La trappola Europa

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I “padri” fondatori dell’Europa della moneta unica hanno promesso alle popolazioni dei Paesi coinvolti un maggior benessere.

In realtà, la maggiore ricchezza “propagandata” come l’unico vero scopo si è palesata come l’esatto contrario: vale a dire una povertà crescente delle classi lavoratrici e del cittadino medio.

E’ quest’affermazione non necessita di dimostrazioni poiché è sotto la vista dei molti.

Ma cosa è venuto a determinarsi di perverso e subdolo con l’avvento della moneta unica?

I classici meccanismi di regolazione dei flussi d’import-export delle singole nazioni sono venuti meno, poiché si è determinato un accentramento delle politiche monetarie a livello europeo:

  • unica valuta ed
  • unica politica dei tassi e della liquidità, oltre che
  • dei cambi (vedi BCE).

A ciò si aggiunga la perdita di autonomia degli Stati-nazione in termini di politiche di bilancio e di finanziamento dei deficit, con sostanziale azzeramento della capacità d’intervento sull’Economia in caso di rallentamento o di recessione per via dei noti vincoli all’espansione del debito.

Ne è conseguita un’inevitabile “camicia di forza” per l’Economia, poiché i presupposti per lo sviluppo sono stati trasferiti nelle mani del settore privato, vale a dire il grande capitale.

Ed in effetti, venendo a mancare un’efficace azione d’intervento dello Stato al fine di regolare le principali quantità di sistema, quali:

  • il livello della domanda globale interna
  • il tasso di cambio ed
  • il livello dei tassi d’interesse.

Le leve della crescita sono trasferite nelle mani del capitalista, per mezzo del controllo esercitato sul livello della produttività del lavoro:

  • livelli salari ed
  • input tecnologico nelle produzioni.

In vero, com’è di agevole comprensione, tale parametro (il coefficiente unitario di fattore lavoro ovvero il costo della mano d’opera per unità di prodotto) incide sul livello dei prezzi, a parità di consistenza dei profitti, determinando le capacità competitive sui mercati sovranazionali ed il potere di acquisto dei salari su quelli interni.

Per cui, se la domanda complessiva interna flette non si può porre rimedio aumentando la spesa pubblica per investimenti o per uscite correnti, diretto sostegno alla produzione ed al livello dei consumi ; bensì si dovrà ricorrere ad un aumento delle vendite estere (flussi di export) attraverso una riduzione dei prezzi (rapporto prezzo-qualità), non potendosi recuperare vantaggi “differenziali” per mezzo di una svalutazione della propria moneta.

Inoltre, mancando il controllo sul livello dei tassi d’interessi e sulla base monetaria (liquidità in circolazione) è precluso un intervento diretto per sostenere la crescita degli investimenti presso le imprese, principalmente in termini di nuove tecnologie finalizzate ad un accrescimento della produttività del lavoro, in ragione di una riduzione del costo del credito e di una maggiore disponibilità delle banche di erogare prestiti.

Il capitalista, in tali indesiderabili situazioni per la collettività, sarà costretto ad una riduzione dei salari se vorrà determinare una flessione dei prezzi o un rafforzamento del rapporto qualità-prezzi, venendo a mancare la leva investimenti, per assumere maggiore aggressività sui mercati esteri.

Ne consegue che il superamento eventuale della crisi registrata nei livelli produttivi delle imprese sarà perseguita con una riduzione del tenore di vita delle masse, per via dei minori salari, con costanza dei profitti se non aumento degli stessi; in altre parole, si determinerà un processo di redistribuzione della ricchezza prodotta nel Paese a favore delle classi più abbienti, con aumento della povertà delle genti.

Per altro aspetto, il vincolo di bilancio fondato sul rapporto deficit-PIL presenta delle vistose incongruenze poichè manifesta delle chiari attitudini pro-cicliche:

  • nel senso che, in presenza di rallentamento dell’Economia o di fasi recessive, tale rapporto tenderà ad aumentare, per via della riduzione delle entrate fiscali connesse al minor livello dei redditi delle masse e di una costanza della spesa pubblica, dovuta principalmente ad una rigidità verso il basso del costo degli “apparati” e della spesa militare.

Quindi insistere sull’obiettivo di un deficit di bilancio costante e rigido appare una vera e propria insensatezza, se lo scopo dei Governi è quello di assicurare un miglioramento del tenore di vita delle genti: in effetti , il risultato è esattamente opposto.

Si aggiunga un’ulteriore riflessione:

  • un eventuale riduzione dei prezzi conseguenza di basse politiche salariali potrebbe non sortire gli esiti desiderati in termini di aumento delle esportazioni, se i partner commerciali dispongono di sostanziale autonomia nella definizione dell’input tecnologico (con conseguenti aumenti della produttività e flessione dei prezzi), per via di una maggiore disponibilità di capitali e per una politica di contenimento degli aumenti salari, in proporzione alla crescita del PIL.

Tale situazione è tipica dell’attuale stato dei fatti nell’area euro; ed in effetti l’Economia tedesca non manifesta alcuna riduzione della propria competitività sui mercati , non ostante i gravi sacrifici inferti alle popolazioni dei Paesi dell’area mediterranea (Italia compresa), conseguenti ad una forte flessione della crescita economica fino a fasi di vera recessione, accompagnate da una sensibile riduzione dei livelli salariali.

Dunque, il risultato atteso di un aumento delle esportazioni per “compensare” la riduzione dei consumi interni e della domanda complessiva non si è determinato, almeno nei termini attesi e necessari, con l’unico effetto di un’accresciuta povertà delle masse e del cittadino medio.

La situazione descritta abbatte i livelli produttivi delle imprese non orientate all’export, principalmente le piccole e medie aziende con minore input tecnologico per via della nota penuria di capitali, fortemente dipendenti come sono dal credito bancario; gli effetti sono quelli di un aumento della disoccupazione e di una ulteriore flessione dei livelli salariali.

In questi scenari, i vantaggi sono solo per il grande capitale che dispone di risorse finanziarie sufficienti reperite sui mercati ufficiali anche sovranazionali (borsa valori) e che si avvantaggia delle riduzioni consistenti nel costo del lavoro.

Il risultato è:

  • aumento della produttività della mano d’opera (dovuto al minor costo unitario ma non ad un incremento dell’input tecnologico),
  • maggiori profitti e
  • concentrazione della ricchezza creata sempre più nelle mani dei già ricchi e potenti.

Tali meccanismi sono ben noti alla classe dirigente e tecnocratica europea, e da sempre denunciati dalla letteratura economica più qualificata. Ma il gioco è quello dei “sordi”!!

La verità è che gli obiettivi della costituzione dell’area della moneta unica furono sin dal’inizio quelli di un rafforzamento del potere di supremazia del capitale e delle classi dominanti, sostenuto da un poderoso processo di redistribuzione della ricchezza dal “basso verso l’alto”, che ha:

  • impoverito le masse,
  • cancellato la cosiddetta classe media e
  • fiaccato la capacità di reazione del “popolo oppresso”, indebolito dalla povertà e da disagi sociali crescenti.

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