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PANDÉMIE : tout le monde

PRÉSENTATION

Un horizon incliné, qui, avec le soleil se fondant dans la mer, se glisse dans l’obscurité qui l’entoure.

C’est la couverture de “Pandémie : tout le monde”.

Un thriller qui vise à anticiper ce que le monde est en train de vivre.

Première œuvre d’Achille Granata. Le style sec et cadencé révèle la formation de l’écrivain en tant que journaliste.

L’auteur utilise un style d’écriture cultivé et attentif, axé sur la construction des traits caractéristiques des personnages et de leurs états d’âme, des lieux, des événements et de l’histoire.

Une analyse psychologique de l’époque accompagne le lecteur jusqu’à la découverte du dénouement qui ne sera révélé qu’à la dernière page.

Un “fil rouge” unit les tranches de vie tout au long du livre, nous conduisant à la découverte du véritable personnage.

Un livre de science-fiction, qui est souvent dépassé par la réalité et peut être lu d’un “seul trait”.

Bonne lecture

La rédaction

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Libri e Quaderni di Ricerca

PANDEMIA: tutta la gente

PRESENTAZIONE

Un orizzonte inclinato, che insieme al sole che si scioglie nel mare, scivola nel buio che lo circonda.

È la copertina di “Pandemia: tutta la gente”.

Un thriller che vuole anticipare quello che  il mondo sta vivendo.

Opera prima di Achille Granata. Lo stile asciutto e cadenzato rivela la formazione giornalistica dello scrittore.

L’autore usa una scrittura  colta, attenta, focalizzata alla costruzione dei tratti caratteristici dei personaggi  e dei loro stati d’animo, dei luoghi, degli eventi, della storia.

Un’analisi psicologica dei tempi accompagna il lettore alla scoperta del finale che si rivelerà solo all’ultima pagina.

Un “fil rouge” unisce gli spaccati di vita durante tutto il libro, conducendoci alla scoperta del vero personaggio.

Un libro di fantascienza, che sovente è superata dalla realtà e che si legge in “un sol fiato”.

Buona Lettura

La  Redazione

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L’evoluzione del sistema finanziario italiano: Una replica dei processi in atto a livello mondiale

Nel 1990:

  • le banche in Italia erano in numero di 1100 e
  • gli intermediari non bancari(factoring, leasing, credito al consumo) circa 1750.

Nel decennio successivo,

  • nascono 200 nuove realtà creditizie; eppure
  • all’inizio del nuovo secolo le banche erano diminuite ad 829 unità; circa il 36 % in meno.
  • Nessun fallimento,
  • Nessuna cessazione dell’attività o
  • Revoca dell’autorizzazione ad esercitare l’attività creditizia.

Il fenomeno è invece da ricondurre a processi di acquisizioni, fusioni, incorporazioni.

Le aggregazioni sono continue ed investono tutte le regioni. In particolare sono “sconvolte” il Lazio, la Campania, la Sicilia, il Veneto,l’Emilia, la Lombardia.

Lo stivale diventa un “Risiko”. Ma chi lancia i dadi?

Con la legge Amato(1991) inizia l’epoca delle privatizzazioni.

Le Casse di Risparmio e le banche di diritto pubblico si trasformano in società per azioni. Dunque, in una prospettiva finanziaria,diventano soggette a possibili “take over”, vale a dire tentativi di acquisizione del controllo mediante il rastrellamento delle azioni sul mercato.

Nel 1992 inizia anche il processo di trasformazione del sistema degli intermediari non bancari, realtà che fino a quel momento sfuggiva in qualche misura all’influenza ed al controllo esercitato dai poteri finanziari, in primis la Banca Centrale. Vigilati dalla UIC (Ufficio Italiano Cambi), erano società che davano “fastidio”.

Le fondazioni che risultano dal processo di trasformazione in Spa delle banche di diritto pubblico diventano finanziariamente rilevanti, centro di potere politico da sempre; ora hanno anche la forza finanziaria per condizionare l’economia ed i mercati locali mediante il sistema dell’elargizione di “prebende”.

Nel Lazio, la ormai in crisi Banca di Roma acquisisce lo storico Banco di Santo Spirito e rileva, per una manciata di centesimi, la banca innovativa per eccellenza : la BIPOP, lasciando “cadaveri” sulla via del proprio cammino

E’ iniziata la “rivoluzione del mercato” anche in Piemonte, Lombardia, Friuli, Emilia.

  • L’Ambro Veneto e la Commerciale Italiana si “aggregano” con la cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.
  • La sconosciuta Popolare dell’Emilia inizia lo “shopping” (vale a dire l’acquisto di altri istituti) partendo dalla Sardegna con lo storico Banco di Sardegna, e scendendo lungo la costa Adriatica arrivano sino in Sicilia, non tralasciando l’Abruzzo, la Puglia, la Campania e la Calabria.

Molte aggregazioni cancellano i nomi noti e meno noti del mercato del credito.

Una strategia finalizzata al controllo del sistema costringe anche le BCC ad aggregarsi o a “svendersi” a banche commerciali dal respiro regionale.

Nel 2002 “cade” il Banco di Napoli, storica banca di emissione.

Con una discutibile e sospetta operazione, i crediti a sofferenza vengono ceduti ad un “bad company” finanziata dal Ministero del Tesoro e quindi a carico dello Stato, mentre gli asset produttivi vengono acquisiti dal San Paolo IMI, che in fase di acquisti non tralascia neanche la Cardine, per poi confluire con tutto il suo portafoglio in Intesa San Paolo. Sparisce la Carime assorbita nella Commercio Industria, che a sua volta confluisce nella Popolare di Bergamo.

Quest’ultima continua la propria campagna acquisti nelle Marche, acquisendo la popolare di Ancona.

Nasce UBI Banca.

La popolare di Verona confluisce in un nuovo soggetto con la Popolare di Novara.

Nascono nuove sigle, nuovi marchi sostituiscono i blasonati istituti del passato.

Il mercato è ormai in mano a quattro gruppi bancari:

  • Unicredit,
  • Intesa,
  • UBI,
  • Popolare Emilia.

Resistono strenuamente le Banche di Credito Cooperativo e piccole e sparute banche locali.

Ma anche per le BCC viene elaborato e messo in campo un articolato progetto per il controllo.

Intesa San Paolo raggruppa ben 23 istituti di credito, UBI Banca 10, Popolare dell’Emilia 7, e così via.

Sono spariti istituti che hanno rappresentato gran parte della storia economica del paese:

  • il Banco di Napoli,
  • Il Banco di Sardegna,
  • il Banco di Sicilia.

Quello che non è chiaro è cosa comporteranno le fusioni in termini di impatti sull’efficienza degli istituti; certamente una duplicazione di ruoli e funzioni, pertanto il fenomeno del personale in esubero.

Ed allora nasce il fondo esuberi; un piano che “accompagna” i dipendenti alla pensione, ma senza la creazione di nuova occupazione nello stesso settore con inserimento di forze lavoro giovani e dal profilo culturale più adatto al cambiamento, come invece avveniva in passato, con una successione “quasi ereditaria” delle funzioni tra genitori e figli.

Ovviamente una parte dei costi vengono traslati a carico dell’INPS.

Settantanovemila posti di lavoro sono perduti nel decennio 2001/2011, decine gli sportelli chiusi. Aziende di produzione con affidamenti(linee di credito) ridotti, dimezzati o revocati.

Nel 2007 la banca più antica del mondo, costituita il 2 febbraio 1472, il Monte dei Paschi di Siena, dopo l’accorpamento di Banca Toscana e Popolare della Marsica, è ormai “accerchiata” e “scalabile”.

Per uscire fuori da tale situazione di “pericolo” si lancia nella più azzardata operazione bancaria del decennio.

  • Acquisisce dal Santander (banca spagnola), l’Antonveneta che l’azienda spagnola aveva acquisito per il tramite della ABN Ambro, acquisto che nei fatti non risultava ancora “pagato” .
  • Il Monte dei paschi s’impegna con il Santander per un importo pari a complessive 9 miliardi di euro, a fronte di un impegno all’acquisto della stessa Antonveneta da parte della spagnola, sottoscritto 2 mesi prima, per soli 6,6 miliardi di euro.

Un gentile omaggio di 2,4 miliardi.

Inutile oggi cercare gli sportelli dell’Antonveneta, sono tutti stati chiusi. Il personale accompagnato sulla via del prepensionamento.

In effetti, il Monte non aveva la liquidità per poter sostenere un’acquisizione così onerosa ed a dire il vero rilevatasi poi del tutto inutile: si “leccava” ancora le “ferite” determinate dall’acquisizione di Banca 121.

Ma cosa accadde e quanto questa infelice operazione sia costata alla comunità (Tremonti bond) fa parte di un’altra storia. Basti ricordare che un pacchetto di azioni, pari al 75% de capitale sociale del Monte, attualmente è in mano allo Stato Italiano che è dovuto intervenire per la salvaguardia dell’Istituto.

All’appello mancavano le banche di credito cooperativo.

Mutualità e territorialità si scontrano con gli “interessi” dei poteri forti.

Nel 2016 con il decreto legge n°18, nasce la riforma per il sistema delle cooperative di credito, con l’istituzione del “gruppo bancario cooperativo”.

Una capogruppo con lo scopo di controllare tutte le banche aggregate.

È fondamentale – scrive Carmelo Barbagallo Capo del Dipartimento Vigilanza della banca d’Italia- che la capogruppo del gruppo bancario cooperativo disponga di efficaci poteri di nomina, revoca e sostituzione degli organi delle BCC “.

Non serve commentare.

Nel 2016 entra in vigore la direttiva secondaria di regolamentazione degli intermediari finanziari non bancari.

Anche questi come “cani sciolti” non erano controllabili ed era tempo di metterli a “guinzaglio”.

Il testo era stato pubblicato da Bankitalia già nel 2010, con ampi “refusi” dovuti ad un maldestro copia incolla delle istruzioni di vigilanza per le banche.

E qui la Banca Centrale entra a gamba tesa in un territorio a lei estraneo.

Gli intermediari non bancari sono Società di capitali che utilizzano risorse private e non effettuano raccolta del risparmio fra il pubblico:

  • Dunque assumono la veste di imprenditori al pari di un costruttore, un industriale.
  • Operano con denaro di proprietà assumendo rischio in proprio,ma erogano credito, cioè denaro, che in una particolare prospettiva rappresenta potere, controllo delle masse.

Questo è riservato a pochi.

Con un semplice atto amministrativo di vigilanza strutturale,la Banca d’Italia dissuade nei fatti ben 1500 società a non iscriversi al nuovo albo.

Ed in effetti,il Capitale minimo richiesto è pari a quello di una vecchia BCC, 2 ml. di euro,al quale vanno aggiunti l’istituzione di presidi di “compliance”, “audit”, “risk management”,con una conseguente attività amministrativa di segnalazioni e controlli da doversi periodicamente inviare all’organo di vigilanza.

Inoltre, si determina una regolamentazione che consente di realizzare un severo controllo sula composizione del consiglio di amministrazione e sulle qualità (oggettive e soggettive)degli amministratori; il tutto espresso attraverso ben 287 pagine di regolamenti.

Tutto questo non ha determinato alcuna reazione da parte della stampa ufficiale, quotidiana e specializzata, al contrario le poche dichiarazioni ufficiali plaudano alle riforme.

La Banca d’Italia ormai da anni auspica aggregazioni nel settore bancario,con l’obiettivo ufficiale di rafforzare la capacità del sistema di contrastare la concorrenza delle banche estere.

