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Il tesoro di San Daniele del Friuli

All’origine fu Roma. O forse no. Forse lo stesso castello di Zoppola gli riservò silenziose meditazioni tra gli scaffali di una biblioteca antica e privata, legata al nome di una famiglia illustre e potente nella Patria del Friuli e rinomata ben oltre i suoi confini.

La sede avita della famiglia Panciera lo aveva infatti accolto, orfano giovanissimo di padre, poco più che diciottenne, per assicurargli, giovane brillante e capace, propenso alle lettere e ben disposto all’avventura intellettuale, un avvenire meno incerto di quello riservato a coloro che non godevano né di un nome né tantomeno dell’adeguata protezione di un mentore potente e generoso.

Il vecchio cardinale Antonio lo introdusse negli ambienti curiali della grande Città, così solleciti e resi fecondi da tutte le nuove energie che attraversavano quegli anni, in cui i ripetuti concili indetti per sanare le divisioni della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, agevolavano lo spostamento di segretari e abbreviatori, uomini di lettere curiosi, intellettuali che certamente impiegavano le ore vuote da impegni, trascorse nelle abbazie in cui dimoravano durante il cammino, per leggere e trascrivere autori rimasti per secoli sepolti “nelle cieche carceri monastiche” in cui erano tenuti in ostaggio.

Ne parlavano con grande rapimento, si scambiavano carteggi fittissimi e densi di impressioni, accentuati dal piacere della scoperta, dal sottile compiacimento per aver accostato le mani, primi dopo molti secoli, su pergamene ritenute ormai perse per sempre e ora riportate a nuova vita, ripulite da interpretazioni e commentari, finalmente libere di far risplendere la bellezza di un pensiero, quello dei classici, che tornava ad ispirare filosofi e artisti, letterati e poeti.

E’ in questo clima che si forma un giovanissimo Guarnerio, il quale sa evidentemente scegliersi bene i suoi protettori: alla morte del Panciera (1431) viene accolto sotto l’egida del Patriarca di Aquileia Biagio dal Molin, che è anche il titolare della Cancelleria apostolica: un luogo frequentato non soltanto dal fiore della diplomazia europea, ma anche da straordinari copisti, miniatori, amanuensi di altissima professionalità. Probabilmente il Panciera, il prelato che ha condiviso e seguito la sua formazione intellettuale, alla sua morte, gli fa dono di codici rarissimi.

Alcuni Guarnerio se li compra. Fra questi, con ogni probabilità, le splendide bibbie, sia quella atlantica che quella bizantina, preziosissimi esemplari della sua collezione.

E’ in questo ambiente di altissimo livello che il giovanissimo letterato friulano, poco più che ventunenne, comincia ad amare le pergamene, gli inchiostri, i colori sfavillanti e vivaci dei capilettera exaurati. E le parole latine vergate su quelle carte, con la sapienza ad esse sottesa. Sono anni di grandi cambiamenti, anche repentini.

Nel 1434 il pontefice romano Eugenio IV decide di troncare i rapporti con i padri conciliari riuniti a Basilea. Nel 1439 lo troviamo a Firenze, dove partecipa ai lavori con gli emissari della chiesa Bizantina, ormai assediata dai turchi. Mesi di grandi aspettative. E’ probabile che Guarnerio segua i diplomatici pontifici verso nord.

Ci piace pensare che mantenga i contatti con i dotti orientali, iniziando a maneggiare meglio l’alfabeto greco e le chiavi straordinarie di conoscenza che tale lingua, antichissima e di sicuro impatto sulla sua ansia di conoscenza, deve avere esercitato su di lui negli anni più intensi della sua formazione.

Fra il 1435 e il 1445 è dunque di nuovo nel suo Friuli, tra Aquileia e Udine. Abbreviatore della Cancelleria Apostolica. Un titolo prestigiosissimo. Che gli apre le porte degli scriptoria più importanti della Patria.

Negli scriptoria del Capitolo Guarnerio si dedica ad un’attività intensissima. Studia molto, copia moltissimi esemplari, li annota compulsivamente. Faranno parte della sua collezione.

