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La tv non può bastare alla Russia di Putin senza il frigorifero pieno

Come forse non tutti sanno, la Russia di oggi, dal punto di vista economico, è un paese assai fragile e con una fortissima discontinuità tra le grandi città e le zone rurali e cio’ nonostante le immense ricchezze umane e di risorse naturali che hanno consentito un enorme balzo in avanti, rispetto agli anni che seguirono il disfacimento dell’URSS. Ma l’indubbio sviluppo conseguito non ha solo luci ma anche ombre.

Per convincersene diamo un’occhiata ai numeri e confrontiamoli con quelli del nostro Paese. Il Pil della Russia è (dati 2020) a pari a 1.483 md di dollari USA, mentre il nostro Paese ha un Pil 1.886 md di dollari USA (la Germania nel 2020 ha un Pil di 3.806 md di dollari USA).

Il divario lo si percepisce ancora di più se si di considera che la Russia è un paese enorme, grande 17.130.000 km², il più grande del mondo, mentre l’Italia è solo 301.340 km². Per non dire della popolazione; in Italia ci sono 59,55 milioni di persone (nel 2020, dato Banca Mondiale), i russi 144,1 milioni (2020, dato Banca Mondiale).

Ora atteso anche che la Russia di Putin spende circa il 70 per cento del bilancio del suo Paese per costruire nuovi missili, navi e aerei, pur tuttavia, la spesa militare (anche se enorme) non sta al passo con quella dei Paesi europei e, tantomeno, con quella degli USA. Dunque, anche sotto il punto di vista militare il gigante Russia non è poi così grande.

Peraltro, i dati più recenti e post pandemia non danno il quadro di una economia in equilibrio. Infatti, seppure lo scorso anno l’economia russa abbia ampiamente recuperato il calo provocato dalla pandemia – considerato che nel 2020 il Pil era diminuito del 3,1% e nel 2021 il prodotto interno lordo della Russia, invece, sia cresciuto al ritmo del 4,7% e la produzione industriale sia aumentata del 5,3% – l’analisi dei dati, resi noti dall’agenzia di statistica Rosstat,  mostra che i settori risultati in maggiore crescita nell’anno sono stati quello degli alberghi e ristoranti (+24%), cultura e sport (+8%) e commercio all’ingrosso e al dettaglio (+8%).

Insomma una crescita del mercato interno sostenuto da una economia del consumo, che però è estremamente sensibile ai “venti di guerra” ed alle importazioni di beni voluttuari. Peraltro, la performance economica è stata contraddistinta anche da un forte rialzo dell’inflazione che ha sfiorato il 7% nell’anno, con impennate particolarmente sensibili per i prodotti alimentari di base.

Nella sostanza anche nel 2021 è continuato il calo del potere di acquisto dei russi, un trend che a ben vedere dura dal 2014. E il divario è cresciuto se si guarda anche al reddito pro-capite: in Russia del 2021 è di 11.273 dollari a testa (ben 3.490 in meno che nel 2013, più o meno la metà di quello portoghese). Il reddito medio europeo è di circa 32mila euro, di poco superiore a quello italiano.

Se si guarda, poi, al commercio internazionale nel periodo 2010-2019 la Russia ha esportato per 4,3 miliardi di dollari (l’Italia poco meno di 3,9). Tre quarti della cifra è rappresentata da gas e petrolio, il resto sono quasi tutte materie prime di altro genere.

In altre parole la Russia necessita di tutto, e in primo luogo proprio di tecnologia; la stessa che sta usando (e che tanto pubblicizza) nell’attuale invasione dell’Ucraina.

Infine, la scarsa vitalità dell’economia è confermata dalle registrazioni di brevetti validi sul territorio dell’Unione Europea; in dieci anni i giapponesi ne hanno registrati 1.812 per milione di abitanti, gli americani 535, i russi solo sei.

A ciò si aggiunga l’impatto delle sanzioni adottate che, tra le altre cose, sono arrivate a bloccare le risorse all’estero della Banca centrale russa, la cui capacità di sostenere il rublo potrebbe divenire presto problematica; solo nell’ultimo giorno del mese di febbraio il rublo ha perso il 30%, il che vuol dire un bagno di sangue per la pur ultra-capitalizzata Banca centrale russa. La finanza è del resto in prima linea. Le azioni delle società russe quotate all’estero hanno subito pesanti perdite (si calcola una perdita di circa il 90%).

La Banca centrale ha raccomandato agli istituti di credito di considerare il rinvio del pagamento di dividendi e bonus ai manager, annunciando una serie di misure di sostegno al settore e ciò con l’evidente scopo di far calmare le acque. Ma l’appello (se pur efficacemente patriottico) può rassicurare, in effetti, solo per qualche tempo. Anche sotto l’aspetto delle materie prime è possibile uno scossone; in particolare sul petrolio (per inciso, manovre sul gas richiedono tempi lunghi) la forza della Russia si misura su ciò che potrebbero decidere i paesi dell’OPEC. Un aumento della produzione, infatti, calmiererebbe i prezzi colpendo ulteriormente l’economia Russa.

Ciò comporta, dal nostro punto di vista, una prima importante riflessione.

Quanto più le ostilità continuano tanto più la sostenibilità economica da parte Russia della guerra si riduce. Per dirla diversamente, come nel caso dell’Unione Sovietica per l’Afghanistan, la Russia non ha la forza economica per sostenere una guerra di occupazione in un Paese enorme come l’Ucraina e con una popolazione di 44 milioni di abitanti che non si arrende.

Dunque la Russia non può che contare su una guerra lampo, che ponga le basi per una trattativa in posizione di vantaggio. Viceversa il protrarsi della guerra potrebbe avere per la Russia di Putin sviluppi drammatici, atteso che non sarà possibile per il Paese sostenere una guerra (ed i conseguenti costi economici) per un lungo tempo e ciò, in particolare perché, oltre a combattere una guerra sul fronte esterno, si aprirà, molto presumibilmente, anche un fronte interno che Putin non potrà gestire certamente con la politica “della Tv e del Frigorifero”, ovvero, della propaganda e del sostegno economico alla popolazione.

