L’impossibile dialogo “sovranista”

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Lo scorso mese di novembre l’’Istat ha comunicato che il ciclo economico italiano nel terzo trimestre del corrente anno mostra un sensibile rallentamento, con una diminuzione stimata del PIL  dello 0,1%. Recentemente anche la Banca d’Italia stima per il corrente anno un tasso di sviluppo dello 0,9% dovuto ad una serie di fattori che vanno dalla minore crescita internazionale, dalla politica dei dazi voluta dall’amministrazione USA e anche dall’aumento dello spread che ha determinato un  incremento generalizzato dei tassi di interesse.

Tutto ciò aggrava una situazione già pesante, atteso che nel nostro paese la debolezza dei consumi è un fatto strutturale. Anche il governo che è riuscito a disinnescare, almeno per il momento, il pericolo di una procedura d’infrazione, ha ridotto le stime di crescita dall’1,5% all’1%. I problemi in ogni caso restano perché, ove si dovesse verificare un’ulteriore contrazione dell’economia  nel quarto trimestre, si certificherebbe per il nostro paese una fase di  recessione.

La frenata del prodotto  ha messo in allarme le aziende che, prendendo atto anche della minore domanda estera, non si spingono a investire in macchinari e impianti, che come certifica sempre l’Istat sono diminuiti del 2,8%; ma va considerato anche il comportamento delle famiglie, le quali coscienti dell’incertezza della situazione sono più prudenti negli acquisti e mentre attendono tempi migliori parcheggiano le loro disponibilità  sui conti correnti bancari, quando non vengono trasferiti su conti esteri: l’autore è del parere che sta venendo a mancare la fiducia nel governo della nazione anche da parte dei piccoli risparmiatori. Ricordiamo che l’asta del BTP Italia lo scorso mese di novembre non ha avuto il successo sperato. Le sottoscrizioni si sono fermate a 2,16 mld., segno evidente che anche i piccoli investitori cominciano ad avere legittime preoccupazioni.

La situazione del nostro paese stimola anche qualche altra considerazione. Si ha l’impressione che l’Italia sia isolata ma da qualche mese, a giudizio di molti osservatori, si sta facendo in modo da esserlo ancora di più. I toni dei due vice premier non hanno di certo contribuito a rasserenare le relazioni con la Commissione Europea.

Correttezza istituzionale ma soprattutto l’interesse nazionale devono consigliare i nostri rappresentanti di evitare  battute infelici, che non depongono a favore della distensione senza la quale certamente si fa difficile argomentare e difendere le ragioni che hanno fatto elaborare la manovra finanziaria; la quale peraltro è stata largamente criticata sin dalle prime fasi della sua stesura dalla Commissione Europea, Confindustria, Sindacati e ovviamente dall’opposizione parlamentare. Ricordo che anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), organismo indipendente istituito a seguito della legge che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, non ha validato il documento programmatico del Governo.

Il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero, provvedimenti irrinunciabili da parte di Lega e M5S, a giudizio di molti connotano la manovra di un effetto recessivo mentre il nostro paese avrebbe necessità di provvedimenti che possano fare ripartire la crescita.

In questo contesto è stata sicuramente di buon senso la riduzione del deficit di bilancio dal 2,4% al 2,04%. Tale riduzione, anche se non soddisfa appieno le aspettative della Commissione Europea, assieme ai toni più concilianti dei due vice-premier, ha evitato l’avvio della procedura di infrazione. Ma a ben vedere il lupo perde il pelo ma non il vizio; il vice-premier Salvini, poche ore dopo la notizia dell’accordo con Bruxelles, non gradendo la dichiarazione di Dombrovskis che afferma di voler vigilare  sul rispetto degli impegni assunti dal nostro paese, dichiara che “ sarà il governo italiano a tenere d’occhio i bilanci europei…” ventilando la minaccia di non votare il prossimo bilancio UE (come fece a suo tempo Renzi).