A questo punto della breve trattazione, risulta utile al lettore un chiarimento: Bankitalia è una società privata per azioni, il cui capitale è di proprietà di alcune banche; basti citare i primi cinque proprietari:

  • Intesa Sanpaolo S.p.A.
  • UniCredit S.p.A.
  • Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.
  • Generali Italia S.p.A.
  • Banca Carige S.p.A. – Cassa di Risparmio di Genova e Imperia

Ai quali si aggiungono altre 15 fondazioni di matrice bancaria e 42 banche minori, assicurazioni ed enti previdenziali.

Tutto ciò, dopo la legge di riforma (L. 5/2014) che ha posto un limite del 3% alla quota detenibile nel capitale sociale dell’ente società per azioni che assume l’onere di vigilare sul sistema bancario nazionale (Bankitalia).

Una struttura privata, che controlla una funzione d’interesse pubblico preminente e che in primis si riferisce al rispetto del dettato costituzionale di “tutela del risparmio privato”; tale funzione di vigilanza e controllo viene realizzata in totale posizione “autoreferenziale”, per un mal compreso senso di autonomia della Banca Centrale dal potere governativo.

Da tale indesiderabile situazione risulta che i vigilati controllano il Vigilante.

Al riguardo, si legge nella relazione di gestione di Bankitalia che “… I membri del Consiglio superiore, come i Partecipanti al capitale, non hanno alcuna ingerenza nelle materie e nelle decisioni relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite dalla legge e dallo Statuto al Governatore e al Direttorio …

Dunque, i vertici di questa istituzione non rispondono allo Stato, in quanto società privata, e neanche alla proprietà,ed allora a chi rispondono ?

Risulta altresì utile chiarire alcune situazioni:

Quanto personale impiega la banca d’Italia, per svolgere i compiti di Vigilanza assegnati?

Un numero complessivo di 6.885 dipendenti fra dirigenti, funzionari e impiegati, remunerati con “stipendi d’oro” che arrivano e superano la soglia di 220.000 euro annui.

Il costo annuo complessivo della forza lavoro è di 623.000.000 di euro, a cui vanno aggiunti 216 milioni per:

  • oneri previdenziali,
  • assicurativi ed altro,
  • con una quota costo annua “per malattia” del 5,7 %, circa 15 giorni (dati Bankitalia,anno 2016).

Certo molto meno della media registrata per i dipendenti comunali che si “accontentano” di 50 giorni di assenteismo/malattia ( relazione Ermes), ma sicuramente  maggiore dei 10 giorni registrati per il settore privato (relazione Federmeccanica).

La Banca centrale Europea, che svolge per i gruppi bancari più importanti anche funzioni di Vigilanza, ha 2.500 dipendenti.

Una delle banche più grandi nel mondo, la tedesca Deutsche Bank presente in oltre 70 nazioni, ha in attivo un numero di 100.000 dipendenti.

Navigando su internet per assumere informazioni, l’autore ha osservato il noto sito Wikipedia, un dizionario online. Ormai un punto di riferimento per le lingue, la storia, la cultura, la semantica.

Curiosando fra le parole sono rimasto colpito da:

  • Cospirazione; i cui Sinonimi sono: complotto, congiura di tipo finanziario, economico o politica.
  • Sovvertire, cambiare, modificare, stravolgere.

Sono famose le congiure nei secoli, sfociate nel sangue; basti ricordare le “idi di marzo”, la congiura dei Pazzi, il Protocollo dei Savi di Sion.

Tantissimi casi, veri o presunti, diversi, sanguinari o meno cruenti, ma tutte con lo scopo di sovvertire, mutare, condizionare, controllare. Potenze occulte, forze economiche, gruppi di potere che tentano di guidare o costringere in una determinata direzione le masse, a fini di interessi personali.

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L’évolution du système financier italien : Une réplique des processus en place dans le monde entier

En 1990, il y avait en Italie :

  • 1 100 banques et environ
  • 1 750 intermédiaires non bancaires (affacturage, crédit-bail, crédit à la consommation).

Au cours de la décennie suivante :

  • 200 nouveaux établissements de crédit ont été créés,
  • mais au début du nouveau siècle, le nombre de banques est tombé à 829, soit environ 36 % de moins.

Ce phénomène n’est pas dû à :

  • la faillite,
  • la cessation d’activité ou à
  • la révocation de l’autorisation d’exercer des activités de prêt

mais aux :

  • processus d’acquisition, de fusion et de constitution en société.

Les fusions sont continues et concernent toutes les régions et en particulier, le Latium, la Campanie, la Sicile, la Vénétie, l’Émilie et la Lombardie.

La carte géographique de l’Italie devient un « jeu de Craps ». Mais alors qui lance les dés !!!

Avec la loi « Amato » (1991), l’époque des privatisations commence.

Les caisses d’épargne et les banques publiques sont transformées en sociétés anonymes.

Ainsi, d’un point de vue financier, elles font l’objet d’éventuelles prises de contrôle, c’est-à-dire de tentatives d’acquisition de contrôle par la prise d’actions sur le marché.

En 1992, le processus de transformation du système des intermédiaires non bancaires a également commencé, une réalité qui jusqu’alors échappait dans une certaine mesure à l’influence et au contrôle exercés par les pouvoirs financiers, en premier lieu la Banque centrale.

Ces intermédiaires non bancaires sous la surveillance de l’UIC (l’Office italien des changes), sont considérés comme des entreprises « gênantes ».

Les fondations résultant du processus de transformation des banques de droit public en S.p.A (société à responsabilité limitée) deviennent financièrement significatives, un centre de pouvoir politique qui a toujours existé avec également maintenant la solidité financière pour conditionner l’économie et les marchés locaux à travers le système d’octroi de « prébendes ».

Dans le Latium, la Banca di Roma, aujourd’hui en crise, acquiert l’historique Banco di Santo Spirito et reprend, pour une poignée de centimes, le BIPOP, la banque innovante par excellence, laissant des « cadavres » en chemin.

La « révolution du marché » a également commencé dans le Piémont, la Lombardie, le Frioul et l’Émilie :

  • la Banca Ambro Veneto et la Banca Commerciale Italiana se combinent avec la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.
  • L’inconnue Banca Popolare de l’Émilie commence le « shopping » (c’est-à-dire l’achat d’autres institutions) de la Sardaigne avec la Banco di Sardegna historique, descendant le long de la côte adriatique arrivent en Sicile, sans oublier les Abruzzes, Pouilles, la Campanie et la Calabre.

De nombreuses combinaisons suppriment les noms connus et moins connus du marché du crédit.

Une stratégie visant à contrôler le système force également les BCC à adhérer ou à « se vendre » aux banques commerciales à vocation régionale.

En 2002, la banque émettrice historique, Banco di Napoli, « tombe ».

Les prêts non productifs sont vendus lors d’une transaction douteuse et suspecte à une « mauvaise entreprise » financée par le ministère du Trésor et donc à la charge de l’État, tandis que les actifs de production y compris la Banca Cardine sont acquis par la Banca San Paolo IMI, pour ensuite fusionner avec l’ensemble du portefeuille de la Banca Intesa San Paolo.

La Banca Carime absorbée par Banca Commercio Industria disparaît, tandis que celle-ci à son tour fusionne avec la Banca Popolare di Bergamo.

Cette dernière a poursuivi sa campagne d’achat dans les Marches, en acquérant la Banca Popolare di Ancona.

UBI Banca fut créée.

La Banca Popolare de Vérone fusionne avec la Banca Popolare de Novara pour créer une nouvelle entité.

De nouveaux acronymes naissent, de nouvelles marques remplacent les célèbres instituts du passé.

Le marché est maintenant entre les mains de quatre groupes bancaires :

  • Unicredit,
  • Intesa,
  • UBI,
  • Popolare Emilia.

Les banques coopératives de crédit et les petites banques locales dispersées résistent fortement. En outre, un projet articulé pour le contrôle des BCC est élaboré et mis en place.

Intesa San Paolo regroupe pas moins de 23 établissements de crédit, UBI Banca 10, la Banca Popolare dell’Emilia 7, etc.

Les institutions qui ont représenté une grande partie de l’histoire économique du pays ont disparu :

  • Banco di Napoli,
  • Banco di Sardegna,
  • Banco di Sicilia.

Ce qui n’est pas clair, c’est ce que les fusions signifieront en termes d’impact sur l’efficacité des institutions.

Il s’agit certainement d’une duplication des rôles et des fonctions, et donc d’un phénomène de personnel excédentaire.

C’est ainsi qu’a été créé le fonds de licenciement, un plan qui « accompagne » les salariés jusqu’à la retraite, mais sans la création de nouveaux emplois dans le même secteur avec l’inclusion de jeunes et culturellement plus aptes au changement, comme ce fut le cas dans le passé, avec une succession « quasi héréditaire » de fonctions entre parents et enfants.

Bien entendu, une partie des coûts est répercutée sur l’INPS (Institute National de Previdence Social) ???.

Soixante-dix-neuf mille emplois ont été perdus au cours des années 2001 à 2011, et des dizaines de succursales ont été fermées. Les lignes de crédit des sociétés de production ont été réduites, de moitié ou révoquées.

En 2007, la plus ancienne banque du monde, créée le 2 février 1472, Monte dei Paschi di Siena, après l’unification de Banca Toscana et Banca Popolare della Marsica, est maintenant « entourée » et « évolutive ».

Pour sortir de cette situation de « danger », elle se lance dans l’opération bancaire la plus risquée de la décennie.

  1. Elle acquiert de Santander (la banque espagnole) la Banca Antonveneta que la société espagnole avait acquis par l’intermédiaire d’ABN Ambro, un achat qui, en fait, n’avait pas encore été « payé ».
  2. Monte dei Paschi s’engage envers Santander pour un montant total de 9 milliards d’euros, contre un engagement d’achat de Banca Antonveneta par les Espagnols, signé 2 mois auparavant, pour seulement 6,6 milliards d’euros.

Un cadeau de 2,4 milliards.

Il est inutile aujourd’hui de chercher les branches de l’Antonveneta, elles ont toutes été fermées et le personnel est en retraite anticipée.

En fait, Monte dei Paschi n’avait pas les liquidités nécessaires pour soutenir une acquisition aussi coûteuse et, à vrai dire, qui était alors complètement inutile : les « blessures » causées par l’acquisition de Banca 121 n’étant pas encore cicatrisées.

Mais ce qui s’est passé et combien cette malheureuse opération a coûté à la communauté (Tremonti Bond) fait partie d’une autre histoire. Il suffit de rappeler qu’un paquet d’actions, égal à 75 % du capital social de Monte dei Paschi, est actuellement entre les mains de l’État italien, qui a dû intervenir pour sauvegarder l’Institut.

Les banques coopératives de crédit étaient absentes à l’appel.

La mutualité et la territorialité s’opposent aux « intérêts » des puissances fortes.

En 2016, avec le décret de loi n° 18, la réforme du système des coopératives de crédit est née, avec la création du « groupe bancaire coopératif ».

Une société mère dans le but de contrôler toutes les banques agrégées.

« Il est fondamental – écrit Carmelo Barbagallo, chef du département de surveillance de la Banque d’Italie – que la société mère du groupe bancaire coopératif dispose de pouvoirs effectifs pour nommer, révoquer et remplacer les organes des BCC ».

Aucun besoin de commentaire !