Sotto l’aspetto squisitamente economico, però occorre precisare che l’unità di azione, dimostrata in questi giorni nel decidere ed attuare, con una potenza di fuoco senza precedenti, le sanzioni alla Russia, può rilevarsi una arma a doppio taglio per il neo (ri)nato blocco occidentale (intendendo come tale Usa, Canada, Gran Bretagna ed E.U.). In effetti, ciò potrebbe indurre a ritenere molti paesi ora alleati o neutrali che una sorte simile potrebbe essere riservata anche a loro, magari in un futuro non lontano, quando ci fosse una fonte di disaccordo e un focolaio di tensione.

E’ inutile ricordare a noi tutti che, a tutt’oggi, sono moltissimi i focolai di combattimento nel mondo. Oltre l’ Ucraina ci sono guerre in Aceh, Afghanistan, Algeria, Burundi, Brasile, Colombia, Congo R.D., Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea-Etiopia, Filippine, Yemen, Iraq, Israele-Palestina, Libia, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda.

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La télévision ne peut suffire à la Russie de Poutine sans un réfrigérateur plein

Comme tout le monde ne le sait peut-être pas, la Russie d’aujourd’hui, d’un point de vue économique, est un pays très fragile avec une très forte discontinuité entre les grandes villes et les zones rurales, et ce malgré l’immense richesse en ressources humaines et naturelles qui ont permis un énorme bond en avant par rapport aux années qui ont suivi la désintégration de l’URSS. Mais l’incontestable développement réalisé n’a pas que des lumières mais également des ombres.

L’écart est encore plus grand si l’on considère que la Russie est un pays immense, 17 130 000 km², le plus grand du monde, alors que l’Italie ne fait que 301 340 km². Sans parler de la population ; l’Italie compte 59,55 millions d’habitants (en 2020, données de la Banque mondiale), les Russes 144,1 millions (2020, données de la Banque mondiale).

Pour s’en convaincre, jetons un coup d’œil aux chiffres et comparons-les à ceux de notre pays. Le PIB de la Russie (chiffres de 2020) est de 1 483 milliards de dollars US, tandis que le PIB de notre pays est de 1 886 milliards de dollars US (le PIB de l’Allemagne en 2020 est de 3 806 milliards de dollars US).

Si l’on considère que la Russie de Poutine consacre environ 70 % de son budget à la construction de nouveaux missiles, navires et avions, il n’en reste pas moins que les dépenses militaires (bien qu’énormes) ne suivent pas le rythme de celles des pays européens, sans parler des États-Unis. Ainsi, même d’un point de vue militaire, le géant russe n’est pas si grand.

En outre, les données les plus récentes et les données post-pandémie ne donnent pas l’image d’une économie en équilibre. En fait, bien que l’année dernière l’économie russe se soit largement remise de la chute causée par la pandémie – considérant qu’en 2020 le PIB a baissé de 3,1% et qu’en 2021 le produit intérieur brut de la Russie a augmenté à un taux de 4,7% et la production industrielle a augmenté de 5, 3% – une analyse des données, publiées par l’agence de statistiques Rosstat, montre que les secteurs qui ont connu la plus forte croissance au cours de l’année sont les hôtels et les restaurants (+24%), la culture et les sports (+8%) et le commerce de gros et de détail (+8%).

En bref, une croissance du marché intérieur soutenue par une économie de consommation, qui est toutefois extrêmement sensible au “vent de la guerre” et aux importations de produits de luxe. En outre, les performances économiques ont également été marquées par une forte hausse de l’inflation, qui a atteint près de 7 % sur l’année, avec des augmentations particulièrement fortes pour les produits alimentaires de base.

Fondamentalement, la baisse du pouvoir d’achat des Russes s’est poursuivie en 2021, une tendance qui dure depuis 2014. Et l’écart s’est creusé si l’on considère également le revenu par habitant : en Russie, en 2021, il sera de 11 273 dollars par tête (soit 3 490 dollars de moins qu’en 2013, plus ou moins la moitié du chiffre portugais). Le revenu moyen européen est d’environ 32 000 euros, soit un peu plus qu’en Italie.

Si l’on considère le commerce international sur la période 2010-2019, la Russie a exporté pour 4,3 milliards de dollars (l’Italie un peu moins de 3,9). Les trois quarts de ce chiffre sont représentés par le gaz et le pétrole, le reste étant constitué de presque toutes les autres matières premières.

En d’autres termes, la Russie a besoin de tout, et avant tout de technologie, la même technologie qu’elle utilise (et dont elle fait tant de publicité) dans son invasion actuelle de l’Ukraine.

Enfin, la faible vitalité de l’économie est confirmée par les enregistrements de brevets valides dans l’Union européenne ; en dix ans, les Japonais en ont enregistré 1 812 par million d’habitants, les Américains 535, les Russes seulement six.

À cela s’ajoute l’impact des sanctions adoptées qui, entre autres, sont venues bloquer les ressources de la Banque centrale russe à l’étranger, dont la capacité à soutenir le rouble pourrait bientôt devenir problématique ; rien que le dernier jour de février, le rouble a perdu 30%, ce qui signifie une hécatombe pour la Banque centrale russe ultra-capitalisée. La finance est également au premier plan. Les actions des sociétés russes cotées à l’étranger ont subi de lourdes pertes (une perte estimée à environ 90%).

La Banque centrale a recommandé aux établissements de crédit d’envisager de reporter le versement des dividendes et des primes aux dirigeants, annonçant une série de mesures de soutien au secteur dans le but évident d’apaiser la situation. Mais l’appel (bien qu’effectivement patriotique) ne peut que rassurer pour un temps. Un bouleversement est également possible en ce qui concerne les matières premières ; en particulier en ce qui concerne le pétrole (d’ailleurs, les manœuvres sur le gaz prennent beaucoup de temps), la force de la Russie se mesure à ce que les pays de l’OPEP pourraient décider. Une augmentation de la production aurait en effet pour effet de calmer les prix et de frapper davantage l’économie russe.

De notre point de vue, cela conduit à une première réflexion importante.

Plus les hostilités se prolongent, plus la viabilité économique de la guerre pour la Russie est réduite. . Autrement dit, comme dans le cas de l’Union soviétique en Afghanistan, la Russie n’a pas la force économique de soutenir une guerre d’occupation dans un pays aussi vaste que l’Ukraine et dont la population de 44 millions d’habitants ne se rend pas.

