes ouvrières et en général des moins nantis.

Or, le même effet se produira dans le cas de taux de développement proches de zéro ou nuls, même si la politique monétaire détermine un niveau très bas de taux d’intérêt.

Dans ces circonstances, ce sera r > g, en raison d’une valeur de g proche de zéro.

La conséquence est que l’accumulation du capital ne s’arrête pas, même en cas de récession, alors que les classes populaires voient leur part de revenu diminuer de manière significative.

La situation décrite ci-dessus a caractérisé les économies de la plupart des pays de la zone euro ces dernières années, en particulier celles de la zone méditerranéenne.

” … le capital mange l’avenir (économique) de la nation …” (Piketty Th, 2013).

En effet, l’accumulation de revenus dans les mains des riches ne peut qu’augmenter la part d’épargne du revenu national (s) qui leur revient, car ils sont les principaux détenteurs d’épargne en raison du niveau élevé des revenus perçus (r), tandis que le ralentissement de la croissance (g) jusqu’à des phases de véritable récession augmente la taille des zones pauvres de la population, tout en préparant le terrain pour une plus grande accumulation de capital (variation de B = s/g).

Une fois de plus, l’analyse théorique montre que la gouvernance économique basée sur les politiques monétaires peut devenir un instrument de redistribution des revenus des classes les plus pauvres vers ceux qui sont en position de suprématie, représentés par le grand capital financier.

Les mêmes observations peuvent être déduites de la mise en œuvre de politiques budgétaires publiques visant à accroître la dette financée par l’émission de titres portant des taux d’intérêt supérieurs au taux de croissance économique.

Dans ces cas, l’augmentation de la dette publique coïncide avec un transfert de richesse du bas vers le haut.

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Méritocratie et égalité des chances

Une société véritablement démocratique, équitable et solidaire doit être fondée, avant tout, sur des conditions d’égalité réelle des chances.

Cela commence par le système d’éducation de base, par le biais de programmes éducatifs fondés sur la “vérité” plutôt que sur les mensonges du régime, qui sont utiles pour étancher la soif de justice et de vie meilleure des masses.

Ensuite, on se soucie d’une meilleure formation et d’un meilleur développement intellectuel des jeunes générations, en faisant tout son possible pour soutenir la mise en valeur des talents personnels et des capacités créatives des individus, plutôt que des procédés mnémotechniques qui ont la saveur d’une tentative d’endormir la conscience par la perte de la libre capacité de penser :

cette dernière représente la véritable terreur de tout régime de pouvoir et d’oppression (Rudolf Steiner, 1861-1925 ; Montessori Maria, 1870-1952).

En outre, nous devons travailler de manière à ce que la possibilité d’accéder aux meilleures écoles ne soit pas fonction de la capacité de revenu des individus mais l’expression d’un droit naturel qui découle des capacités et des mérites de chacun (Stiglitz J.E.-Greenwald B.C., 2014 ; Atkinson A.B., 2015 ; Saez E., 2019).

Mais ce n’est pas le cas dans tous les contextes environnementaux.

Le lecteur sait bien que les universités les plus emblématiques, capables de dispenser un enseignement adapté à une entrée plus facile dans le monde du travail, sont les plus chères, ce qui crée des obstacles souvent insurmontables à l’accès aux études pour les enfants de familles moins aisées.

Des recherches et des études pas si lointaines dans le temps ont montré qu’aux États-Unis, environ 74% des étudiants de première année dans les “meilleures écoles” proviennent de familles appartenant aux classes les plus riches, tandis que seulement 9% proviennent des castes sociales les plus pauvres (Astin A.-Osequera L., 2004).

Outre ces arguments, il est certain que l’absence de nutrition adéquate chez les jeunes enfants entrave l’apprentissage, condamnant les pauvres à une sorte de pauvreté intellectuelle “fatale” (Currie J., 2011).

D’autres études montrent que les différentes conditions de départ des personnes expliquent les variations des revenus, de la richesse et des gains au cours de leur vie, bien plus que les événements de leur vie professionnelle (Hugget M.-Ventura G.-Yaron A., 2011).

Les mêmes études ont observé qu’il existe un lien étroit entre l’éducation des parents et la réussite économique, scolaire et socio-émotionnelle des enfants.

En effet, le déclin de l’égalité des chances est allé de pair avec la croissance de l’inégalité dans la répartition des revenus. Si l’on considère que l’éducation est la clé du succès, les données rapportées semblent dramatiques, confirmant les statistiques qui soulignent la présence d’une faible “mobilité” entre les classes sociales et les niveaux de revenus (Pisati M., 2000 ; Stiglitz J.E., 2012).

Il semble vraiment difficile pour les personnes nées dans la pauvreté d’échapper à cette situation, au point que les économistes l’ont appelée “piège de la pauvreté (Bowles S.-Durlauf S.N.-Hoff K., 2006). 

Il faut dire aussi qu’au lieu d’améliorer les conditions des classes les moins aisées, les programmes de financement de l’éducation peuvent conduire à les défavoriser davantage, car trop souvent les écoles pour lesquelles les étudiants demandent des prêts offrent une éducation qui ne les met pas en position d’accéder à un emploi convenable et suffisamment rémunéré pour rembourser leurs dettes (Stiglitz J.E., 2012).

Un autre aspect décisif, à l’origine de profondes inégalités sociales entre les peuples, est lié à ce que l’on appelle le “régime de propriété intellectuelle“.

Les problèmes qui apparaissent sont de deux types :

  1. Les difficultés rencontrées par les personnes ayant des capacités créatives personnelles spécifiques et développées pour faire breveter leurs propres constructions innovantes, généralement en raison d’un manque de ressources financières, une circonstance qui affecte également le processus de réalisation finale de l’œuvre de génie. Ce phénomène est récurrent dans le domaine des innovations informatiques, matérielles et logicielles, qui nécessitent généralement des capitaux importants pour financer la construction du produit (prototype).

Le système des brevets est généralement utilisé de manière injuste et discriminatoire, entravant ainsi le progrès des connaissances et la progression des “petits innovateurs”. Dans les cas les plus courants, les coûts élevés limitent l’accès à l’enregistrement des droits de propriété sur les inventions, favorisant les grandes entreprises qui, dans certaines circonstances, peuvent acheter des brevets “dormants”, c’est-à-dire non encore utilisés pour introduire de nouveaux produits sur le marché (un phénomène connu sous le nom de “patent trolls“) (voir Kahn B.Z., 2003 ; 2005).

             2. L’organisation du système des brevets, qui, dans la pratique, empêche toute personne autre que le propriétaire d’utiliser l’œuvre intellectuelle moyennant une rémunération raisonnable.

Ce phénomène limite considérablement la diffusion de l’innovation et de la recherche scientifique, ne permettant dans de nombreux cas qu’aux classes aisées de bénéficier réellement de certains résultats du progrès, en raison des coûts élevés exigés par le producteur.

Il s’agit là d’un autre aspect du phénomène de la prévalence du capital sur l’économie, un facteur qui entrave la distribution équitable de l’innovation (Reichman J.H., 2003 ; Stiglitz J.E., 2010).

Cette caractérisation prévalente du régime de propriété intellectuelle est liée à la condition indésirable des soins de santé dans les pays en développement ; dans ces contextes, certains médicaments essentiels pour combattre certaines maladies mortelles et répandues ne peuvent être achetés qu’à des prix exorbitants, avec pour conséquence qu’un nombre impressionnant de personnes sont condamnées à mourir en raison du manque de revenus disponibles.

Et en effet, les entreprises pharmaceutiques locales ne peuvent pas produire les médicaments nécessaires car elles sont entravées par le système rigide des brevets imposé au niveau mondial par l’accord dit “Uruguay Round” (Scott J.J.,1994 ; Harmsen R.T.- Subramanian A., 2010).

En règle générale, le régime de propriété intellectuelle crée les conditions permettant de maximiser les “rentes” du grand capital plutôt que de soutenir la diffusion de l’innovation (Stiglitz J.E., 2012).

Ce phénomène peut être surmonté par une politique gouvernementale qui se concentre sur l’investissement public dans l’éducation et la technologie, en soutenant la recherche et la diffusion de l’innovation principalement parmi les petites et moyennes entreprises.

La politique des biens publics a soutenu la croissance de l’économie tout au long du siècle dernier ; le principe qui devrait triompher est que les “biens publics”, tels que l’innovation technologique, devraient bénéficier à tous et pas seulement à une classe privilégiée (Stiglitz J.E., 1986).

De nombreux ouvrages ont documenté le rendement en termes de croissance économique de l’aide publique à la recherche et au développement, avec pour effet d’améliorer le rendement du capital privé ainsi que les bénéfices directs qui en découlent (Aschauer D.A., 1989 ; 1990).

D’autres auteurs ont démontré l’existence d’un lien direct entre la recherche scientifique et technologique et l’augmentation de la productivité (Link A.M., 1981).

Une partie de la littérature faisant autorité a souligné qu’au fil du temps, le taux de croissance de l’économie est déterminé par la vitesse de l’innovation et la croissance de la population (Solow R.M., 1956 ; 1957). 

Un autre facteur qui contribue à entraver la répartition équitable du progrès technique est la multiplication des obstacles à l’accès au crédit pour les petites entreprises et à la recherche de capitaux prêts à s’engager dans la gestion sur de longues périodes.

L’économie enseigne que la structure financière des entreprises de production se caractérise de plus en plus par la prédominance des besoins en capitaux permanents ou à long terme, en raison de l’incidence croissante de l’apport technique et de l’introduction de l’innovation technologique. 

Mais les petites entreprises ont des difficultés à configurer leur structure de capital avec un montant adéquat de capital propre et, en général, de ressources immobilisées pour des échéances à moyen ou long terme (Damodaran A., 2015).

Ce phénomène est lié à la présence d’importantes barrières à l’accès à la cotation sur les marchés financiers ainsi qu’à la mise en œuvre d’opérations de financement extraordinaires, telles que le capital-investissement, principalement pour les entreprises de petite taille (Glenn A.,2014 ; Rosenbaum J.-Pearl J.,2020) .

A cela s’ajoute le processus généralisé de contingence du crédit bancaire, lié aux changements significatifs subis par le modèle d’affaires des banques commerciales, qui sont de plus en plus orientées vers l’utilisation des ressources dans les opérations de financement du marché plutôt que dans l’exercice de la fonction traditionnelle de crédit (Greenwald B.C.- Stiglitz J.E.,2003 ; Yerushalmi D.,2019, in The Global Review 

Ainsi, les petites entreprises manquent généralement de ressources financières et, en particulier, de capitaux permanents, seul véritable vecteur d’apport de technologies supplémentaires, faute de quoi leur structure financière devient déséquilibrée et le risque de défaillance augmente sensiblement, même en présence de flux de revenus satisfaisants.

Il est clair que ce phénomène contribue à exacerber l’indésirable diffusion insuffisante de l’innovation scientifique et technologique, de sorte que les retombées du progrès des connaissances ne profitent pas à la communauté dans son ensemble, mais au grand capital et aux classes en position de suprématie en raison des revenus plus élevés qu’elles possèdent.

Le progrès des connaissances n’entraîne donc pas une amélioration du niveau de vie des masses, qui participent au développement de l’innovation grâce à leurs propres ressources intellectuelles, même si elles sont pénalisées en termes de formation, d’étude et de recherche.

Le phénomène déjà observé dans les processus de production de revenus par les entreprises se répète : c’est-à-dire une expropriation des fruits de l’intelligence des enfants des classes moins aisées qui sont orientés vers l’amélioration de la vie des riches et en position de suprématie :

comme la croissance des profits et des bénéfices en termes de bien-être existentiel, pour la possibilité d’utiliser efficacement les produits et services issus du progrès scientifique.