En 2016, la directive secondaire sur la réglementation des intermédiaires financiers non bancaires entre en vigueur.

Ces « chiens en liberté » n’étant pas contrôlables, il était temps de leur passer la « laisse ».

Ce texte avait déjà été publié par Bankitalia en 2010, avec de nombreuses « fautes de frappe » dues à un copier-coller maladroit des instructions de surveillance pour les banques.

Et ici, la Banque centrale entre de plein pied sur un territoire qui lui est étranger.

Les intermédiaires non bancaires sont des sociétés anonymes qui utilisent des ressources privées et ne collectent pas l’épargne du public :

  • ils jouent donc le rôle d’entrepreneurs au même titre qu’un constructeur, un industriel.
  • ils opèrent avec leur propre argent en assumant leur propre risque, mais
  • ils accordent des crédits, c’est-à-dire de l’argent qui, dans une perspective particulière, représente le pouvoir, le contrôle des masses.

C’est réservé à quelques-uns.

Par un simple acte administratif de surveillance structurelle, la Banque d’Italie décourage 1 500 entreprises de ne pas s’inscrire dans le nouveau registre.

Et en fait, le capital minimum requis est égal à celui d’une vieille BCC, 2 millions d’euros, à laquelle il faut ajouter l’institution des contrôles « compliance – conformité », « audit » et « gestion des risques », avec pour conséquence une activité administrative de rapports et de contrôles à transmettre périodiquement à l’organe de surveillance.

En outre, un règlement a été établi permettant d’effectuer un contrôle strict de la composition du conseil d’administration et des qualités (objectives et subjectives) des administrateurs et qui est détaillé à travers les 287 pages du règlement.

De plus, aucune réaction de la presse officielle, quotidienne et spécialisée, bien au contraire, les quelques déclarations officielles applaudissent ces réformes.

Depuis des années, la Banque d’Italie appelle à des fusions dans le secteur bancaire, avec pour objectif officiel de renforcer la capacité du système à contrer la concurrence des banques étrangères.

À ce stade de cette brève discussion, une brève clarification est utile.

Bankitalia est une société à responsabilité limitée, dont le capital est détenu par certaines banques dont il suffit de mentionner les cinq premiers propriétaires :

  • Intesa Sanpaolo S.p.A.
  • UniCredit S.p.A.
  • Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.
  • Generali Italia S.p.A.
  • Banca Carige S.p.A. – Caisse d’épargne de Gênes et Imperia

avec de plus, 15 autres fondations bancaires et 42 banques mineures, compagnies d’assurance et fonds de pension.

Tout cela, après la loi de réforme (loi 5/2014) qui a fixé une limite de 3 % de la part détenue dans le capital social de la société anonyme qui assume la mission de surveillance du système bancaire national (Bankitalia).

Une structure privée, qui contrôle une fonction d’intérêt public prééminente et qui se réfère principalement au respect du diktat constitutionnel de « protection de l’épargne privée » ; cette fonction de supervision et de contrôle s’exerce dans une position totalement « autoréférentielle », pour un sens mal compris de l’autonomie de la Banque centrale par rapport au pouvoir gouvernemental.

Il ressort clairement de cette situation indésirable que les superviseurs contrôlent le Vigilante.

À cet égard, le rapport de gestion de Bankitalia indique que : « …. Les membres du Conseil des gouverneurs, tout comme les participants du capital, n’ont aucune ingérence dans les questions et décisions relatives à l’exercice des fonctions publiques attribuées par la loi et par les statuts au gouverneur et au Conseil d’administration… »

Par conséquent, les dirigeants de cette institution ne sont pas responsables devant l’État, en tant qu’entreprise privée, ni même devant la propriété, et donc devant qui sont-ils responsables ?

Il est également utile de clarifier certaines situations :

Combien d’employés la Banque d’Italie emploie-t-elle pour s’acquitter des fonctions de surveillance qui lui sont assignées ?

Un nombre total de 6 885 employés, y compris les cadres, les fonctionnaires et les employés, payés avec des « salaires d’or » qui atteignent et dépassent le seuil de 220 000 euros par an.

Le coût annuel total de la main-d’œuvre est de 623 millions d’euros, auquel il faut ajouter 216 millions d’euros pour :

  • la sécurité sociale,
  • les assurances et autres charges,
  • avec un coût annuel « pour maladie » de 5,7 %, soit environ 15 jours (données Bankitalia, année 2016).

Certainement beaucoup moins que la moyenne enregistrée pour les employés municipaux qui « se contentent » de 50 jours d’absentéisme / maladie (rapport Ermes), mais certainement plus de 10 jours enregistrés d’absentéisme / maladie du secteur privé (rapport Federmeccanica).

La Banque centrale européenne, qui exerce également des fonctions de surveillance pour les groupes bancaires les plus importants, emploie 2 500 personnes.

L’une des plus grandes banques du monde, Deutsche Bank, une banque allemande présente dans plus de 70 pays, emploie 100 000 personnes.

Naviguant sur Internet pour obtenir des informations, l’auteur a consulté le célèbre site Wikipedia, un dictionnaire en ligne. Maintenant un point de référence pour les langues, l’histoire, la culture, la sémantique.

En parcourant les mots, j’ai été frappé par :

  • Conspiration dont les synonymes sont: complot, financier, conspiration économique ou politique.
  • Subvertir, modifier, modifier, déformer.

Les conspirations ont été célèbres tout au long des siècles et ensanglantées, souvenez-vous simplement de « idi di marzo- l’assassinat de César », de la conspiration des Pazzi, du Protocole des Sages de Sion.

Beaucoup de cas, réels ou présumés, différents, sanguinaires ou moins sanguinaires, mais tous dans le but de subvertir, de changer, de conditionner et de contrôler. Des pouvoirs cachés, des forces économiques, des groupes de pouvoir qui tentent de guider ou de forcer les masses dans une certaine direction, par intérêt personnel.

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Les difficultés d’être un entrepreneur : l’État, les autorités fiscales, le crédit

Les activités commerciales ne peuvent être réalisées sans le soutien et l’aide des institutions ainsi qu’une coopération adéquate des autorités fiscales et du secteur du crédit.

Législation et fiscalité, un chaos, où des centaines de lois ne servent qu’à créer l’indécision.

Des règles fiscales qui contribuent à éroder les actifs des entreprises et de leurs investisseurs qui ne sont pas toujours conscients des mécanismes pervers en place dans un marché pollué par l’action d’un état « prédateur » (voir Galbraith J.K.).

Actifs masqués, non-déductibilité.

Chaque gouvernement s’enveloppé d’une « couverture de fumée », déclarant et publiant qu’il n’a pas augmenté les taux d’imposition mais en réalité, ce qu’ils omettent est que l’entreprise ne peut pas déduire une grande partie de ses coûts d’exploitation de son revenu imposable.

Tout est imposable (en matière de revenus). Dans certains cas, la partie des coûts d’exploitation pouvant se référer à la « matière première » (cas du système de crédit ou des sociétés immobilières) est exclue de la déduction fiscale.

Un monopole public et bureaucratique, où « l’étape de la victoire » est généralement sautée et où l’entreprise est toujours en difficulté.

  • Aucune aide de l’actionnaire majoritaire absolu (l’État)
  • Aucune forme de respect ou de gratitude pour avoir pris un enjeu tout en ayant personnellement risqué d’entamer un processus de création de richesse, pour soi-même et pour la communauté.

Des obstacles bureaucratiques, un « Grand Frère » qui opprime, contrôle, manipule et vous ralentit.

Et malheur à qui entre dans la « nasse » des autorisations, des vérifications fiscales ou de l’INPS (Institut national de sécurité sociale).

Personne n’assume la responsabilité, même en cas de défaillance manifeste des institutions, et les dépenses encourues par les parties au litige sont systématiquement « compensées » judiciairement.

 L’entreprise supporte des coûts supplémentaires, tandis que le fonctionnaire qui commet l’erreur et cause le dommage grave n’en est pas légalement responsable, en fait c’est l’État qui paie, c’est-à-dire le contribuable.

 Le monde du crédit devrait soutenir les sociétés de production en conseillant, protégeant et finançant l’expansion et la croissance. Une relation de confiance entre les entreprises individuelles et les banques, telle que la Hausbanking développée en Allemagne, pourrait servir d’exemple.

La banque est impliquée dans le destin des entreprises, même si cela peut donner lieu à une influence considérable des institutions sur les entreprises financées, déterminant également un impact sur la nature et la taille des investissements, ainsi que sur la compétitivité des entreprises elles-mêmes.

Pourtant c’est le seul futur possible, c’est-à-dire :

  • lorsque l’entrepreneur organise les processus de production avec l’appui de techniciens qualifiés en gestion économique et financière, représentés par les agents de la banque ;
  • Sans risque de multi-crédit qui, contrairement à la finalité qui les justifie, ne limite pas le risque bancaire mais l’amplifie plutôt en raison des plus grandes asymétries d’information qui en découlent.

Au cours des 10 dernières années, le soi-disant « crédit crunch – resserrement du crédit » a été mis en place et faire des affaires en Italie est devenu insensé.

Comme d’habitude, le système s’est retranché derrière des termes issus de la langue anglo-saxonne.

Qu’est-ce qu’un terme aussi sophistiqué signifie-il pour notre entrepreneur ?

Simplement qu’obtenir du crédit devient plus difficile, qu’il ne trouve pas d’argent disponible pour ses investissements ou, s’il en trouve, il le paie à des taux exorbitants, comme dans les pays sud-américains.

Le crédit crunch permettrait de ralentir la croissance économique. Normalement, la banque centrale le met en œuvre en augmentant les taux d’intérêt et en restreignant les liquidités du système, ce qui devrait contribuer à limiter le risque inflationniste.

Cette action de la Banque centrale encourage les établissements de crédit à relever les taux d’intérêt, limitant l’accès au crédit en termes de disponibilité des prêts.
Avec cette manœuvre, la Banque centrale incite les banques à relever leurs taux d’intérêt, limitant l’accès au crédit en termes de disponibilité des prêts. Autrement, il arrive que sur des questions critiques du système bancaire, en raison de la faillite d’établissements de crédit, les banques retirent la liquidité du marché, pour éviter d’être submergés, mais cela nécessite la révocation des lignes de crédit précédemment accordées également aux entreprises solvables.

C’est tout le contraire qui se produit en Europe.

La BCE a déjà lancé le plan « Quantitative Easing » (QE- assouplissement quantitatif) depuis 3 ans, inondant le système bancaire de milliards d’euros.

Contournant la législation sur les aides d’État, la BCE achète des titres d’État et d’autres titres (ainsi malheureusement que des obligations privées de grands groupes) auprès des mêmes banques, allégeant ainsi leur portefeuille.

Depuis plus d’un an, ces opérations ont été réalisées à des taux négatifs, en ce sens que le débiteur (banques commerciales) en tire un avantage économique direct.

Les liquidités introduites dans le système devraient être utilisées pour financer les ménages et les petites et moyennes entreprises.

L’espoir, ou du moins la motivation officielle, est que cette liquidité déclenchera un stimulus à la reprise de la consommation et de l’investissement.

En fait, il en résulte un phénomène contraire et indésirable, à savoir que l’excès de liquidité affluant de nouveau sur les marchés financiers, génère une «bulle du crédit» et augmente les volumes de financement à des fins spéculatives, en attendant l’éclatement de la prochaine « bulle de valeur » .

Tout compte fait, le QE aide les grandes entreprises qui puisent leurs ressources sur les marchés des capitaux.