La Russie ne peut donc compter que sur une guerre éclair, qui poserait les bases d’une négociation avantageuse. A l’inverse, la prolongation de la guerre pourrait avoir des développements dramatiques pour la Russie de Poutine, étant donné qu’il ne sera pas possible pour le pays de soutenir une guerre pendant une longue période (et les coûts économiques qui en découlent) et ce, en particulier, parce que, en plus de mener une guerre sur le front extérieur, elle ouvrira également, très vraisemblablement, un front intérieur que Poutine ne sera certainement pas en mesure de gérer avec la politique de “la télévision et le réfrigérateur”, c’est-à-dire de propagande et de soutien économique à la population.

D’un point de vue purement économique, il convient toutefois de souligner que l’unité d’action démontrée ces derniers jours dans la décision et la mise en œuvre des sanctions contre la Russie avec une puissance de feu sans précédent pourrait s’avérer être une arme à double tranchant pour le bloc occidental nouvellement (re)né (c’est-à-dire les États-Unis, le Canada, la Grande-Bretagne et l’UE). En effet, cela pourrait amener de nombreux pays aujourd’hui alliés ou neutres à penser qu’un sort similaire pourrait leur être réservé, peut-être dans un avenir pas trop lointain, lorsqu’il existe une source de désaccord et un foyer de tension.

Il est inutile de rappeler à tous qu’il existe encore aujourd’hui de nombreux foyers de lutte dans le monde. Outre l’Ukraine, il y a des guerres à Aceh, en Afghanistan, en Algérie, au Burundi, au Brésil, en Colombie, en République démocratique du Congo, en Côte d’Ivoire, en Égypte, en Érythrée-Éthiopie, aux Philippines, au Yémen, en Irak, en Israël-Palestine, en Libye, au Cachemire, au Kurdistan, au Népal, au Nigeria, en République centrafricaine, en Syrie, en Somalie, au Soudan et en Ouganda.

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La Via della Seta

Con la svolata di Draghi non si sente più parlare della via della seta ovvero, del reticolo, che si sviluppava per circa 8 000 km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali, già a partire dalle dinastie Shang (1600-1046 a.C.), Zhou (1045-221 a.C.) e Han (206 a.C.-220 d.C.), si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano, in prodotti quali la seta, la carta e la porcellana.

Da qualche anno (con partenza dal 2013) il governo di Xi Jinping sta attuando un ambizioso piano di investimenti, che prevede la costruzione ed il miglioramento delle infrastrutture, tra cui autostrade e linee ferroviarie per l’alta velocità ma anche porti e centrali energetiche, per far ripartire i commerci lungo l’antica Via della Seta tra Cina ed Europa, passando per il Medio Oriente.

Lo scopo dichiarato dal governo cinese è dare nuovo slancio agli scambi commerciali. I progetti in corso prevedono due direttrici principali da Est a Ovest, entrambe arrivano in Europa: una terrestre che passa attraverso l’Asia centrale e una marittima che attraversa l’Oceano Indiano fino all’Africa, per poi piegare verso Nord. Secondo la Cina, al momento, hanno formalmente aderito 67 Paesi, firmando il Memorandum di intesa (MoU). Il Paese attualmente maggiormente coinvolto è il Pakistan, con cantieri per 60 miliardi.

È stato il governo Gentiloni ad avviare la trattativa con la partecipazione nel maggio 2017 – unico capo di governo del G7 – al primo Belt & Road Forum.

Con l’esecutivo gialloverde e, giallorosso adesso, il negoziato è accelerato, in quanto, secondo il governo l’adesione alla Via della seta attribuirebbe un vantaggio competitivo all’Italia che è in ritardo rispetto a francia e Germania, e dunque permetterebbe di intensificare i rapporti con la Cina, attrarre maggiori investimenti ed intensificare l’export verso quel paese. L’accordo ha previsto la firma di un memorandum immodificabile, atteso che un cambiamento concesso ad un partner aprirebbe la strada agli altri per chiederne una pari modifica. In Europa hanno già firmato: Ungheria (nel 2015), Grecia (si ricorda che Atene, che ha ceduto ai cinesi il controllo del Pireo) e Portogallo (entrambi nel 2018).

Dovrebbe l’Italia giocare la partita, oppure, il governo Draghi ha archiviato (silenziosamente) sull’onda della ritrovata amicizia con l’alleato atlantico tale prospettiva. Il cosa fare, a nostro modo di vedere, andrebbe affrontato in primo luogo riflettendo sui benefici di breve e, poi, sulle implicazioni connesse al modello di sviluppo del mercato cinese.

Quanto al breve periodo, c’è  unanime consenso sul fatto che un’apertura dei commerci mondiali determina un aumento delle esportazioni; in effetti, l’export incrementa al crescere del reddito mondiale in maniera proporzionale allo stesso (e rafforzare gli scambi con la Cina vorrebbe dire aumentare la quota di reddito mondiale per l’Italia); tuttavia, il beneficio è mitigato dal tasso di cambio reale che, visto il maggior livello dei prezzi interni  del nostro paese rispetto a quelli cinesi, sfavorisce le nostre esportazioni a favore delle importazioni.

Non c’è invece consenso, ma due principali correnti di pensiero, con riferimento al modello di sviluppo cinese. Secondo la teoria denominata “dello sviluppo a volo d’anatra” la crescita economica della Cina è dovuto essenzialmente alla condizione del mercato, ovvero, domanda/offerta di manodopera a basso costo e, questo, le assegnerebbe un ruolo simile a quello del Giappone degli anni ’70.

Ora, il modello citato prevede che un Paese allo stadio evolutivo più sviluppato diffonda la propria conoscenza ai Paesi meno sviluppati per diventarne, successivamente, mercato per l’export.

Il modello si può descrivere in nodo sintetico nelle seguenti quattro fasi:

  1. inizio importazioni dei follower dai paesi industrializzati; in tal modo si avvia la comunicazione ed il “contatto” con le altre culture. ad es. quando ll Giappone importava cotone, tabacchi, orologi;
  2. segue il forte aumento delle importazioni di macchinari e materie prime, ed assume sempre rilevanza l’industria locale dei Paesi follower;
  3. iniziano le esportazioni (prodotti grezzi) e continuano le importazioni (di prodotti raffinati e costosi);
  4. il ciclo si chiude quando iniziano le esportazioni dai follower ai leader.

Questa teoria è sia dinamica che determinista e, secondo Akamatsu, l’economista giapponese degli anni trenta che l’ha teorizzata, porta allo sviluppo ed al benessere mondiale. Non si tratta di una teoria di dominio, ma è un modello di tipo win to win. Nel dettaglio: per quanto concerne le caratteristiche dei paesi, i followers hanno a disposizione: bassi salari, bassi costi di materie prime, mercato locale; tramite lo scambio si crea un contesto culturale di apprendimento dagli altri paesi che consente la crescita.