La situation indésirable décrite est répandue sur toute la planète et nécessite une intervention décisive des institutions publiques afin d’éliminer les barrières qui empêchent l’établissement de conditions réelles d’égalité des chances, faussement propagées par les gouvernements et placées à la base de la théorie des marchés efficients et du soi-disant “darwinisme social” (Herbert Spencer, 1820-1903). 

En réalité, il n’y a aucune chance substantielle que les enfants des pauvres puissent surmonter la pauvreté existentielle de leurs parents, ni qu’ils puissent atteindre des niveaux d’éducation élevés et qualifiés ; par conséquent, la méritocratie tant vantée s’avère être un pur mensonge, puisqu’il n’y a pas de point de départ égal pour tout individu et pour toutes les classes sociales.

D’autre part, les petites entreprises se retrouvent dans la même situation, pénalisées par un grave manque de capitaux et donc incapables d’innover et de maintenir intacte leur capacité concurrentielle, ce qui contredit le principe de la démocratie économique.

Tout cela est à l’avantage des grandes entreprises, qui s’efforcent de réaffirmer leur suprématie, qui n’est toutefois pas fondée sur une réelle capacité à accroître l’efficacité et la qualité humaine, mais sur la présence d’avantages et de privilèges refusés aux autres concurrents.

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Meritocrazia e pari opportunità.

Una società realmente democratica – giusta e solidale prima di ogni cosa deve fondarsi su condizioni di reali pari opportunità.

Si inizia dal sistema dell’istruzione di base attraverso programmi educativi fondati sulla “verità” anziché sulle menzogne di regime, utili a reprimere la sete di giustizia e di una vita migliore nelle masse.

Si prosegue avendo cura della migliore formazione e dello sviluppo intellettuale delle giovani generazioni, prodigandosi per il sostegno della valorizzazione dei talenti personali e delle capacità creative dei singoli, piuttosto che dei processi mnemonici che hanno il sapore di un tentativo di addormentare la coscienza per mezzo della perdita della libera capacità di pensiero:

quest’ultima rappresenta il vero terrore di ogni regime di potere e di oppressione (Rudolf Steiner, 1861-1925; Montessori Maria, 1870-1952). 

Inoltre, bisogna operare in modo che la possibilità di accesso alle migliori scuole non sia funzione della capacità di reddito degli individui bensì l’espressione di un naturale diritto che consegue alle proprie abilità e meriti (Stiglitz J.E.-Greenwald B.C., 2014; Atkinson A.B., 2015; Saez E., 2019).

Ma non è così in ogni contesto ambientale.

Il lettore ben sa che le Università più blasonate e capaci di fornire una formazione adatta per una più agevole immissione nel mondo del lavoro sono le più costose, e ciò crea ostacoli spesso insuperabili per l’accesso allo studio dei figli delle famiglie meno agiate.

Ricerche e studi non distanti da noi nel tempo hanno dimostrato che negli Stati Uniti il 74% circa delle matricole delle “top schools” proviene da famiglie appartenenti alle classi più ricche, mentre soltanto il 9% proviene dalle caste sociali più povere (Astin A.-Osequera L., 2004).

A tali argomentazioni si aggiunga che è certo che l’assenza di alimentazione adeguata nei figli minori ostacola l’apprendimento, condannando i poveri ad una sorta di “fatale” povertà intellettuale (Currie J., 2011).

Altri studi dimostrano che le diverse condizioni di partenza delle persone spiegano le variazioni di Reddito, Ricchezza e facilitazioni nel corso dell’esistenza molto più che le vicende della vita lavorativa (Hugget M.-Ventura G.-Yaron A., 2011).

Gli stessi studi hanno osservato che esiste un legame forte tra l’istruzione dei genitori e la riuscita economica, scolastica e socio-emotiva dei figli.

In verità, il declino delle pari opportunità è andato di pari passo con la crescita della diseguaglianza nella distribuzione dei Redditi. Considerando che l’istruzione è la chiave del successo i dati denunciati appaiono drammatici, confermando le statistiche che rilevano la presenza di una scarsa “mobilità” tra le classi sociali e livello di Reddito (Pisati M., 2000; Stiglitz J.E., 2012).

Sembra realmente difficile per i nati in condizione di povertà sfuggire a tale situazione, al punto che gli economisti hanno definito tale fenomeno “trappola della povertà” (Bowles S.-Durlauf S.N.-Hoff K., 2006).

Va inoltre detto che i programmi di finanziamento degli studi invece di migliorare le condizioni delle classi meno agiate possono portare ad un loro ulteriore immiserimento, poiché fin troppo spesso le scuole per le quali gli studenti chiedono i prestiti offrono una formazione non in grado di porli in condizioni di accedere ad un lavoro adeguato e sufficientemente remunerato, al fine di rimborsare i debiti contratti (Stiglitz J.E., 2012).

Altro aspetto determinante, causa di profonde diseguaglianze sociali tra i popoli, è connesso al cosiddetto “regime della proprietà intellettuale”.

I problemi che emergono sono di due tipi:

  1. Le difficoltà dei singoli individui dotati di specifiche e sviluppate capacità creative personali di provvedere al “brevetto” delle proprie costruzioni innovative, normalmente per assenza di risorse finanziarie, circostanza che incide anche nel processo realizzativo finale dell’opera dell’ingegno. Tale fenomeno è ricorrente nel settore delle innovazioni informatiche, hardware e software, che richiedono nella norma consistenti capitali per finanziare la costruzione del prodotto (prototipo).

Il sistema dei brevetti è nella norma usato in modo ingiusto e discriminatorio, opponendosi nei fatti al progresso della conoscenza ed all’avanzata dei “piccoli innovatori”. Nei casi più diffusi i costi elevati limitano l’accesso alla registrazione dei diritti di proprietà sulle invenzioni, favorendo le grandi compagnie che in alcune circostanze possono acquistare brevetti “dormienti” ovvero non ancora utilizzati per introdurre nuovi prodotti sul mercato (fenomeno conosciuto come l’azione delle “patent trolls”) (si veda Kahn B.Z., 2003; 2005).

        2. L’organizzazione del sistema dei brevetti che nei fatti limita a qualsiasi altro soggetto diverso dal  proprietario  la possibilità di utilizzare l’opera dell’ingegno pagando costi ragionevoli.

Tale fenomeno limita grandemente la diffusione dell’innovazione e della ricerca scientifica, consentendo che solo le classi agiate in molti casi abbiano la possibilità di concretamente avvantaggiarsi di taluni risultati del progresso, per via degli alti costi richiesti dal produttore.

E’ un altro aspetto del fenomeno della prevalenza del capitale sull’Economia, fattore di ostacolo all’equa distribuzione dell’innovazione (Reichman J.H., 2003; Stiglitz J.E., 2010).

A tale prevalente caratterizzazione del regime della proprietà intellettuale si connette l’indesiderabile condizione della sanità nei Paesi in via di sviluppo; in tali contesti, taluni farmaci essenziali per contrastare alcune malattie mortali e diffuse si possono acquistare solo a prezzi esosi, con la conseguenza che un numero impressionante di persone è condannata a morire per l’insufficienza dei Redditi disponibili.

Ed in effetti, le industrie farmaceutiche locali non possono produrre i medicinali necessari poiché ostacolate dal rigido sistema dei brevetti imposto a livello mondiale dal cosiddetto accordo conosciuto come “Uruguay Round” (Scott J.J.,1994; Harmsen R.T.- Subramanian A., 2010).

In genere, il regime della proprietà intellettuale crea le condizioni utili per massimizzare le “rendite” del grande capitale piuttosto che per sostenere la diffusione dell’innovazione (Stiglitz J.E., 2012). 

Il fenomeno può essere vinto da una politica governativa che si concentri sugli investimenti pubblici in istruzione e tecnologia, sostenendo la ricerca e la diffusione dell’innovazione principalmente presso le piccole e medie imprese.

La politica dei beni pubblici ha sostenuto la crescita dell’Economia per tutto il secolo scorso; il principio che dovrebbe trionfare è che i cosiddetti “beni pubblici”, com’è l’innovazione tecnologica, siano a vantaggio di tutti e non solo di una classe privilegiata (Stiglitz J.E.,1986).

Un’ampia Letteratura ha documentato il ritorno in termini di crescita economica dell’aiuto governativo alla ricerca ed allo sviluppo, con effetti di miglioramento dei rendimenti del capitale privato insieme ai vantaggi diretti che ne derivano (Aschauer D.A., 1989; 1990).

Altri autori hanno dimostrato l’esistenza di un legame diretto tra ricerca scientifica e tecnologica ed aumenti nella produttività (Link A.M., 1981).

Una parte autorevole della Letteratura ha sottolineato che nel tempo il tasso di crescita dell’Economia è determinato dalla velocità dell’innovazione e dalla crescita della popolazione (Solow R.M., 1956; 1957).

Altro fattore che contribuisce ad ostacolare l’equa distribuzione del progresso tecnico va ricercato nelle crescenti barriere per l’accesso al credito delle imprese di minori dimensioni e nel reperimento dei capitali disposti a vincolarsi alla gestione per scadenze protratte nel tempo.

L’economia insegna che la struttura finanziaria delle aziende di produzione si caratterizza in modo crescente per una prevalenza del fabbisogno di capitale permanente o a protratta scadenza, per via dell’incremento dell’incidenza dell’input tecnico e per l’introduzione dell’innovazione tecnologica.

Ma le imprese di più contenute dimensioni hanno difficoltà a configurare la propria struttura patrimoniale con un’adeguata consistenza del capitale di proprietà ed in genere delle risorse vincolate per scadenze di medio lungo periodo (Damodaran A., 2015).

Il fenomeno si connette alle presenza di sensibili barriere per l’accesso alla quotazione sui mercati finanziari così come per la realizzazione di operazioni di finanza straordinaria, come il private equity, principalmente per le aziende di modeste dimensioni (Glenn A.,2014; Rosenbaum J.-Pearl J.,2020) .

Si aggiunge il diffuso processo di contingentamento del credito bancario, connesso alle sensibili modificazioni subite dal business model delle banche commerciali, sempre più orientate all’impiego di risorse in operazioni di finanza di mercato piuttosto che nello svolgimento della tradizionale funzione creditizia (Greenwald B.C.- Stiglitz J.E.,2003; Yerushalmi D.,2019, su The Global Review).

Dunque, le imprese minori solitamente si mostrano carenti di risorse finanziarie ed in particolare di capitale permanente, unico e vero veicolo per l’apporto di tecnologie aggiuntive pena il disequilibrio della struttura finanziaria, con sensibile incremento dei rischi di default anche in presenza di soddisfacenti flussi reddituali.

E’ chiaro che tale fenomeno contribuisce ad acutizzare l’indesiderabile insufficiente diffusione dell’innovazione scientifica e tecnologica, per cui la ricaduta dell’avanzare della conoscenza non è a vantaggio dell’intera collettività bensì del grande capitale e delle classi in posizioni di supremazia in ragione dei maggiori Redditi posseduti.

Il progresso della conoscenza non si sostanzia allora per un miglioramento del tenore di vita delle masse, che pure partecipano allo sviluppo dell’innovazione attraverso le proprie risorse intellettuali ancor che penalizzate nei percorsi formativi, di studio e di ricerca.

Si ripete il fenomeno già osservato nei processi di produzione del Reddito presso le imprese; vale a dire un’espropriazione dei frutti dell’intelligenza dei figli delle classi meno agiate che sono indirizzati al miglioramento della vita di quelle ricche ed in posizione di supremazia:

come la crescita dei profitti e dei benefici in termini di benessere esistenziale, per la possibilità di un uso efficace dei prodotti e servizi derivanti dal progresso scientifico.

