L’inefficacia delle politiche liberiste nella conduzione dell’Economia

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Il sistema economico-produttivo lasciato libero a se stesso non può manifestare  condizioni  né di efficienza  né di equilibrio, diversamente dal pensiero prevalente degli uomini di governo delle principali Nazioni e dal contenuto delle politiche economiche condotte nei Paesi dell’area euro.

E  come potrebbe se la rincorsa dei profitti  innesca il cinico meccanismo della prevalenza dell’uomo sull’uomo?

Chi postula la necessità del libero mercato ed  il non intervento del Governo  ci pone di fronte a due possibilità:

1) la prima,  che trattasi di  uno studioso vittima del fenomeno del  “confirmatory bias” (errore di conferma) e quindi della conseguente condizione tipica della “finzione di equilibrio” (blocco delle idee), e per questo incapace di vera analisi teorica (si veda un precedente articolo di David Yerushalmi, su The Global Review, 31maggio 2020);

2) la seconda, che sia un colluso con il potere dominante  e mente sapendo di doverlo fare per proprio tornaconto personale.

Per similitudine si potrebbe affermare che la moderna società può fare a meno di un apparato giudiziario e di polizia, giacché gli uomini perseguendo i propri  egoistici  fini  riuscirebbero a  soddisfare anche quelli della collettività; oppure che il delitto ed il crimine sarebbero sottoposti ad una sorte di legge naturale “autoregolante”,  che renderebbe  “non utile e vantaggiosa” la condotta delittuosa, per via della reprimenda morale: può il lettore condividere tale impostazione? Senza dubbio la risposta è negativa: neanche il più sciocco tra gli individui  puo’ fare propria tale insensata interpretazione della realtà.

Le stesse considerazioni si pongono all’attenzione dello studioso e dell’uomo di pensiero per cio’ che attiene la vita economica dei popoli.

Ed in effetti, per quale incomprensibile motivo gli uomini  nel realizzare le attività produttive, condotte secondo il proprio egoistico tornaconto,  dovrebbero  determinare nel lungo periodo una spontanea  situazione di equilibrio  tale che il benessere sia  condiviso dai molti?

E’ un’ipotesi cara ad una parte della letteratura quella del “trikle down”, ovvero le ricadute “spontanee” sulla collettività di parte del Valore prodotto presso le imprese ( Kuznets S., nobel economia 1971).

Nei particolari, per quale ragione il produttore dovrebbe rinunciare alla possibilità di aumentare i prezzi e quindi i profitti se le circostanze di mercato lo consentono?

Oppure di non perseguire incrementi nella produttività del lavoro  e/o di  rinunciare alla possibilità di contrarre la mano d’opera impiegata e/o di non effettuare una riduzione della paga oraria, se le condizioni del mercato del lavoro e la relativa normativa si mostrano favorevoli?

Ed  ancora, per quale motivo l’intermediario finanziario in posizione di vantaggio informativo rinuncerebbe alla negoziazione di “prezzi non economici” (pilotati) rinunciando ad un incremento del  proprio profitto?

Lo Stato storicamente sorge per le necessità connesse  al regolamento della vita comunitaria, giacché le pulsioni egoistiche umane propendono verso la  sopraffazione degli altri e verso il delitto.

Ne deriva la logica conseguenza che si pone necessario  una regolamentazione della vita economica, delle società e dei popoli, per evitare che gli “impulsi animali”  travolgano i più deboli e quelli che si trovano in posizione di svantaggio.

Uno dei  ruoli principali  dello Stato moderno consiste  appunto nella regolazione della vita comune in ogni suo aspetto.   E’ chiaro quindi che l’ipotesi della cosiddetta scuola economica “liberista” contiene in sé un’idea che contrasta con la realtà, poiché pone le premesse per la manifestazione di gravi diseguaglianze ed ingiustizie, nonché  di sopraffazioni e prevaricazioni  di alcuni individui sugli altri (Ranciére J.,2005).