Appare poi quantomeno strano che nell’attuale contesto europeo l’Italia non trovi alleati, anche tra quei paesi che dovrebbero avere una visione politica vicina a quella del nostro governo. Mi riferisco al cosiddetto blocco di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), cui va aggiunta l’Austria e i paesi del nord-Europa. Circa un mese fa il vicepremier Luigi Di Maio dichiarava che  in tutti i paesi europei si verifica un fenomeno politico simile a quello italiano del 4 Marzo scorso, con la conseguenza che in ragione dei prevedibili risultati delle prossime elezioni europee le regole potranno essere facilmente modificate, con specifico riguardo alle politiche economiche di austerity imposte dalla UE.

L’autore vuole esprimere il proprio dissenso rispetto al contenuto di questa dichiarazione, denunciando l’assenza di una comune visione politica fra i paesi “sovranisti” capace di coniugare benessere e solidarietà. Infatti,

  • per la questione dei migranti, Orban concorda con il nostro Governo nella politica di contrasto dell’immigrazione clandestina ma rifiuta il piano UE relativo ai ricollocamenti;
  • per ciò che riguarda le politiche ispirate all’austerità pubblica, la battaglia politica dei nostri Vice Premier volta a modificare alcuni aspetti degli accordi di Maastricht non ci sembra che possa essere condivisa dai “cugini” sovranisti.

L’Ungheria riceve dall’UE contributi pari al 4,9% del Pil con un trasferimento verso la Comunità dello 0,85%. Di conseguenza gli investimenti pubblici sono aumentati grazie ai fondi UE, generando ricchezza per il paese. Nella stessa situazione si trovano Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Alla luce di quanto sopra, Orban e gli altri avrebbero tutto l’interesse a conservare lo status quo; per altro aspetto, la procedura di revisione dei trattati segue un iter molto complesso, che necessita di un’approvazione unanime da parte di tutti gli stati membri.

Anche da parte dell’Austria c’è una netta presa di posizione contro il nostro paese: il cancelliere Kurz ha dichiarato che “ se non ci saranno correzioni da parte di Roma la Commissione Europea deve respingere la manovra”.

Dalla Germania, nel caso di vittoria dei sovranisti non dovremmo attenderci un sensibile mutamento di rotta. Alice Weidel leader di Alternative fur Deutschland, partito di estrema destra, non fa mistero nel criticare la nostra situazione economica. Tra le sue dichiarazioni ne trascrivo parzialmente una “ … dal punto di vista economico, l’Italia è in uno stato desolante ….”. Ed a proposito della richiesta di Italia e Francia di istituire un Fondo comune dei depositi, si dichiara contraria perché “ … così ricominciate a fare debiti? …”.

Bisognerebbe che qualcuno  ricordasse alla sig.ra Alice che se le banche tedesche si sono “salvate” risparmiando all’economia tedesca pesanti contraccolpi è stato grazie al contributo di tutti i paesi dell’UE ed il sostegno italiano è stato certamente importante.

E’ noto a tutti che gli oltre 200 mld di euro erogati alla Grecia fino al 2016 sono stati utilizzati per oltre il 95% per ricapitalizzare il sistema bancario greco, consentendo in tal modo alle banche tedesche di “rientrare” delle notevoli esposizioni finanziarie che avevano assunto in quel paese.

Queste brevi considerazioni dimostrano che la segreta speranza di trovare aiuto nei governi “sovranisti”, a ben vedere, s’infrange di fronte ad atteggiamenti lontani da quella che dovrebbe essere una corretta e coerente  interdipendenza tra paesi, finalizzata alla costruzione di una Europa diversa e migliore, in cui libertà, solidarietà, responsabilità, giustizia non siano soltanto parole da pronunciare nei comizi elettorali ma obiettivi prioritari per migliorare la condizione di tutti i cittadini europei.

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Ha lavorato presso Istituti di credito con ruoli di responsabilità e successivamente come consulente finanziario. Attualmente in pensione, vive a Pescara.

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