L’indesiderabile situazione descritta è diffusa sull’intera area planetaria e richiede un deciso intervento delle pubbliche istituzioni, al fine di rimuovere le barriere che ostacolano la determinazione di reali condizioni di pari opportunità, propagandate falsamente dai governi e poste alla base della teoria dei mercati efficienti e del cosiddetto “darwinismo sociale” (Herbert Spencer, 1820-1903).

Non vi sono in realtà sostanziali possibilità che i figli dei poveri possano superare le condizioni esistenziali di indigenza dei genitori né che possano conseguire elevati e qualificati livelli di istruzione; dal che la tanto decantata meritocrazia si mostra una sonora menzogna poiché mancano le pari condizioni di partenza tra ogni individuo e tra tutte le classi sociali. 

D’altra parte le imprese minori si trovano nelle stesse condizioni, penalizzate da una grave carenza di capitali e quindi dalla sostanziale impossibilità di innovare e conservare intatte le proprie capacità concorrenziali, contraddicendo il principio della democrazia economica.

Il tutto a vantaggio del grande capitale che prospera riconfermando il proprio primato in termini di supremazia, che non si fonda però su reali capacità di maggiore efficienza e qualità umane bensì sulla presenza di vantaggi e privilegi negati agli altri concorrenti.

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Les lobbies et la gouvernance des nations

Le fossé qui s’est formé entre ce que nos systèmes économiques et politiques auraient pu faire, et surtout ce qu’ils ont “prêché” qu’ils voulaient faire, et ce qu’ils ont effectivement réalisé, est devenu trop large pour être ignoré.

En réalité, les valeurs universelles ont été sacrifiées à la cupidité de quelques-uns, avec le soutien des activités des gouvernements qui n’ont jamais vraiment agi pour contrer les inégalités croissantes, le chômage endémique et la pauvreté généralisée, avec la complicité consciente des classes dirigeantes qui ont ainsi pu perpétuer leur domination sur les peuples des nations (Pierangeli M., 2019, The Global Review).

Les systèmes électoraux ne fonctionnent pas vraiment car ils ont perdu leur pouvoir de représentation : l’idée dominante dans la classe politique actuelle n’est pas celle de “un citoyen-un vote” mais celle de “un dollar-un vote”. (Yerushalmi D., 2019, dans The Global Review).

En vérité, avec le soutien d’une presse et d’une télévision corrompues et inféodées aux intérêts dominants, la politique s’est transformée en un art du mensonge, avec un cynisme sans égal.

Dans les sociétés modernes, la rhétorique de l’égalité, de l’équité, de la méritocratie, de l’égalité des chances, du respect des procédures, etc. règne en maître, mais la réalité n’a rien à voir avec ces mensonges déclamés.

La vérité est que l’inégalité est la cause et la conséquence de l’échec du processus politique, qui contribue à l’instabilité du système économique et alimente l’inégalité dans la répartition de la valeur, donnant lieu au soi-disant “cercle vicieux de la pauvreté”.

L’influence indue des intérêts particuliers (le jeu des Lobbies) a contribué à une grande partie de l’échec du système politique, avec de forts effets négatifs sur la structure des systèmes productifs modernes (Kuttner R., 2007) ; mais la discussion s’est également développée autour de la question de l’efficacité et de l’équité de nos systèmes juridiques, qui semblent être fortement compromis par la croissance des inégalités (Greenwald B.C.,2011).

Les régimes politiques nationaux, avec l’aide d’une partie de la littérature économique, se réfèrent à l’efficacité des marchés pour motiver leurs choix en matière de gouvernance, mais la notion même de marché n’est pas réelle, sauf à vouloir le considérer comme ce lieu d’échanges économiques et financiers où les plans de commodité des dominants se réalisent au détriment des autres parties contractantes (voir à cet égard les travaux approfondis de J.K. Galbraith). Selon l’hypothèse théorique dominante, les marchés sont efficients lorsque la demande est égale à l’offre.

Mais dans nos réalités économiques, il existe une grande quantité de besoins non satisfaits, tandis que la structure de l’offre présente une capacité productive inutilisée avec la manifestation d’un chômage chronique et intolérable ; un autre signe, peut-être le plus inquiétant, d’un surplus de ressources qui ne sont pas correctement employées, c’est-à-dire que le système produit ce qui est superflu : ce phénomène est l’aspect le plus indésirable de l’échec des marchés et de la gouvernance des systèmes.

Les gouvernements continuent à proclamer le succès de leurs actions en donnant comme exemple la croissance du PIB des nations, mais le chercheur attentif sait que cet indice, comme le PIB par habitant, n’est pas une mesure de la situation réelle de bien-être des citoyens : et en effet, malgré la croissance du Produit, la majorité des individus subissent un processus irréversible d’érosion de leur pouvoir d’achat (voir l’intéressant travail de Stiglitz J. E. – Sen A. K. – Fitoussi J. P., 2010).

C’est la conséquence d’une forte inégalité dans la répartition des richesses, qui détermine en fait la naissance au sein d’un même système économico-productif (Nation) de deux circuits de valeur :

  • Le premier, se référant à la classe dominante (le premier décile), avec des taux de croissance de la richesse presque constants ;
  • le second, se référant à la masse des 90%, avec une tendance à réduire continuellement les ressources disponibles, un phénomène qui s’est généralisé ces dernières décennies dans tous les principaux pays aux économies les plus avancées (Piketty TH., 2013).

Un exemple clair de cela est la situation aux États-Unis au cours de la période 1980-2010, où nonobstant l’augmentation du PIB par habitant de trois quarts, les salaires réels de la majorité des travailleurs masculins à temps plein ont chuté (Stiglitz J.E., 2012).

En effet, les marchés n’ont pas de morale (Blank R.,1992 ; Blanh R.-McGurn W.,2003).

Ils ont donc besoin de règles et de contrôles pour atteindre des objectifs d’équité et de justice ainsi que d’efficacité, et c’est la tâche des gouvernements.

L’histoire économique des derniers siècles montre que les situations de perversion des règles du jeu et d’inégalité dans la distribution des richesses ont été réduites en présence d’un État qui se charge d’intervenir pour soutenir la demande, si nécessaire, et de redistribuer les revenus, à travers une politique fiscale méditée et équitable et des transferts astucieux de ressources du centre vers les citoyens en situation difficile (Stiglitz J.E., Galbraith J.K., Sen A. et autres).

 Dans tous ces cas, la croissance a été plus soutenue et la répartition des richesses plus égale, de sorte que chaque part de la population nationale peut participer à la richesse croissante.

Ces modalités de gouvernance ont été corrompues par l’action des lobbies, qui visent à influencer l’action des politiciens dans le sens des intérêts des dirigeants, qui bénéficient le plus de la déréglementation, de la baisse des impôts sur les revenus du capital (en premier lieu l’impôt sur les plus-values) et de l’absence de politiques budgétaires ayant pour objectif principal la socialité (Stiglitz J.E., 1998 ; Piketty TH.- Saez E.- Stantcheva S., 2013).

Le pouvoir financier emploie des ressources importantes dans des activités visant à influencer l’activité législative des gouvernements. L’un des principaux objectifs est d’encourager l’intervention du capital public pour sauver les grands intermédiaires, en particulier les banques, qui sont en faillite à cause de leur attitude d’aléa moral, qui les incite à faire des investissements imprudents avec une prise de risque exagérée par rapport à la capacité de contrôle implicite de la structure financière, dans le but de réaliser de gros profits à court terme : c’est le triste phénomène du “Too big to fail” (Pauly M.V., 2007). ; Halliday T.-Carruthers B.,2009 ; Spooner J.,2019).

Le mécanisme est toujours identique à lui-même : c’est-à-dire la privatisation des profits et la socialisation des pertes (Krippner G.R.,2012).

Au contraire, il y a aujourd’hui un grand besoin de changement de direction au niveau politique, afin de déterminer un nouvel équilibre entre la gouvernance et les marchés, pour que les institutions puissent remplir leur rôle principal : celui d’une redistribution équilibrée des revenus (Kuttner R.,1997 ; 2007).

La réalité va dans le sens inverse puisque le système déplace les ressources économiques et financières du bas et du milieu vers le haut (Heertie A.,1994 ; Piketty TH.,2013 ; Yerushalmi D.,2018, dans The Global Review). Les forces du marché, par leur nature même fondée sur l’exploitation de l’homme sur l’homme, contribuent inévitablement à exacerber les inégalités entre les citoyens des nations.

Les défenseurs actuels du capitalisme tel qu’il est conçu et structuré aujourd’hui affirment haut et fort qu’un niveau élevé d’inégalité est une caractéristique inéluctable et nécessaire de l’économie, mais ils perdent de vue qu’une inégalité aussi forte entraîne une instabilité économique et financière, avec une réduction de l’efficacité et de la croissance globale (Krueger A., 1974 ; Hechman J.J.- Krueger A.B., 2005 ; Krueger D. -Perri F., 2006).

De tels principes et perspectives de raisonnement (l’inégalité est nécessaire pour encourager l’efficacité et le travail productif) créent de fortes distorsions dans le fonctionnement des marchés, générant un système pervers d’incitations qui, la plupart du temps, ne sont pas orientées vers la création de nouvelles richesses mais vers l’absorption de celles possédées par d’autres :

un exemple typique est le fonctionnement des marchés financiers caractérisé par une forte altération des prix et de fréquentes bulles spéculatives (voir les travaux approfondis de Schiller R. J.).

Les défenseurs de l’inégalité ont théorisé le système de ” trickle-down “, selon lequel la concentration de plus de richesse dans les mains de quelques-uns conduirait à plus de croissance ; l’histoire économique des 2000 dernières années a montré le contraire (voir par exemple, Piketty T.,2013 ; Card D.- Krueger A.B., 2015).

En réalité, l’économie de la trilogie n’a pas fonctionné (Krugman P., 2011 ; Sowell TH., 2013 ; Lehmans D.J., 2015). ), alors qu’un système qui fonctionne à l’inverse, du type trickle-up, pourrait le faire : c‘est-à-dire donner plus de ressources à ceux qui sont au bas de l’échelle sociale pour que les riches en profitent également ; cette approche a été décrite pour la première fois par John Maynard Keynes (Keynes J.M.,1936 ; Martinussen J.D.-Pedersen P.E.,2005 ; Cronin C.J.,2019).

L’un des problèmes les plus graves des économies modernes est en effet celui du chômage, qui touche de larges portions de la population ayant la capacité de travailler.

L’un des effets les plus indésirables de cette situation se situe au niveau des perspectives d’avenir, en termes d’accentuation des inégalités ; des études ont montré que les personnes qui restent longtemps au chômage, un phénomène très répandu puisque les marchés du travail ne sont pas “flexibles”, ont des perspectives de carrière plus faibles.

En outre, les personnes qui entrent sur le marché du travail pendant une période de chômage élevé ont des revenus moyens plus faibles au cours de leur vie (Kahn L.,2010 ; Davis S.J.-Von WachterT.,2011).

Les inégalités de revenus et d’éducation des parents entraînent une perte d’opportunités pour les enfants en termes de possibilités d’éducation et de formation professionnelle (Card D.- Krueger A.B.,2011).

Mais d’autres facteurs qui caractérisent la vie des classes les plus pauvres, comme la nutrition, l’hygiène, les soins de santé et l’exposition à la pollution environnementale, jouent également un rôle et commencent à se manifester dès le plus jeune âge, marquant la vie des futurs adultes (Currie J.,2011).

Il est si difficile pour ceux qui se trouvent dans cette situation que les économistes l’ont appelée le “piège de la pauvreté” (Bowles S.-Durlauf S.N.-Hoff K., 2006) de s’en sortir.

Les défenseurs du marché libre et de son efficacité, qui sont aussi ceux qui justifient les graves inégalités dans la répartition des richesses observées dans le monde entier, affirment que même les citoyens considérés comme pauvres possèdent un téléviseur, un réfrigérateur et un modeste système de climatisation ; comme s’il s’agissait d’une mesure d’un niveau de vie non dénué d’un certain degré de bien-être.

