Il “fattore culturale” nel diritto penale: gli atti contrari al “buon costume”.

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Per avviare un’analisi dei motivi che giustificano i comportamenti culturalmente orientati sembra opportuno prendere le mosse dal caso degli interventi di modifica del corpo fisico dei figli minorenni e per la cui difesa ci si appella sovente all’art. 51 c.p., relativo all’esclusione della punibilità per aver esercitato il diritto alla libertà religiosa così come disciplinata dall’art. 19 della Costituzione.

La Carta Fondamentale prevede, all’articolo sopra citato, un unico interdetto per quel che riguarda le pratiche rituali, e cioè che esse non destino “scandalo” sul piano dei costumi (con particolare accento posto sull’elemento sessuale), ma alcuni studiosi sostengono che vi siano dei limiti esogeni che coincidono con beni che possono essere pacificamente equiparati al “buon costume”.

A tale proposito è bene ribadire ulteriormente che la libertà religiosa (soggettiva, collettiva e strutturata), da oltre trent’anni, fa parte integrante dei diritti intangibili dell’essere umano. E tuttavia, qualificare un individuo o un gruppo come “religioso” non potrà mai essere un salvacondotto per mettere impunemente in atto dei comportamenti considerati illeciti dalla normativa vigente.

Per quanto attiene alle operazioni di modifica del corpo, inteso come organo fisico, possono risultare utili la disciplina delle intese ed i parametri suggeriti dalla dottrina più scrupolosa per stabilire se e quando ci si trovi al cospetto di un culto religioso in ottemperanza all’art. 8 della Costituzione.

Una volta che, in prima istanza, le mutilazioni praticate su minorenni subordinati alla potestà genitoriale siano state ricondotte al diritto di esprimere liberamente la propria visione religiosa, ci si deve interrogare su chi ha compiuto tali atti in virtù di un’aderenza cultuale e chi è stato oggetto (vittima) di tale specifico atteggiamento. E’ pacifico, infatti, che sussiste uno “scarto” essenziale tra chi, volontariamente, chiede di sottoporsi ad una mutilazione genitale perché così prescrive il Corano, e quei genitori che, per restare fedeli ad una professione di fede, sottopongono i figli a questa prassi.

Nello Stato italiano ‘laico’ (cioè con una ‘laicità’ mai nettamente definita e codificata), il secondo caso viene fatto rientrare nel diritto/dovere che i genitori hanno di impartire un’educazione religiosa ai loro figli (art. 30 Cost.).

A tale proposito, Denaro ha osservato in maniera puntuale: “tendenzialmente il dovere educativo spettante ai genitori è libero nei contenuti:

  • i genitori, nei limiti del rispetto della legalità, sono nel pieno diritto di trasmettere ai figli la propria cultura, le proprie tradizioni e convinzioni, anche religiose, potendo liberamente avviarli verso l’uno o l’altro credo religioso, verso nessun credo o verso l’ateismo.

Naturalmente questo dovere educativo deve essere rispettoso dei diritti fondamentali, e non deve degenerare nel fanatismo o in altre manifestazioni illecite:

  • il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e di educare alla stessa i propri figli non può escludere né limitare l’obbligo giuridico di garantire e proteggere i figli da eventi pregiudizievoli”, e, in particolare, che “fondamento dell’istituto della potestà dei genitori è il supremo ed esclusivo interesse del minore; un bene che deve reputarsi costituzionalmente garantito, sebbene indirettamente, dall’art. 30, 1° comma, Costituzione”.

Per cui appare doveroso domandarsi in che modo si possa preservare il diritto del minore alla libertà religiosa, si veda:

  • Hassemer W.- Kempf E., In dubio pro libertate, Festschrift fur Kalus Volk, zum 65, Geburtstag- Monaco, 2009, pag. 129-131,151.
  • De Vero G., L’incerto percorso e le prospettive di approdo dell’idea di prevenzione generale positiva, in Rivista Italiana di Diritto processuale penale, 2-2002, pag 439-452.

Si può rilevare che, nel diritto civile, corre l’obbligo ai genitori, se intendono attuare comportamenti che esorbitano dall’ordinaria amministrazione dei beni dei figli, di chiedere apposita autorizzazione al giudice tutelare. Forse un’analoga tutela dovrebbe essere attuata anche per il bene della libertà religiosa del minore, soprattutto laddove siano in gioco la sua integrità fisica e la sua salute.

Sicché, in ottemperanza all’art. 51 c.p., il genitore che, per motivi religiosi, pratica incisioni e/o mutilazioni rituali sui figli minorenni, non può in alcun modo appellarsi alla sua fede religiosa per giustificare l’illecito compiuto, quantunque possa verificarsi un errore sull’esistenza delle scriminanti.

Infatti il genitore, leggendo in maniera superficiale l’ordinamento, potrà essere indotto a ritenere che sia possibile, per lui, esercitare il suo ruolo educativo anche ponendo in essere comportamenti obiettivamente lesivi del minore.

L’art. 2 della Legge 8 marzo 1989, n. 101 (Norme per la regolazione dei rapporti tra lo stato e l’unione delle comunità ebraiche italiane) dispone che “in conformità ai principi della Costituzione, è riconosciuto il diritto di professare e praticare liberamente la religione ebraica in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto e i riti”.

Diversamente da quanto disciplinato per il riposo del sabato e la macellazione rituale (artt. 4 e 6), non si prevede alcuna regola relativa alla circoncisione, che, pertanto, deve essere considerata in ottemperanza ai fondamenti della Costituzione. In più, la Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione rivolta agli extracomunitari, all’art. 9 afferma che “cittadini e immigrati hanno diritto ad essere curati nelle strutture pubbliche. I trattamenti sanitari sono effettuati nel rispetto della volontà della persona, della sua dignità e tenendo conto della sensibilità di ciascuno. E’ punita ogni mutilazione del corpo, non dovuta a esigenze mediche, da chiunque provocata”.

In modo paritario devono essere considerate le condotte dichiaratamente educative, ma che hanno ricadute sulla libertà sessuale e morale e sull’integrità fisica del gruppo famigliare: in effetti non vi è alcuna regola costituzionale, basata sul principio di non contraddizione riferentesi all’art. 51 c.p., che consenta al diritto di educazione e di libertà religiosa di provocare nocumento ai beni giuridici.

Tutto questo discorso va evidentemente in direzione di una non giustificazione di condotte culturalmente orientate che risultino dannose per beni di particolare valore e irrinunciabili. Tuttavia, un ordinamento giuridico che tenesse in gran conto il pluralismo culturale potrebbe contemplare dei casi in cui la libertà religiosa risulti preminente su altri interessi salvaguardati dal legislatore. Si pensi all’utilizzo del turbante per i sikh o al kirpan, o all’uso rituale di sostanze psicotrope.

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avvocato che esercita la professione forense a Roma, ha conseguito anche la laurea in Scienze Politiche ed un Master in Studi Diplomatici. Già relatore in alcuni convegni è studioso del Diritto Comunitario.

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