Status e diritti delle confessioni religiose nel nostro Paese: uno sguardo d’insieme

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Le guarentigie delle Chiese

Quando si parla di garanzie e di diritti delle Chiese cosa s’intende?

Le confessioni religiose promuovono un complesso di impegni spirituali, di osservanze rituali, di consapevolezze etiche, di relazioni comunitarie. Per tutelare i valori in cui credono, le Chiese hanno manifestato nei confronti del processo di unificazione europea alcune esigenze, tra le  quali:

  • la tutela della garanzia della libertà della propria auto-organizzazione, della manifestazione della propria identità e dell’attività necessaria per sostenerla;
  • il rispetto delle diverse modalità di relazione che esse hanno conquistato nel tempo al livello nazionale, talvolta stabilite da disposizioni di rango costituzionale.

Nei Paese membri dell’Unione europea è possibile distinguere tre tipi fondamentali di relazioni tra l’ordinamento giuridico statale e le confessioni religiose.

Il primo è contraddistinto dalla presenza di una Chiesa di Stato e da stretti e importanti legami tra l’autorità dello Stato e la vita della Chiesa; a questo gruppo appartengono l’Inghilterra, Danimarca, Grecia, Svezia, Finlandia. La Chiesa statale riceve finanziamenti pubblici, per espressa previsione degli ordinamenti nazionali.

Altri sistemi invece sono fondati su una rigida separazione dello Stato dalla Chiesa, quali la Francia e i Paesi Bassi o l’Irlanda, dove è prevista, nelle legislazioni nazionali, la laicità dello Stato.

 La terza tipologia di relazioni Stato-Chiesa, prevede una sostanziale separazione, ma al contempo lo svolgimento di molte funzioni in comune: tale regime è attuato in Belgio, Spagna, Italia, Austria e Portogallo.

Per quanto riguarda il diritto di libertà religiosa individuale, essa è garantita a tutti i cittadini italiani i quali possono professare una determinata religione, o aderire a dottrine ateistiche od agnostiche, in condizioni di parità ed uguaglianza “religiosa”.

L’articolo 3 della Carta Costituzionale della Repubblica italiana in vigore dal 1948 dispone che “ … tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (…)”.

Questo baluardo di civiltà giuridica propugna il principio di uguaglianza non soltanto formale bensì sostanziale per tutti i cittadini senza distinzione alcuna, non solo nell’ambito religioso, ma in tutti gli aspetti della vita sociale e politica.

Cosa accade allora se il soggetto è ateo o agnostico? Sarebbe da considerare estraneo alla tutela ed alle garanzie prospettate dalla nostra Costituzione?

La legge suprema dell’ordinamento italiano non fa riferimento alcuno all’ateismo, né vengono utilizzati i termini credenza o convinzione come accade in altre norme internazionali. Si parla piuttosto di religione (articolo 3 della Costituzione), di fede religiosa (articolo 8 della Costituzione) e di esercizio di culto (articolo 19 della Costituzione).

Partendo da queste premesse si era ritenuto in dottrina che norme costituzionali avrebbero dovuto tutelare i credenti.

Circa la professione di ateismo, si usava distinguere tra un primo tipo innocuo, perché semplice orientamento della coscienza individuale, e quindi lecito ed irrilevante per l’ordinamento. Discorso diverso riguardava i fenomeni di ateismo cosiddetto attivo, ovvero un impegno rivolto all’esterno per far modificare le convinzioni religiose di altri individui. Questo sarebbe illecito poiché andrebbe a coartare le libertà altrui in modo antireligioso.

Più attuale risulta, invece, l’interpretazione estensiva della libertà religiosa, che viene considerata come «la facoltà spettante all’individuo di credere a quello che più gli piace o di non credere, se più gli piace, a nulla».

Se analizziamo la libertà religiosa rispetto alle istituzioni, formazioni sociali strettamente connesse alla religione, il discorso risulta più complesso.

Le tipologie di status riguardanti le Chiese in Italia possono essere ricondotte a tre.