Mais c’est loin d’être ce qu’il devrait et pourrait être en présence d’un salaire proportionnel à la productivité du travail effectué par l’individu, dont le résultat en termes de Valeur est au contraire largement absorbé par le capitaliste dominant.

Dans la littérature, un courant de recherche s’est développé pour explorer la relation entre la consommation et le bonheur, en s’inspirant largement de l’ouvrage de Thorstein Veblen (1899) “The Theory of the Affluent Class” et du concept de “conspicuous consumption” (Wilkinson R.-Pickett K., 2009).

Mais quelle que soit l’interprétation que l’on donne à la situation, il reste la circonstance certaine et irréfutable, généralisée à l’ensemble de l’espace planétaire, d’une exploitation massive, cynique et cruelle des masses au profit d’une minorité, avec le soutien de l’action gouvernementale.

Ceux-ci, plutôt que de légiférer et de gouverner pour le bien de la communauté, se sont fixés deux objectifs principaux

  • l’organisation effective et efficace du système répressif des peuples, afin de pouvoir préserver la situation de grave exploitation des masses ;
  • le gouvernement de la nation dans le but principal de soutenir la réalisation des objectifs définis par la classe dirigeante, comme une classe d’écoliers qui développe le thème assigné par le professeur en lui obéissant avec une dévotion sacrée.
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Economia

Lobbies e Governance delle Nazioni

Il divario che oggi si è formato tra ciò che i nostri sistemi economici e politici avrebbero potuto fare, e soprattutto che hanno “predicato” di voler fare, e ciò che concretamente hanno poi realizzato è diventato troppo ampio per poter essere ignorato.

In realtà i valori universali sono stati sacrificati all’avidità dei pochi, con il sostegno dell’attività dei Governi che mai vera azione di contrasto alle crescenti diseguaglianze, alla disoccupazione dilagante ed alla povertà diffusa hanno concretamente messo in campo, con consapevole complicità con le classi dominanti che in tal modo hanno potuto perpetuare il dominio sui popoli delle Nazioni (Pierangeli M., 2019, su The Global Review).

 I sistemi elettorali non sono realmente funzionanti poiché hanno perso il loro potere di rappresentanza: l’idea imperante nella classe politica odierna non è quella di “un cittadino – un voto” bensì quella di “un dollaro – un voto” (Yerushalmi D., 2019, su The Global Review).

In verità, con il sostegno di una stampa e televisione corrotte ed asservite agli interessi dominanti, la politica si è trasformata nell’arte della menzogna, con un cinismo che non conosce pari.

Nelle società moderne impera la retorica dell’uguaglianza, dell’equità, della meritocrazia, delle pari opportunità, del giusto processo, eccetera, ma la realtà non è in rapporto con tali declamate menzogne.

La verità è che la diseguaglianza è causa e conseguenza del fallimento del processo politico, che contribuisce all’instabilità del sistema economico ed alimenta la sperequazione nella distribuzione del Valore, dando vita al cosiddetto “circolo vizioso della povertà”.

L’indebita influenza degli interessi particolari (il gioco delle Lobbies) ha contribuito alla gran parte del fallimento del sistema politico, con forti effetti negativi sulla struttura dei moderni sistemi produttivi (Kuttner R., 2007); ma la discussione si è anche sviluppata intorno al tema dell’efficienza ed equità dei nostri sistemi giuridico – legali, che sembrano fortemente compromessi dalla crescita della diseguaglianza (Greenwald B.C.,2011).

I regimi politici nazionali, con il soccorso di una parte della Letteratura economica, si richiamano all’efficienza dei mercati per motivare le proprie scelte in termini di governance, ma la stessa nozione di mercato non è reale, a meno che non si voglia considerare tale quel luogo di scambi di natura economica e finanziaria dove si realizzano i piani di convenienza dei dominatori a danno degli altri contraenti (si veda al riguardo l’ampia opera di J.K. Galbraith) .

Secondo l’ipotesi teorica prevalente, i mercati sono efficienti quando la domanda è pari all’offerta.

Ma nelle nostre realtà economiche vi e’ una grande quantità di bisogni insoddisfatti, mentre la struttura dell’offerta presenta capacità produttive inutilizzate con manifestazione di una disoccupazione cronica ed intollerabile; ulteriore segnale, forse il più inquietante, di un’eccedenza di risorse non correttamente impiegate, vale a dire che il sistema produce ciò che e’ superfluo: il fenomeno è l’aspetto maggiormente indesiderabile del fallimento dei mercati e della governance dei sistemi.

I Governi continuano a proclamare il successo della loro azione additando come esempio la crescita del PIL delle Nazioni, ma lo studioso attento sa che tale indice, come il PIL pro-capite, non è una misura della reale situazione di benessere dei cittadini: ed invero, non ostante la crescita del Prodotto, la gran parte degli individui subisce un processo irreversibile di erosione del proprio potere di acquisto (si veda al riguardo l’interessante opera di Stiglitz J.E.- Sen A. K. – Fitoussi J. P., 2010).

Ciò è la conseguenza di una forte sperequazione nella distribuzione della Ricchezza, che determina in realtà la nascita all’interno di un medesimo sistema economico-produttivo (Nazione) di due circuiti del Valore:

  • il primo, riferito alla classe dominante (il primo decile), con tassi di crescita della Ricchezza presso che costanti;
  • il secondo alla massa del 90%, con una tendenziale continua riduzione delle risorse disponibili, fenomeno diffuso negli ultimi decenni in tutti i principali Paesi ad Economia più avanzata (Piketty TH., 2013).

Ne è un chiaro esempio la situazione degli Stati Uniti nel periodo 1980-2010, in cui non ostante l’incremento del PIL pro-capite per una quota di tre-quarti, si è osservato il decremento del salario reale della maggior parte dei lavoratori full-time di sesso maschile (Stiglitz J.E.,2012).

In verità, i mercati non hanno morale (Blank R.,1992; Blanh R.-McGurn W.,2003).

Essi quindi necessitano di regole e controlli per raggiungere obiettivi di equità e giustizia non che di efficienza, e ciò è il compito dei Governi .

La storia economica degli ultimi secoli dimostra che le situazioni di perversione delle regole del gioco e di diseguaglianza nella distribuzione della Ricchezza si sono ridotte in presenza di uno Stato che assume il compito di interventi finalizzati al sostegno della domanda, se necessario, ed alla redistribuzione dei Redditi, mediante una meditata ed equa politica fiscale ed accorti trasferimenti di risorse dal centro verso i cittadini in situazioni di difficoltà (Striglitz J.E., Galbraith J.K., Sen A. ed altri).

 In tutti questi casi, la crescita si è mostrata più sostenuta e la ripartizione della Ricchezza più eguale, potendo in tal modo partecipare al benessere crescente ogni quota della popolazione nazionale.

Tali assetti di governance hanno subito la corruzione derivante dall’azione delle Lobbies, volte ad influenzare l’azione della politica verso gli interessi dei dominatori, i quali traggono i massimi benefici dalla deregolamentazione, dalla riduzione delle imposte sui redditi da capitale (prima fra tutte l’imposta sui capital gains) e dall’assenza di politiche di bilancio aventi il fine principale della socialità (Stiglitz J.E.,1998; Pikety TH.- Saez E.- Stantcheva S., 2013).

Il potere finanziario impiega rilevanti risorse nelle attività finalizzate ad influenzare l’attività legislativa dei Governi. Uno degli scopi principali è incentivare l’intervento del capitale pubblico ai fini del salvataggio di grandi intermediari, specialmente banche, che sono in bancarotta per via dei loro atteggiamenti di moral hazard, in ragione dei quali si sono indotti a realizzare incauti investimenti con un esagerata assunzione di rischio rispetto alle capacità di presidio implicite nella struttura finanziaria, con l’obiettivo di ampi profitti nel breve termine: e’ il triste fenomeno del “Too big to fail”, ovvero troppo grandi per fallire ( Pauly M.V.,2007; Halliday T.-Carruthers B.,2009; Spooner J.,2019).

Il meccanismo è sempre identico a se stesso: vale a dire, privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite (Krippner G.R.,2012).

Al contrario, oggi è molto avvertita l’esigenza di un cambio di rotta della politica, in guisa da determinare un nuovo equilibrio tra governance e mercati, potendo le istituzioni provvedere al loro principale ruolo: quello di un’equilibrata redistribuzione del Reddito (Kuttner R.,1997; 2007).

La realtà va in direzione opposta poiché il sistema sposta risorse economiche e finanziarie dal basso e dal mezzo verso l’alto (Heertie A.,1994; Piketty TH.,2013; Yerushalmi D.,2018, su The Global Review).

Le forze del mercato, per propria natura fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contribuiscono inevitabilmente ad inasprire le diseguaglianze tra i cittadini delle Nazioni.

Gli attuali difensori del capitalismo come oggi è concepito e strutturato affermano a gran voce che un elevato livello di diseguaglianza è caratteristica imprescindibile e necessaria dell’Economia, ma perdono di vista la circostanza che da tale forte sperequazione deriva instabilità economica e finanziaria, con riduzione di efficienza e della crescita complessiva (Krueger A.,1974; Hechman J.J.- Krueger A.B., 2005; Krueger D. -Perri F.,2006).

Tali principi e prospettive di ragionamento (la diseguaglianza è necessaria per incentivare all’efficienza ed al lavoro produttivo) creano forti distorsioni nel funzionamento dei mercati, generando un perverso sistema di incentivi che il più delle volte non sono diretti alla creazione di nuova Ricchezza bensì all’assorbimento di quella posseduta da altri: ne è un tipico esempio il funzionamento di mercati finanziari caratterizzati da una forte alterazione del pricing e da frequenti bolle speculative (si veda l’ampia opera di Shiller R. J.).

Gli apologeti della diseguaglianza hanno teorizzato il sistema delle “ricadute favorevoli” (trickle-down), secondo il quale concentrare una maggiore Ricchezza nelle mani di pochi porterebbe ad una maggiore crescita; la storia economica degli ultimi 2000 anni ha dimostrato il contrario (si veda per tutti, Piketty TH.,2013; Card D.- Krueger A.B., 2015).

In verità l’Economia del trickle-down non ha funzionato (Krugman P.,2011; Sowell TH.,2013; Lehmans D.J.,2015), mentre potrebbe farlo un sistema che funziona al contrario, del tipo “trickle-up”:

vale a dire, dare maggiori risorse a chi sta in fondo alla scala sociale per arrecare beneficio anche ai ricchi; tale approccio è stato descritto per la prima volta da John Maynard Keynes (Keynes J.M.,1936; Martinussen J.D.-Pedersen P.E.,2005; Cronin C.J.,2019).

Uno dei problemi più gravi delle moderne economie è infatti quello della disoccupazione, la quale colpisce quote ampie della popolazione in condizioni di offrire capacità lavorative.

Uno degli effetti più indesiderabili che ne conseguono è sulle prospettive future, in termini di accentuazione delle diseguaglianze; alcuni studi hanno infatti dimostrato che chi rimane senza lavoro per lunghi periodi di tempo, fenomeno diffuso poiché i mercati del lavoro non si mostrano “flessibili”, presenta prospettive di carriera inferiori.

Inoltre, per quegli individui che si presentano sul mercato in un periodo di disoccupazione elevata si registra un compenso medio percepito nell’intero arco di vita lavorativa più contenuto ( Kahn L.,2010; Davis S.J.-Von WachterT.,2011).

Le diseguaglianze relative al Reddito dei genitori ed alla loro istruzione si traducono in una perdita di opportunità per i figli in termini di possibilità di formazione scolastica e professionale (Card D.- Krueger A.B.,2011).