Ora i leader sono sempre nella posizione più scomoda in quanto saranno sempre rincorsi e imitati dai followers, e potranno cercare di preservare temporalmente la propria posizione attraverso l’aggiornamento continuo dei propri prodotti e/o introducendone di nuovi, in modo da soddisfare le richieste dei mercati. Il vantaggio dei leaders dura per un tempo limitato in quanto i followers utilizzano le proprie tecnologie, tecniche di produzione sulla base di industrie esistenti e ben collaudate. In tale modello, la posizione che assumono i paesi non è mai definitiva, c’è sempre la possibilità per i deboli di diventare forti.

Diverso, e qualche tempo fa vicino alle posizione di Trump (ma anche in perfetta linea di continuità con il nuovo presidente Biden), è il c.d. approccio dello stato “sviluppista”, in cui si osserva che il rapporto con il mercato Cinese è fuorviato dalla massiva presenza dello Stato nei mercati.

Nella sostanza per il modello si osserva: la presenza di uno Stato autoritario e forte che sa opporsi alle logiche internazionali per proteggere la propria economia; la presenza di una burocrazia efficiente ed elitaria; la stretta collaborazione tra Stato e Mercato; l’impianto di una economia d’esportazione delle materie prime – Export oriented Industrialization (EOI).

Sul cosa fare, va osservato che, in teoria, la strategia win to win è ottimale se ci si conserva parità di forza (cosa che i fatti concreti nei rapporti con la Cina sembrerebbero smentire). In effetti, la Cina descrive il progetto “via della seta” come un progetto pacifico di rilancio della globalizzazione e dei liberi commerci, basato sulla logica del “win-win” e dei mutui benefici con i Paesi partners, e per i Paesi a corto di capitali; le istituzioni finanziarie cinesi intervengo addirittura con prestiti a finanziare la costruzione delle infrastrutture, che altrimenti non potrebbero essere realizzaste.

Per altro verso, se si analizza il mercato cinese, la “Via della Seta” è un progetto funzionale a dare sfogo alla sovraccapacità produttiva interna della Cina e, vari studi, hanno mostrato che oltre il 90% dei lavori viene affidato ad aziende cinesi, per lo più colossi di Stato; infine, i prestiti eventualmente concessi vengono gravati con alti interessi e con forti sanzioni in caso di inadempimento.

Ciò premesso, una negoziazione ottimale in ambito win to win parte dal presupposto di tenere in considerazione sia i propri bisogni che quelli dell’interlocutore cercando vantaggi per entrambe le parti e si attiva con una metodologia ben consolidata che prevede di: comprendere gli interessi e gli obiettivi di entrambe le parti; individuare a cosa non è disposta a rinunciare ognuna delle due parti e sviluppare assieme più opzioni; avere e dimostrare un reale interesse nel trovare una soluzione soddisfacente per entrambi.

Tale strategia in un contesto reale è vincente, tuttavia, se e solo se è possibile lasciarsi la strada aperta per un comportamento di tipo “Tit for tat”.

Si tratta di una strategia, introdotta da Anatol Rapoport nel 1980, molto efficace nella teoria dei giochi per risolvere il problema del dilemma del prigioniero ripetuto.

Vediamo di che si tratta: un agente utilizzando questa strategia sarà inizialmente un collaboratore, in seguito risponderà con la stessa strategia delle mosse degli avversari: se l’avversario è stato a sua volta cooperativo, l’agente sarà cooperativo, in caso contrario no. L’applicazione della strategia dipende da quattro condizioni: in partenza, e se non c’è stata provocazione, l’agente è sempre cooperativo; se provocato l’agente si vendica; l’agente perdona subito dopo essersi vendicato, tornando a essere cooperativo; l’agente ha una consistente opportunità di competere con l’opponente più di una volta. In quest’ultima condizione è importante che la competizione continui abbastanza a lungo da consentire un numero di ritorsioni/perdono sufficiente a generare un effetto a lungo termine più rilevante rispetto alla perdita di cooperazione iniziale.

Dunque, il suggerimento, stante le premesse, è di approcciarsi all’eventuale ripresa dei negoziati con la Cina (paese di enorme potenza industriale) con l’attenzione che merita un progetto che è certamente epocale, ma che visto le ambiguità insite nel progetto stesso si presta ad infiniti possibili interpretazioni e sbocchi imprevedibili.

In tale contesto è evidente che è necessario adottare una strategia condivisa che sia supportata ai più alti vertici e pienamente compresa dai cittadini.

Di tutta evidenza la teoria economica ci suggerisce la strada e sarebbe sciocco non discuterne.

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La Route de la Soie.

Avec le retour de Draghi on n’entend plus parler de la route de la soie, c’est-à-dire du réseau, qui s’est développé sur environ 8 000 km, constitué de routes terrestres, maritimes et fluviales le long desquelles, à partir des dynasties Shang (1600-1046 av. J.-C.) , Zhou (1045-221 avant JC) et Han (206 avant jusqu’a JC-220 après JC), le commerce entre les empires chinois et romain s’était développé dans des produits tels que la soie, le papier et la porcelaine.

Depuis quelques années (à partir de 2013), le gouvernement de Xi Jinping met en œuvre un plan d’investissement ambitieux, qui implique la construction et l’amélioration des infrastructures, notamment des autoroutes et des lignes ferroviaires à grande vitesse mais aussi des ports et des centrales électriques pour relancer le commerce le long de l’ancienne route de la soie entre la Chine et l’Europe, en passant par le Moyen-Orient.

L’objectif affiché du gouvernement chinois est de donner un nouvel élan au commerce. Les projets en cours prévoient deux directions principales d’est en ouest, toutes deux arrivant en Europe : une terrestre qui traverse l’Asie centrale et une maritime qui traverse l’océan Indien jusqu’en Afrique, puis tourne vers le nord. Selon la Chine, à l’heure actuelle, 67 pays ont officiellement adhéré, signant le protocole d’accord (MoU). Le pays actuellement le plus impliqué est le Pakistan, avec des chantiers d’une valeur de 60 milliards.

C’est le gouvernement Gentiloni qui a initié les négociations avec sa participation en mai 2017 – seul chef de gouvernement du G7 – au premier Forum Belt & Road.

