La reintroduzione del concordato sui motivi d’appello: tra finalita’ deflative e rischi di abuso

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Coautore Avv. Silvia Ranalli

La norma penale italiana prevede la possibilità di “patteggiare” (concordare) la pena in sede di giudizio di primo grado, rendendo la sentenza definitiva. La legge 103/2017 ha reintrodotto il concordato in sede di giudizio di secondo grado, dopo che l’istituto è stato abrogato nel 2008. Gli autori tracciano una chiara struttura della nuova norma, riferendo i dubbi dottrinali e la prudenza usata  dal legislatore per evitare abusi e gravi ingiustizie.

La Legge n. 103/2017, c.d. “Riforma Orlando”, ha reintrodotto nel sistema processual-penalistico italiano l’istituto del concordato sui motivi d’appello, anche detto “patteggiamento in appello”, abrogato nel 2008.

Si tratta di uno strumento dalle grandi potenzialità deflazionistiche che affida alle parti in giudizio il compito di accordarsi sulla pena irroganda rinunciando, in tutto o in parte, ai motivi proposti con l’atto d’appello.

Legittimate all’accordo sono le “parti” in senso stretto, con esclusione della persona offesa non costituitasi parte civile, degli enti o associazioni di cui all’art. 91 c.p.p..

La richiesta delle parti deve essere avanzata nelle forme previste dall’art. 589 c.p.p. ossia con quelle prescritte per la rinuncia all’impugnazione: personalmente dall’imputato o a mezzo del procuratore speciale.

Nel caso di accoglimento della richiesta  la forma del provvedimento emesso dalla Corte sarà quella di una sentenza, sia nel caso in cui lo stesso venga emesso in dibattimento sia che venga assunto all’esito del procedimento camerale.

Conformemente alla giurisprudenza ante abrogazione dell’art. 599 c.p.p., anche l’intervenuta novella prevede che qualora il giudice non accolga la richiesta non sia necessaria l’adozione di un provvedimento decisorio del collegio di esplicitazione della reiezione, essendo sufficiente l’ordine di prosecuzione del dibattimento per portare a conoscenza delle parti che la rinunzia ai motivi deve intendersi caducata.

La nuova disposizione trova collocazione nell’art. 599 bis rubricato “Concordato anche con rinuncia ai motivi d’appello”:

  1. La corte provvede in camera di consiglio anche quando le parti, nelle forme previste dall’art. 589, ne fanno richiesta dichiarando di concordare sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi d’appello, con rinuncia agli altri eventuali motivi. Se i motivi dei quali viene chiesto l’accoglimento comportano una nuova determinazione della pena, il pubblico ministero, l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria indicano al giudice anche la pena sulla quale sono d’accordo.
  2. Sono esclusi dall’applicazione del comma 1 i procedimenti per i delitti di cui all’art. 51, commi 3 bis e 3 quater, i procedimenti per i delitti di cui agli articoli 600 bis, 600 ter, primo, secondo, terzo e quinto comma, 600 quater, secondo comma, 600 quater 1, relativamente alla condotta di produzione o commercio di materiale pornografico, 600 quinquies, 609 bis, 609 ter, 609 quater e 609 octies del codice penale, nonché quelli contro coloro che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.
  3. Il giudice, se ritiene di non poter accogliere, allo stato, la richiesta, ordina la citazione a comparire in dibattimento. In questo caso la richiesta e la rinuncia perdono effetto, ma possono essere riproposte nel dibattimento.
  4. Fermo restando quanto previsto dal comma 1 dell’art. 53, il procuratore generale presso la corte di appello, sentiti i magistrati dell’ufficio e i procuratori della Repubblica del distretto, indica i criteri idonei a orientare la valutazione dei magistrati del pubblico ministero nell’udienza, tenuto conto della tipologia dei reati e della complessità dei procedimenti.

L’istituto, come anticipato, non è nuovo al codice di rito.

Originariamente trovava collocazione negli artt. 599 commi 4 e 5 e 602 comma 2 c.p.p.

Nel corso degli anni ha subito vicende alterne atteso che ne era stata dapprima limitata la portata operativa (si veda Corte Cost. n. 435/1990 che aveva circoscritto l’ambito di applicazione ai soli casi previsti dall’art. 599 comma 1 c.p.p., precludendola per le questioni inerenti la responsabilità) per poi ampliarla nuovamente (con la legge n. 14/1999 gli artt. 599 commi 4 e 5 e 602 comma 2 c.p.p. erano stati sostituiti dall’inciso “anche al di fuori dei casi di cui al comma 2” nell’art. 499 comma 4 c.p.p.) fino alla sua definitiva abrogazione con d.l. n. 92/2008 convertito in legge n. 125/2008.

