La Diarchia: dagli antichi consules romani alle esperienze di Andorra e San Marino

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Tra le forme di governo nell’odierno panorama geopolitico, che strutturano le dinamiche di  potere nei vari stati della comunità internazionale, oltre alle tradizionali monarchie o repubbliche parlamentari, presidenziali e semipresidenziali,  ve ne è una meno nota e di cui forse poco si parla: la diarchìa.

Con il termine  diarchìa, derivante dal greco dìs doppio, arché comando,  si suole identificare  quel sistema di governo nel quale il potere supremo è esercitato contemporaneamente e con pari dignità da due soggetti  o organi giuridici distinti.

Esempi di diarchia sono riscontrabili in tutto l’arco della storia,  tuttavia, non sempre con esiti positivi per le popolazioni soggette a questa forma di governo. I diarchi infatti, erano generalmente  espressione di una o più fazioni o famiglie potenti, non di rado impegnate a prevalere l’una sull’altra anche a rischio di generare vere e proprie  guerre civili.

Ricordiamo  l’esempio di diarchia  a Sparta, quando regnarono insieme Agiadi ed Euripontidi, oppure nell’antica Roma, dove  la diarchia viene citata dagli storici già sin dai  primi anni dalle fondazione dell’ urbe: il governo duplice di  Romolo e  Tito Tazio, instauratasi  dopo la guerra tra  Roma ed i  Sabini, si protrasse per alcuni anni, fino a quando Tazio venne ucciso da una famiglia nemica.

Anche con l’instaurazione della Repubblica romana, nel 509 a.C. ,  il potere venne affidato a due  consules che si alternavano alla guida sia del governo che dell’esercito.

Pur teorizzando la parità di dignità e di diritti non sempre il potere diarchico veniva gestito alle condizioni previste. Poteva accadere infatti che,  o per influenze politiche o per audacia ed impeto caratteriale, la posizione di un console prevalesse sull’altro. Famoso caso in tal senso fu quello di Giulio Cesare il cui “carisma” nel 59 a.C. fu eccessivo secondo  il collega Marco Calpurnio Bibulo e  che non riuscendo a sostenere la lotta,  decise di ritirarsi a vita privata : una sorta di auto rottamazione ante litteram .  Si parlò allora, ironicamente, del consolato di Giulio e Cesare.

Tra i celebri consoli romani di età repubblicana si ricordano Publio Valerio Publicola, Marco Orazio Pulvillo o ancora  Postumio Cominio Aurunco.

Il governo diarchico fu presente anche nella Roma  imperiale attraverso le importanti figure di Marco Aurelio e Lucio Vero;  lo stesso imperatore  Augusto, già   triumviro per un certo periodo,  aveva proposto una diarchia idonea a succedergli nelle persone dei nipoti :  Gaio  e Lucio Cesare.  In seguito alla loro prematura scomparsa ed all’esilio  di Agrippa, Tiberio ascese al principato come unico imperatore, riprendendo  però l’idea del governo diarchico.

Occorre tuttavia distinguere la diarchia dal modello di suddivisione dei  poteri imperiali, la tetrarchia,  ideato  da Diocleziano, quando la gestione del vasto Impero romano fu divisa tra l’ Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano d’Occidente e per ognuno vi era la presenza di un “Augusto” e un “Cesare”. In questo caso la gestione del potere supremo all’interno di ciascuno dei due imperi non era condivisa, anche se occorre ricordare che gli Augusti erano più importanti dei Cesari.

Altre diarchie istituzionalizzate  nel corso delle esperienze storiche statali sono stati i “Consoli” e i “Capitani del popolo” della medievale Repubblica di Genova , o ancora il regno congiunto dell’ Inghilterra di Guglielmo III e di sua moglie Maria II, monarca effettiva e non solo  nominalmente “regina consorte“.

La storia ci insegna che  le diarchie si sono sempre costituite  in quelle realtà statuali , nelle quali  nessun potere riusciva a prevalere su un altro e,  pertanto, i due più forti contendenti si accordavano in una sorta di sintesi per  la sua gestione congiunta.

Nel medioevo europeo , ad esempio, si può osservare un tentativo diarchizzante nella Lotta per le investiture. Anche in questo caso per lungo tempo il potere è stato gestito da due centri (si ricordi la teoria dei due soli): l’imperatore del Sacro Romano Impero e il Papato, fino alla definizione del principio cuius regio eius religio che riuscì -solo temporaneamente- a decidere quale dei diarchi dovesse prevalere e su quali basi teoretiche e politiche.

