Le peculiarità giuridiche della Santa Sede : tra Stato-fine e monarchia elettiva

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Lo Stato della Città del Vaticano è sorto giuridicamente con l’art. 3 del Trattato dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.

Secondo la dottrina prevalente, la Santa Sede possiede la cd. soggettività di diritto internazionale, con  autorità  autonoma, poiché non subordinata ad altri ordinamenti.

Peculiare è certamente il fine di questo Stato: non il soddisfacimento dei bisogni del cittadino, bensì finalità di ampio respiro, per assicurare l’assoluta indipendenza della Santa Sede per quanto riguarda il governo pastorale della Chiesa universale. Pertanto la dottrina suole qualificare lo Stato della Città del Vaticano come appartenente alla categoria di “Stato-fine”.

Per quanto concerne l’elemento del “popolo”(cittadini), uno degli elementi costitutivi per attribuire la sovranità statale secondo la legislazione vigente sulla cittadinanza è costituito,

  • per coloro che risiedono stabilmente in Vaticano, da ragioni di dignità, carica, ufficio oppure d’impiego, allorché tale residenza venga prevista per legge oppure venga autorizzata dal Santo Padre;
  • dal coniuge, compresi i figli, gli ascendenti e discendenti di cittadini vaticani, conviventi e soggetti autorizzati a risiedere nel territorio dello Stato;
  • dulcis in fundo dai Cardinali, questi ultimi anche se non residenti effettivamente nella Città del Vaticano.

Pertanto è possibile affermare che la cittadinanza è legata al rapporto lavorativo o alla permanenza autorizzata nei confini dello Stato.

Non valgono, nel caso della Santa Sede, i normali criteri di attribuzione della nazionalità :

  • lo ius soli e dunque la nascita nel territorio statale,
  • lo ius sanguinis, quindi la nascita da genitori con cittadinanza, e infine
  • lo ius coniugi, il matrimonio con un soggetto già cittadino.

Infine occorre evidenziare che l’acquisto della cittadinanza non avviene in modo automatico ma è basato sulla concorde volontà della Santa Sede e dell’interessato richiedente.

Dal punto di vista strutturale e della forma di governo, lo Stato del Vaticano secondo la dottrina dominante è da considerarsi l’unico caso di Monarchia elettiva assoluta al mondo, con a capo il Sommo Pontefice ; assoluta, poiché il Papa ha la “pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario”, ex art. 1 Legge fondamentale dello Stato Vaticano. Secondo altra parte della dottrina, il Governo della Chiesa Cattolica Universale sarebbe, invece, caratterizzato dalla comunione gerarchica tra il Santo Padre ed il Collegio Episcopale, che comprende tutti i vescovi del mondo, come suprema e piena potestà.

Per completezza espositiva, occorre mettere in evidenza che, durante il periodo in cui il Pontefice per qualunque motivo è impossibilitato ad esercitare le proprie funzioni, i suoi poteri vengono esercitati dal Collegio dei Cardinali.

Il potere legislativo, quando non é esercitato direttamente dal Papa viene da questi delegato al Governatore dello Stato oppure alla Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano.

Per quanto riguarda le fonti del diritto d’oltre Tevere ricordiamo il Codex Iuris Canonici, le Costituzioni Apostoliche e Leggi, emanate dal Sommo Pontefice o dagli organi da questi delegati, nonché i Regolamenti in ambito amministrativo.
Peculiare è il meccanismo giuridico che regola le relazioni tra Santa Sede e Repubblica Italiana, in merito alle legislazioni nazionali: dal 1° gennaio 2009, nello Stato della Città del Vaticano, è entrata in vigore la “ legge sulle fonti del diritto”, per cui l’ordinamento canonico è divenuto fonte normativa primaria e preminente criterio di riferimento per l’interpretazione, mentre le normative italiane non hanno più un recepimento automatico.

Aspetto importante e peculiare è che, nelle materie non disciplinate dalle Leggi Vaticane, vigono in via suppletiva le norme giuridiche dello Stato italiano, purché esse non siano contrarie ai principi del Diritto divino o Canonico o ai PattiLateranensi.

Le norme emanate dal Pontefice  Benedetto XVI nel 2008 intendono sostituire la  legislazione del 1929, per attuare una revisione normativa  in merito alle fonti del diritto vaticano.

Dalla citata normativa del 2008 si evince quindi, apertis verbis, una posizione giuridicamente preferenziale per il diritto del cd. Corpus Vaticanum in rapporto agli altri ordinamenti esterni, riconoscendo al diritto canonico una sua genuinità autonoma mentre la normativa della Repubblica Italiana è divenuta vera e propria fonte di tipo suppletivo.

Occorre evidenziare, inoltre, che l’attuale normativa introduce un cambiamento assai significativo sul piano giuridico, poiché sancisce il passaggio da una sorta di recezione automatica, precedente al 2008, per ius non scriptum, e solo eccezionalmente rifiutata per gravi ed evidenti incompatibilità di principi tra le norme italiane e quelle vaticane, ad un filtro preventivo sul recepimento normativo da parte della competente autorità vaticana.

L’atteggiamento cautelativo “trans Tiberim” introdotto per recepire la legislazione italiana è spiegabile attraverso due fattori:

  • in primis, dalla circostanza per cui le norme nell’ordinamento italiano hanno raggiunto ormai una mole esorbitante di interventi normativi, tanto è vero che da anni si parla in dottrina del fenomeno del “nichilismo giuridico” – uno per tutti Natalino Irti;

in secondi, dal carattere assai mutevole delle normative civilistiche italiane, che nel tempo ha portato alcuni contrasti, a volte anche frequenti, tra leggi italiane ed i principi non negoziabili da parte della Chiesa Cattolica, quali ad esempio le cd. unioni civili o alcuni ambiti inerenti la bioetica.

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avvocato che esercita la professione forense a Roma, ha conseguito anche la laurea in Scienze Politiche ed un Master in Studi Diplomatici. Già relatore in alcuni convegni è studioso del Diritto Comunitario.

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