Avec l’exécutif gialloverde et, giallorosso maintenant, les négociations se sont accélérées car, selon le gouvernement, rejoindre la route de la soie donnerait un avantage compétitif à l’Italie, qui est à la traîne derrière la France et l’Allemagne, et lui permettrait donc d’intensifier ses relations avec la Chine, d’attirer plus d’investissements et d’intensifier ses exportations vers ce pays. L’accord prévoyait la signature d’un mémorandum inaltérable, car un changement accordé à un partenaire ouvrirait la voie aux autres pour demander un changement égal. En Europe, les pays suivants ont déjà signé : la Hongrie (en 2015), la Grèce (rappelons qu’Athènes a cédé le contrôle du Pirée aux Chinois) et le Portugal (tous deux en 2018).

L’Italie devrait jouer le jeu, ou alors, le gouvernement Draghi a classé en silence, sur la vague de son amitié retrouvée avec son allié atlantique, cette perspective. La question de savoir ce qu’il faut faire doit, selon nous,  être abordée en réfléchissant aux avantages à court terme, puis aux implications du modèle de développement du marché chinois.

Quant au court terme, il y a unanimité sur le fait qu’une ouverture du commerce mondial détermine une augmentation des exportations ; en effet, les exportations augmentent proportionnellement à l’augmentation du revenu mondial (et renforcer les échanges avec la Chine reviendrait à augmenter la part du revenu mondial pour l’Italie) ; cependant, le bénéfice est atténué par le taux de change réel qui, compte tenu du niveau plus élevé des prix intérieurs dans notre pays par rapport aux prix chinois, désavantage nos exportations au profit des importations.

En revanche, il n’y a pas de consensus, mais deux grands courants de pensée, en référence au modèle de développement chinois. Selon la théorie dite du “développement en vol de canard”, la croissance économique de la Chine est essentiellement due aux conditions du marché, c’est-à-dire à l’offre et à la demande de main-d’œuvre bon marché, ce qui lui conférerait un rôle similaire à celui du Japon dans les années 1970.

Or, le modèle précité prévoit qu’un pays au stade d’évolution le plus développé étende ses connaissances aux pays les moins développés afin de devenir ensuite leur marché d ‘exportation.

  1. Le modèle peut être brièvement décrit dans les quatre phases suivantes :
    1. Début des importations de suiveurs en provenance des pays industrialisés ; cela initie la communication et le ” contact ” avec d’autres cultures. Par exemple, comme lorsque le Japon a importé du coton, du tabac, des montres ;
    2. Suivi d’une forte augmentation des importations de machines et de matières premières, et l’industrie locale des pays suiveurs devient de plus en plus importante ;
    3. Début des exportations (produits bruts) et poursuite des importations (de produits raffinés et coûteux) ;
    4. Le cycle se ferme lorsque les exportations des suiveurs vers les leaders commencent.

Cette théorie est à la fois dynamique et déterministe et, selon Akamatsu, l’économiste japonais des années 1930 qui l’a théorisée, conduit au développement et au bien-être du monde. Il ne s’agit pas d’une théorie de la domination, mais d’un modèle gagnant-gagnant. En détail : en ce qui concerne les caractéristiques des pays, les suiveurs ont à leur disposition : des salaires bas, un faible coût des matières premières, un marché local ; grâce à l’échange, un contexte culturel d’apprentissage des autres pays est créé, ce qui permet la croissance.

Actuellement, les leaders sont toujours dans la position la plus délicate, car ils seront toujours poursuivis et imités par les suiveurs, et ils peuvent essayer de préserver temporairement leur position en actualisant continuellement leurs produits et/ou en introduisant de nouveaux, afin de répondre aux demandes des marchés. L’avantage des leaders ne dure qu’un temps limité car les suiveurs utilisent leurs propres technologies, des techniques de production basées sur des industries existantes et éprouvées. Dans un tel modèle, la position prise par les pays n’est jamais définitive, il y a toujours la possibilité pour le faible de devenir fort.

Différente, et quelque temps proche de la position de Trump (mais aussi en parfaite continuité avec le nouveau président Biden), est l’approche étatique dite ” développementaliste “, dans laquelle on observe que la relation avec le marché chinois est trompée par la présence massive de l’État sur les marchés.

En substance, le modèle observe : la présence d’un Etat autoritaire fort qui sait s’opposer à la logique internationale pour protéger sa propre économie ; la présence d’une bureaucratie efficace et élitiste ; l’étroite collaboration entre l’Etat et le Marché ; l’implantation d’une économie d’exportation de matières premières – Export oriented Industrialization (EOI).

Quant à savoir ce qu’il faut faire, il convient de noter que, en théorie, la stratégie “gagner pour gagner” est optimale si l’on maintient la parité des forces (ce que les faits concrets dans les relations avec la Chine semblent démentir). En fait, la Chine décrit le projet de “route de la soie” comme un projet pacifique visant à relancer la mondialisation et le libre-échange, fondé sur la logique du “gagnant-gagnant” et des avantages mutuels avec les pays partenaires, et pour les pays à court de capitaux ; les institutions financières chinoises interviennent même avec des prêts pour financer la construction d’infrastructures qui, autrement, ne pourraient pas être construites.

En revanche, si l’on analyse le marché chinois, la “route de la soie” est un projet fonctionnel destiné à donner libre cours à la surcapacité de production interne de la Chine et, selon diverses études, plus de 90 % des travaux sont confiés à des entreprises chinoises, pour la plupart des géants d’État ; enfin, les prêts accordés sont assortis de taux d’intérêt élevés et de lourdes pénalités en cas de défaut.

Cela dit, une négociation optimale gagnant-gagnant repose sur l’hypothèse de la prise en compte de ses propres besoins et de ceux de l’autre partie, de la recherche d’avantages pour les deux parties, et est déclenchée par une méthodologie bien établie qui implique : de comprendre les intérêts et les objectifs des deux parties ; d’identifier ce à quoi chaque partie n’est pas prête à renoncer et de développer plusieurs options ensemble ; d’avoir et de démontrer un réel intérêt à trouver une solution mutuellement satisfaisante.

Toutefois, dans un contexte réel, une telle stratégie ne peut réussir que si et seulement si la voie est laissée ouverte à un comportement de réciprocité.

Cette stratégie, introduite par Anatol Rapoport en 1980, est très efficace en théorie des jeux pour résoudre le problème du dilemme répété du prisonnier.