E’ in quegli ambienti che conosce abilissimi copisti di professione, che poi lui stesso chiamerà a sé affinché lo aiutino nell’impresa di arricchire la sua libraria. Fra costoro Niccolò di Lavariano, la cui mano ritorna molto spesso fra le carte dei codici guarneriani.

L’attività culturale, certamente molto intensa, è testimoniata dalle numerose glosse che in questi anni Guarnerio appone, di sua mano, ai testi. L’amore per la sua Terra lo porta ad inseguire reti toponomastiche, riferimenti storici, chiose e digressioni sui luoghi e i personaggi del suo Friuli.

Si mette in mostra, certamente, per acume e febbrile, inesausta sete di conoscenza.

Così, a soli trentacinque anni si guadagna il titolo più prestigioso cui avrebbe mai potuto aspirare: quello di vicario del Patriarca di Aquileia, di cui potrà fregiarsi fino al 1454. L’autorità più alta, sia dal punto di vista giuridico-amministrativo che da quello pastorale. Ma soprattutto, in virtù del ruolo che gli è stato conferito, può giovarsi della celeberrima cancelleria patriarchina, una fra le più grandi officine librarie della Patria, frequentata dai migliori copisti e miniaturisti dell’epoca che così tanto contribuirono ad accrescere il patrimonio librario guarneriano, con gli esemplari più belli, curati ed eleganti dell’intera raccolta, testimoni di quella cultura classica che regalò all’Europa intera il messaggio di un mondo nuovo, in cui l’Uomo riscopriva la sua centralità nell’Universo attraverso la contemplazione della Bellezza, considerata unico e vero specchio della Verità.

Guarnerio spesso si unisce a loro. Si immerge in un lavoro di comparazione filologica estremamente accurato, come testimoniato dalla straordinaria versione del codice Guarneriano 9, che conserva la Storia Universale di San Gerolamo, letta in chiave moderna, come fonte per la riscoperta del Mito e dell’importanza di Roma nelle spire infinite del tempo.

Poi all’improvviso tutto si ferma. E Guarnerio torna ad essere un “semplice” pievano. E’ il 1455. Non è più il vicario che può giovarsi dei migliori “librari” e “scriptores”.

Cos’è mai successo?

Sappiamo che nel 1453 il Nostro Guarnerio riconosce e legittima la giovanissima figlia Pasqua. Nello stesso anno anche l’amico di sempre, Bartolomeo Baldana, fa lo stesso con il proprio figlio, Giovanni. I due, come si è detto, si potranno sposare proprio in virtù di tale atto di agnizione che per un uomo della rilevanza di Guarnerio implica la drastica conclusione di una splendida carriera.

Ma Pasqua, proprio in virtù di tale dichiarazione, limpida e coraggiosissima, potrà ricevere una dote e quindi godere di un matrimonio “onesto”.

L’amore più della conoscenza, secondo quanto recita il meraviglioso passaggio di San Paolo tratto dalla Prima Lettera ai Corinti: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi gioverebbe”.

I manoscritti di questo periodo non sono tra i più belli, da un punto di vista estetico. I copisti non hanno nomi blasonati, perché la ristrettezza economica in cui l’umanista ormai versa non gli consente più di stipendiare i fuoriclasse del periodo precedente: tra questi Niccolino da Zuglio e Niccolò di Iacopo, rettore delle scuole di Gemona dal 1453.

Per lo più studenti e “magistri” di grammatica, i cui scritti devono spesso essere corretti, emendati per mano dello stesso Guarnerio.

E qui sta forse la straordinaria risorsa cui egli ricorre: si inventa la scuola di grammatica, alla quale mette a disposizione i libri della sua prestigiosissima e copiosa raccolta, in cambio di altre copie e trascrizioni. Gli scriptoria si diffondono a San Daniele. La circolazione libraria anche.

Un monito e un esempio che dimostra bene, anche a noi oggi, che viviamo nostro malgrado stagioni di crisi, quanto la capacità di inventare nuove vie per la promozione della cultura e della conoscenza possa essere il migliore fra gli antidoti alla recessione e l’unico, straordinario sprone verso il cambiamento.

Il resto è storia.