Ma incidono anche altri fattori caratterizzanti la vita delle classi meno abbienti, come alimentazione, igiene, cure sanitarie ed esposizione all’inquinamento ambientale, che iniziano a manifestarsi sin dalla più tenera età, segnando la vita dei futuri individui adulti (Currie J.,2011).

E’ così difficile sfuggire a tale situazione per coloro che vi si trovano, che gli economisti hanno definito tale condizione “trappola della povertà (Bowles S.-Durlauf S.N.-Hoff K.,2006).

Gli apologeti del libero mercato e della sua efficienza, che sono poi coloro che giustificano le gravi diseguaglianze nella distribuzione della Ricchezza osservate in ogni parte del mondo, affermano che anche i cittadini considerati poveri possiedono un televisore, un frigorifero ed un modesto impianto di aria condizionata; come a dire che ciò è misura di uno standard di vita non privo di un certo grado di benessere.

Ma questo è ben lontano da quello che dovrebbe e potrebbe essere in presenza di un salario adeguato alla produttività del lavoro prestato dal singolo individuo, il cui risultato in termini di Valore viene invece assorbito per la gran parte dal capitalista dominatore.

In Letteratura si è sviluppato un filone di ricerca che esplora il rapporto tra consumi e felicità, e che si rifà in gran parte al lavoro di Thorstein Veblen (1899) “la Teoria della classe agiata” e che richiama il concetto di “consumo cospicuo”(Wilkinson R.-Pickett K., 2009).

Ma comunque si voglia interpretare la situazione resta la circostanza certa ed inconfutabile, generalizzata sull’intera area planetaria, di un massiccio, cinico e crudele sfruttamento delle masse a favore dei pochi, con il sostegno dell’azione dei governi.

Questi piuttosto che legiferare e governare per il bene della collettività si pongono due fini principali:

  •  l’efficace ed efficiente organizzazione del sistema repressivo dei popoli, per poter conservare inalterata la situazione di grave sfruttamento delle masse;
  • il governo della Nazione con il fine principale di sostenere il raggiungimento degli obiettivi definiti dalla classe dominante, al pari di una classe di scolari che sviluppa il tema assegnato dall’insegnante ubbidendo con sacrale devozione.
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Économie

La banque du futur

La banque moderne a échoué dans sa “mission” naturelle : réaliser un processus efficace d’intermédiation monétaire et de crédit au bénéfice de l’économie, en présence de coûts décroissants, de solvabilité économico-financière et de stabilité du capital, après avoir assuré une juste rémunération des facteurs utilisés (Greenwald B.C- Stiglitz J.E., 2003).

Cette dernière condition exige la réalisation d’un taux de profit corrélé aux risques assumés, mais aussi une rémunération apportée aux dépôts, en termes d’intérêts, qui soit adéquate au regard des caractéristiques effectives du risque de liquidité découlant de la nature des processus menés.

Aujourd’hui, ce principe est largement méconnu en raison de la recherche de profits croissants au profit des gestionnaires et des actionnaires (Miller M.H.- Scholes M.S., 1979 ; Ghosh C.- Woolridge R.J., 1988), avec l’annulation substantielle de la rémunération versée sur une grande partie des dépôts bancaires, principalement sur les comptes courants ; en dépit du fait que ces dépôts sont normalement soumis à des risques considérables, en raison du risque global de gestion qui augmente généralement du fait de l'”autoréférence” substantielle de la gestion bancaire.

Les causes de cette situation indésirable sont nombreuses, bien qu’elles puissent être résumées dans les brefs arguments suivants :

  • La prévalence dans l’économie de la finance due à la domination du capital sous toutes ses manifestations, essentiellement de nature technique et financière ;
  • D’où l’absorption de la plus grande part de la richesse produite, en termes de bénéfices – intérêts et rentes financières (voir Piketty Th.,2013) ;
  • La présence sur les marchés financiers de fortes asymétries en matière d’information à l’avantage des opérateurs financiers, qui compromettent la capacité de l’investisseur à évaluer correctement la nature des actifs financiers en termes de risque-rendement-liquidité (Akerlof J.E.- Shiller R.J.,2016) ;
  • La négociation de prix cotés “non économiques”, c’est-à-dire non liés aux quantités économiques sous-jacentes (Warner J.E.,1977 ; Lanchester J.,2009 ; Soros G.,2009), en raison de la tentative récurrente des opérateurs financiers en position d’avantage informationnel de modifier la tarification correcte (Kock T. W ;,1992 ; Grossman S.J.- Stiglitz J.E.,1980). Il en résulte des crises de marché inévitables et récurrentes avec le braconnage des capitaux des petits investisseurs et le transfert de grandes parts de la richesse vers le grand capital financier (Shiller R.J.,1999) ;
  • Les banques commerciales traditionnelles profitent de cette situation indésirable n imposant une forte prédominance contractuelle vis-à-vis des clients ordinaires, ce qui se traduit par le paiement de prix (non économiques) plus élevés que prévu sur les services fournis, de nature monétaire et financière, ainsi que sur le niveau des taux d’intérêt négociés (Akerlof G.A.,1970 ; Grossman S.J.-Stiglitz J.E.,1980) ;
  • En outre, ces dernières années, les établissements de crédit ont adopté des orientations managériales tout à fait indésirables, préférant courir après les profits des transactions sur les marchés financiers plutôt que d’assurer l’offre d’un stock de crédit suffisant aux ménages et aux entreprises, adoptant trop souvent les attitudes typiques du “risque moral” (Cornish E.- Fisher R.,1937 ; Diebold F.- Hickman A.- Inoue A.- Schnerman J.,1977) ;
  • Il en est résulté une forte incertitude en matière de crédit à l’économie, tant pour l’utilisation de techniques de scoring dans l’évaluation de la solvabilité des emprunteurs (Gupton G.M.- Gaates D.- Carty L.V.,2000 ; Hall C., 2002) que pour le recours excessif à la demande de garanties patrimoniales (Plant S.E.,1985 ; Chan Y.S.- Kanates G.,1985) ;
  • Les banques centrales, au lieu de décourager de telles attitudes managériales en censurant des choix stratégiques qui pénalisent le soutien de l’Économie des Nations, tolèrent en fait de telles politiques pour un concept mal compris de “risque” et de stabilité patrimoniale des banques traditionnelles, qui ne peut être assuré que par une cohérence adéquate et congruente du capital immobilier. D’autre part, le lecteur ne doit pas sous-estimer le fait que les banques centrales modernes ont pour principal objectif de soutenir et de protéger les intérêts du grand capital financier et de la finance dite apatride.

La sauvegarde de l’objectif de profit des banques commerciales ne doit donc pas impliquer le sacrifice de l’intérêt public, puisque les profils de commodité des ” share-holders ” (actionnaires et gestionnaires) ne doivent pas prévaloir ; au contraire, il doit en résulter une maximisation de l’avantage collectif, consistant en l’optimisation du stock de prêts accordés, tant pour la capacité de crédit (solvabilité) des emprunteurs (Sobehart J.- Keenar S.,2004 ; Kupiec P.H.,1995 ; Macey J.R.,1998) que pour les prix négociés limités (taux d’intérêt), ainsi que pour une prestation efficace de la fonction monétaire à des coûts décroissants et la disposition de services bancaires d’investissement qualifiés pour les entreprises et des services de courtage pour les ménages (gestion professionnelle de patrimoine).

La performance de la fonction d’investissement (financement de titres), à travers la négociation d’actifs financiers cotés, ne doit pas dépasser les limites d’une contribution correcte à l’atténuation des risques globaux assumés, tout d’abord celui monétaire-financier, lié à l’écart de maturité entre les actifs et passifs financiers dans le bilan, qui caractérise la structure actif-financier (Weissman R.,1951 ; Matten C.,2000) ; dans ces scénarios, la performance de la fonction de crédit typique (prêts aux entreprises et aux  ménages) doit être absolument centrale.

Le dépassement de cet objectif témoigne de la présence de politiques visant à maximiser les revenus à court terme, par le biais de la finance spéculative, faussant ainsi la mission traditionnelle des établissements de crédit.

Cela augmente considérablement le risque de la gestion, avec une accentuation de l’instabilité liée à la solvabilité économique et patrimoniale en raison des risques substantiels qui sont inévitablement transférés sur les dépôts, avec une grave trahison de la confiance accordée par les déposants et une violation du principe de protection de l’épargne publique.

D’autre part, la tentative récurrente de vendre au guichet des produits financiers de diverses natures, même non conditionnés sur place, dans le but d’obtenir des revenus autres que les intérêts et liés à la simple activité de “distribution” de produits qui ne sont pas directement développés, pose les conditions de l’émergence de positions de conflit d’intérêts entre l’intermédiaire et le public, puisque la banque se montre insensible aux intérêts réels de l’épargnant-client, plaçant le profit au centre de sa propre attention égoïste.

Dans de tels scénarios, les politiques de vigilance qui sont souvent déséquilibrées au profit de processus de concentration étendus du système bancaire, en préférant la structure juridique d’une société anonyme doivent être reconsidérées.

Toutefois, ceci s’oppose à la satisfaction des intérêts premiers de la communauté et du large éventail de ” stake-holders “, ainsi qu’à une vérification correcte des actions de son management afin qu’elles soient conduites dans le respect de l’intérêt public inhérent, en raison de la présence d’asymétries importantes de supervision entre le public et la banque au profit de cette dernière.

En outre, l’expérience nous a appris que la grande taille encourage les dirigeants à adopter des attitudes typiques de risque moral, contribuant ainsi à la formation de crises financières graves qui se répercutent sur le montant de l’épargne publique, alors que les intérêts des banques sont normalement sauvegardés par les interventions de sauvetage des autorités publiques, grâce à l’utilisation de l’argent des contribuables.

Ce phénomène est accentué en raison de la pratique indésirable mais consolidée d’octroi de primes substantielles aux dirigeants, le plus souvent sous forme de stock options, qui incitent à la prise de risques croissants dans le seul but de réaliser des bénéfices à court terme pouvant se refléter dans la valeur des actions, en s’appuyant sur l’aide de “l’argent public” en cas de crise de stabilité de l’institution (McDonald L.- Robinson P.,2009 ; Reinhart C.-Rogoff K.,2010).

A cet égard, une partie de la littérature dénonce un grave décalage des intérêts de la collectivité par rapport aux intérêts dominants des dirigeants (incitations perverses), qui entrent en conflit même avec ceux (les intérêts) des actionnaires (Stiglitz J.E. et autres).

Et en fait, la grande taille est à l’origine d’une situation indésirable d’asymétrie de surveillance (Warner J.E.,1977 ; Lanchester J.,2009 ; Soros G.,2009), représentant un soutien indirect à l’adoption d’attitudes de risque moral, encouragées par le phénomène bien connu du “too big to fail” (Reinhart C.- Rogoff K.,2010).  D’autre part, les conditions sont réunies pour une domination croissante du marché, avec des avantages en termes de prix, modifiant la tarification correcte et annulant les conditions de concurrence entre les opérateurs.

L’ensemble de la structure organisationnelle des banques commerciales devrait donc être reconsidéré, principalement en ce qui concerne les caractéristiques fonctionnelles suivantes :

  1. Un processus de production centré sur l’exercice de la fonction monétaire et de crédit ;
  2. L’exclusion de toutes les activités de financement des valeurs mobilières à des fins spéculatives, avec interdiction d’acheter des actions à des fins de négociation et des instruments financiers dérivés ;
  3. Le développement de services à haute valeur ajoutée pour les entreprises et les ménages ;
  4. L’augmentation du degré de capitalisation considéré comme minimum, avec exclusion du capital de surveillance des instruments dits “hybrides” (Tobin J.,1963), se référant à des passifs ayant la nature de dettes.
  5. Le relèvement du ratio de solvabilité minimum ; il faudra bien sûr introduire des mécanismes d'”élasticité” dans l’application de la règle, afin d’éviter les effets “procycliques” des limites de capital, responsables d’un frein supplémentaire à l’expansion du stock de crédit en cas de ralentissement économique (Yellen J.L.,2014 ; 2015 ; Masera R.S.,2017) ;
  6. L’introduction de paramètres d’évaluation des entreprises non axés sur la rentabilité de la gestion, tels que le FQS (facteur de qualité sociale) ; (voir Yerushalmi D., The Global Review, 2019) ;
  7. La réorganisation de l’activité de surveillance qui, tout d’abord, exclut la taille pertinente pour la société bancaire, et qui accorde la plus grande attention au fait que les conditions de fonctionnement du marché sont réalisées dans le plein respect des principes d’une saine compétitivité, afin que la gestion des intermédiaires individuels réponde aux critères de satisfaction de l’intérêt public et d’une saine gestion d’entreprise (Kimball K.C.- 1997 ; Kaplan R.S.- Norton D.P.,2001).