Les petites et moyennes entreprises et les ménages ne tirent aucun avantage de ce type de manœuvre financière.

« La réduction à zéro de l’inflation est largement due à la forte augmentation de la baisse tendancielle des prix », lit-on sur le site d’un prestigieux journal.

Après cinq décennies, l’Istat (Institut national de statistique), signale une récession en Italie. Les paramètres des prix à la consommation (NIC) se situent dans une fourchette négative. Nous sommes officiellement en déflation.

Les prix baissent, mais pas tous. Nous sommes habitués à une augmentation constante. Mais les prix des produits « apparentés » baissent d’une part et augmentent d’autre part. La déflation manifeste un excédent de biens offerts sur le marché en raison d’une insécurité des consommateurs qui reportent les dépenses, amassant le peu de revenus disponibles.

Un excédent de l’offre en termes de capacité de production déclenche un cercle vicieux.

Si les entreprises ne peuvent pas vendre leurs produits, elles auront tendance à réduire les coûts :

  • licenciements
  • réduction des investissements, et
  • augmentation du coût des crédits commerciaux.

Le fournisseur sera donc contraint de répercuter ces conditions plus onéreuses à ses homologues, ce qui entraînera des pertes d’emplois.

Ne pas utiliser l’épargne en période de déflation détruit une partie du tissu productif national.

L’économiste anglais J.M.Keynes avait déjà décrit ce phénomène avant la Seconde Guerre mondiale. Il est normal de reporter les dépenses en attendant d’autres baisses de prix. Le pouvoir d’achat de la monnaie augmente, mais cela accroît aussi l’incidence de la dette en général et celle de la dette publique en particulier.

Dans une situation économique nationale accablée par le déficit de l’administration publique, dans un climat de déflation, nous verrons l’impact du déficit sur le PIB croître de façon exponentielle.

Au fur et à mesure que le pouvoir d’achat de l’argent augmente, la valeur de la dette augmente également au seul profit des capitalistes.

Dans ces scénarios qui sont tout sauf optimistes, la pratique de la banque centrale consistant à prêter de l’argent à des taux négatifs aux établissements de crédit provoquant la déflation puisqu’ils n’utilisent pas de liquidités pour soutenir les investissements et la consommation, continue.

Actuellement, sur chaque million d’euros acquis par voie de financement auprès de la BCE, la banque rembourse 996 000,00, gagnant 0,40 % en facilité d’endettement, une situation véritablement paradoxale. C’est comme vendre un billet de 100 euros à 99,60 euros.  

La principale conséquence qui découle de cette situation est l’augmentation du pouvoir d’achat de la monnaie, donc pas de déflation, espoir de toutes les banques centrales.

En effet, l’objectif déclaré de la BCE est de contenir l’inflation à des seuils inférieurs à 2 %, tout en veillant à ce que cette limitation de la croissance des prix n’entraîne pas de déflation ce qui n’est pas le cas !

En même temps, depuis dix ans plus tard, nous assistons impuissants à un « tsunami » dans le système de crédit italien et qui n’épargne aucune région.

Les banques historiques sont réduites à la faillite par des opérations spéculatives audacieuses sur les marchés financiers ou pour avoir accordé des prêts à leurs « amis » habituels.

114 banques italiennes ont maintenant attribué des prêts douteux totalisant plus que l’actif net dans le bilan.

Du nord-est au nord-ouest en traversant l’Italie :

  • Depuis le Veneto avec Veneto Banca et la Popolare di Vicenza ainsi que de nombreuses banques de crédit coopératif du nord-est,
  • jusqu’en Toscane avec MPS et Pop.
  • Depuis l’Étrurie à la Ligurie avec l’historique Carige,
  • Emilia avec Cariferrara, Carim,
  • jusqu’à Marche avec Banca delle Marche,
  • les Abruzzes avec Tercas, Carichieti, Banca di Teramo et beaucoup d’autres.

La liste est sans fin.

À se demander où était la Banque d’Italie, où est la surveillance prudentielle et où sont les contrôles ?

Puis il s’avère que dans ces banques ont trouvé « refuge » les amis des amis, les contrôleurs stricts (fonctionnaires) de la Banque d’Italie.

La petite et moyenne entreprise, pilier de l’économie italienne, n’a aujourd’hui aucun espoir de pouvoir accéder au crédit, d’être soutenue dans le développement.

Les réponses immédiates des autorités de surveillance sont symptomatiques.

L’enquête sur le crédit bancaire a été lancée en janvier 2003.

Le site Internet de la Banque d’Italie indique qu’elle est menée par les banques centrales de la zone euro, avec la participation de 140 institutions appartenant à la monnaie unique.

Pour l’Italie, 10 groupes principaux d’établissements de crédit participent au « recensement ».

Le questionnaire de 22 questions à choix multiples est envoyé aux destinataires et ce n’est qu’en 2015 que son contenu a changé : vive la transparence et la rapidité en direct.

Les « penseurs » de Bankitalia nous disent que le questionnaire comprend désormais le guide pour le remplir. Il doit être très difficile à remplir, s’il faut un « guide » pour répondre à 24 questions à réponses multiples déjà incluses, concernant les prêts accordés aux entreprises et aux ménages, y compris les demandes de financement rejetées.

Justement, ce fait est intéressant et instructif. Les demandes soumise rejetées depuis avril 2015, sont passées de 12,5 % à 28,6 %, avec des pics en octobre et en janvier 2017 de 37,5 %, pour diminuer en janvier 2018 à 30 %.Une demande sur trois est rejetée par les banques.

Ces banques qui sont alimentées avec de l’argent rémunéré.

Mais ce qui est déconcertant et inquiétant, c’est qu’à l’heure actuelle, la demande de prêts a également chuté. Les entreprises semblent aujourd’hui résignées, tout comme les ménages.

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La difficoltà di fare azienda: lo Stato, il Fisco, il Credito

Non si può fare impresa senza il supporto e l’aiuto delle Istituzioni, un’adeguata collaborazione delle autorità fiscali e del mondo del credito.

Legislazione e fiscalità, un caos, dove centinaia di leggi servono solo a creare indecisione.

Norme fiscali che contribuiscono ad erodere il patrimonio delle aziende e dei loro investitori, non sempre consapevoli dei perversi meccanismi in atto in un mercato inquinato dall’azione di uno Stato “predone” (si veda Galbraith J.K.).

Patrimoniali mascherate, indeducibilità, indetraibilità.

Ogni Governo si ammanta di una “coperta fumogena”, dichiarando e propagandando di non avere elevato le aliquote fiscali; ma in realtà omettono di dire che l’impresa non può detrarre dal reddito imponibile una gran parte dei costi di esercizio.

Tutto è imponibile (nel senso dei ricavi); in alcuni casi, è esclusa dalla deduzione fiscale quella parte degli oneri di esercizio che può riferirsi alla cosiddetta “materia prima” (caso del sistema creditizio o delle aziende immobiliari).

Un Monopolio pubblico e burocratico, dove si salta nella norma il “palco della vittoria” ed in difficoltà va sempre l’impresa.

  • Nessun aiuto dal socio di maggioranza assoluta (lo Stato);
  • Nessuna forma di rispetto o di riconoscenza per essersi messo in gioco, aver rischiato personalmente per avviare un processo di creazione della ricchezza, per se e per la comunità.

Ostacoli burocratici, un grande fratello che ti opprime, controlla, manipola e rallenta.

Guai ad entrare nelle “maglie” delle autorizzazioni, delle verifiche fiscali, dell’Inps.

Nessuno risponde in proprio, anche nel caso di soccombenza palese delle istituzioni, le spese sostenute dalle parti in lite vengono sistematicamente giudiziariamente “compensate”.

L’impresa sostiene oneri aggiuntivi, il funzionario che sbaglia e determina il grave danno non ne risponde legalmente, paga invece lo Stato, cioè il contribuente.

Il mondo creditizio dovrebbe essere di supporto per le aziende di produzione, consigliando, proteggendo e finanziando l’espansione e la crescita. Un rapporto fiduciario fra singole imprese e banche  che prende il nome di  Hausbanking e che si sviluppa  in Germania potrebbe essere preso ad esempio.

La banca è partecipe dei destini delle aziende anche se ciò  potrebbe  suscitare  una notevole influenza degli istituti sulle società finanziate, determinando anche un impatto rispetto alla natura ed alla dimensione degli investimenti, non che  alla competitività delle stesse imprese. Ma è l’unico futuro,

  • Dove l’imprenditore organizza i processi produttivi anche con il sostegno di tecnici qualificati nella gestione economica e finanziaria, rappresentati dagli stessi funzionari bancari.
  • Dove non esiste più il rischio dei multi fidi che, diversamente dal fine che vorrebbe giustificarli, non limita il rischio bancario bensì lo amplifica in virtù delle maggiori asimmetrie informative che ne derivano.

Negli ultimi 10 anni nei fatti  è in atto  il cosiddetto “credit crunch”, e  fare  impresa in Italia è da folli.

Come al solito il sistema si trincera dietro termini mediati dal linguaggio anglosassone.

Cosa significa un termine così sofisticato per il nostro imprenditore?

Semplicemente che il ricorso al credito diviene più difficile, che non trova denaro disponibile per i propri investimenti o, se lo trova, lo paga a tassi esorbitanti, come nei Paesi sud-americani.

Il  credit crunch servirebbe a raffreddare l’espansione economica. Normalmente lo attua la banca centrale, alzando i tassi e restringendo la liquidità del sistema; servirebbe a limitare il rischio inflattivo.

Con questa manovra la Banca centrale induce gli istituti di credito ad alzare i propri tassi di interesse, limitando  l’accesso al credito in termini di disponibilità di prestiti. Oppure avviene che, su criticità del sistema bancario, dovuto a fallimenti di istituti di credito, le banche  ritirano  liquidità dal mercato, per evitare di essere travolti; ma ciò postula la revoca di fidi in precedenza concessi anche ad aziende con merito creditizio.

In Europa accade il contrario.

La BCE già da 3 anni ha lanciato il piano “Quantitative Easing” (QE, “alleggerimento quantitativo”), inondando  il sistema bancario con miliardi di euro.

Aggirando la legislazione sugli aiuti agli Stati, la BCE acquista i   titoli delle pubbliche amministrazioni e di altro tipo (purtroppo anche obbligazioni private di grandi gruppi) dalle stesse banche, alleggerendone il portafoglio.

Da più di un anno, queste operazioni sono effettuate a tassi negativi, nel senso che il debitore (le banche commerciali) ne trae un vantaggio economico diretto.

La liquidità immessa nel sistema dovrebbe essere utilizzata per finanziare le famiglie e le piccole e medie imprese.

La speranza, o almeno la motivazione ufficiale, è che questa liquidità inneschi uno stimolo alla ripresa dei consumi e degli investimenti.

Mentre al contrario si osserva un fenomeno indesiderabile, e cioè che la liquidità in eccesso si riversa nuovamente sui mercati finanziari, generando una “bolla creditizia” ed incrementando i volumi della finanza a fini speculativi, in attesa dello scoppio della prossima “bolla di valore”.

In definitiva il QE aiuta  le grandi società che attingono risorse sui mercati di capitali.

Le piccole e medie imprese e le famiglie, non ricevono nessun beneficio da questo tipo di manovra finanziaria.

“l‘azzeramento dell’inflazione è da ascrivere in larga misura al netto accentuarsi del calo tendenziale dei prezzi …”  si legge sul sito di un prestigioso quotidiano.