Una Biblioteca è paragonabile a un essere vivente, che cresce e si trasforma assumendo via via profili differenziati ma mantenendo sempre la stessa anima.

La sua vita può durare secoli e quindi nel corso del tempo vive di metamorfosi continue, di accrescimenti o di diminuzioni. Di donazioni  e di rapine.

Le note di possesso, le glosse, i diversi inventari di libri compilati nel tempo e conservati gelosamente assieme ai patrimoni che essi stessi descrivono, sono lì a testimoniarci la sua lenta evoluzione.

Il suo affinamento. Ne costituiscono, per così dire, il codice genetico.

Si può affermare che il primo nucleo librario della Guarneriana sia propriamente costituito da alcuni manoscritti provenienti dalla biblioteca del cardinale Antoni Panciera, mentore e protettore del nostro, cui si aggiungono quelle celebri otto commedie di Plauto conservate nel codice 54 e che Guarnerio stesso copiò nel 1436 sottoscrivendole di sua mano alla c. 130r: poco più che ventiseienne, abbreviatore della cancelleria apostolica, si trovava ad Aquileia, nel suo Friuli, rientrato da Roma.

E’ già un chierico già assetato di conoscenza e toccato dalla febbre della bibliofilia.

Nei trent’anni successivi non farà altro che acquistare, copiare o far copiare i codici che costituiranno il meraviglioso patrimonio della sua libraria: rivolgendosi a una fitta rete di amici e conoscenti a Spilimbergo, Udine, Venezia e Firenze.

Attraverso il testamento dettato nel 1466 suggella il trasferimento alla Magnifica Comunità di San Daniele dell’intero patrimonio di codici.

I volumi elencati superano il numero dei 170, organizzati secondo una chiave di inventario che li ripartisce in: ecclesiastici, historici, poete, comici et satiri et alii. Una raccolta dunque che spazia dalle Bibbie ai Padri della Chiesa; da Cesare e Sallustio a Plutarco e Tucidide; da Plauto e Properzio a Ovidio e Giovenale.

Una biblioteca di studio e di ricerca straordinariamente ricca, composita e variegata, almeno quanto lo furono gli interessi e gli appetiti culturali del suo fondatore.

Alla morte di Guarnerio la libraria continua a crescere. I manoscritti vennero dotati di catena, per motivi di sicurezza. Si accedeva a questa cripta del sapere e della conoscenza solamente oltrepassando tre porte dotate di tre chiavi ciascuna, consegnate alla custodia di tre diverse persone, e su esplicito permesso del Consiglio della Comunità, espresso tramite delibera.

Ciò non impedì ovviamente che il patrimonio, per quanto stipato in ambienti poco consoni, umidi e mal areati, crescesse e si ampliasse, non di poco: una cospicua donazione, di una trentina di manoscritti, venne infatti elargita già dal parroco di San Daniele Pietro di Cattaro, nel 1500.

La situazione mutò radicalmente in virtù del testamento stilato il 9 ottobre del 1734 con il quale mons. Giusto Fontanini avrebbe lasciato alla sua morte (avvenuta il 17 aprile del 1736) il suo prestigiosissimo patrimonio librario (ora noto come fondo Fontanini) costituito da più di 2000 edizioni a stampa, incunaboli di grande valore e oltre 100 manoscritti, alcuni dei quali preziosissimi per l’apparato iconografico di disegni e miniature, tra i quali non si possono tacere il celebre Breviarium Ecclesiae Viennensis Galliarum, del secolo XV (ms. 191), il meraviglioso Dante del secolo XIV (ms. 200); il Brunetto Latini del secolo XIV (ms. 238); il Missale Parmense del secolo XV (ms. 269), tutti finemente miniati.

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Le trésor de San Daniele del Friuli

Au début, il y avait Rome. Ou peut-être pas. Peut-être le château de Zoppola lui-même lui réservait-il des méditations silencieuses parmi les rayons d’une bibliothèque ancienne et privée, liée au nom d’une illustre et puissante famille de la patrie du Frioul et renommée bien au-delà de ses frontières.

