Le politiche di contrasto alla desertificazione dell’Economia

0

La Rivoluzione industriale avviata nel XVII° secolo in Inghilterra e nei Paesi dell’Europa settentrionale accese la speranza nei popoli  per il possibile riscatto dall’invincibile povertà che sino ad allora aveva caratterizzato la vita delle genti.

Com’è noto, la distribuzione della ricchezza prodotta dalle classi lavoratrici si accumulava principalmente nelle mani dei proprietari terrieri, dell’aristocrazia e dei burocrati di Stato, e piu’ tardi dei commercianti e banchieri; e cio’ per mezzo del sistema delle rendite latifondiste e delle imposte e tributi, oltre che degli interessi e dei prezzi delle merci, liberamente determinati dalle banche e dagli addetti al commercio (si veda Thomas Piketty, Parigi).

Il progresso tecnico pose le basi per l’avvento della produzione in fabbrica mediante l’ausilio delle macchine e di una forte concentrazione della forza lavoro, la quale trovava compenso nel salario e nei casi minori negli stipendi.

Tale nuova realtà fu la causa di un forte processo di urbanizzazione, con abbandono delle terre coltivate e delle conseguenti attività produttive in sostanziale condizione di autoconsumo, cosi’ come dei lavori condotti da quella che allora poteva essere definita la “middle class”, vale a dire le “arti e mestieri”: la struttura sociale subisce una profonda modificazione con l’apparizione del proletariato (proprietari della sola prole), altrimenti definito “l’esercito industriale” (Karl Marx).

L’Economia  fondata sul “baratto” si modificherà lentamente in Economia “monetaria e creditizia”, con la gran parte degli scambi realizzata in moneta (legale e bancaria) e sostenuta dal credito bancario per quanto concerne l’accumulo del capitale necessario per l’espansione delle produzioni, basata sull’input tecnico e sulla crescita della produttività del lavoro.

Cio’ non ostante, l’incremento  del prodotto industriale e della ricchezza era principalmente dovuto  all’espansione dei consumi delle masse ovvero delle classi lavoratrici, che erano obbligate per la propria sopravvivenza  a realizzare un “piano di consumi” in termini monetari, vale  dire in virtu’ dell’utilizzo dei redditi prodotti e conseguiti in forma di “salario”, essendo state espropriate del risultato del proprio lavoro: il produttore (l’operaio) si era separato dal prodotto e poteva partecipare alla distribuzione del valore in formazione non in termini “reali” ma solo monetari, poiché la gran parte dei beni economici si mostrava indivisibile ed in altri casi di natura immateriale.

Nella fase iniziale della crescita ed espansione del nuovo modo di produrre, definito sistema capitalistico per la prevalenza del fattore tecnico, lo sviluppo del PIL era quindi trainato dall’aumento della domanda aggregata: le classi lavoratrici rappresentavano i principali consumatori dei beni che avevano contribuito a produrre.

Ma con il tempo, la rincorsa del profitto da parte del capitalista determino’ la prima evidenza dell’indesiderabile fenomeno della “eccedenza delle capacità produttive, prodromo per l’avvio delle prime crisi economiche dovute ad un rallentamento delle produzioni per insufficienza della domanda.

Il problema trova origine in due circostanze concomitanti:

  • La rincorsa di una crescente produttività del lavoro, con lo scopo di ridurre l’input di fattore per incrementare il margine unitario sui prezzi dei beni. Ne è derivata inevitabilmente la prima manifestazione del fenomeno di una diffusa disoccupazione, principalmente dovuta alla perdita del lavoro da parte di quelli che si erano già trasferiti nelle città nel miraggio di una nuova e migliore vita economica;
  • La prevalenza di livelli salariali assai contenuti, per l’abbondanza della mano d’opera disponibile.

Dunque, le masse si sono ritrovate dapprima prigioniere del salario per poi “cadere in rovina” per assenza di occupazione e di redditi  monetari necessari alla sopravvivenza, abitando nelle città ed avendo abbandonato le produzioni in condizione di autoconsumo.

