La “menzogna” del PIL

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I Governi, sostenuti dall’informazione ufficiale e dai mass media, si affannano ad affermare che gli obiettivi economici sono raggiunti quando il PIL della nazione  cresce di qualche punto percentuale. La sconfitta va dunque ricercata nelle fasi di rallentamento economico o di recessione, come sembrano presagire i dati Istat per l’Italia.

Ma la realtà e la sostanza delle vicende economiche di un paese non sono espresse in modo efficace dalla misura del Prodotto interno, dato che non rileva un aspetto essenziale: quello della distribuzione della ricchezza tra le classi sociali.

Ad esempio, è opinione diffusa che la Cina rivesta oggi il ruolo di nuova potenza economica in ragione del proprio PIL consistente, dimenticando che un miliardo circa di cinesi vive sull’orlo della fame ed in condizioni sostanzialmente non dissimili da quelle del medioevo. Stessa situazione per ciò che concerne l’India ed altri paesi appartenenti al consesso internazionale del G20.

In particolare, nel nostro paese, la diseguaglianza tra ricchi e poveri si è molto accentuata negli ultimi anni, anche in quei periodi di moderata crescita del PIL.

Bisogna testimoniare che parte della teoria economica ha già da qualche tempo dimostrato che la consistenza del PIL è un parametro non sufficientemente rappresentativo della situazione economica del paese, soprattutto se si vuole considerare le condizioni del benessere economico ed esistenziale dei singoli cittadini.

Il problema vero e mai risolto è quello dell’inefficiente distribuzione del valore prodotto tra le varie classi sociali, per cui si rileva la presenza di gruppi sociali con forti concentrazioni di ricchezza mentre vaste masse popolari stentano a quadrare i conti del bilancio familiare mensile, poiché non dispongono di redditi sufficienti  in ragione dei bassi livelli salariali assai diffusi o peggio ancora per assenza di lavoro.

Ed invero, troppo spesso accade che la crescita del Prodotto interno non viene equamente ripartita tra i partecipanti ai processi produttivi, con predominio del capitale nell’appropriazione del reddito in quota profitti o interessi. In questi casi può determinarsi l’indesiderabile situazione di un incremento dei complessivi livelli produttivi trainato da un aumento delle esportazioni, anche in ragione del fatto che i bassi livelli salariali non consentono un’adeguata ampiezza della domanda interna.

E ciò per alcune ragioni concomitanti:

  1. Un’alta mortalità di piccole e medie imprese, vuoi per il rallentamento economico che per le restrizioni assai diffuse in tema di accesso al credito bancario;
  2. La conseguente supremazia della media e grande  azienda che gode di una maggiore autonomia finanziaria per le possibilità di ricorso ai mercati ufficiali dei capitali;
  3. La diffusione di politiche di bassi livelli salariali  per via di un incremento della disoccupazione, situazione che arreca vantaggi economici alle imprese medio-grandi che dominano un mercato reso “libero” dalle micro e piccole aziende;
  4. Una sensibile contrazione della capacità di spesa delle masse che ne consegue inevitabilmente.

La crescita economica trainata dai flussi di export dunque può penalizzare la situazione economica del cittadino medio, che non trova alcun vantaggio bensì subisce un peggioramento economico dai nuovi orientamenti della struttura produttiva del paese, dai quali  deriva il moderato incremento del PIL.

Inevitabilmente, il divario tra ricchi e poveri tende ad ampliarsi così come le aree del disagio economico e sociale e quelle afflitte da povertà.

E’ l’odierna situazione italiana, con un PIL in moderata crescita negli ultimi anni contestuale ad un aumento della disoccupazione, ad una riduzione dei livelli salariali ed un abbattimento sensibile del welfare state.

I Governi farebbero bene allora a non “cantare vittoria”, ma il sospetto che diventa certezza  è che tale situazione sia voluta dai poteri dominanti con la complicità delle classi politiche corrotte, il cui scopo è quello di infliggere gradi crescenti di disagi economici e sociali fino alla povertà ed alla disperazione di consistenti quote della popolazione, per poter più agevolmente dominare con accentuazione dei propri vantaggi.

Ed allora ecco puntuale un appropriata disinformazione propagandistica finalizzata ad inculcare ai popoli la necessità di operare in guisa da sostenere la crescita del PIL, sottacendo che il vero problema  è quello della ineguale distribuzione della ricchezza prodotta; tale situazione di grave oppressione economica non può che essere rimossa solo attraverso alcune vie, quali:

  • La definizione di un salario minimo ben al di là della soglia della sopravvivenza;
  • Il ripristino delle garanzie in tema di conservazione del posto di lavoro;
  • Il sostegno economico dei senza lavoro per ragioni imputabili alle imprese;
  • L’elaborazione di politiche statali a sostegno delle micro e piccole imprese;
  • L’emanazione di una nuova normativa regolamentare e di vigilanza dell’attività bancaria, che riconduca l’operare delle aziende di credito alla centralità dell’erogazione dei prestiti alle imprese e famiglie;
  • L’eliminazione delle crescenti barriere nell’accesso al credito, vedi i vari e successivi accordi di Basilea.

Le attuali classi politiche non si mostrano inclini verso l’adozione dei rimedi su indicati, occupate come sono a compiacere i ricchi ed i potenti di turno.

Bisogna allora sperare in una presa di coscienza dei popoli tale da operare una radicale modificazione degli attuali scenari politici e quindi di governo: il voto elettorale è l’unico rimedio e l’unica arma per una rivoluzione pacifica in regimi politici apparentemente democratici, ma pur sempre soggetti al suffragio universale ed al diritto di voto dei propri cittadini.

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