Dopo cinque decenni l’Istat fotografa un’Italia in recessione. I parametri (NIC) dei prezzi al consumo scendono in un campo  negativo. Siamo ufficialmente in deflazione.

Calano i prezzi, ma non tutti. Si è abituati ad un aumento costante. Ma i prezzi di prodotti tra loro “correlati”, scendono da un lato ed aumentano da un altro. La deflazione manifesta un surplus di beni offerti sul mercato dovuto ad un’insicurezza del consumatore  che rimanda la spesa, tesaurizzando i pochi redditi disponibili. Un’eccedenza dell’offerta, in termini di capacità produttive, innesca un circolo vizioso.

Non riuscendo a vendere i propri prodotti, le aziende tenderanno a ridurre i costi:

  • licenziamenti
  • riduzione degli investimenti, e
  • aumento del costo dei crediti commerciale.

Il fornitore sarà costretto a ribaltare queste condizioni più onerose sulle proprie controparti, e ciò si tradurrà in perdita di posti di  lavoro.

La non utilizzazione dei risparmi in un periodo di deflazione è distruttivo di parte del tessuto produttivo nazionale.

L’economista inglese J.M.Keynes  aveva già descritto tale fenomeno prima della seconda guerra mondiale. E’ normale rimandare una spesa in attesa di un ulteriore calo dei prezzi; il potere di acquisto della moneta aumenta, ma con questo si espande anche l’incidenza del debito in genere ed in particolare quella del debito pubblico.

In una condizione economica nazionale oberata dal disavanzo della pubblica amministrazione, in un clima di deflazione, vedremo crescere in maniera esponenziale l’incidenza del deficit sul PIL.

 Crescendo il potere di acquisto della moneta, cresce anche il valore del debito per il vantaggio dei soli capitalisti.

In tali scenari tutt’altro che rosei si continua con la prassi, da parte della banca centrale, di prestare denaro a tassi negativi ad istituti di credito  che provocano deflazione poiché non utilizzano la liquidità per sostenere investimenti e consumi.

Attualmente,  su ogni milione di euro acquisito a titolo di finanziamento dalla BCE,  l’istituto bancario rimborsa 996.000,00  lucrando lo 0,40 % come agio dell’indebitamento, davvero una situazione paradossale. E’ come vendere una banconota da 100 euro a 99,60 €.

La conseguenza principale che deriva dallo stato delle cose descritto è l’aumento del potere di acquisto della moneta, dunque la deflazione, speranza di tutte le Banche centrali.

Infatti, l’obiettivo dichiarato dalla BCE è quello di contenere  l’inflazione per soglie inferiori al 2 %, prestando attenzione che tale contenimento della crescita dei prezzi non si traduca in deflazione. Ma questo non sta accadendo.

Nel contempo, da dieci anni assistiamo impotenti ad uno “tsunami”  nel sistema creditizio italiano;nessuna regione è stata salvata. Banche storiche ridotte alla bancarotta attraverso ardite operazioni speculative sui mercati finanziari o per aver concesso  prestiti ai soliti “amici”. Ben 114 banche italiane oggi presentano crediti deteriorati d’importo complessivo superiore al patrimonio netto in bilancio.

Dal nord est al nord ovest attraversando bipartisan l’Italia; da  Veneto Banca, Popolare di Vicenza, e tantissime Banche di Credito Cooperativo del Nord Est, alla Toscana con MPS e Pop. Etruria, alla Liguria con la storica Carige, all’Emilia con Cariferrara,  Carim, le Marche con Banca delle Marche, l’Abruzzo con Tercas, Carichieti, Banca di Teramo e tantissime altre.

L’elenco è infinito.

Ci si chiede dove era la Banca d’Italia, dov’è la Vigilanza prudenziale, dove i controlli?

Poi si scopre che in queste banche hanno trovato “rifugio” amici degli amici, i rigidissimi controllori (funzionari)  della Banca d’Italia.

La piccola e media impresa, pilastro dell’economia italiana, oggi non ha speranze di potere accedere al credito, di essere sostenuta nello sviluppo.

E’ sintomatica l’immediatezza delle risposte degli organi di Vigilanza. Nel gennaio del  2003 parte l’Indagine sul credito bancario. Sul sito della banca d’Italia si legge che è condotta dalle banche centrali dell’Eurozona, con il coinvolgimento di 140 istituti aderenti alla moneta unica.

Per l’Italia partecipano al “censimento” 10 capo gruppo di istituti creditizi.

Il questionario con ventidue domande a risposta multipla, viene inviato ai destinatari e solo nel 2015 variato nel suo contenuto: viva la trasparenza e la celerità. Ci dicono i “pensatori” di Bankitalia che il questionario ora include anche la guida alla compilazione dello stesso. Deve essere molto complesso compilarlo,  se c’è bisogno di una “guida” per rispondere a 24 domande con risposte multiple già inserite,  relativamente ai crediti concessi ad imprese e famiglie, comprendendo anche  domande di finanziamento respinte.

Proprio questo dato risulta interessante ed istruttivo. Dall’aprile 2015 in poi le pratiche respinte, su quelle presentate, passano dal 12,5 % al 28,6 %, con punte ad ottobre e gennaio 2017 del 37,5 %, per scendere a gennaio  2018 al 30 %. Una richiesta su 3 viene respinta dalle banche. Banche che vengono alimentate con denaro remunerato.

Ma la cosa sconcertante e preoccupante è che scendono anche le domande di prestiti. Le aziende sembrano ormai rassegnate, così come le famiglie.

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Abbiamo creato prigioni economiche per noi stessi?

Il cittadino, prigioniero della normativa finanziaria, non è nella condizione di poter liberamente disporre del proprio risparmio in forma monetaria. E’ prassi consolidata che, durante o appena dopo le vacanze natalizie od estive, nel nostro Paese vengano varate regole che cambieranno le nostre vite condizionandone il futuro. Nasce da lontano il progetto, o si potrebbe definire complotto, con la legge 2 gennaio 1991, che dovrebbe riguardare le attività di intermediazione mobiliare, ma che cela l’ inizio di un percorso che dopo 18 anni si concluderà con il controllo totale dei risparmi , della liquidità delle persone e con l’esproprio “legalizzato”.Come molte leggi, politicamente giustificate dall’interesse verso la collettività e dalla necessità di reprimere le attività illegali, anche in relazione alla norma in discussione, si cela una “dispotica” strategia a lungo termine.  Nel ’91 nasce dunque la cosiddetta normativa “antiriciclaggio”. Viene presentata come una legge che avrebbe dovuto tutelare il pubblico dalle infiltrazioni mafiose e dal rischio d’immissione nel circuito economico di quelle somme di denaro ottenute con mezzi illeciti, sino allo spauracchio del finanziamento del terrorismo. Legge che si trasforma, anno dopo anno, in un “grande fratello”. Ci guarda, osserva, spia e cataloga utilizzando come mezzo le disposizioni secondarie, di volta in volta, emesse dalla Banca Centrale.  Andando per ordine, il passo strategico successivo, dopo il varo della legge, fu quello di limitare l’uso del contante nel regolamento delle transazioni e dicontrollare le attività svolte dagli intermediari non bancari, quali le società di factoring,leasing e di credito al consumo.

Con il decreto legge 143 del 1991 viene limitato l’uso del contante nelle transazioni superiori a 20.000.000 di lire (eravamo ancora sovrani della nostra moneta). Nessuna operazione in denaro può essere effettuata al di sopra di tale importo.

Ma è in banca che inizia la vera rivoluzione:

  • Per i prelievi, si è assoggettati a domande da “Santa Inquisizione”, con lo spauracchio della segnalazione per operazioni ritenute dall’istituto sospette all’Autorità giudiziaria.
  • Spariscono i libretti al portatore se non limitati a tale somma e tutto ciò che potrebbe essere trasferito “mediante girata”, come il caso dei titoli di credito (assegni,cambiali).

Con l’avvento dell’Euro i limiti vengono riferiti all’importo massimo di 12.500,00 €.

Con l’articolo 49, del D.lgs 231 il limite viene ridotto a 5.000,00 €. Un importo veramente esiguo, ma si inizia a parlare di arma di contrasto alla piccola evasione. Il dentista, l’avvocato, il notaio e l’idraulico; le motivazioni legate a gravi reati, ormai, passano in secondo ordine. Hanno già svolto il loro compito traumatizzante.

A far data dal 30 aprile 2008, per la legge antiriciclaggio, l’assegno diventa “non trasferibile”. (Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007).

La presenza della clausola di non trasferibilità e l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario ci consente di godere di maggiore sicurezza nell’uso di assegni bancari, postali e circolari, libretti di risparmio e titoli al portatore, contanti” .

Dunque è per la nostra sicurezza economica scrive, a giustificazione , il Ministero del Tesoro. E continua:

“ Tutti i nuovi libretti che riceveremo dal 30 aprile 2008 saranno già muniti della clausola “Non trasferibile…”.

Questo in barba alla trasferibilità dei titoli cartolari per girata, anche in bianco. Però puoi sempre chiedere, con richiesta scritta, un libretto senza la dicitura non trasferibile. Ma “Attenzione però, la richiesta di assegni in forma libera comporta il pagamento di una somma di 1,50 euro per ciascun assegno, dovuta dal richiedente, a titolo di imposta di bollo. Tale somma verrà poi versata dalla banca all’erario”.

15,00 € per un carnet di 10 assegni.

Ma non era un problema di riciclaggio?

Le clausole imposte non si riferiscono solo ad un’imposta da pagare per prelevare i nostri soldi , ma “ Ogni girata, pena la sua nullità – nei limiti dell’importo trasferibile – , dovrà riportare il codice fiscale del soggetto che la effettua (girante).”

Nel caso il girante non sia una persona fisica – ma sia ad esempio una società – occorre indicare il codice fiscale di tale soggetto e non quello di colui che esegue l’operazione (se si tratta di una società, quindi, occorrerà indicare il suo codice fiscale e non quello, ad esempio, del suo direttore o del socio).

Affinché l’assegno possa essere pagato è necessario assicurarsi che tutte le girate presentino il codice fiscale del relativo girante.” Questo ovviamente se l’assegno non riporta la dicitura non trasferibile e rientra nei limiti.

  • Come essere sicuri che il terzo giratario abbia inserito il codice fiscale esatto o lo abbia intenzionalmente alterato?

Regole semplici per l’artigiano, il commerciante, il medico, l’agricoltore, chiare e dirette: non puoi fare dei tuoi soldi ciò che vuoi o darli a chi vuoi senza che lo Stato lo sappia.

Ma come cambiano i Governi, le norme in questione mutano di contenuto; come se il contrasto al riciclaggio di denaro di provenienza illecita fosse di appannaggio esclusivo di una corrente politica, mentre un’altra vorrebbe favorirlo.

  • Il gioco delle parti?

Si arriva al 2011 quando nell’arco di 3 mesi il limite viene fissato prima a €. 2.500 e poi, con l’art. 12 del Decreto legge 201, viene ridotto a €. 1.000,00, a dire il vero incredibilmente poiché nell’Unione Europea hanno corso legale banconote da 500,00 €.

Solo nel 2016 si torna a 3.000,00 €., con il ministro Padoan che esclude il riciclaggio per operazioni non superiori a tale importo.

Attenzione, le multe per chi sbaglia sono salatissime.

Ma torniamo ai problemi esistenziali degli anziani che ormai la propria pensione non possono più ritirarla comodamente presso gli uffici postali; bisognerà costituire un rapporto di deposito regolato in conto corrente.