Voici de quoi il s’agit : un agent utilisant cette stratégie sera initialement coopératif, puis répondra avec la même stratégie aux coups de l’adversaire : si l’adversaire a lui-même été coopératif, l’agent le sera, sinon, non. L’application de la stratégie dépend de quatre conditions : au départ, et s’il n’y a pas eu de provocation, l’agent est toujours coopératif ; s’il est provoqué, l’agent riposte ; l’agent pardonne immédiatement après avoir riposté, redevenant ainsi coopératif ; l’agent a une occasion constante d’affronter l’adversaire plus d’une fois. Dans cette dernière condition, il est important que la concurrence se poursuive suffisamment longtemps pour que les représailles/le pardon soient suffisants pour générer un effet à long terme plus important que la perte initiale de coopération.

Il est donc suggéré, compte tenu des prémisses, d’aborder l’éventuelle reprise des négociations avec la Chine (un pays à l’énorme puissance industrielle) avec l’attention que mérite un projet qui fait certainement date, mais qui, étant donné les ambiguïtés inhérentes au projet lui-même, se prête à une infinité d’interprétations possibles et de résultats imprévisibles.

Dans ce contexte, il est clair qu’il est nécessaire d’adopter une stratégie partagée, soutenue au plus haut niveau et pleinement comprise par les citoyens.

La théorie économique indique clairement la voie à suivre et il serait insensé de ne pas en discuter.

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Una osservazione scomoda sul parametro della Produttività (PNRR).

Si discute ancora molto se la bassa produttività del lavoro, caratteristica da diversi anni del nostro sistema produttivo, sia legata alla dimensione delle aziende italiane, ovvero, trovi ragione in altre variabili del mercato, come l’alto costo del lavoro, ovvero il basso valore del prodotto.

In effetti, il parametro della produttività (data dal rapporto fra valore aggiunto e occupati totali) misura il rendimento medio dell’input di lavoro in termini di produzione. Peraltro, da questo parametro dipende anche il c.d. “costo del lavoro” (o CLUP), dato dal rapporto tra redditi medi da lavoro dipendente e produttività media del lavoro.

Occorre tuttavia osservare che la produttività del lavoro non è stata sempre bassa. In un periodo non recente  l’Italia vantava un primato che faceva dei nostri lavoratori  i “giapponesi” d’Europa. Peraltro, la dinamica della produttività italiana è stata per lungo tempo in linea con quella tedesca, in particolare nei decenni scorsi, evidenziando un  arresto a partire dalla seconda metà degli anni 90.

Ora credere che le imprese italiane siano improvvisamente diventate  microscopiche ed improduttive per la gran parte  lascia davvero increduli e pone in forte dubbio la validità di una tesi che imputi la perdita di produttività prevalentemente al “nanismo” delle nostre aziende.

Ma allora qual è il problema?

Va detto che un aumento della produttività del lavoro comporta una riduzione del relativo costo (il quale diminuisce a parità di reddito medio) e che quindi, in linea di principio e considerando un mercato oligopolistico, se diminuisce il CLUP diminuiscono anche i prezzi alla produzione, fenomeno che si ripercuote sull’andamento dei prezzi nel lungo periodo. Dunque una maggiore produttività calmiera i prezzi e, in definitiva, rende l’impresa più competitiva.

Al riguardo non sono poche le ricette suggerite dagli economisti.

In effetti, il progresso tecnico e la diffusione di nuova tecnologia è uno degli strumenti più efficaci ed, in tal senso, la rivoluzione digitale è capace di arrecare benefici notevoli all’impresa che l’applicasse correttamente; peraltro verso, anche l’aumento della dimensione aziendale permette,il più delle volte, di beneficiare di economie di scala; tale constatazione è favorevole all’ipotesi di coloro che sostengono  che un forte impulso alla crescita della produttività possa derivare da una politica di sostegno allo sviluppo della dimensione media delle imprese, anche attraverso processi di accorpamento e fusione.

Peraltro, le politiche nazionali che favoriscano l’implementazione della conoscenza e l’uso  efficiente dei fattori produttivi, le innovazioni nel processo produttivo, i miglioramenti nella organizzazione del lavoro e delle tecniche manageriali, o che sostengano i processi di istruzione e formazione della forza lavoro come strumento d’incremento della produttività, sono favorite in realtà aziendali caratterizzate da una maggiore dmensione.

Dunque, sembra che il mantra “innovazione – ricerca e sviluppo” ha ben ragione di essere.  

A ben vedere però le cose dette rappresentano solo un aspetto della verità”, la quale appare più complessa.

Ed in effetti, l’impresa ha un principale problema che possiamo riassumere nel “vendere ciò che si produce”; l’assenza di un mercato capace di assorbire la produzione blocca il processo d’investimento e contrae il livello delle operazioni in corso.

Il mancato collocamento del prodotto determina le condizioni favorevoli ad una riduzione dei prezzi e dunque, riducendosi il valore aggiunto degli investimenti, si determina un’inevitabile contrazione del parametro “produttività del lavoro” con innalzamento del suo costo medio, a parità di livello salariale.

Dal punto di vista dell’autore, il problema italiano è che l’entrata in circolazione dell’Euro, con un rapporto di cambio sfavorevole, ha compromesso il nostro livello delle esportazioni, con conseguente riduzione della produttività media del lavoro; è l’effetto della negoziazione di “prezzi reali” in euro non economici, ovvero non sempre remunerativi degli investimenti produttivi.

L’ipotesi da noi presentata trova sostegno in alcune importanti fonti della letteratura economica, quale Adam Smith  che definì la produttività come fattore “endogeno” al sistema in connessione all’ampiezza del mercato, o il modello Kaldor-Thirlwall, il cui enunciato indica che la crescita è direttamente proporzionale al livello raggiunto dalle esportazioni.

Al riguardo ci sembra opportuno ricordare la “parabola” dell’albero da frutta di Einaudi.

In tale comparazione l’ampliamento del mercato, rendendo conveniente la divisione del lavoro, dà luogo allo sviluppo della specializzazione ed all’adozione di nuove tecnologie da parte delle imprese. Ciascun’azienda può imitare le altre, se trova che ciò riduce i costi e migliora la qualità dei prodotti. L’ampliamento del mercato comporta anche l’entrata in campo di un maggior numero di produttori, e ciò accresce la concorrenza: “La concorrenza, che con un mercato ampio è assai più arduo sopprimere o limitare che su un mercato ristretto, agisce e costringe i produttori a ridurre i prezzi al livello dei costi marginali”.

