Brevi considerazioni sulla situazione economica italiana

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Mario Draghi governatore della BCE, al fine di stimolare l’economia Europea, ha annunciato la riduzione di 10 punti base del tasso d’interesse sui depositi presso Banca Centrale (nuovo saggio -0,50%) ed un nuovo programma di acquisto di titoli di stato (Quantitative Easing) per un valore di 20mld di euro al mese, con la novità di non aver indicato una data di scadenza. L’effetto immediato di tale annuncio è stato la sensibile riduzione dello spread e quindi degli oneri per interessi che gravano sul nostro debito pubblico. Ma la cosa più importante sembra costituita, almeno in apparenza, dallo stimolo per le banche commerciali ad erogare credito  a famiglie ed imprese.

Il nuovo Governo italiano è chiamato a creare, con opportuni provvedimenti legislativi, un  generalizzato clima di fiducia in modo che le aziende siano stimolate ad investire ed i consumi interni possano registrare un’accelerazione. Le banche inoltre non devono mostrare timidezza nell’erogazione dei crediti alla clientela con merito creditizio. Senza il combinato disposto di questi fattori anche il “bazooka di Draghi” potrebbe  dimostrarsi insufficiente e forse anche inutile per la crescita economica del paese ma anche della Europa intera, come l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato.

Il primo banco di prova del nuovo esecutivo è il Documento di economia e finanza (Def). La nota di aggiornamento (NaDef) secondo alcune analisi appare molto prudente e presenta alcuni punti che, se non saranno spiegati in modo convincente, potrebbe suggerire alla Commissione Europea la richiesta di una revisione del piano. Ci riferiamo al sistema previsto per il recupero delle risorse, tenuto conto che ben 14 Mld dovrebbero provenire dalla cosiddetta “flessibilità”, che dimostra  un notevole ottimismo da parte del Governo per ciò che riguarda i risultati dalla lotta all’evasione, confidando molto in strumenti di pagamento tracciabili.

Il lavoro del ministro dell’economia non si presenta certo facile, atteso che il debito pubblico ha raggiunto il nuovo record di € 2.409,9 mld e le stime circa la crescita del PIL da parte delle agenzie internazionali si mostrano non incoraggianti.   Il Fondo Monetario Internazionale ci accredita per il 2019 la previsione di  un modesto + 0,1% mentre la previsione dell’OCSE  è  di crescita zero. Ove tali dati dovessero trovare conferma nelle stime riferite agli anni successivi il debito pubblico del nostro paese potrebbe essere giudicato insostenibile. Diventa quindi prioritaria una politica economica capace di sostenere la crescita del Prodotto interno, con l’obiettivo di rendere stabile il rapporto Deficit/PIL.

La Commissione Europea ha dichiarato che l’obiettivo principale è quello di conseguire una struttura organizzativa economica e politica dell’Europa del tipo di quella statunitense, ma l’affermazione a noi sembra di tipo “propagandistico” piuttosto che coerente con la situazione interna ai paesi appartenenti all’area euro, caratterizzati da un divario crescente sia in termini economici che politico-sociali.  Lo scopo ufficiale resta quello delle riforme (ma quali?), non che l’emanazione di una normativa sul “minimo salario” ed una politica dell’accoglienza dei flussi immigratori, che suscita preoccupazioni nei lavoratori disoccupati.  Com’è noto tali atteggiamenti riscuotono il consenso delle forze politiche “progressiste” ma contribuiscono  ad inasprire lo scontro sociale con quella parte della società civile e politica che non vuole rinunciare a quelle caratteristiche essenziali della propria cultura, identità nazionale e status economico. Ciò può rappresentare il prodromo di una conflittualità sociale crescente in tutti i paesi aderenti alla moneta unica, opponendosi all’ instaurazione di un clima sereno utile per il soccorso di una economia debole.

La propaganda politica della Commissione Europea afferma:

  • “… abbiamo bisogno di un’economia forte perché ciò che vogliamo spendere dobbiamo prima guadagnarlo” (affermazione senza un reale costrutto di logica economica, se si pensa alla dinamica delle moderne economie monetarie e creditizie);
  • “…. dobbiamo lavorare all’interno del Patto di stabilità e crescita”;
  • “… dobbiamo utilizzare tutta la flessibilità conferitaci dalle regole”.

sul patto di stabilità vi è oggi un ampio consenso”. “Le regole sono chiare. I limiti sono chiari. La flessibilità è chiara” (non ci sembra invero che ci sia questo reale consenso).

Alla luce di tali dichiarazioni dobbiamo affermare che i desiderata del nostro Governo, orientati verso una riforma sostanziale del patto di stabilità, difficilmente potranno essere soddisfatti. I paesi dell’UE, Italia compresa, dovranno conservare i “conti” in ordine per ciò che riguarda l’andamento del Deficit. Improbabile quindi che Germania, Francia ed i paesi del nord Europa, che peraltro hanno mostrato perplessità riguardo alla politica del QE annunciato recentemente dalla BCE,  possano consentire al nostro paese di disattendere le regole.

Il Governo in carica a differenza del precedente sembra godere di una maggiore attenzione da parte della Commissione Europea, per cui il ministro dell’Economia  potrebbe ottenere l’assenso all’utilizzo di una certa dose di “flessibilità”  (nella NaDef il rapporto deficit/Pil è indicato al 2,2%); è noto  però che un deficit più ampio comporta  aumento del  debito. Se osserviamo l’andamento dei dati di bilancio nel periodo 2000- 2018 si evidenzia un andamento medio del deficit intorno al valore del 3,1%, superiore al limite stabilito negli accordi di Maastricht, mentre il prodotto interno lordo ha segnato un incremento medio pari al 0,2%, con una crescita del debito in valore assoluto di ben 1.050 miliardi di euro: il dato non è incoraggiante.

Non sembra quindi che le politiche economiche degli ultimi anni, incentrate su quella monetaria anziché su di un’attenta azione di politica industriale e fiscale, abbiano ottenuto i risultati sperati e la strada per evitare il “default” sembra sempre più in salita; inoltre, risalta all’attenzione del lettore attento l’inefficacia dell’azione politica nel governo dell’economia,  se si considera che l’incremento della Spesa per circa il 60% nello stesso periodo non è riuscita in alcun modo a stimolate la crescita economica, sia sul fronte degli investimenti che  dei consumi.

Non sembra quindi che la tanto desiderata Unione Europea, almeno nell’iniziale sentimento dei popoli, sia riuscita ad accrescere il benessere economico dei cittadini, certamente con specifico riferimento al contesto italiano; il quale si caratterizza per un   altro dato non certo incoraggiante: dei 75 miliardi di fondi trasferiti dal Bilancio europeo nella disponibilità delle attività industriali ed economiche italiane (fondi per spese di struttura ed investimento), nel periodo 2014- 2020,  ne è stata utilizzata una quota intorno al 23%.

Dunque, al di là dei proclami politici, sembra evidente che se si vuole uscire da una condizione di stagnazione dell’economia e di continua crescita del debito s’impone urgente l’imperativo di una manovra economica che prediliga la voce investimenti e che si ponga il fine di stimolare una sensibile ripresa dei consumi.

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Ha lavorato presso Istituti di credito con ruoli di responsabilità e successivamente come consulente finanziario. Attualmente in pensione, vive a Pescara.

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