I capitalisti accecati dalla rincorsa del profitto pensarono di trovare una soluzione all’eccedenza delle  capacità produttive, per via degli insufficienti livelli di “domanda interna”, nell’adozione di politiche commerciali finalizzate al sostegno delle esportazioni, sostituendo il deficit di consumi con la vendita dei prodotti a terze economie.

In considerazione del fatto che la “specializzazione produttiva” delle Nazioni era un fenomeno sostanzialmente ancora sconosciuto, non vi erano concrete possibilità di collocare le eccedenze produttive nei Paesi che avevano anch’essi avviato il processo di Rivoluzione industriale: nasce  il nuovo colonialismo fondato non solamente sullo “sfruttamento” dei Paesi poveri per via delle loro materie prime bensi’ sulla vendita dei beni eccedentari a quelle popolazioni, evitando di determinare le condizioni utili per la costruzione di un nuovo sistema di produzione in quelle Nazioni.

In tal modo, vengono poste le premesse per escludere ogni reale possibilità di ripetere il fenomeno dello sviluppo capitalistico nelle Economie locali, con formazione di una domanda interna  risultato di un reale processo di creazione del valore a livello nazionale e di diffusione di un  nuovo benessere economico, come in realtà fu in Europa nei primi decenni della Rivoluzione industriale.

Nel secolo XX° la situazione non è sostanzialmente mutata:

  • Povertà diffusa nei Paesi industrializzati per via di un’alta disoccupazione e della persistenza di politiche di bassi salari, accentuata negli ultimi decenni dal cosiddetto processo di “globalizzazione” che altro non è se non “delocalizzazione” industriale alla ricerca di salari ancor piu’ contenuti e di crescenti vantaggi fiscali per il capitale;
  • Invincibili condizioni d’indigenza economica delle popolazioni degli ex Paesi colonizzati, nei quali continua il processo di “spoliazione” delle risorse naturali lasciando cadere “le briciole” del valore sottratto, regolarmente assorbite dalle èlite, mentre il popolo si dibatte con alti tassi di disoccupazione e  bassi livelli salariali anche al di sotto del livello di sopravvivenza, giacché le poche ed insufficienti produzioni interne danno origine ad un flusso di esportazioni verso i Paesi dai quali proviene la delocalizzazione produttiva e che ha contribuito ad aumentare il livello di povertà anche delle classi lavoratrici nazionali dai quali trova origine il fenomeno.

In questo desolante quadro mondiale quali possibilità di eradicare la povertà diffusa in ogni regione e continente  e quali politiche economiche adottare?

L’autrice, traendo le conseguenze dalle cose brevemente descritte, intravede due possibili linee di azione:

  • l’una per i Paesi definiti in via di sviluppo ma che in realtà non sono mai stati interessati da un sostanziale sistema di industrializzazione simile al fenomeno conosciuto dapprima dalle Nazioni europee e successivamente da tutte quelle occidentali, sino al Giappone ed alla Cina;
  • l’altra per le Economie maggiormente sviluppate, che non sono realmente mai riuscite a debellare una diffusa povertà negli strati inferiori della società e che negli ultimi anni ha subito una sensibile accentuazione, per via di un’inefficace distribuzione della ricchezza prodotta, non che nei tempi recenti per gli effetti della pandemia in atto ed ancora non tutti del tutto manifesti nel proprio impatto.
  1. In Nazioni come quelle africane gli interventi finalizzati al sostegno economico della popolazione, privata dei beni essenziali ed in condizioni di grave disagio economico- sociale e sanitario, devono porsi il primario obiettivo di contribuire a costruire una “economia di base” fondata inizialmente sull’autoconsumo, specialmente per quella quota della popolazione residente nei centri lontani dalle aree metropolitane e carenti di ogni piu’ elementare servizio di base.