Dans ces scénarios modifiés, le guichet bancaire peut subir une transformation organisationnelle radicale, et passant du statut de point de vente de produits et services financiers, il peut prendre la structure d’un “laboratoire économico-financier”, dans lequel seront élaborés des jugements de convenance corrects sur l’état de santé des entreprises clientes, identifiant les besoins financiers réels en termes de financement et de services de diverses natures. 

Ce n’est que de cette manière qu’il sera possible d’assurer la satisfaction de l’important intérêt collectif dans les activités bancaires, avec des avantages pour l’économie, le système financier et le public en général, et la protection conséquente de l’épargne de la Nation.

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Economia

La banca del futuro

La banca moderna ha mancato la propria “mission” naturale:  realizzare un efficiente processo di intermediazione monetaria e creditizia a vantaggio dell’Economia, in presenza di costi decrescenti, solvibilità economico-finanziaria e stabilità patrimoniale, dopo aver assicurato la congrua remunerazione dei fattori impiegati (Greenwald B.C- Stiglitz J.E., 2003).

Quest’ultima condizione richiede il conseguimento di un saggio di profitto correlato ai rischi assunti, ma anche una remunerazione corrisposta ai depositi, in termini d’interessi, adeguata rispetto alle effettive caratteristiche di liquidità-rischio derivanti dalla natura dei processi condotti.

La qual cosa oggi è largamente disattesa per la rincorsa di profitti crescenti a vantaggio dei managers ed azionisti (Miller M.H.- Scholes M.S.,1979; Ghosh C.- Woolridge R.J.,1988), con il sostanziale annullamento della remunerazione corrisposta su gran parte della raccolta bancaria in forma di depositi, principalmente in conto corrente; e ciò non ostante che agli stessi vengano nella norma riferiti consistenti rischi, per via della complessiva alea della gestione in genere  crescente in ragione di una sostanziale “autoreferenzialità” del management bancario.

Le cause di tale indesiderabile situazione sono molteplici ancorché sintetizzabili nelle seguenti brevi argomentazioni:

  • Prevalenza in Economia delle Finanza a ragione del dominio del capitale in tutte le sue manifestazioni, essenzialmente di natura tecnica e finanziaria;
  • Ne discende l’assorbimento della quota maggiore della ricchezza prodotta, in termini di profitti – interessi e rendite finanziarie (si veda Piketty Th.,2013);
  • La presenza sui mercati finanziari di forti asimmetrie informative a vantaggio degli operatori finanziari che inficia la capacità dell’investitore di correttamente valutare la natura degli attivi finanziari in termini di rischio-rendimento-liquidità (Akerlof J.E.- Shiller R.J.,2016);
  • La negoziazione di prezzi in quotazione “non economici”, ovvero non correlati alle quantità economiche sottostanti (Warner J.E.,1977; Lanchester J.,2009; Soros G.,2009), per il ricorrente tentativo degli operatori finanziari in posizioni di vantaggio informativo di alterare il corretto pricing (Kock T. W;,1992; Grossman S.J.- Stiglitz J.E.,1980). Ne discendono inevitabili e ricorrenti crisi di mercato con falcidia dei capitali degli investitori minori e trasferimento d’ingenti quote di ricchezza verso il grande capitale finanziario (Shiller R.J.,1999);
  • Le tradizionali banche commerciali profittano di tale indesiderabile situazione affermando una forte prevalenza contrattuale nei confronti della clientela ordinaria, che si traduce nel pagamento di prezzi maggiori del dovuto (non economici) sui servizi prestati, di tipo monetario e finanziario, oltre che sul livello dei tassi di interesse negoziati (Akerlof G.A.,1970; Grossman S.J.-Stiglitz J.E.,1980);
  • Inoltre, gli istituti di credito hanno negli ultimi anni assunto orientamenti gestionali del tutto indesiderabili, prediligendo la rincorsa di profitti da negoziazione sui mercati finanziari anziché assicurare l’offerta di un adeguato stock di credito alle famiglie ed imprese, assumendo sin troppo spesso i tipici atteggiamenti del “moral hazard”(Cornish E.- Fisher R.,1937; Diebold F.- Hickman A.- Inoue A.- Schnerman J.,1977);
  • Ne è derivato un sostanziale contingentamento del credito all’economia, vuoi per l’utilizzo di tecniche di scoring nella valutazione del merito creditizio degli affidati (Gupton G.M.- Gaates D.- Carty L.V.,2000; Hall C., 2002) che per l’eccessivo ricorso alla richiesta di garanzie patrimoniali (Plant S.E.,1985; Chan Y.S.- Kanates G.,1985);
  • Le Banche Centrali, anziché scoraggiare tali atteggiamenti gestionali censurando scelte strategiche penalizzanti il sostegno dell’Economia delle Nazioni, tollerano nei fatti tali politiche per un mal compreso concetto di “rischio” e stabilità patrimoniale delle tradizionali banche, la quale non potrà che essere assicurata da un’adeguata e congrua consistenza del capitale di proprietà. D’altra parte, il lettore non deve sottovalutare che le moderne Banche Centrali hanno lo scopo principale di sostenere e proteggere gli interessi del grande capitale finanziario e della cosiddetta finanza

Salvaguardare  l‘obiettivo del profitto delle banche commerciali non deve dunque comportare  il sacrificio del pubblico interesse, poiché i profili di convenienza della platea degli “share-holders” (azionisti e managers) non dovranno prevalere; dovrà invece risultare la massimizzazione del vantaggio collettivo, consistente nell’ottimizzazione dello stock di prestiti erogati, vuoi per la capacità di credito (merito creditizio) degli affidati (Sobehart J.- Keenar S.,2004; Kupiec P.H.,1995; Macey J.R.,1998) che per i contenuti prezzi negoziati (tassi d’interesse), oltreché per un’efficiente prestazione della funzione monetaria a costi decrescenti  e l’erogazione di qualificati servizi di investment  banking, per le imprese, e di intermediazione mobiliare, per le famiglie (gestione professionale del risparmio).

Lo svolgimento della funzione investimento(finanza mobiliare), mediante la negoziazione di attivi finanziari in quotazione, non deve travalicare i limiti di un corretto contributo all’attenuazione  dei complessivi rischi assunti, in primis quello monetario-finanziario, connesso al divario di scadenza tra attivi e passivi finanziari in bilancio caratterizzante la struttura patrimoniale-finanziaria (Weissman R.,1951; Matten C.,2000); in tali scenari deve riassumere assoluta centralità lo svolgimento della tipica funzione creditizia (prestiti alle imprese e famiglie).

Travalicare quest’obiettivo testimonia la presenza di policy miranti alla massimizzazione del reddito nel breve periodo, mediante un’attività di finanza  a fini speculativi, snaturandosi in tal modo la tradizionale mission aziendale degli istituti di credito.

Ciò amplia sensibilmente l’alea (rischio) incombente sulla gestione, con accentuazione dell’instabilità riferita alla solvibilità economica e patrimoniale per via dei consistenti rischi che inevitabilmente vengono trasferiti sui depositi, con grave tradimento della fiducia accordata dai depositanti e lesione del principio di tutela del pubblico risparmio.

D’altra parte il tentativo ricorrente della vendita allo sportello di prodotti finanziari di varia natura, anche non confezionati in sede, con il fine del lucro di proventi diversi dagli interessi e connessi alla semplice attività di “distribuzione” di prodotti non direttamente sviluppati  pone le condizioni per l’insorgenza di posizioni di conflitto d’interesse tra l’intermediario ed il pubblico, poiché la banca si mostra incurante dei reali interessi del risparmiatore-cliente ponendo al centro della propria egoistica attenzione il profitto.

In tali scenari vanno rimeditate le politiche di vigilanza, spesso sbilanciate verso estesi processi di concentrazione del sistema bancario, prediligendo la veste giuridica della società per azioni.

Ma ciò si oppone alla soddisfazione degli interessi primari della collettività e dell’ampia platea di “stake-holders”, nonché ad una corretta verifica delle azioni del management affinchè le stesse siano condotte nel rispetto della inerenza di pubblico interesse, in ragione della presenza di sensibili asimmetrie di vigilanza tra il pubblico e  la banca a vantaggio di quest’ultima.

Inoltre, l’esperienza ha insegnato che la grande dimensione sollecita il management ad assumere atteggiamenti tipici del moral hazard, contribuendo alla formazione di gravi crisi finanziarie che si riflettono sulla consistenza del risparmio del pubblico, mentre gli interessi delle banche vengono nella norma salvaguardati dagli interventi di salvataggio delle pubbliche autorità, mediante l’uso di denaro del contribuente.

Tale fenomeno trova accentuazione in connessione all’indesiderabile ma consolidata prassi di concedere ai managers consistenti bonus, il più delle volte in forma di stock option, che incentivano l’assunzione di rischi crescenti al solo fine di conseguire profitti nel breve periodo che possano riflettersi sul valore delle azioni, confidando nel soccorso del “denaro pubblico” in caso di conclamate crisi di stabilità dell’istituto (McDonald L.- Robinson P.,2009; Reinhart C.-Rogoff K.,2010)..

Al riguardo, parte della letteratura denuncia un grave disallineamento degli interessi della collettività rispetto a quelli prevalenti dei managers (incentivi perversi), che entrano in conflitto persino con quelli (gli interessi) degli azionisti (Stiglitz J.E ed altri).

Ed in effetti, la grande dimensione origina un’indesiderabile situazione di asimmetria di vigilanza (Warner J.E.,1977; Lanchester J.,2009; Soros G.,2009), rappresentando un indiretto sostegno all’adozione di atteggiamenti di moral hazard, incoraggiati dal  noto fenomeno del “too big to fail” (troppo grandi per fallire) (Reinhart C.- Rogoff K.,2010).  Per altro verso, si pongono le premesse per un dominio crescente del mercato, con vantaggi in termini di prezzi, alterando il corretto pricing ed annullando le condizioni di concorrenzialità tra gli operatori.

Va dunque rimeditato l’intero assetto organizzativo delle banche commerciali, principalmente in relazione alle seguenti caratteristiche funzionali :

  1. processo produttivo centrato sullo svolgimento della funzione monetaria e creditizia;
  2. esclusione di ogni attività di finanza mobiliare a fini speculativi, con divieto di acquisti di azioni a fini negoziali e di strumenti finanziari derivati;
  3. sviluppo di attività di prestazione di servizi ad alto valore aggiunto, ad imprese e famiglie;
  4. incremento del grado di capitalizzazione giudicato minimo, con esclusione dal patrimonio di vigilanza dei cosiddetti “strumenti ibridi” (Tobin J.,1963), riferiti a passivi aventi la natura di debiti;
  5. innalzamento del coefficiente minimo di solvibilità; naturalmente, sarà necessario l’introduzione di meccanismi di “elasticità” nell’applicazione della norma, per scongiurare gli effetti “pro-ciclici” dei limiti patrimoniali, responsabili di un ulteriore freno all’espansione dello stock di credito nei casi di rallentamento dell’Economia (Yellen J.L.,2014; 2015; Masera R.S.,2017);
  6. introduzione di parametri di valutazione aziendali non incentrati sulla redditività della gestione, quale il FQS (Fattore di Qualità Sociale) ; (si veda Yerushalmi D., The Global Review, 2019);
  7. riorganizzazione dell’attività di vigilanza che, in primis, escluda la rilevante dimensione per l’impresa bancaria, e che ponga la massima attenzione a che le condizioni di funzionamento del mercato si realizzino nel pieno rispetto dei principi di una sana concorrenzialità, in modo che la gestione dei singoli intermediari risponda ai criteri della soddisfazione del pubblico interesse e di una sana conduzione aziendale (Kimball K.C.- 1997; Kaplan R.S.- Norton D.P.,2001).