  • Nella posizione più garantista troviamo le confessioni dotate di personalità giuridica e regolate dagli accordi con la Repubblica italiana: in tale categoria sono comprese sia la Chiesa Cattolica che numerose confessioni quali l’ebraica, l’avventista del settimo giorno, ecc.
  • Al secondo posto vi sono le confessioni che non hanno stipulato intese con lo Stato italiano ed i rapporti con quest’ultimo sono regolati dalla legge n. 1159 del 1929, quali l’Unione degli atei ed agnostici razionalisti; tali confessioni possono scegliere se dotarsi o meno di personalità giuridica.
  • L’ultima categoria è costituita da quelle confessioni che non hanno una personalità giuridica, per cui i loro rapporti con l’ordinamento sono regolati dalle norme del diritto comune inerenti le società di fatto. In questo settore il sistema di concordati e intese introduce tra le varie confessioni elementi di differenziazione, risultanti già da una lettura attenta degli articoli 7 ed 8 della nostra Carta costituzionale.

Sia l’articolo 7 comma 1 della Costituzione (che riconosce la sovranità e l’indipendenza, nel proprio ordine, della Chiesa Cattolica) che l’articolo 8, comma 2 della Costituzione (che attribuisce a tutte le confessioni religiose il diritto di organizzarsi secondo propri statuti, purché non siano contrastanti con l’ordinamento italiano) garantiscono alle varie confessioni religiose un ampio spazio di autonomia interna: esse sono libere di organizzarsi come ritengono più opportuno, al riparo da ogni tipo di intervento giuridico minaccioso o non migliorativo dello Stato. Le confessioni hanno diritto ad avere un uguale grado di libertà.

Tale eguaglianza può – secondo la dottrina – essere considerata la «regola fondamentale del diritto ecclesiastico che presiede e coordina l’intera legislazione, costituzionale e ordinaria». Sempre da tale eguaglianza trae legittimazione il diritto delle confessioni religiose di potere agire nell’ambito giuridico, una volta ottenuto il riconoscimento.

Le vere guarentigie per le Chiese, desunte da ambedue gli articoli citati, stanno nella previsione che lo Stato può provvedere alla disciplina giuridica delle confessioni soltanto in via pattizia, cioè previo accordo con la confessione religiosa stessa; inoltre, una volta concluso l’accordo ogni modifica possa essere effettuata solo attraverso un successivo patto tra lo Stato e la confessione, ma non per iniziativa statale ex uno latere, a meno che  non vengano modificate  le disposizioni di cui agli articoli 7 e 8 della Costituzione, attraverso il procedimento di revisione costituzionale.

Così sia la  Chiesa Cattolica, che le altre confessioni che hanno stipulato accordi, hanno la certezza che la loro attuale posizione giuridica  non subirà modificazioni in peius senza il proprio consenso.

Al vertice si colloca la Chiesa Cattolica che, in ragione del numero di fedeli e del ruolo svolto nell’ambito della storia italiana, gode di una posizione giuridica preferenziale, assicurata dall’Accordo di Villa Madama e da numerose disposizioni sparse in leggi ordinarie.

Il rapporto tra l’Italia e la Chiesa Cattolica tiene conto del fatto che quest’ultima assuma la veste di  un soggetto giuridico internazionale, poiché essa è uno Stato sovrano (Santa Sede o Stato della Città del Vaticano).

Da tale premessa ne deriva che la regolamentazione tra i due soggetti è a tutti gli effetti una normativa tra Stati.

Per cui, distinguiamo nei Patti Lateranensi del 1929 un Concordato tra Chiesa Cattolica e Repubblica italiana ed un Trattato stipulato fra Santa Sede e la stessa Repubblica.

La peculiarità giuridica dei Patti risiede nel fatto che per un’eventuale modifica, qualora vi sia il consenso da ambo le parti (Santa Sede-Italia), è sufficiente un procedimento ordinario, altrimenti per modifiche ex uno latere da parte del Governo italiano è necessario che si proceda secondo la revisione ex articolo 138 della Costituzione.

Discorso giuridicamente più lineare può farsi invece per le confessioni religiose che non sono soggetti di diritto internazionale e che, avendo stipulato un’intesa con lo Stato italiano, si collocano in posizione intermedia rispetto alla Chiesa Cattolica ed alle confessioni senza intesa.

Si tratta di gruppi presenti da tempo in Italia (valdesi, ebrei ed evangelici) oppure gruppi recenti ma che presentano elementi non incompatibili con l’ordinamento giuridico italiano.

 

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avvocato che esercita la professione forense a Roma, ha conseguito anche la laurea in Scienze Politiche ed un Master in Studi Diplomatici. Già relatore in alcuni convegni è studioso del Diritto Comunitario.

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