Già a suo tempo il negozio processuale in commento era stato apprezzato da molti per le notevoli potenzialità deflazionistiche, per il ruolo attivo conferito alle parti processuali nonché per la capacità di responsabilizzare le stesse permettendogli di rinunciare a motivi pretestuosi che, con ogni probabilità, non sarebbero stati riformati dal giudice di secondo grado.

Di contro, non mancavano opinioni critiche di una parte della dottrina secondo cui il concordato sviliva gli sforzi dei tribunali di primo grado permettendo di concordare pene a ribasso per reati di notevole allarme sociale.

Proprio per tale ragione, il legislatore, recependo le critiche che avevano in precedenza condotto all’abrogazione dell’istituto, dispone nella nuova formulazione l’esclusione dell’operatività  dell’istituto in relazione ad una serie di reati considerati particolarmente gravi oltre all’impossibilità di accedervi per soggetti dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

Le esclusioni del concordato in appello coincidono con le preclusioni oggettive e soggettive di accesso al patteggiamento di cui all’art. 444 comma 1 bis c.p.p. che disciplina il c.d. patteggiamento allargato, tranne che per l’esclusione dei recidivi reiterati.

Va chiarito che, malgrado sia prassi comune denominare l’istituto di nuova introduzione “patteggiamento in appello”, tale disciplina nulla ha a che fare con quella prevista dagli artt. 444 c.p. e segg.

A ben vedere i due istituti condividono certamente la capacità deflativa e si atteggiano in modo complementare potendo coesistere nell’ipotesi di appellabilità della sentenza di patteggiamento ex art. 448 comma 2 c.p.p. atteso che il concordato non costituisce un procedimento speciale e, per tale ragione, non trova spazio il principio electa una via non datur re cursus ad alteram.

Si tratta, in ogni caso, di istituti di natura diversa soprattutto in considerazione della non premialità del concordato che rappresenta, piuttosto, uno strumento finalizzato a limitare drasticamente l’incognita derivante dal giudizio di secondo grado, ridotta al semplice “controllo” del giudice su un accordo già concluso tra le parti.

Il comma 4 prevede, inoltre, un potere di direttiva del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello nell’indicare i criteri per “orientare la valutazione dei magistrati del pubblico ministero nell’udienza, tenuto conto della tipologia dei reati e della complessità dei procedimenti”.

Tale previsione, come giustamente e prontamente osservato da parte della dottrina, sembrerebbe tradire una sorta di diffidenza nei confronti dell’istituto arginata, appunto, dall’attribuzione alla Procura Generale di una sorta di strumento per rendere il concordato più gestibile e, soprattutto, controllabile rispetto al passato.

Non vi è dubbio che così come formulata la disposizione di cui al quarto comma garantisce solo in parte uniformità applicativa lasciando, comunque, residuare rischi di sperequazione se si considera che ogni Procura Generale potrebbe dettare le sue linee-guida senza tenere conto di quelle indicate dalle altre.

Come spesso accade, il legislatore ha omesso di regolare le questioni intertemporali e non ha previsto alcuna disciplina transitoria.

La natura di istituto processuale del concordato in appello determina che i procedimenti ormai giunti in cassazione non potranno beneficiarne, a meno di annullamento con rinvio da parte della Corte.

Tale circostanza sarebbe stata arginabile con l’inserimento di una disposizione apposita che prevedesse, per i procedimenti pendenti in cassazione, un concordato sui motivi in tale sede.

A voler fare un bilancio, seppur prematuro, la reintroduzione del concordato in appello, appare, a prima vista una scelta oculata del legislatore volta a perseguire il fine ultimo dello snellimento del carico giudiziario delle Corti d’Appello e, di conseguenza, della Corte di Cassazione.

I vantaggi connessi al ritorno dell’istituto, tuttavia, si accompagnano ad una investitura di responsabilità in capo agli operatori giuridici chiamati a ricorrere allo stesso provando ad evitare, contrariamente a quanto accaduto in passato, prassi patologiche volte ad attribuirgli, impropriamente, una funzione premiale che ne snaturerebbe irrimediabilmente la ratio oltre a ridare voce a quella parte della dottrina che già nella sua precedente versione ne aveva aspramente criticato l’applicazione pratica.

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Brillante avvocato di successo in materia penale, nei dibattimenti esercita un carisma professionale di indubbio effetto. Studioso del diritto ha sviluppato acume e capacità di analisi non comuni. Difensore di illustri imputati, e’ noto alle cronache giudiziarie.

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