Nella teorica einaudiana dei mercati aperti, dunque, la concorrenza tendenzialmente non conduce ad un equilibrio stazionario bensì  genera un processo dinamico di riduzione dei costi, tramite le innovazioni di processo e di prodotto che sono incessantemente stimolate dall’esigenza di sostenere il livello dei profitti, continuamente erosi dai competitori che imitano gli innovatori. Ma resta inteso che tutto ciò è possibile in un quadro di mercati che si ampliano.

Per altro verso oramai sembra acquisito che la competitività tedesca sia dovuta, in effetti, ad un listino prezzi svalutato dall’euro ed a politiche del lavoro spesso scorrette e scoordinate rispetto agli altri partner europei; quindi un aumento di produttività realizzato in definitiva col taglio dei salari reali (come, peraltro, gli stessi sindacati tedeschi rivendicano da tempo) e non dovuto ad incrementi  “reali”, ed il cui tasso di crescita ha mostrato una riduzione  dal 2003 mentre  oggi sembra essere  stagnante.

Quindi l’autore non condivide l’ipotesi secondo la quale una bassa produttività del lavoro sia necessariamente connessa ad un ridotto livello degli investimenti tecnici.

L’assunto è vicino alla visione “neoclassica” secondo cui è “l’offerta a determinare la dimensione ed il contenuto della domanda”; è un ritornello che tenta di spiegare la crescita (e quindi anche la dinamica della produttività) solo con riguardo alla  struttura della produzione.

A dire il vero sembra che  anche il nuovo Piano Nazionale Resilienza e Resistenza (PNRR) con gli incentivi per gli investimenti produttivi, la rivoluzione digitale ed altro, sia disegnato su questa ipotesi ed approccio scientifico.

Peraltro, questa politica economica porta in seno una contraddizione: se si conserva  contenuto il livello dei salari monetari, in ragione di una dinamica inflattiva molto bassa ed un’alta disoccupazione, come si potrà pretendere che l’impresa scelga di investire per un input tecnico di maggiore intensità, quando si preferirà utilizzare più lavoro per il suo contenuto costo di approvvigionamento, sacrificando anche il livello degli investimenti  in ricerca e sviluppo?

Dunque gli attesi capitali di matrice europea potrebbe rilevarsi inefficaci per un reale rilancio della nostra Economia.

Le ragioni possono essere essenzialmente due.

La prima è che gli interventi messi in campo non incidono (o meglio incidono solo parzialmente e, soprattutto, non nella misura necessaria) sulla domanda interna, né tanto meno su quella esterna favorendo le esportazioni. Non essendoci lo stimolo a produrre, infatti, le imprese potrebbero rinunciare a realizzare nuovi investimenti;

in secondo luogo, i previsti incentivi per le nuove assunzioni mirano a conservare su livelli bassi i salari e ciò crea un incoraggiamento ad utilizzare manodopera a basso costo, disincentivando  l’innovazione e l’incremento della tecnologia.

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Économie

Une observation regrettable sur le paramètre de la productivité (PNRR).

La question de savoir si la faible productivité du travail, qui caractérise notre système productif depuis plusieurs années, est liée à la taille des entreprises italiennes ou si elle trouve plutôt sa raison d’être dans d’autres variables du marché, comme le coût élevé du travail ou la faible valeur du produit, fait encore l’objet de nombreux débats.

En effet, le paramètre de productivité (représenté par le rapport entre la valeur ajoutée et l’emploi total) mesure le rendement moyen du facteur travail en termes de production. En outre, le “coût de la main-d’œuvre” (ou CMO), exprimé par le rapport entre la rémunération moyenne des employés et la productivité moyenne du travail, dépend également de ce paramètre.

Il convient toutefois de noter que la productivité du travail n’a pas toujours été faible. Dans une période récente, l’Italie se vantait d’un bilan qui faisait de nos travailleurs les “Japonais” de l’Europe. En outre, la dynamique de la productivité italienne a longtemps été conforme à celle de l’Allemagne, notamment au cours des dernières décennies, mais elle s’est arrêtée dans la seconde moitié des années 1990.

Maintenant, croire que les entreprises italiennes sont soudainement devenues microscopiques et improductives pour la plupart laisse vraiment incrédule et jette un fort doute sur la validité d’une thèse qui attribue la perte de productivité principalement au “nanisme” de nos entreprises.

Alors quel est le problème ?

Il faut dire qu’une augmentation de la productivité du travail entraîne une réduction des coûts salariaux (qui diminuent proportionnellement au revenu moyen) et que, par conséquent, en principe et en considérant un marché à caractère oligopolistique, si le CMO diminue, les prix à la production diminuent également, un phénomène qui a des répercussions sur l’évolution des prix à long terme. Une productivité plus élevée fait donc baisser les prix et rend finalement l’entreprise plus compétitive.

Les économistes ont proposé un certain nombre de recettes à cet égard.

En effet, le progrès technique et la diffusion de nouvelles technologies sont l’un des outils les plus efficaces et, en ce sens, la révolution numérique est en mesure d’apporter des avantages considérables à l’entreprise qui l’applique correctement ; en outre, même l’augmentation de la taille de l’entreprise permet, le plus souvent, de bénéficier d’économies substantielles ; cette observation est favorable à l’hypothèse de ceux qui soutiennent qu’une forte impulsion à la croissance de la productivité peut découler d’une politique de soutien au niveau de la croissance de la taille moyenne des entreprises, également à travers des processus de fusions et d’acquisitions.

D’autre part, les politiques nationales qui favorisent la mise en œuvre des connaissances et l’utilisation efficace des facteurs de production, les innovations dans le processus de production, les améliorations dans l’organisation du travail et dans les techniques de gestion, ou qui soutiennent les processus d’éducation et de formation de la main-d’œuvre comme moyen d’augmenter la productivité, sont favorisées dans les entreprises de plus grande taille.

Il semble donc que le mantra “innovation – recherche et développement” ait de bonnes raisons d’être. 

Mais à y regarder de plus près, les choses dites ne représentent qu’un aspect de la vérité, qui apparaît plus complexe.

Et en fait, l’entreprise a un problème principal que nous pouvons résumer en “vendre ce que l’on produit” ; l’absence d’un marché capable d’absorber la production bloque le processus d’investissement et contracte le niveau des opérations courantes.