Trattasi di porre le condizioni per assicurare lo sviluppo di una razionale attività agricola, per la quale si mostrano necessari alcuni interventi essenziali:

  1. l’impiego di tecnologie dell’acqua, per dotare i villaggi rurali delle condizioni igieniche di base con il contestuale scopo di irrigare i terreni adibiti a coltivazione;
  2. realizzare una formazione “professionale” al fine di divulgare la conoscenza sulle tecniche agricole piu’ adatte alla qualità del suolo e delle produzioni che ben possono essere impiantate;
  3. costruire scuole per l’istruzione di base al fine del superamento di un diffuso analfabetismo;
  4. provvedere alla realizzazione ed all’efficace funzionamento di poliambulatori attrezzati, attraverso l’impiego di personale specializzato ben retribuito, con adeguata provvista di medicinali ed altre risorse sino all’impianto di “sale operatorie” per la medicina d’urgenza;
  5. impiegare le necessarie risorse per la costruzione di una viabilità inter-regionale tra i vari centri rurali e tra questi ed i centri urbani piu’ vicini, al fine di una libera circolazione dei beni prodotti ed eccedenti l’autoconsumo;
  6. sostenere lo sviluppo delle attività artigianali in loco, per rendere la popolazione relativamente indipendente dai maggiori centri urbani e realizzare un virtuoso “circolo del valore” locale con evidenti e sensibili ricadute sull’Economia dei singoli territori.

Parallelamente a tali interventi, si mostra opportuno l’elaborazione di politiche di sostegno alla nascita e sviluppo di un sistema di piccole e micro aziende, mediante il soccorso finanziario che deve articolarsi in due direzioni: da una parte, contribuire a facilitare l’erogazione del credito bancario da parte degli istituti locali, fornendo garanzie patrimoniali a supporto dei prestiti concessi; dall’altra, erogare capitali “a fondo perduto” con lo scopo di agevolare l’introduzione delle tecnologie piu’ innovative nei processi produttivi condotti, per consentire il miglioramento qualitativo e tecnico dei prodotti ed assumere le capacità di competere con le piu’ forti imprese operanti sul territorio, per via del processo di delocalizzazione da parte dei Paesi maggiormente sviluppati.

In tale scenario, il rafforzamento del sistema scolastico di base é la premessa indispensabile per promuovere l’istituzione di scuole di formazione professionale ad ogni livello, sino a quello universitario, unica possibilità di formare una giovane classe operaia qualificata ed un nucleo dirigenziale non che imprenditoriale che lavori per la crescita dell’autonomia economica del Paese.

Da ultimo, è necessario prevedere la realizzazione d’interventi di piu’ ampio respiro finanziario e dall’impatto nel lungo periodo come  la costruzione di grandi arterie stradali ed autostradali, di linee ferroviarie, di porti ed aeroporti e di ogni altra infrastruttura economica utile alla crescita delle produzioni sino ad arrivare alla formazione di flussi di esportazione verso Paesi terzi.

  1. Con riferimento alle Nazioni già industrializzate ma interessate da un iniquo sistema di distribuzione della ricchezza fra i partecipanti alle produzioni, l’azione si presenta piu’ complessa ed articolata, per via di una vecchia e nuova struttura produttiva che si sono “intersecate” senza una vera distinzione e del connesso fenomeno di “liquefazione” della società, tanto voluto dalle classi dominanti, che oltre alla desertificazione dell’economia ha determinato una forte decadenza della struttura etico- morale degli individui.