Anche ai giorni nostri, l’esperienza delle diarchie non può dirsi conclusa, a motivo della presenza di ben due realtà statali nel continente europeo: gli Ecc.mi  Capitani Reggenti della Serenissima Repubblica di San Marino ed  i Coprincipi dello Stato di Andorra.

Quest’ ultimo è il sesto paese più piccolo d’Europa, i cui regnanti sono il presidente della Repubblica francese e il vescovo di Urgell in Spagna. Il micro stato  di Andorra, dal punto di vista più strettamente giuridico, presenta una diarchìa parlamentare ed un sistema multipartitico. Le ragioni di tale costruzione legislativa veramente peculiare è da rintracciarsi nella storia del paese, in particolare alla  disputa territoriale, avvenuta intorno all’XI secolo, tra il vescovo spagnolo di Urgell ed il suo confinante francese, risolta nel 1278 con la firma di un accordo nel quale si stabiliva appunto, che la sovranità sarebbe stata divisa tra il francese Conte di Foix e il vescovo di La Seu d’Urgell.

Assai più nota è la Repubblica di San Marino, guidata anch’essa  due Capitani reggenti, una versione moderna degli antichi consoli dell’urbe.

L’istituto della reggenza della Repubblica di San Marino risale all’epoca comunale. Da principio  i reggenti svolgevano la funzione amministrativa della giustizia, e solo successivamente, venne aggiunta a loro una funzione anche di natura  amministrativa, gestita congiuntamente con il Consiglio grande e generale. I primi capitani reggenti vennero  eletti a partire dal 1243 con il titolo di consules, prendendo spunto dai supremi magistrati romani. Alla fine del XIII secolo uno assunse il titolo di “capitano” e l’altro di “difensore”. Attualmente ricoprono un mandato di durata semestrale.

Nel 1981 è stata eletta la prima donna capitano reggente, Maria Lea Pedini, la quale  ha ricoperto l’incarico  nel semestre da aprile ad ottobre.

Gli ecc.mi  capitani reggenti vengono eletti ancora oggi dal Consiglio grande e generale, solitamente tra appartenenti a diversi partiti politici, in modo da assicurare una funzione di controllo reciproco.

Infine, per completezza espositiva occorre ricordare che anche lo Stato delle  Isole Samoa  dal 1º gennaio 1962 al 5 aprile 1963 è stato una diarchia.

Per quanto riguarda il nostro paese, il termine diarchia è stato usato dagli storici anche a proposito del periodo fascista,  instauratosi in Italia nella prima metà del XX secolo, con l’acquisizione da parte del capo del governo, Benito Mussolini,  di alcune prerogative spettanti precedentemente al re in forza dello Statuto albertino. Ad esempio nell’ambito delle forze armate per volere di Benito Mussolini, con l’intento di celebrare sé stesso per la vittoria nella guerra d’Etiopia, cui seguì la proclamazione dell’Impero coloniale italiano, venne istituito con legge n. 240/1938 il titolo onorifico  di Primo Maresciallo dell’Impero, quale grado supremo delle Forze armate del Regno d’Italia, titolo condiviso tra il re ed il primo ministro.

Dal 1922 al 1943 coesistettero nel panorama  governativo italiano due guide, il sovrano Vittorio Emanuele III, e il duce, anche se la politica era, di fatto, gestita solo dal secondo.  

Spesso le repubbliche presidenziali o semi-presidenziali, presentano una forma di diarchia tra Presidente e Primo ministro.  Nonostante vi sia la centralità di  un parlamento, nella vita democratico-parlamentare,  il potere esecutivo viene diviso equamente tra le due figure, come accadde nella Quinta repubblica francese. Nella repubblica presidenziale  c.d. semplice, il potere del capo dello Stato  è bilanciato da quello del Congresso o del Parlamento. Molte monarchie costituzionali, in cui il re detiene ancora un potere effettivo (a differenza delle monarchie parlamentari in cui è un’autorità puramente cerimoniale), sono in realtà vere e proprie diarchìe de facto, poiché  il governo viene ripartito tra il re e i suoi ministri da una lato, e il Parlamento dall’altro.

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avvocato che esercita la professione forense a Roma, ha conseguito anche la laurea in Scienze Politiche ed un Master in Studi Diplomatici. Già relatore in alcuni convegni è studioso del Diritto Comunitario.

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