In tali modificati scenari, lo sportello bancario potrà subire una radicale trasformazione organizzativa, e da punto di vendita di prodotti e servizi finanziari assumere la struttura di un “laboratorio economico-finanziario”, nel quale saranno elaborati corretti giudizi di convenienza sullo stato di salute delle aziende clienti, individuando le reali esigenze finanziarie in termini di finanziamenti e servizi di varia natura. 

Solo in tal modo potrà essere assicurata la soddisfazione del rilevante interesse collettivo nell’attività bancaria, con vantaggio per l’Economia, il sistema finanziario ed il pubblico in genere, e la conseguente tutela del  risparmio della Nazione.

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L’inefficacia delle politiche liberiste nella conduzione dell’Economia

Il sistema economico-produttivo lasciato libero a se stesso non può manifestare  condizioni  né di efficienza  né di equilibrio, diversamente dal pensiero prevalente degli uomini di governo delle principali Nazioni e dal contenuto delle politiche economiche condotte nei Paesi dell’area euro.

E  come potrebbe se la rincorsa dei profitti  innesca il cinico meccanismo della prevalenza dell’uomo sull’uomo?

Chi postula la necessità del libero mercato ed  il non intervento del Governo  ci pone di fronte a due possibilità:

1) la prima,  che trattasi di  uno studioso vittima del fenomeno del  “confirmatory bias” (errore di conferma) e quindi della conseguente condizione tipica della “finzione di equilibrio” (blocco delle idee), e per questo incapace di vera analisi teorica (si veda un precedente articolo di David Yerushalmi, su The Global Review, 31maggio 2020);

2) la seconda, che sia un colluso con il potere dominante  e mente sapendo di doverlo fare per proprio tornaconto personale.

Per similitudine si potrebbe affermare che la moderna società può fare a meno di un apparato giudiziario e di polizia, giacché gli uomini perseguendo i propri  egoistici  fini  riuscirebbero a  soddisfare anche quelli della collettività; oppure che il delitto ed il crimine sarebbero sottoposti ad una sorte di legge naturale “autoregolante”,  che renderebbe  “non utile e vantaggiosa” la condotta delittuosa, per via della reprimenda morale: può il lettore condividere tale impostazione? Senza dubbio la risposta è negativa: neanche il più sciocco tra gli individui  puo’ fare propria tale insensata interpretazione della realtà.

Le stesse considerazioni si pongono all’attenzione dello studioso e dell’uomo di pensiero per cio’ che attiene la vita economica dei popoli.

Ed in effetti, per quale incomprensibile motivo gli uomini  nel realizzare le attività produttive, condotte secondo il proprio egoistico tornaconto,  dovrebbero  determinare nel lungo periodo una spontanea  situazione di equilibrio  tale che il benessere sia  condiviso dai molti?

E’ un’ipotesi cara ad una parte della letteratura quella del “trikle down”, ovvero le ricadute “spontanee” sulla collettività di parte del Valore prodotto presso le imprese ( Kuznets S., nobel economia 1971).

Nei particolari, per quale ragione il produttore dovrebbe rinunciare alla possibilità di aumentare i prezzi e quindi i profitti se le circostanze di mercato lo consentono?

Oppure di non perseguire incrementi nella produttività del lavoro  e/o di  rinunciare alla possibilità di contrarre la mano d’opera impiegata e/o di non effettuare una riduzione della paga oraria, se le condizioni del mercato del lavoro e la relativa normativa si mostrano favorevoli?

Ed  ancora, per quale motivo l’intermediario finanziario in posizione di vantaggio informativo rinuncerebbe alla negoziazione di “prezzi non economici” (pilotati) rinunciando ad un incremento del  proprio profitto?

Lo Stato storicamente sorge per le necessità connesse  al regolamento della vita comunitaria, giacché le pulsioni egoistiche umane propendono verso la  sopraffazione degli altri e verso il delitto.

Ne deriva la logica conseguenza che si pone necessario  una regolamentazione della vita economica, delle società e dei popoli, per evitare che gli “impulsi animali”  travolgano i più deboli e quelli che si trovano in posizione di svantaggio.

Uno dei  ruoli principali  dello Stato moderno consiste  appunto nella regolazione della vita comune in ogni suo aspetto.   E’ chiaro quindi che l’ipotesi della cosiddetta scuola economica “liberista” contiene in sé un’idea che contrasta con la realtà, poiché pone le premesse per la manifestazione di gravi diseguaglianze ed ingiustizie, nonché  di sopraffazioni e prevaricazioni  di alcuni individui sugli altri (Ranciére J.,2005).

Le politiche macroeconomiche  dovrebbero quindi occuparsi della regolazione dei processi di produzione della ricchezza e della sua distribuzione nelle  Nazioni, affinché ogni cittadino possa avere l’opportunità di un dignitoso lavoro  per  provvedere alla propria sussistenza ed a quella del gruppo di appartenenza.

  Una situazione di sperequazione a livello mondiale nella distribuzione del Valore prodotto, con l’evidenza di gravi e profonde  sacche di povertà, ed una diffusa disoccupazione denunciano il fallimento della Governance  economica e la necessità di attuare una più efficace regolazione della vita produttiva dei Paesi:  l’esatto contrario di quello che oggi si vuol “predicare” (si veda Piketty TH, 2013).

La madre di tutti i mali economici che affliggono le principali Nazioni del mondo (se non tutte) è la prevalenza della politica monetaria su quella economica  e l’indipendenza delle Banche Centrali dal potere politico, unica espressione della volontà popolare.

Con il “feticcio” del cosiddetto obiettivo dell’inflation targeting  si è raggiunto l’apice della perversione nel governo dell’Economia.

 Ed invero, ponendosi  l’obiettivo primario di un contenimento della variazione in aumento  dei prezzi, per il tramite dell’incremento dei tassi di interesse e del restringimento dello stock di credito bancario, si agisce sul modello di convenienza  dei  produttori  contraendo l’area degli investimenti e la  loro profittabilità.

Ne consegue immancabilmente un  aumento della  disoccupazione, rallentamento della domanda e “probabile”  freno nella crescita dei prezzi, giacché  potrebbero  incorrere particolari circostanze di mercato per le quali le imprese non si vedono costrette a contenere l’aumento dei prezzi  o ad attuare una loro riduzione (si veda al riguardo l’ampia produzione di J.K. Galbraith e J. Stiglitz).

Il risultato è l’impoverimento delle masse mentre il capitale si assicura la crescita delle proprie rendite per via di un aumento della produttività del lavoro, conseguente  alla riduzione della mano d’opera impiegata e/o  della paga oraria.

Quindi, da tali politiche deriva  certamente crescita della povertà e non necessariamente contenimento dell’inflazione, poiché l’esperienza dimostra che i prezzi potrebbero addirittura incrementare (si veda  Yerushalmi D., 2018, The Global Review).  Dunque, il fine dichiarato è bugiardo!!!

Ed in effetti, una parte della letteratura ha ben dimostrato che le variazioni dei prezzi sono il risultato di una modificazione subita dal  modello di convenienza del produttore che non è nella norma connesso, se non indirettamente, con il contenuto della politica monetaria;  la quale invece è direttamente collegata al  livello di disoccupazione (Stiglitz J.E. e Galbraith J.K.).

L’impresa si pone un solo obiettivo: il profitto

Dunque, le leve utilizzabili non potranno che essere:

  • La razionalizzazione dei processi produttivi, quanto all’utilizzo dell’input energetico (forza motrice) e delle materie prime;
  • L’incremento della produttività del lavoro e/o una riduzione del suo costo (paga oraria);
  • L’incremento dei prezzi.

Ne consegue che l’impresa utilizza la leva prezzi (incremento) in ogni circostanza in cui le condizioni del mercato lo consentono, vale a dire l’azione della concorrenza ed il comportamento dell’utilizzatore finale del prodotto.

L’inflazione è quindi un fenomeno economico e non finanziario!!!

E va combattuta con una sola politica: il controllo dei processi di formazione dei prezzi  in capo ai produttori (si veda Yerushalmi D.,2018, op. cit.).

Parte della letteratura ha intuito la presenza di un perverso meccanismo nell’utilizzo delle politiche monetarie, parlando di “effetto arpione” delle stesse sulla politica dei salari: “… Non appena i salari iniziano a riprendersi, i  banchieri centrali, con la loro attenzione limitata all’inflazione, sollevano lo spettro dell’aumento dei  prezzi.  A quel punto agiscono per un rialzo dei tassi d’interesse restringendo lo stock di  credito all’Economia, per determinare un livello  di disoccupazione ad un livello più alto del necessario. Troppo spesso, inoltre, riescono a strozzare gli aumenti salariali, con il risultato che la produttività ha continuato a crescere sei volte più in fretta dei salari …” (Stiglitz J.E.,Il prezzo della diseguaglianza, ET Saggi,2012, pag. 385) (si veda inoltre, Harrison P.,2009; Mishel L.- Bivens J.- Gould E.- Shierholz H.,2012).

D’altra parte non pochi autori pongono l’accento su di un atteggiamento invadente delle Banche Centrali, che in numerose occasioni  non si occupano soltanto di politica monetaria (e sarebbe già tanto), bensì pretendono  di “consigliare” circa il contenuto delle politiche del lavoro, insistendo sulla necessità di una maggiore flessibilità salariale oppure sugli orientamenti delle politiche fiscali, raccomandando aumenti d’imposta di tipo indiretto o di tipo patrimoniale, prediligendo la “prima abitazione”  piuttosto che l’imposta sui grandi capitali.

A prescindere dalla considerazione che una riduzione del salario medio determina un indebolimento della domanda aggregata con rallentamento dell’Economia, è  senz’altro vero che tale atteggiamento è del tutto inaccettabile poiché tali Istituzioni mancano di rappresentanza  democratica e di responsabilità politica, denunciando un vero e grave deficit di democrazia, oltre che un’evidente  espressione  di  arroganza  di potere,  consapevoli come sono di rappresentare la supremazia del grande capitale e di poter quindi  condizionare facilmente l’azione di Governi democraticamente eletti.

Per altro verso, i bassi livelli dei tassi d’interesse potrebbero determinare una classica condizione di crescita senza incremento dell’occupazione.

Tale situazione si determina nei casi in cui le politiche monetarie espansive non si riflettono su di un aumento dello stock di credito all’Economia, principalmente verso le piccole e medie imprese, per gli orientamenti di gestione delle banche commerciali impegnate a rincorrere i profitti attraverso la speculazione sui mercati finanziari (Greenwald B.-Stiglitz J.E.,2003; Yerushalmi D.,2019, su The Global Review), nonché per la penalizzante regolamentazione in tema di rischi bancari e di coefficienti patrimoniali; con il risultato di non ottenere gli effetti sperati  in termini di crescita degli investimenti e quindi dell’occupazione.

Al contrario, le grandi imprese  possono reperire capitali sui mercati mobiliari a basso costo, prospettiva che incoraggia un incremento dell’input tecnologico a sostituzione del lavoro; dal che crescita del prodotto, principalmente verso l’export per insufficienza della domanda interna,  costanza dei livelli occupazionali  se non diminuzione degli stessi e riduzione della paga oraria.