Le banche pubblicizzano conti per anziani a condizioni di costo inizialmente assai contenute, per poi successivamente “caricarli” di numerose voci di spesa.

Per altro verso, profittando della clausola di non trasferibilità, sorgono difficoltà per elevare il protesto degli assegni. La giustificazione è che non si mostra agevole l’individuazione del soggetto con la funzione del “regresso”, per poter risalire su tutta la catena delle girate.

Ma manca anche la condizione detta di “pubblicità”, che è uno dei due presupposti alla base del protesto cambiario o degli assegni.

Pertanto non saprai mai se un tuo cliente si mostra insoluto nel pagamento degli assegni o se li paga poi in ritardo, 60 giorni dopo la presentazione, o se non li pagherà mai.

Mentre la regolamentazione sui titoli di credito cambiari resta invariata: trasferibili per qualsiasi somma di denaro (forse perché lo stato lucra 1,2 % sull’importo nominale), senza limitazioni nel numero delle girate.

  • Forse pensano che con le cambiali non sia possibile trasferire somme di denaro illegali ed in maniera indisturbata?

La Banca d’Italia nel 2015 interviene pesantemente con le proprie istruzioni di vigilanza per la rilevazione delle operazioni sospette. Vengono inserite tra queste quelle effettuate da soggetti politici, da familiari, da fornitori ed eventuali conti detenuti da questi ultimi in paradisi fiscali, nonché altre “70 righe” di spiegazioni e controlli da effettuare. E poi il “world check”, per monitorare tutti.

Ormai manca l’ultima fase.

I tuoi risparmi in 16 anni di nuove leggi e regolamenti sono “bloccati”, non li puoi tenere sotto il cuscino o sotto un mattone; non puoi effettuare nessun acquisto in contanti, nessuna transazione se non attraverso un intermediario bancario, vigilato.

Non puoi usare liberamente il contante neanche al bar o al ristorante con gli amici, ormai tutti devono avere il “pos”(acquisti con moneta elettronica o carte di credito) ed in seguito alla legge di Stabilità è obbligatorio accettare pagamenti con tale mezzo, per esercenti, commercianti e liberi professionisti . La moneta elettronica governa le nostre vite e registra dove siamo stati, con chi abbiamo cenato o cosa abbiamo acquistato.

Tutti i professionisti, dal Notaio al commercialista, si sono dovuti dotare di un archivio unico informatico antiriciclaggio. La Nazione è completamente sotto controllo. Tutto è registrato, guardato, archiviato. Spariscono le banconote da 500,00 € e da 200,00 €  e restano in circolazione solo pochi biglietti da 100 €.

Si arriva alla terza fase.

1 Gennaio 2016, è stata recepita la Direttiva UE n°014/59 cosiddetta “bail-in”.

Pochi sanno cosa sia, cosa implica, come si traduce e quale disastroso impatto potrebbe avere sulle nostre vite.

Il testo scritto è sibillino ed incomprensibile : cauzione interna. Come sempre viene nascosta la verità dietro “criptate” parole inglesi.

La giustificazione ufficiale è: “Il principio base del bail-in è che nessun azionista, correntista o creditore debba sopportare perdite superiori a quelle che avrebbe in caso di liquidazione coatta amministrativa, in gergo tecnico: no creditor worse off.”

  • “Tecnico” ma per chi?

E’ solo il vecchio concetto fallimentare della “par condicio creditorum”. Ma chi deposita somme di denaro in banca non è un “tecnico”, è un risparmiatore che sicuramente non è tenuto ad avere una laurea in finanza internazionale o in diritto. In termini pratici, il depositante è considerato alla stregua di un azionista, di un soggetto che abbia sottoscritto obbligazioni, consapevole del rischio che ha assunto.

In ragione di tale norma (bail-in), il depositante assume nei fatti la veste di socio e finanzia la banca assumendo ogni sorta di rischio con il suo deposito; ma non ha nessuna possibilità di potere decisionale o di ricevere informazioni sulle dinamiche interne della banca, dove è stato “costretto” a depositare il sudato “gruzzoletto”. Corre tutti i rischi di un socio, ma non ha nessun diritto e nessun vantaggio.

In un momento in cui tante banche italiane ed europee sono vicinissime al default(fallimento),con valori del patrimonio netto prossimi allo zero, il nostro risparmiatore si scopre investitore spregiudicato, un ardito speculatore dei mercati azionari,un grande operatore di borsa. In realtà è un semplice cittadino, ma rischia di vedersi portare via quello che ha risparmiato in una vita di sacrifici.

  • Dunque non si può acquistare o vendere qualcosa se non attraverso una banca,
  • si è obbligati nei fatti a depositare i nostri modesti averi detenuti in forma monetaria,
  • non si può controllare nulla dell’operato del management, anche quando si riscontrano gravissime responsabilità,
  • ma perdi tutto il risparmio accumulato in una vita di sacrifici se la banca “salta”.

E non è finita qui!

La commissione Europea, su proposta “bulgara”, ci fa sapere l’agenzia Bloomberg, prevede anche la possibilità del congelamento dei depositi, “salvo la disponibilità di un appropriato ammontare giornaliero per coprire il costo della vita di una persona o la regolare spesa amministrativa di una impresa”.

“Se vuoi continuare a vivere con il tuo denaro devi essere autorizzato. Non puoi prelevare se non quello che ti servirà per mangiare, con la somma che la banca stabilirà. Non importa se hai cinque figli o i suoceri a carico, la somma sarà per tutti uguale.

Però i depositi fino a 100 mila euro sembrerebbero garantiti a livello europeo, sbandiera la Commissione.

Ma sarà vero?

  • Chi garantisce i nostri risparmi per importi fino a 100.000 € ?

Un fondo interbancario alimentato dalle stesse banche, quelle che hanno o dovrebbero avere, i nostri soldi. C’è un piccolo problema: attualmente questo fondo ha una patrimonio che riesce a garantire depositi per un ammontare complessivo di 552 miliardi di euro; un valore che copre solo lo 0,1 % del risparmio italiano.

Pertanto se fallisce una BCC o una piccola banca Popolare, forse vi è la possibilità di salvare qualche cosa, per i modesti ammontari di risparmio in gioco (in termini relativi); non così nel caso delle medie e grandi banche.

Per altro verso, i manager bancari che hanno creato il disastro, vorrebbero anche un congelamento breve della facoltà di ritirare denaro in caso di difficoltà finanziaria del proprio istituto; e possiamo attenderci che il Parlamento europeo aderirà a tale proposta.

Dunque, si può arrivare ad una situazione nella quale non si potrà prelevare somme di denaro neanche per “mangiare”.

In fondo si è sempre saputo che i soldi, quando li depositi, non sono più tuoi, non li hai più, sono della banca, di chi la governa o di chi ha progettato tutto questo.

 

 

 

 

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Avons-nous créé des prisons économiques pour nous-mêmes ?

Le citoyen, prisonnier du règlement financier, n’est pas en mesure de disposer librement de ses économies sous forme monétaire. C’est une pratique bien établie dans notre pays que, pendant ou juste après les vacances de Noël ou d’été, des règles sont introduites qui changeront nos vies et conditionneront notre avenir. Ce projet qu’on pourrait appeler conspiration né depuis longtemps avec la loi du 2 janvier 1991, devait concerner les activités de courtage en valeurs mobilières, mais cache le début d’un parcours qui se terminera après 18 ans par le contrôle total de l’épargne, de la liquidité des personnes et de l’expropriation « légalisée ».Comme beaucoup de lois, politiquement justifiées par l’intérêt de la communauté et la nécessité de réprimer les activités illégales, également par rapport à la règle en discussion, il existe une stratégie à long terme « despotique ».  La législation dite « anti-blanchiment » a été introduite en 1991. Elle est présentée comme une loi qui aurait dû protéger le public contre l’infiltration de la mafia et contre le risque de l’introduction dans le circuit économique de ces sommes d’argent obtenues par des moyens illicites, ainsi que contre l’épouvantail du financement du terrorisme.Cette loi se transforme, année après année, en « grand frère ». Elle nous examine, observe, espionne et catalogue en utilisant comme moyen les dispositions secondaires, de temps à autre, émises par la Banque centrale.  En procédant par ordre, l’étape stratégique suivante, après l’adoption de la loi, a été de limiter l’utilisation de l’argent liquide dans le règlement des transactions et de surveiller les activités des intermédiaires non bancaires, tels que les sociétés d’affacturage, de crédit-bail et de crédit à la consommation.

Le décret-loi 143 de 1991 limite l’utilisation de l’argent liquide dans les transactions de plus de 20 000 000 lires (nous étions alors encore souverains de notre monnaie). Aucune opération en espèces ne peut être effectuée au-delà de ce montant.

Mais c’est dans la banque que commence la vraie révolution :

  • Les retraits, ont soumis à un examen du type de la « sainte inquisition », avec l’épouvantail de la signalisation pour les opérations jugées par l’institution suspecte à l’autorité judiciaire.
  • Les livrets au porteur disparaissent s’ils ne sont pas limités à cette somme et tout ce qui pourrait être transféré « par endossement », comme dans le cas des titres de créance (chèques, traites).

Avec l’avènement de l’Euro, les limites se réfèrent au montant maximum de 12 500,00 €.

Avec l’article 49 du Décret Législatif 231, la limite est réduite à 5 000,00 €, un très petit montant mais on commence à parler d’arme de contraste à la petite évasion, le dentiste, l’avocat, le notaire et le plombier, les raisons liées aux crimes graves passent maintenant à la seconde classe ayant déjà accompli leur tâche traumatisante.

Depuis le 30 avril 2008, pour la loi anti-blanchiment, le chèque devient « non transférable ».  (Décret législatif n° 231 du 21 novembre 2007).

« La présence de la clause non transférable et l’indication du nom ou de la raison sociale du bénéficiaire nous permettent de bénéficier d’une sécurité accrue dans l’utilisation des chèques bancaires, des chèques postaux, des livrets d’épargne et des titres au porteur ».

C’est donc pour notre sécurité économique ainsi que l’écrit le ministre du Trésor, en guise de justification, et il poursuit :

« Tous les nouveaux livrets que nous recevrons à partir du 30 avril 2008 auront déjà la clause Non transférable… ».

Ceci en dépit de la transférabilité des titres papiers à des fins d’endossement, même en blanc.

Toutefois, vous pouvez toujours demander, sur demande écrite, un livret sans le libellé non transférable, mais « attention, la demande de chèques libres implique le paiement d’une somme de 1,50 euros par chèque, due par le demandeur, à titre de droit de timbre. Ce montant sera ensuite versé par la banque au Trésor public. »

15,00 € pour un livret de 10 chèques !

N’était-ce pas un problème de recyclage ?

Les clauses imposées ne se réfèrent pas seulement à une taxe à payer pour retirer notre argent, mais « tout endossement sous peine de nullité – dans les limites du montant transférable – doit porter le code fiscal de la personne qui l’exécute ».

Si l’endossement n’est pas effectué par une personne physique – mais une société, par exemple – il est nécessaire d’indiquer le code fiscal de ce sujet et non celui de la personne qui exécute l’opération (si c’est une société, il sera donc nécessaire d’indiquer son code fiscal et non celui de son directeur ou associé, par exemple).

Pour que le chèque soit payé, il est nécessaire de s’assurer que tous les endossements ont le code fiscal de la personne effectuant l’endossement. C’est bien entendu le cas si le chèque n’inclut pas le libellé non-transférable et est dans les limites.

