Lo Stato predone

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Si puo’ definire come “la trappola dei poveri”, quella perversa situazione delle moderne nazioni specialmente quelle maggiormente sviluppate caratterizzata da una crescente ed inesorabile pressione fiscale.

Il noto economista  J. E. Stiglitz ha usato per la prima volta il termine “lo Stato predone”, ovvero una rincorsa alla creazione di nuove imposte  sempre piu’ sofisticate e “pretestuose” al solo scopo di aumentare gli introiti fiscali.

Il fenomeno  trova origine in due circostanze massimamente indesiderabili:

  • Una costante riduzione delle aliquote d’imposta sui redditi da capitale che si sostanzia in una “regressione” dei prelievi sui redditi maggiori e delle classi dominanti, le quali assorbono quote crescenti della ricchezza delle nazioni; pertanto, si determina una contrazione delle entrate fiscali (in termini relativi) giacchè una parte consistente del valore prodotto manifesta una riduzione della propria contribuzione alla copertura della spesa pubblica. E’ la negazione del principio “civile” dell’imposta progressiva sul reddito e sulla ricchezza posseduta.
  • La costante redistribuzione dei redditi verso le classi agiate (dal basso verso l’alto) riduce quelle disponibili per il cittadino medio, non che la spesa per consumi; dalla qual cosa deriva una contrazione delle entrate fiscali per imposte indirette e sui redditi, poiché le classi meno abbienti manifestano una maggiore propensione agli acquisti (in rapporto alle risorse disponibili) per i bassi livelli del reddito medio. Quindi minori acquisti minori flussi d’imposte in entrata.

Il risultato finale è la riduzione delle entrate complessive dello Stato con inevitabile tendenza all’aumento del debito pubblico, giacchè le spese correnti  si mostrano incomprimibili per i diffusi sprechi ed i privilegi acquisiti dalla classe dei burocrati e dei politici.

La perdita della sovranità monetaria costringe quindi la pubblica amministrazione a seguire la strada del contenimento del disavanzo attraverso una maggiore pressione impositiva, poiché i “mercati” non gradiscono una crescita del rapporto deficit/Pil, considerato un indice di solvibilità della nazione.

In altre parole, il grande capitale pretende di finanziare il debito a costi crescenti e/o di non acquistare i titoli pubblici se giudicati troppo “rischiosi”. 

E’ questo il perverso meccanismo conseguente alla rinuncia di battere moneta, trasferita in una sciagurata decisione politica alle Banche Centrali, organizzazioni “private” con lo scopo del profitto.

Una duplice beffa per i popoli delle nazioni moderne:

  • Da una parte, si riducono le risorse disponibili per i consumi con appiattimento in basso del benessere economico per via della maggiore pretesa di imporre tasse e gabelli, dato che i ricchi in posizione di dominio pretendono di ridurre la propria contribuzione al pareggio delle spese dello Stato;
  • Dall’altra, subisce una sensibile contrazione il flusso dei servizi pubblici e dei trasferimenti a sostegno delle classi meno agiate ed in difficoltà, per l’abbattimento del welfare state conseguente alle politiche di contenimento del deficit.

Si manifesta in tal modo uno Stato predone ed avaro nel soccorso dei propri cittadini.

E’ il risultato dell’asservimento delle classi politiche agli interessi dei gruppi  in posizione di supremazia economica e finanziaria.

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