Le non placement du produit détermine les conditions favorables à une réduction des prix et donc, réduisant la valeur ajoutée des investissements, il se produit une contraction inévitable du paramètre “productivité du travail” avec une augmentation de son coût moyen, au même niveau de salaire.

Du point de vue de l’auteur, le problème italien est que l’entrée en circulation de l’euro, avec un taux de change défavorable, a compromis notre niveau d’exportation, avec une réduction conséquente de la productivité moyenne du travail ; c’est l’effet de la négociation de “prix réels” en euro qui ne sont pas économiques, c’est-à-dire pas toujours rémunérateurs des investissements productifs.

L’hypothèse que nous présentons trouve un appui dans certaines sources importantes de la littérature économique, comme Adam Smith, qui a défini la productivité comme un facteur “endogène” au système en relation avec la taille du marché, ou le modèle Kaldor-Thirlwall, dont l’énoncé indique que la croissance est directement proportionnelle au niveau atteint par les exportations.

À cet égard, il semble opportun de rappeler la “parabole” de l’arbre fruitier d’Einaudi.

Dans cette comparaison, l’élargissement du marché, qui facilite la division du travail, donne lieu au développement de la spécialisation et à l’adoption de nouvelles technologies par les entreprises. Chaque entreprise peut imiter les autres si elle constate que cela réduit les coûts et améliore la qualité du produit. L’élargissement du marché implique également l’entrée d’un plus grand nombre de producteurs, ce qui accroît la concurrence : “La concurrence, qui dans un grand marché est beaucoup plus difficile à supprimer ou à limiter que dans un marché restreint, agit et oblige les producteurs à réduire les prix au niveau des coûts marginaux”.

Dans la théorie des marchés ouverts d’Einaudi, la concurrence ne tend donc pas à conduire à un équilibre stationnaire, mais génère un processus dynamique de réduction des coûts, par le biais d’innovations de processus et de produits qui sont sans cesse stimulées par la nécessité de maintenir le niveau des profits, continuellement érodés par les concurrents qui imitent les innovateurs. Mais il est bien entendu que tout cela est possible dans un cadre de marchés en expansion.

D’autre part, il semble désormais admis que la compétitivité allemande est en fait due à un barème de prix dévalué par l’euro et à des politiques du travail souvent incorrectes et non coordonnées par rapport aux autres partenaires européens ; d’où une augmentation de la productivité obtenue en fin de compte par une réduction des salaires réels (comme le prétendent d’ailleurs les syndicats allemands eux-mêmes depuis un certain temps) et non par des augmentations “réelles”, et dont le taux de croissance s’est réduit depuis 2003 alors qu’il semble aujourd’hui stagner.

L’auteur ne partage donc pas l’hypothèse selon laquelle une faible productivité du travail est nécessairement liée à un niveau réduit d’investissements techniques.

Cette hypothèse est proche de la vision “néoclassique” selon laquelle c’est “l’offre qui détermine la taille et le contenu de la demande” ; c’est un refrain qui tente d’expliquer la croissance (et donc aussi la dynamique de la productivité) uniquement par rapport à la structure de la production.

À vrai dire, il semble que même le nouveau Plan National de Résilience et de Résistance (PNRR), avec ses incitations aux investissements productifs, à la révolution numérique et autres, soit conçu sur cette hypothèse et cette approche scientifique.

De plus, cette politique économique est porteuse d’une contradiction : si le niveau des salaires monétaires est maintenu bas, en raison d’une dynamique inflationniste très faible et d’un chômage élevé, comment peut-on espérer que l’entreprise choisisse d’investir dans un input technique plus intensif, alors qu’elle préférera utiliser plus de travail pour son faible coût d’emploi, en sacrifiant aussi le niveau des investissements en recherche et développement ?

Ainsi, les capitaux européens attendus pourraient s’avérer inefficaces pour une véritable relance de notre économie.

Il y a essentiellement deux raisons à cela.

La première est que les interventions mises en place sur le terrain n’affectent pas (ou plutôt n’affectent que partiellement et, surtout, pas dans la mesure nécessaire) la demande interne, et encore moins la demande externe en favorisant les exportations. En fait, comme il n’y a pas de stimulus pour produire, les entreprises pourraient s’abstenir de faire de nouveaux investissements ;

 La deuxième est que les incitations prévues pour les nouvelles embauches visent à maintenir les salaires à un bas niveau, ce qui incite à utiliser une main-d’œuvre à faible coût, décourageant ainsi l’innovation et la croissance technologique.

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Abstract

Contro la crisi innescata dalla pandemia, l’Europa ha posto in essere una nutrita schiera di interventi per la ripresa. Il Recovery Fund è il programma pluriennale da centinaia di miliardi di euro sul quale, dopo lunghe discussioni, si è trovata una convergenza tra i Paesi del Nord, i cosiddetti “frugali”, che hanno chiesto rigore e quelli del Sud, Italia compresa, che invece hanno chiesto criteri più flessibili. La sintesi raggiunta pone, per l’Italia, una serie di questioni di difficile risoluzione e, comunque, impone un cambiamento di rotta nella gestione delle risorse pubbliche che, a meno di una svolta epocale, sembra attualmente difficilmente realizzabile. Ciò pone a carico dell’attuale Governo un enorme carico di responsabilità, capace di ripercuotersi in modo dirompente sulla sostenibilità del debito pubblico italiano.

PAROLE CHIAVE

Pandemia, Recovery Fund, Recovery and Resilience Facility, UE, Italia, nord/sud, sostenibilità

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Résumé

Face à la crise déclenchée par la pandémie, l’Europe a mis en place un grand nombre d’interventions pour la relance. Le Fonds de relance est un programme pluriannuel de plusieurs centaines de milliards d’euros sur lequel, après de longues discussions, une convergence a été trouvée entre les pays du Nord dits “frugaux”, qui demandaient de la rigueur, et ceux du Sud, dont l’Italie, qui demandaient au contraire des critères plus souples. La synthèse obtenue pose, pour l’Italie, une série de questions difficiles à résoudre et, en tout cas, impose un changement de cap dans la gestion des ressources publiques qui, à moins d’un revirement historique, semble actuellement difficile à réaliser faisant peser une énorme responsabilité sur le gouvernement actuel, et susceptible d’avoir des répercussions perturbatrices sur la viabilité de la dette publique italienne.

MOTS CLÉS

Pandémie, Fonds de redressement, Facilité de redressement et de résilience, UE, Italie, nord/sud, durabilité