  • Comment pouvons-nous être sûrs que la tierce personne a bien saisi le code fiscal exact ou ne l’a pas délibérément modifié ?

Des règles simples et claires pour l’artisan, le commerçant, le médecin et l’agriculteur : vous ne pouvez pas faire de votre argent ce que vous voulez ou le donner à qui vous voulez sans que l’État le sache.

Mais au fur et à mesure que les gouvernements changent, les règles en question changent de contenu, comme si la lutte contre le blanchiment d’argent d’origine illégale était la prérogative exclusive d’un courant politique, alors qu’un autre souhaiterait la favoriser.

  • Jeu de rôles ?

En 2011 la limite est fixée à 2 500 € et ensuite, avec l’art. 12 du Décret Loi 201, elle est réduite incroyablement à 1 000 , pour dire la vérité puisque dans l’Union européenne les billets de 500 € ont cours légal.

Ce n’est qu’en 2016, que cette limite est revenue à 3 000 €, avec le ministre Padoan, qui exclut le blanchiment d’argent pour les opérations n’excédant pas ce montant.

Mais attention, les amendes pour ceux qui font une erreur sont très élevées.

Mais revenons aux problèmes existentiels des personnes âgées, qui ne sont plus en mesure de percevoir leurs pensions confortablement dans les bureaux de poste mais devront ouvrir un compte de dépôt.

Les banques font de la publicité pour les comptes des personnes âgées à des conditions de coût initialement très bas, pour ensuite les « charger » d’un grand nombre de frais.

D’autre part, cependant, en se prévalant de la clause de non-transférabilité, il est difficile de soulever la contestation du chèque. La justification est qu’il n’est pas facile d’identifier le sujet avec la fonction de « régression », afin de pouvoir remonter le long de toute la chaîne des endossements.

Mais il n’y a pas non plus de condition dite de « publicité », qui est l’une des deux conditions préalables à la contestation des lettres de change ou des chèques.

Par conséquent, vous ne saurez jamais si un client se présente comme insolvable au paiement des chèques ou si il l’a payé plus tard, 60 jours après la présentation, ou s’il n’a jamais payé.

Alors que la réglementation sur les billets à ordre reste inchangée : transférable pour toute somme d’argent (peut-être parce que l’État bénéficie de 1,2 % du montant nominal), sans limitation dans le nombre d’endossements.

  • Peut-être pensent-ils qu’avec des lettres de change, il n’est pas possible de transférer des sommes d’argent illégales sans perturbation ?

En 2015, la Banque d’Italie intervient fortement avec ses instructions de surveillance pour la détection des opérations suspectes. Il s’agit notamment de celles réalisées par les responsables politiques, les membres de la famille, les fournisseurs et les éventuels comptes détenus par ces derniers dans les paradis fiscaux, ainsi que d’autres « 70 lignes » d’explications et de contrôles à effectuer. Puis arrive la dernière phase le « world checkcontrôle du monde », pour surveiller tout le monde.

Voici maintenant la dernière étape.

Vos épargnes de plus de 16 ans en raison de nouvelles lois et de règlements sont « bloquées », vous ne pouvez pas les garder sous l’oreiller ou sous une brique ; vous ne pouvez pas faire d’achats au comptant et aucune transaction sauf par l’intermédiaire d’une banque supervisée.

Vous ne pouvez pas utiliser librement de l’argent liquide même au bar ou au restaurant avec des amis, tout le monde doit maintenant utiliser le paiement électronique et selon la loi de stabilité il est obligatoire d’accepter les paiements par de tels moyens, pour les marchands, les commerçants et les professionnels. L’argent électronique régit nos vies et enregistre là où nous étions, avec qui nous avons dîné ou ce que nous avons acheté.

Tous les professionnels, du notaire au comptable, ont dû s’équiper d’une archive informatique unique contre le blanchiment d’argent. La nation est complètement sous contrôle. Tout est enregistré, surveillé, stocké.  Les billets de 500,00 € et 200,00 € disparaissent et seuls quelques billets de 100 € restent en circulation.

Nous arrivons à la troisième étape.

Le 1er janvier 2016, la Directive UE n ° 014/59, connue sous le nom de « bail-in », a été mise en œuvre.

Peu de gens savent ce que c’est, ce que cela signifie, comment cela se traduit et quel impact désastreux cela pourrait avoir sur nos vies.

Le texte écrit est sibyllin et incompréhensible : sécurité interne. Comme toujours, la vérité est cachée derrière des mots anglais « cryptés ».

La justification officielle est la suivante : « Le principe de base du bail-in est qu’aucun actionnaire, titulaire de compte ou créancier ne devrait supporter des pertes plus importantes que celles qui auraient été en cas de liquidation administrative obligatoire, dans le jargon technique:  no creditor worse off – aucun créancier ne serait plus mal loti. »

  • « Technique » mais pour qui ?

C’est seulement l’ancien concept de faillite par condicio creditorum. Mais celui qui dépose de l’argent à la banque n’est pas un « technicien », c’est un épargnant qui n’est certainement pas tenu d’avoir un diplôme en finance internationale ou en droit.  Concrètement, le déposant est considéré comme un actionnaire, comme une personne qui a souscrit des obligations, avec un degré de risque appréciable.

En conséquence de cette règle (bail-in), le déposant assume effectivement le rôle d’actionnaire et finance la banque en prenant toutes sortes de risques avec son dépôt sans aucune possibilité de pouvoir de décision ou de recevoir des informations sur la dynamique interne de la banque, où il a été « forcé » de déposer le pécule de sa sueur. Il supporte tous les risques d’un associé mais sans les droits et les avantages.

À une époque où tant de banques italiennes et européennes sont très proches du défaut (faillite), avec des actifs proches de zéro, notre épargnant se révèle être un investisseur sans scrupules, un spéculateur audacieux des marchés boursiers, un grand opérateur boursier. En fait, c’est un simple citoyen, mais il risque d’être privé de ce qu’il a sauvé dans une vie de sacrifice.

  • Vous ne pouvez donc pas acheter ou vendre autre chose que par l’intermédiaire d’une banque
  • Vous êtes obligé en fait de déposer vos modestes actifs détenus sous forme monétaire
  • Vous ne pouvez rien contrôler du travail de la direction, même lorsque vous découvrez de sérieuses responsabilités
  • En outre, vous perdez toutes les économies accumulées pendant toute une vie de sacrifices si la banque « saute ».

Et ce n’est pas tout !

La Commission européenne selon l’agence Bloomberg prévoit également la possibilité de geler les dépôts, « sous réserve de la disponibilité d’un montant journalier approprié pour couvrir le coût de la vie d’une personne ou les dépenses administratives régulières d’une entreprise ».

Si vous voulez continuer à vivre avec votre argent, vous devez y être autorisé. Vous ne pouvez pas retirer autre chose que ce que vous avez besoin pour manger, avec le montant que la banque fixera. Peu importe que vous ayez cinq enfants ou des beaux-parents à charge, la somme sera la même pour tous.

Cependant, les dépôts allant jusqu’à 100 mille euros sembleraient garantis au niveau européen.

Mais est-ce que c’est vrai ?

  • Qui garantit notre épargne jusqu’à 100 000 € ?

Un fonds interbancaire alimenté par les mêmes banques, celles qui ont ou devraient avoir, notre argent. Il y a un petit problème : à l’heure actuelle, ce fonds dispose d’un actif qui parvient à garantir des dépôts d’un montant total de 552 milliards d’euros ; une valeur qui ne couvre que 0,1 % de l’épargne italienne.

Par conséquent, en cas de défaillance d’une BCC ou d’une petite banque populaire, il y a peut-être la possibilité d’épargner quelque chose ; ce n’est pas le cas dans le cas des moyennes et grandes banques.

D’autre part, les directeurs de banque qui ont créé la catastrophe, voudraient également un court gel de la capacité de retirer de l’argent en cas de difficultés financières de leur propre institution, de plus, nous pouvons nous attendre à ce que le Parlement européen adhère à cette proposition.

Par conséquent, nous pouvons arriver à une situation dans laquelle nous ne pourrons pas retirer de l’argent même pour « manger ».

Après tout, on a toujours su que l’argent, lorsqu’il est déposé, n’est plus à vous, vous ne l’avez plus, c’est la banque, qui le dirige ou qui que ce soit qui a planifié tout cela. 

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Burocrazia in crescita + stato inefficiente = sviluppo zero nelle imprese

A volte è bene ricordare con quali regole vivere, con quali obblighi, doveri, quali diritti e quali principi. Molto spesso ci si dimentica di vivere in un consesso civile, e si torna alla legge del più forte come quella della giungla.

L’ articolo  2082 del Codice Civile definisce  l’imprenditore commerciale . E’ “ colui che svolge: un’attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi; un’attività intermediaria nella circolazione dei beni (attività commerciale in senso stretto); un’attività di trasporto per terra, per acqua e per aria; un’attività bancaria o assicurativa; attività ausiliarie delle precedenti. Naturalmente, l’imprenditore commerciale si avvale nell’organizzazione dell’impresa di alcuni collaboratori sia autonomi sia subordinati. La qualità di imprenditore commerciale deriva direttamente dall’esercizio di un’impresa commerciale. Tale attività può essere espletata sia da una persona fisica (imprenditore individuale), sia da un ente (imprenditore collettivo). L’imprenditore commerciale deve possedere la capacità di agire; il minore non può pertanto iniziare un’impresa commerciale, tuttavia la può continuare con l’autorizzazione del tribunale, su parere del giudice tutelare”.

Fulcro economico  di una società civile è l’individuo.

Il Legislatore ha posto l’accento sulle capacità dei singoli di  produrre ricchezza, per se e per gli altri. Non ha escluso neanche i minori, se in grado di continuare un’attività. L’imprenditore è dunque  colui che organizza i “fattori di produzione” . Investe risorse umane e capitali per la realizzazione di prodotti rivolti al mercato, assumendosi  i rischi d’impresa, gravandosi del peso di non riuscire attraverso la propria attività a pareggiare, con  i ricavi, i costi dei “fattori produttivi”.

Questi ultimi sono rappresentati dall’insieme dei beni strumentali o servizi che l’imprenditore  utilizza per raggiungere lo scopo.

Dunque, i fattori della produzione sono molteplici ma essenzialmente si possono raggruppare in due grandi “famiglie”.

Il Lavoro, costituito dall’opera dell’imprenditore e o dei lavoratori che esso sceglie, indirizza  e dirige; pertanto rientra nei suoi compiti la scelta della rotta, la strategia, le dinamiche produttive e di marketing; il lavoro  prestato dai dipendenti, che apportano energia umana al processo produttivo, sia essa fisica che intellettuale, ottenendo in cambio un salario.

Ma affinchè il processo produttivo abbia a realizzarsi convenientemente è necessario investire anche il Capitale a titolo di proprietà o di debito; fisso o circolante.

L’imprenditore, inoltre,  immette nell’azienda le proprie capacità creative ed organizzative; fattore indefinibile ed immateriale , che assume una configurazione astratta e che  produce spesso risultati materiali incredibili. A lui spettano i profitti, gli economisti dicono che gli spetterebbero anche gli interessi, in qualità di “oneri figurativi” sul capitale  di proprietà.

H.B. Say combina e definisce i fattori produttivi, ma un passo in avanti si ha quando ci si rende conto dell’importanza e della chiave di una buona riuscita : la capacità di coordinare e combinare queste materie attraverso l’organizzazione (fattore “immateriale”).