Le politiche macroeconomiche  dovrebbero quindi occuparsi della regolazione dei processi di produzione della ricchezza e della sua distribuzione nelle  Nazioni, affinché ogni cittadino possa avere l’opportunità di un dignitoso lavoro  per  provvedere alla propria sussistenza ed a quella del gruppo di appartenenza.

  Una situazione di sperequazione a livello mondiale nella distribuzione del Valore prodotto, con l’evidenza di gravi e profonde  sacche di povertà, ed una diffusa disoccupazione denunciano il fallimento della Governance  economica e la necessità di attuare una più efficace regolazione della vita produttiva dei Paesi:  l’esatto contrario di quello che oggi si vuol “predicare” (si veda Piketty TH, 2013).

La madre di tutti i mali economici che affliggono le principali Nazioni del mondo (se non tutte) è la prevalenza della politica monetaria su quella economica  e l’indipendenza delle Banche Centrali dal potere politico, unica espressione della volontà popolare.

Con il “feticcio” del cosiddetto obiettivo dell’inflation targeting  si è raggiunto l’apice della perversione nel governo dell’Economia.

 Ed invero, ponendosi  l’obiettivo primario di un contenimento della variazione in aumento  dei prezzi, per il tramite dell’incremento dei tassi di interesse e del restringimento dello stock di credito bancario, si agisce sul modello di convenienza  dei  produttori  contraendo l’area degli investimenti e la  loro profittabilità.

Ne consegue immancabilmente un  aumento della  disoccupazione, rallentamento della domanda e “probabile”  freno nella crescita dei prezzi, giacché  potrebbero  incorrere particolari circostanze di mercato per le quali le imprese non si vedono costrette a contenere l’aumento dei prezzi  o ad attuare una loro riduzione (si veda al riguardo l’ampia produzione di J.K. Galbraith e J. Stiglitz).

Il risultato è l’impoverimento delle masse mentre il capitale si assicura la crescita delle proprie rendite per via di un aumento della produttività del lavoro, conseguente  alla riduzione della mano d’opera impiegata e/o  della paga oraria.

Quindi, da tali politiche deriva  certamente crescita della povertà e non necessariamente contenimento dell’inflazione, poiché l’esperienza dimostra che i prezzi potrebbero addirittura incrementare (si veda  Yerushalmi D., 2018, The Global Review).  Dunque, il fine dichiarato è bugiardo!!!

Ed in effetti, una parte della letteratura ha ben dimostrato che le variazioni dei prezzi sono il risultato di una modificazione subita dal  modello di convenienza del produttore che non è nella norma connesso, se non indirettamente, con il contenuto della politica monetaria;  la quale invece è direttamente collegata al  livello di disoccupazione (Stiglitz J.E. e Galbraith J.K.).

L’impresa si pone un solo obiettivo: il profitto

Dunque, le leve utilizzabili non potranno che essere:

  • La razionalizzazione dei processi produttivi, quanto all’utilizzo dell’input energetico (forza motrice) e delle materie prime;
  • L’incremento della produttività del lavoro e/o una riduzione del suo costo (paga oraria);
  • L’incremento dei prezzi.

Ne consegue che l’impresa utilizza la leva prezzi (incremento) in ogni circostanza in cui le condizioni del mercato lo consentono, vale a dire l’azione della concorrenza ed il comportamento dell’utilizzatore finale del prodotto.

L’inflazione è quindi un fenomeno economico e non finanziario!!!

E va combattuta con una sola politica: il controllo dei processi di formazione dei prezzi  in capo ai produttori (si veda Yerushalmi D.,2018, op. cit.).