Si manifesta  in tali casi un modello di innovazione distorto, poiché  determina un risparmio di risorse lavorative in una fase del ciclo nella quale sono maggiormente abbondanti, mentre al contrario l’incremento dell’input tecnico potrebbe essere indirizzato verso  una razionalizzazione nell’utilizzo dell’energia e delle materie prime, vera fonte di crescita del benessere economico dei popoli, sia in termini di maggiori profitti che d’incremento dei livelli salariali.

Dunque, il “male” non è certo rappresentato dal progresso tecnico in sé ovvero dall’incremento dell’input tecnologico nelle produzioni, bensi’ dall’indirizzo che il “vantaggio” conseguito assume:

verso un incremento della produttività del lavoro ovvero verso una razionalizzazione dei processi con risparmio degli input di fattore  diversi dalla mano d’opera.

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L’inefficacité des politiques libérales dans la conduite de l’économie

Le système économico-productif laissé à lui-même ne peut manifester des conditions ni d’efficacité ni d’équilibre, contrairement à la pensée dominante des hommes du gouvernement des principales nations et au contenu des politiques économiques menées dans les pays de la zone euro.

Et comment pourrait-il en être ainsi, si la recherche de profits déclenche le mécanisme cynique de la prédominance de l’homme sur l’homme ? 

Ceux qui postulent la nécessité du libre marché et de la non-intervention du gouvernement nous confrontent à deux possibilités :

  1. la première, être une victime érudite du phénomène du “ confirmatory bias” (erreur de confirmation) et donc de la condition conséquente typique de la “fiction de l’équilibre” (bloc d’idées), et de ce fait incapable d’une véritable analyse théorique (voir un précédent article de David Yerushalmi, dans The Global Review, 31 mai 2020) ;
  2. la seconde, qui est une collision avec la puissance dominante et qui consiste à mentir en sachant que c’est dans un but de gain personnel.

Par similitude, on pourrait dire que la société moderne peut se passer d’un appareil judiciaire et policier, puisque les hommes poursuivant leurs propres fins égoïstes satisferaient également celles de la communauté ; ou que le crime et la délinquance seraient soumis à une sorte de loi naturelle “autorégulatrice”, qui rendrait le comportement criminel “non utile et non avantageux”, en raison de la réprimande morale : le lecteur peut-il partager cette approche ? La réponse est sans aucun doute négative : même le plus fou des individus ne peut faire sienne cette interprétation insensée de la réalité.

Les mêmes considérations sont portées à l’attention de l’érudit et de l’homme de pensée en ce qui concerne la vie économique des peuples.

Et en effet, pour quelle raison incompréhensible les hommes, en exerçant des activités productives, réalisées selon leurs propres bonnes actions égoïstes, devraient-ils déterminer à long terme une situation spontanée d’équilibre de sorte que le bien-être soit partagé par le plus grand nombre ?

C’est une hypothèse chère à une partie de la littérature du “trikle down”, c’est-à-dire des répercussions “spontanées” sur la communauté d’une partie de la Valeur produite par les entreprises (Kuznets S., nobel pour l’économie 1971).

Plus précisément, pourquoi le producteur devrait-il renoncer à la possibilité d’augmenter les prix et donc les bénéfices si les circonstances du marché le lui permettent ?

Ou de ne pas poursuivre l’augmentation de la productivité du travail et/ou de renoncer à la possibilité de contracter la main-d’œuvre employée et/ou de ne pas réduire le salaire horaire si les conditions et la réglementation du marché du travail sont favorables ?

Et encore, pourquoi l’intermédiaire financier en position d’avantage d’information renoncerait-il à la négociation de prix “non économiques (dirigés)”  renonçant ainsi à une augmentation de son propre profit ?

Historiquement, l’État se pose pour les besoins liés à la régulation de la vie communautaire, car les pulsions égoïstes de l’homme tendent vers la domination des autres et vers la criminalité.

Historiquement, l’État se préoccupe des besoins liés à la régulation de la vie communautaire, car les pulsions égoïstes de l’homme tendent à la domination des autres et à la criminalité.

La conséquence logique en est qu’une régulation de la vie économique, des sociétés et des peuples est nécessaire pour éviter que les “impulsions animales” ne submergent les plus faibles et les plus défavorisés.

L’un des principaux rôles de l’État moderne est précisément la réglementation de la vie commune sous tous ses aspects.   Il est donc clair que l’hypothèse de l’école économique dite “libérale” contient en elle-même une idée qui contraste avec la réalité, puisqu’elle pose les bases de la manifestation de graves inégalités et injustices, ainsi que de l’accablement et de la prévarication de certains individus sur d’autres (Ranciére J., 2005).

Les politiques macroéconomiques devraient donc s’occuper de la régulation des processus de production de la richesse et de sa distribution dans les Nations, afin que chaque citoyen puisse avoir la possibilité d’avoir un emploi digne pour assurer sa propre subsistance et celle du groupe auquel il appartient.

 Une situation d’inégalité au niveau mondial dans la distribution de la valeur produite, avec l’évidence de graves et profondes poches de pauvreté, et un chômage généralisé dénoncent l’échec de la gouvernance économique et la nécessité de mettre en œuvre une régulation plus efficace de la vie productive des pays : l’exact opposé de ce qui est “prêché” aujourd’hui (voir Piketty TH, 2013).

La mère de tous les maux économiques qui affligent les principales nations du monde (sinon toutes) est la prédominance de la politique monétaire sur la politique économique et l’indépendance des banques centrales vis-à-vis du pouvoir politique, seule expression de la volonté populaire.

 Avec le “fétiche” du soi-disant ciblage de l’inflation, le sommet de la perversion dans la gouvernance économique a été atteint.

Et en effet, se fixant pour objectif de contenir la variation croissante des prix, par la hausse des taux d’intérêt et la diminution du stock de crédit bancaire, on agit sur le modèle de complaisance des producteurs en contractant la zone d’investissements et leur rentabilité.

Cela entraîne inévitablement une augmentation du chômage, un ralentissement de la demande et un frein “probable” à la croissance des prix, car il peut y avoir des circonstances de marché particulières dans lesquelles les entreprises ne sont pas obligées de contenir ou de réduire les augmentations de prix (voir la production extensive de J.K. Galbraith et J. Stiglitz).

Le résultat en est l’appauvrissement des masses tandis que le capital assure la croissance de ses rentes grâce à une augmentation de la productivité du travail résultant d’une réduction de la main-d’œuvre employée et/ou du salaire horaire.

Ainsi, la croissance de la pauvreté et pas nécessairement la maîtrise de l’inflation sont certainement le résultat de telles politiques, l’expérience montrant que les prix peuvent même augmenter (voir Yerushalmi D., 2018, The Global Review).  Donc, l’objectif déclaré est un mensonge !!!

Et en fait, une partie de la littérature a bien démontré que les variations des prix sont le résultat d’une modification subie par le modèle de convenance du producteur qui n’est pas en règle générale liée, sinon indirectement, au contenu de la politique monétaire; celle-ci étant au contraire directement liée au niveau du chômage (Stiglitz J.E. et Galbraith J.K.).

L’entreprise ne se fixe qu’un seul objectif : le profit. 

Par conséquent, les leviers utilisables ne peuvent être que :

  • La rationalisation des processus de production, en termes d’utilisation de l’apport énergétique (force motrice) et des matières premières ;
  • L’augmentation de la productivité du travail et/ou la réduction de son coût (rémunération horaire) ;
  • L’augmentation des prix.

Il s’ensuit que l’entreprise utilise le levier des prix (augmentation) dans toutes les circonstances où les conditions du marché le permettent, c’est-à-dire l’action de la concurrence et le comportement de l’utilisateur final du produit.

L’inflation est donc un phénomène économique et non financier !!!

Et elle doit être combattue avec une seule politique : le contrôle des processus de formation des prix par les producteurs (voir Yerushalmi D.,2018, op. cit.).

Une partie de la littérature a pressenti la présence d’un mécanisme pervers dans l’utilisation des politiques monétaires, en parlant de leur “effet harpon” sur la politique salariale : “… Dès que les salaires commencent à se redresser, les banquiers centraux, avec leur attention limitée à l’inflation, brandissent le spectre de la hausse des prix.  Ils agissent alors pour augmenter les taux d’intérêt en limitant le stock de crédit à l’économie afin de ramener le chômage à un niveau plus élevé que nécessaire. Trop souvent, ils parviennent également à étouffer les augmentations de salaire, avec pour résultat que la productivité a continué à augmenter six fois plus vite que les salaires…”. (Stiglitz J.E.,The price of inequality, ET Saggi,2012, p. 385) (voir aussi, Harrison P.,2009 ; Mishel L.- Bivens J.- Gould E.- Shierholz H.,2012).

D’autre part, un certain nombre d’auteurs soulignent l’attitude intrusive des banques centrales qui, en de nombreuses occasions, ne s’occupent pas seulement de politique monétaire (et cela suffirait), mais prétendent également “conseiller” sur le contenu des politiques du travail, insistant sur la nécessité d’une plus grande flexibilité des salaires ou des orientations de politique fiscale, recommandant des augmentations d’impôts de type indirect ou sur le capital, privilégiant la “première maison” plutôt que l’impôt sur le grand capital.

Indépendamment du fait qu’une réduction des salaires moyens entraîne un affaiblissement de la demande globale avec un ralentissement de l’économie, il est certainement vrai que cette attitude est totalement inacceptable car ces institutions manquent de représentation démocratique et de responsabilité politique, dénonçant un réel et grave déficit de démocratie, ainsi qu’une expression claire de l’arrogance du pouvoir, conscientes qu’elles sont de représenter la suprématie du grand capital et donc capables de conditionner facilement l’action des gouvernements démocratiquement élus.

D’autre part, le faible niveau des taux d’intérêt pourrait conduire à une condition de croissance classique sans augmentation de l’emploi. 

Cette situation se présente lorsque des politiques monétaires expansives ne se traduisent pas par une augmentation du stock de crédit à l’économie, principalement aux petites et moyennes entreprises, pour les directives de gestion des banques commerciales engagées dans la poursuite de profits par la spéculation sur les marchés financiers (Greenwald B.- Stiglitz J.E.,2003 ; Yerushalmi D.,2019, in The Global Review), ainsi que pour la réglementation pénalisante sur les risques bancaires et les ratios de capital; avec pour conséquence de ne pas atteindre les effets escomptés en termes de croissance des investissements et donc de l’emploi.

Au contraire, les grandes entreprises peuvent lever des capitaux sur les marchés des valeurs mobilières à bas prix, une perspective qui encourage l’augmentation de l’intrant technologique pour remplacer la main-d’œuvre ; d’où une croissance des produits, principalement vers les exportations en raison de l’insuffisance de la demande intérieure, de la constance des niveaux d’emploi, voire de leur diminution, et de la réduction des taux de rémunération horaire.

Dans ce cas, un modèle d’innovation faussé se manifeste, puisqu’il détermine une économie des ressources de travail dans une phase du cycle où elles sont plus abondantes, alors qu’au contraire, l’augmentation de l’apport technique pourrait être orientée vers une rationalisation de l’utilisation de l’énergie et des matières premières, véritable source de croissance du bien-être économique des populations, tant en termes de bénéfices que de niveaux de salaire plus élevés.

Par conséquent, le “mal” n’est certainement pas représenté par le progrès technique lui-même, c’est-à-dire par l’augmentation de l’intrant technologique dans la production, mais par la direction que prend l'”avantage” obtenu : c’est-à-dire vers une augmentation de la productivité du travail, ou vers une rationalisation des processus avec des économies réalisées au niveau des facteurs de production autres que la main d’œuvre.