Alla base di tutto c’è l’uomo, con le sue idee con i suoi sogni con le sue ambizioni con il suo desiderio di crescere e migliorarsi lavorando per se, per la sua famiglia  e per la comunità, creando ricchezza e ridistribuendola attraverso la tassazione.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

Recita l’articolo 1 della Costituzione e continua “La sovranità appartiene al popolo…”.

I Padri Fondatori avevano idee chiare. Venivano da un periodo in cui corruzione, furto organizzato, strapotere dei burocrati e boiardi di Stato ,avevano portato la Nazione al disastro dei salvataggi di Stato sia industriali (nascita dell’IRI) che bancari (Banco di Roma). Uno Stato imprenditore, dove la figura chiave per la riuscita di un’azienda  è mancante o rappresentata da soggetti privi troppo spesso di scrupoli e professionalità. Dove contano le amicizie, le connivenze ed il “pacchetto” di voti.

Verso questo nuovo disastro  l’Italia del terzo millennio è orientata. Mancano idee, manca la capacità organizzativa, la volontà di crescere per se e per il bene comune  ed adesso anche i capitali, principalmente per il contingentamento del credito di matrice bancaria.

Bisognerebbe cambiare l’articolo 1 della costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sulla burocrazia, la sovranità appartiene ai furbi”.

Si resta attoniti verso quelle poche  notizie che il sistema non riesce a filtrare diventando di dominio pubblico.

Arresti quotidiani fra gli appartenenti alle strutture statali, in ogni ordine e grado .

Concussione, corruzione, appropriazione indebita e chi più ne ha più ne metta, tutti i reati del codice penale dalla a alla z , nessuno escluso, vengono perpetrati ai danni del “popolo” sovrano.

La figura dell’imprenditore è umiliata, vessata, stritolata e schiacciata  dalla burocrazia e poi falcidiata  dal fisco.

Da leggi partorite da menti che mai si sono cimentate sul mercato. Da soggetti che credono che la “compliance” (l’organizzazione formale e la rigida applicazione di procedure) possa risolvere i problemi di produttività, vendite e  bilancio. Da soggetti che pensano alla forma,  dimenticando la sostanza delle cose. Individui sempre pronti a nascondersi rispetto alle proprie responsabilità ed a rendere difficile anche il percorso più agevole. Per ogni azione, la fisica dice che c’è una reazione uguale e contraria. Non per i nostri burocrati dove la reazione deve essere infinitamente più complessa. Dove lo scopo non è risolvere una problematica, ma fare in modo che questa non sia rilevabile. Dove proteggersi è il motto principale. Paludare è il verbo più usato. Costruire percorsi ad ostacoli che impediscano di orientarsi, andare avanti, produrre.

Nei primi tre mesi del 2017 sono state dichiarate fallite 2.998, aziende  47 al giorno.  E siamo solo ai dati del primo trimestre.

Quante aziende potevano essere salvate, soccorse, aiutate a crescere e non affossate fra centinaia di norme, leggi statali, regionali, provinciali e comunali; o schiacciate da una governance economica del tutto inefficiente e centrata sugli interessi dei pochi in posizioni di supremazia.

I dipendenti statali in Italia sono 2.953.000, il 27,5 % di tutta la forza lavoro,  pari a 10.300.000 di unità .  La Germania ha il 14,00 % di impiegati pubblici.

Per redistribuire servizi a 7.350.000 lavoratori abbiamo bisogno di 2,9 milioni di persone.

Impera la politica del non fare, bizantinismi e farsesche manovre.

Le analizzeremo, passando dalla costituzione di una società, ai permessi per potere operare, ai costi, alle leggi che regolamentano, al sistema bancario  ed infine al fisco. Un libro questo ci vorrà, e tanta fantasia , pari a quella che c’è voluta per partorire le 75.000 leggi che regolano la nostra vita, senza tenere conto delle 150/160.000 regionali , nonché delle direttive secondarie.

Ricordiamoci  di Tacito “ se lo stato è corrotto, moltissime sono le leggi”.

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Bureaucratie croissante + État inefficace = Zéro développement des entreprises

Il est parfois bon de se rappeler les règles, les devoirs, les obligations, les droits et les principes avec lesquels nous devons vivre. On oublie trop souvent que nous vivons dans une société civilisée, pour retourner à la loi du plus fort telle la loi de la jungle.

L’article 2082 du Code civil définit ainsi l’entrepreneur commercial :

C’est « la personne qui exerce :

  • une activité industrielle orientée vers la production de biens ou de services ;
  • une activité intermédiaire de la circulation des biens (activité commerciale au sens strict) ;
  • une activité de transport par voie terrestre, maritime et aérienne ;
  • une activité bancaire ou d’assurance ;
  • des activités auxiliaires des précédentes.

Bien entendu, l’entrepreneur commercial fait appel à la fois à des collaborateurs indépendants et à des salariés dans l’organisation de l’entreprise.

Le statut d’entrepreneur commercial découle directement de l’exploitation d’une entreprise commerciale. Cette activité peut être exercée soit par une personne physique (entrepreneur individuel) soit par une institution (entrepreneur collectif).

L’entrepreneur commercial doit avoir la capacité d’agir, un mineur ne peut donc pas créer une entreprise commerciale, mais il peut continuer à la faire fonctionner avec l’autorisation du tribunal, après avis du juge tutélaire ».

Le pivot économique d’une société civile est l’individu.

Le législateur a mis l’accent sur la capacité des individus à produire de la richesse, pour eux-mêmes et pour les autres. Cela n’exclut pas non plus les mineurs s’ils sont en mesure de poursuivre l’activité. L’entrepreneur est donc celui qui organise les « facteurs de production ». Il investit des ressources humaines et du capital pour la production de produits destinés au marché, assumant les risques de l’entreprise tout en supportant la possibilité de ne pas réussir par des revenus adéquats de ses activités à compenser les coûts des « facteurs de production ».

Ces derniers sont représentés par tous les biens ou services d’équipement que l’entrepreneur utilise pour atteindre son objectif.

Il existe donc de nombreux facteurs de production qui peuvent essentiellement être regroupés en deux grandes « catégories ».

Le Travail, constitué du travail de l’entrepreneur et/ou des collaborateurs qu’il choisit, guide et dirige. C’est donc dans le cadre de ses tâches que s’inscrit le choix du cours, de la stratégie, de la production et de la dynamique de commercialisation ainsi que le travail effectué par les employés, qui apportent de l’énergie humaine au processus de production, tant physique qu’intellectuel, obtenant en échange un salaire.

Mais pour que le processus de production puisse se dérouler convenablement, il est nécessaire d’investir un Capital en tant que propriété ou dette, fixe ou en circulation.

L’entrepreneur introduit également ses compétences créatives et organisationnelles dans l’entreprise, facteur indéfinissable et immatériel, qui prend une forme abstraite et produit souvent des résultats matériels incroyables. Il a droit à des bénéfices, les économistes déclarent qu’il aurait également droit à des intérêts à titre de « coûts figuratifs » du capital de propriété.

L’économiste H.B. Say a combiné et défini les facteurs de production, mais il est important de prendre conscience de l’importance et de la clé du succès : la capacité de coordonner et de combiner ces matériaux à travers l’organisation (facteur « immatériel »).

À la base de tout est l’homme, avec ses idées, ses rêves, ses ambitions, son désir de se développer et de s’améliorer en travaillant pour lui-même, pour sa famille et pour la communauté, créant ainsi de la richesse et en la redistribuant par l’impôt.

« L’Italie est une république démocratique, fondée sur le travail » déclare l’article 1 de la Constitution et continue « La souveraineté appartient au peuple… ».

Les Pères fondateurs avaient les idées claires. Ils datent d’une époque où la corruption, le vol organisé, le pouvoir des bureaucrates et des organismes étatiques conduisit :

  • La nation au désastre des sauvetages étatiques, tant industriels (naissance de l’IRI) que bancaires (Banco di Roma).
  • À un État agissant comme un entrepreneur pour lequel la clé du succès d’une entreprise est absente ou représentée par des personnes qui manquent trop souvent de scrupules et de professionnalisme, où les amitiés, les connivences et le « paquet » de votes comptent plus que tout.

L’Italie du troisième millénaire est orientée vers cette nouvelle catastrophe en raison :

  • d’un manque d’idées ;
  • d’un manque de capacité d’organisation ;
  • d’un manque de volonté de croissance pour soi-même et pour le bien commun ;
  • avec de plus maintenant, un manque de capitaux, principalement pour le quota du crédit bancaire.

L’article 1 de la Constitution devrait être modifié :

« L’Italie est une République fondée sur la bureaucratie et la souveraineté appartient aux malins ».

Vous serez étonné par la quantité minime de nouvelles que le système ne peut pas filtrer et empêcher de devenir du domaine public.

  • Arrestations quotidiennes entre les membres des structures de l’État, à tous les niveaux de contrôle ou de poste.
  • Extorsion, corruption, détournement de fonds, etc. tous les crimes du Code pénal de a à z, sans exception, sont perpétrés contre le « peuple » souverain.

La figure de l’entrepreneur est humiliée, harcelée et écrasée par la bureaucratie, puis anéantie par les autorités fiscales avec :

  • Des lois nées d’esprits qui ne se sont jamais aventurés sur le marché.
  • Des gens qui croient que la « conformité » (l’organisation formelle et l’application stricte des procédures) peut résoudre les problèmes de productivité, de ventes et de budget.
  • Des sujets qui pensent à la forme, oubliant la substance des choses.
  • Des individus qui sont toujours prêts à se soustraire à leurs responsabilités et à rendre difficile la route la plus facile.

La science physique affirme que pour chaque action, il y a une réaction égale et opposée. Pas pour nos bureaucrates où la réaction doit être infiniment plus complexe. Lorsque le but n’est pas de résoudre un problème, mais de s’assurer qu’il n’est pas détectable et où se protéger est la devise principale.

Camoufler est le verbe le plus couramment utilisé, tout en construisant des chemins d’obstacles qui vous empêchent de vous orienter, d’avancer, de produire.

Au cours des trois premiers mois de 2017, 2 998 sociétés soit 47 par jour ont été déclarées en faillite. Il ne s’agit que des chiffres du premier trimestre.

Combien d’entreprises auraient pu être sauvées, secourues, aidées à se développer et non pas coulées par des centaines de lois, étatiques , régionales, provinciales et municipales, ou écrasées par une gouvernance économique complètement inefficace et centrée sur les intérêts de quelques-uns dans des positions de suprématie.

L’Italie compte 2 953 000 fonctionnaires, soit 27,5 % de l’effectif total, c.-à-d. 10 300 000 personnes. L’Allemagne compte 14,00 % des fonctionnaires.

Pour redistribuer les services à 7 350 000 travailleurs, nous avons besoin de 2,9 millions de personnes.

En outre la politique de ne pas faire, les manœuvres byzantinesques et grotesques empirent.

Nous les analyserons, allant de l’établissement d’une société aux permis d’opérer, aux coûts, aux lois qui les règlent, au système bancaire et enfin aux autorités fiscales. Il faudra un livre et beaucoup de fantaisie, égal à ce qu’il a fallu pour donner naissance aux 75 000 lois qui régissent nos vies, sans tenir compte des 150 000 /160 000 lois régionales, ainsi que des directives secondaires.

Souvenons-nous de Tacitus qui disait « si l’État est corrompu, il en est de même pour de nombreuses lois ».