Parte della letteratura ha intuito la presenza di un perverso meccanismo nell’utilizzo delle politiche monetarie, parlando di “effetto arpione” delle stesse sulla politica dei salari: “… Non appena i salari iniziano a riprendersi, i  banchieri centrali, con la loro attenzione limitata all’inflazione, sollevano lo spettro dell’aumento dei  prezzi.  A quel punto agiscono per un rialzo dei tassi d’interesse restringendo lo stock di  credito all’Economia, per determinare un livello  di disoccupazione ad un livello più alto del necessario. Troppo spesso, inoltre, riescono a strozzare gli aumenti salariali, con il risultato che la produttività ha continuato a crescere sei volte più in fretta dei salari …” (Stiglitz J.E.,Il prezzo della diseguaglianza, ET Saggi,2012, pag. 385) (si veda inoltre, Harrison P.,2009; Mishel L.- Bivens J.- Gould E.- Shierholz H.,2012).

D’altra parte non pochi autori pongono l’accento su di un atteggiamento invadente delle Banche Centrali, che in numerose occasioni  non si occupano soltanto di politica monetaria (e sarebbe già tanto), bensì pretendono  di “consigliare” circa il contenuto delle politiche del lavoro, insistendo sulla necessità di una maggiore flessibilità salariale oppure sugli orientamenti delle politiche fiscali, raccomandando aumenti d’imposta di tipo indiretto o di tipo patrimoniale, prediligendo la “prima abitazione”  piuttosto che l’imposta sui grandi capitali.

A prescindere dalla considerazione che una riduzione del salario medio determina un indebolimento della domanda aggregata con rallentamento dell’Economia, è  senz’altro vero che tale atteggiamento è del tutto inaccettabile poiché tali Istituzioni mancano di rappresentanza  democratica e di responsabilità politica, denunciando un vero e grave deficit di democrazia, oltre che un’evidente  espressione  di  arroganza  di potere,  consapevoli come sono di rappresentare la supremazia del grande capitale e di poter quindi  condizionare facilmente l’azione di Governi democraticamente eletti.

Per altro verso, i bassi livelli dei tassi d’interesse potrebbero determinare una classica condizione di crescita senza incremento dell’occupazione.

Tale situazione si determina nei casi in cui le politiche monetarie espansive non si riflettono su di un aumento dello stock di credito all’Economia, principalmente verso le piccole e medie imprese, per gli orientamenti di gestione delle banche commerciali impegnate a rincorrere i profitti attraverso la speculazione sui mercati finanziari (Greenwald B.-Stiglitz J.E.,2003; Yerushalmi D.,2019, su The Global Review), nonché per la penalizzante regolamentazione in tema di rischi bancari e di coefficienti patrimoniali; con il risultato di non ottenere gli effetti sperati  in termini di crescita degli investimenti e quindi dell’occupazione.

Al contrario, le grandi imprese  possono reperire capitali sui mercati mobiliari a basso costo, prospettiva che incoraggia un incremento dell’input tecnologico a sostituzione del lavoro; dal che crescita del prodotto, principalmente verso l’export per insufficienza della domanda interna,  costanza dei livelli occupazionali  se non diminuzione degli stessi e riduzione della paga oraria.

Si manifesta  in tali casi un modello di innovazione distorto, poiché  determina un risparmio di risorse lavorative in una fase del ciclo nella quale sono maggiormente abbondanti, mentre al contrario l’incremento dell’input tecnico potrebbe essere indirizzato verso  una razionalizzazione nell’utilizzo dell’energia e delle materie prime, vera fonte di crescita del benessere economico dei popoli, sia in termini di maggiori profitti che d’incremento dei livelli salariali.

Dunque, il “male” non è certo rappresentato dal progresso tecnico in sé ovvero dall’incremento dell’input tecnologico nelle produzioni, bensi’ dall’indirizzo che il “vantaggio” conseguito assume:

verso un incremento della produttività del lavoro ovvero verso una razionalizzazione dei processi con risparmio degli input di fattore  diversi dalla mano d’opera.

About Author

Dapprima Ricercatore e successivamente Professore di Finance and Banking presso alcune Università italiane. Manager di diversi istituti di credito e società finanziarie. Attualmente studia e ricerca tra Israele e l’Europa.

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