Le siège ancestral de la famille Panciera l’avait, en effet, recueilli, orphelin très jeune, à peine plus de dix-huit ans, afin d’assurer à ce jeune homme brillant et capable, enclin aux lettres et bien disposé à l’aventure intellectuelle, un avenir moins incertain que celui réservé à ceux qui ne jouissaient ni d’un nom ni de la protection adéquate d’un mentor puissant et généreux.

Le vieux cardinal Antonio l’introduisit dans les cercles de la curie de la grande Ville, si sollicités et fécondés par toutes les énergies nouvelles qui traversèrent ces années-là, dans lesquelles les conciles répétés convoqués pour guérir les divisions de l’Église, tant d’Orient que d’Occident, facilitèrent le mouvement des secrétaires et des abréviateurs, hommes de lettres curieux, intellectuels qui employaient certainement les heures vides d’engagements, passées dans les abbayes dans lesquelles ils séjournaient en chemin, à lire et transcrire les auteurs qui étaient restés pendant des siècles enfouis “dans les prisons monastiques aveugles” dans lesquelles ils étaient retenus en otage.

Ils en parlaient avec un grand ravissement, échangeant une correspondance dense et pleine d’impressions, accentuée par le plaisir de la découverte, par la satisfaction subtile d’avoir posé leurs mains, les premières après de nombreux siècles, sur des parchemins considérés comme perdus à jamais et maintenant ramenés à la vie, nettoyés des interprétations et des commentaires, enfin libres de faire briller la beauté d’une pensée, celle des classiques, qui a de nouveau inspiré philosophes et artistes, écrivains et poètes.

C’est dans ce climat que se forma le très jeune Guarnerio, qui sut manifestement bien choisir ses protecteurs : à la mort de Panciera (1431), il fut accueilli sous l’égide du patriarche d’Aquilée, Biagio dal Molin, qui était aussi le titulaire de la chancellerie apostolique : un lieu fréquenté non seulement par crème de la diplomatie européenne, mais aussi par d’extraordinaires copistes, enlumineurs et amanuensis du plus haut professionnalisme. Panciera, le prélat qui a partagé et suivi sa formation intellectuelle, lui a probablement fait cadeau à sa mort de codex extrêmement rares.

Guarnerio en a acheté quelques-uns. Parmi ceux-ci, selon toute vraisemblance, se trouvaient les splendides bibles, tant atlantiques que byzantines, précieux exemples de sa collection.

C’est dans cet environnement de haut niveau que le jeune érudit frioulan, âgé d’un peu plus de 21 ans, a commencé à aimer les parchemins, les encres, les couleurs chatoyantes et vives des capitales exaustives. Et les mots latins écrits sur ces papiers, avec la sagesse qui les sous-tend. Ce furent des années de grands changements, parfois même subits.

En 1434, le Pontife romain Eugène IV décida de rompre les relations avec les Pères du Concile réunis à Bâle. En 1439, nous le trouvons à Florence, où il participe aux travaux avec les émissaires de l’Église byzantine, alors assiégée par les Turcs. Des mois de grandes attentes. Il est probable que Guarnerio ait suivi les diplomates papaux vers le nord.

On se plaît à penser qu’il a maintenu le contact avec les savants orientaux, commençant à mieux manier l’alphabet grec et les extraordinaires clés de connaissance que cette langue, très ancienne et d’un impact certain sur son anxiété de savoir, a dû exercer sur lui dans les années les plus intenses de sa formation.

Entre 1435 et 1445, il est de retour dans son Frioul natal, entre Aquileia et Udine. Abréviateur de la Chancellerie Apostolique. Un titre très prestigieux. Il a ouvert les portes de la plus importante scriptoria de la patrie.

Dans les scriptoria du Chapitre, Guarnerio se consacre à une activité très intense. Il a beaucoup étudié, copié un grand nombre de spécimens et les a annotés de manière compulsive. Ils feront partie de sa collection.

C’est dans cet environnement qu’il a fait la connaissance de copistes professionnels très compétents, auxquels il fera appel plus tard pour l’aider à enrichir sa bibliothèque. Parmi eux se trouvait Niccolò di Lavariano, dont la main se retrouve souvent parmi les papiers des manuscrits de Guarneri.

Son activité culturelle, qui était certainement très intense, est attestée par les nombreuses gloses que Guarnerio a ajoutées aux textes de sa propre main au cours de ces années. L’amour qu’il porte à sa terre l’amène à poursuivre des réseaux toponymiques, des références historiques, des notes et des digressions sur les lieux et les personnes de son Frioul.

Il fait preuve d’une grande perspicacité et d’une soif fébrile et inépuisable de connaissances.

Ainsi, à seulement trente-cinq ans, il obtient le titre le plus prestigieux auquel il pouvait prétendre : celui de vicaire du patriarche d’Aquilée, qu’il conservera jusqu’en 1454. La plus haute autorité, tant du point de vue juridico-administratif que du point de vue pastoral. Mais surtout, en vertu du rôle qui lui est conféré, il peut profiter de la célèbre chancellerie patriarcale, l’une des plus grandes bibliothèques du pays, fréquentée par les meilleurs copistes et miniaturistes de l’époque, qui ont tant contribué à accroître le patrimoine livresque des Guarneri, avec les exemplaires les plus beaux, les plus soignés et les plus élégants de toute la collection, témoins de cette culture classique qui a donné à l’Europe le message d’un monde nouveau, dans lequel l’Homme a redécouvert sa centralité dans l’Univers à travers la contemplation de la Beauté, considérée comme le seul vrai miroir de la Vérité.

Guarnerio se joint souvent à eux. Il s’est plongé dans un travail de comparaison philologique extrêmement précis, comme en témoigne l’extraordinaire version du manuscrit Guarnerian 9, qui conserve l’Histoire Universelle de Saint Jérôme, lue dans une clé moderne, comme source pour la redécouverte du Mythe et de l’importance de Rome dans les spirales infinies du temps.

Puis soudain, tout s’arrête. Et Guarnerio redevient un “simple” curé de paroisse. Nous sommes en 1455. Il n’était plus le vicaire qui pouvait se prévaloir des meilleurs “libraires” et “scripteurs”.

Que s’était-il passé ?

Nous savons qu’en 1453, il reconnaît et légitime sa très jeune fille Pasqua. La même année, son ami de toujours, Bartolomeo Baldana, fait de même avec son fils Giovanni. Comme cela a été dit, ces deux ont pu se marier grâce à cet acte de reconnaissance qui, pour un homme de la stature de Guarnerio, signifiait la conclusion drastique d’une splendide carrière. Mais Pasqua, justement grâce à cette déclaration claire et courageuse, pourra recevoir une dot et donc bénéficier d’un mariage “honnête”.

L’amour plus que la connaissance, selon le merveilleux passage de saint Paul tiré de la Première lettre aux Corinthiens : « Si je parle les langues des hommes et des anges, mais que je n’aie pas l’amour, je suis comme un cuivre qui sonne ou une cymbale qui tinte. Et quand j’aurais le don de prophétie, quand je connaîtrais tous les mystères et toute la science, quand je posséderais la plénitude de la foi au point de déplacer les montagnes, si je n’ai pas l’amour, je ne suis rien. Et si je distribue toutes mes richesses et que je donne mon corps pour être brûlé, mais que je n’ai pas d’amour, rien ne me servirait. »

Les manuscrits de cette période ne sont pas parmi les plus beaux, d’un point de vue esthétique. Les copistes ne portent pas de noms célèbres, car les difficultés financières dans lesquelles se trouve l’humaniste ne lui permettent plus de rémunérer les grands auteurs de la période précédente : parmi eux Niccolino da Zuglio et Niccolò di Iacopo, recteur des écoles de Gemona à partir de 1453.

La plupart d’entre eux étaient des étudiants et des “magistri” de grammaire, dont les écrits devaient souvent être corrigés et amendés par Guarnerio lui-même.

Et c’est peut-être là que réside l’extraordinaire ressource qu’il a utilisée : il a inventé l’école de grammaire, à laquelle il a mis à disposition les livres de sa très prestigieuse et copieuse collection, en échange d’autres copies et transcriptions. La scriptoria s’est répandue à San Daniele. La circulation des livres aussi.

Un message et un exemple qui démontre bien, même pour nous aujourd’hui, que nous vivons malgré nous des saisons de crise, comment la capacité d’inventer de nouvelles façons de promouvoir la culture et la connaissance peut être le meilleur antidote à la récession et le seul et extraordinaire aiguillon du changement.

Le reste appartient à l’histoire.

Une bibliothèque est comparable à un être vivant, qui grandit et se transforme, adoptant progressivement des profils différents mais conservant toujours la même âme.

Sa vie peut durer des siècles et, par conséquent, au fil du temps, elle subit une métamorphose continue, avec des augmentations et des diminutions, de dons et de vols.

Les notes de possession, les gloses, les divers inventaires de livres compilés au fil du temps et jalousement conservés avec les patrimoines qu’ils décrivent, sont là pour témoigner de sa lente évolution, son raffinement. Ils constituent, en quelque sorte, son code génétique.

On peut dire que le premier noyau livresque de la Guarneriana est en fait constitué d’un certain nombre de manuscrits provenant de la bibliothèque du cardinal Antoni Panciera, mentor et protecteur de Guarnerio, auxquels s’ajoutent les fameuses huit comédies de Plaute conservées dans le codex 54 et que Guarnerio lui-même copia en 1436, les signant de sa propre main au  c.130r : âgé d’un peu plus de vingt-six ans, abréviateur de la chancellerie apostolique, il se trouvait à Aquilée, dans son Frioul natal, de retour de Rome.

Il était déjà un clerc assoiffé de connaissances et touché par la fièvre de la bibliophilie.

Pendant les trente années qui suivirent, il ne fit rien d’autre qu’acheter, copier ou faire copier les manuscrits qui allaient constituer le merveilleux patrimoine de sa bibliothèque : en s’appuyant sur un réseau dense d’amis et de connaissances à Spilimbergo, Udine, Venise et Florence.

Par le testament dicté en 1466, il scella le transfert à la Magnifique Communauté de San Daniele de l’ensemble du patrimoine des manuscrits.

Les volumes répertoriés dépassent le nombre de 170, organisés selon une clé d’inventaire qui les divise en : ecclésiastiques, historiens, poètes, comédiens et satiriques et autres. Une collection qui va des Bibles aux Pères de l’Église, de César et Salluste à Plutarque et Thucydide, de Plaute et Properce à Ovide et Juvénal.

C’était une bibliothèque d’étude et de recherche extraordinairement riche, composite et variée, au moins aussi riche que les intérêts et les appétits culturels de son fondateur.

À la mort de Guarnerio, la bibliothèque continue de s’agrandir. Les manuscrits étaient munis de chaînes, pour des raisons de sécurité. L’accès à cette crypte de connaissances n’était possible qu’en franchissant trois portes dotées chacune de trois clés, confiées à la garde de trois personnes différentes, et avec l’autorisation explicite du conseil communautaire, exprimée par une résolution.

Cela n’a évidemment pas empêché le patrimoine, bien qu’entassé dans des environnements inadaptés, humides et mal ventilés, de croître et de s’étendre, et pas seulement un peu : une donation remarquable, d’une trentaine de manuscrits, avait en effet déjà été faite par le curé de San Daniele Pietro di Cattaro, en 1500.

La situation a radicalement changé en vertu du testament rédigé le 9 octobre 1734 avec lequel Mons. Giusto Fontanini aurait laissé à sa mort (17 avril 1736) son prestigieux patrimoine bibliothécaire (aujourd’hui connu sous le nom de Fondation Fontanini) composé de plus de 2000 éditions imprimées, d’incunables de grande valeur et de plus de 100 manuscrits, dont certains sont très précieux en raison de la richesse de leur matériel iconographique (dessins et miniatures), parmi lesquels on ne peut manquer de mentionner le célèbre Breviarium Ecclesiae Viennensis Galliarum, du XVe siècle (ms. 191), le merveilleux Dante du XIVe siècle (ms. 200) ; le Brunetto Latini du XIVe siècle (ms. 238) ; le Missale Parmense du XVe siècle (ms. 269), tous finement enluminés.