Il processo ancora in atto trova forza in alcuni concomitanti fattori o circostanze:

  1. il prevalere del capitale in Economia con forte dominio della Finanza, che non si pone lo scopo principale di sostenere la crescita del prodotto nazionale bensi’ della propria ricchezza, rincorsa attraverso la conduzione di attività speculative sui mercati finanziari, ispirate ai principi del “moral hazard” secondo lo schema tipico della “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” (fenomeno definito “too big to fail”), oltre che attraverso la ricerca di condizioni di sostanziale detassazione trasferendo le sedi legali presso paradisi fiscali;
  2. l’elevazione di barriere crescenti all’erogazione del credito bancario a favore delle piccole e medie imprese e delle famiglie, con distruzione di una consistente quota del sistema produttivo delle Nazioni;
  3. il predominio delle politiche monetarie nella Governance, con sostanziale assenza di quelle economiche- industriali e fiscali (di bilancio);
  4. l’abbattimento del “welfare state” per mancanza di un adeguato flusso di entrate fiscali nelle casse dello Stato e per l’abbandono delle politiche del “deficit spending”.

Ne è conseguito un sensibile peggioramento delle condizioni di povertà di gran parte della popolazione, per via di una crescente disoccupazione e conseguenti politiche di bassi salari, abbattimento delle garanzie e delle tutele per la salvaguardia dei posti di lavoro delle classi meno abbienti, azzeramento della “mobilità sociale” per assenza di un reale sistema meritocratico e per l’impossibilità per le famiglie meno abbienti di sostenere gli studi e lo sviluppo formativo delle giovani generazioni.

Lo sforzo da doversi fare per contrastare e vincere questa deprecabile e diffusa situazione  economica e sociale assume dimensioni di notevole ampiezza.

In primis, va definito e “regolamentato” un nuovo sistema di distribuzione del valore prodotto presso le imprese; è necessario,

  • da una parte, stabilire un congruo livello del “minimo salario” che ponga le classi lavoratrici nella condizione di superare realmente il proprio stato di disagio economico e di povertà, con un reddito che si mostri capace di misurare una seppur modesta formazione di risparmio;
  • dall’altra, bisogna porre dei limiti al livello del “saggio di profitto”, altrimenti definito tasso di rendimento del capitale (r), in modo che non abbia ad essere superiore al tasso di crescita del PIL (g).

La teoria economica ha ben dimostrato che qualora sia r > g il processo di accumulo del capitale assorbe la gran parte della ricchezza nazionale, rendendo disponibile per la “quota lavoro” (salari e stipendi) la minor parte del reddito prodotto.

Inoltre, va sostenuta con ogni mezzo la piccola e media impresa, con agevolazioni fiscali finalizzate all’introduzione di nuove tecnologie, ma soprattutto attraverso l’abbattimento delle notevoli barriere all’erogazione del credito bancario, unica e vera fonte di risorse finanziarie per questa categoria di produttori.

Da ultimo e non perché di minore importanza, bisogna determinare le condizioni per la diffusione di un reale sistema meritocratico, ponendo le giovani generazioni tutte in pari condizioni di opportunità, per cio’ che concerne la formazione scolastica, universitaria e professionale.

Si potranno mai realizzare tali interventi?

Certamente si, se le popolazioni saranno capaci di assumere la responsabilità sul destino delle proprie  Nazioni attraverso la libera espressione di un voto politico realmente consapevole, incidendo sulla formazione delle classi dirigenti dei Paesi interessati.

Ma non sarà sufficiente!

Bisogna che gli Organismi Internazionali adibiti al sostegno dello sviluppo economico e sociale dei popoli sappiano mettere in campo degli interventi mirati ed efficaci, idonei per affiancare l’azione dei Governi, rendendo disponibili capitali e risorse tecniche diversamente indisponibili.

Con tali azioni ed interventi si potrà sperare a ragione di osservare nei prossimi anni un mondo migliore, in cui non vivano in condizioni di assoluta precarietà  alcuni miliardi di individui, mancando le minime risorse necessarie per assicurare la sopravvivenza, la dignità sociale e l’adeguata assistenza sanitaria ed igienico- ambientale.

About Author

Ingegnere informatico e imprenditrice con una vasta esperienza in varie industrie Hi-Tech israeliane e americane. Joelle ha sviluppato numerosi algoritmi nel campo dell'ingegneria medica e ha lavorato per molti anni nello sviluppo del business, nel marketing e nelle posizioni di vendita. Oggi collabora con diverse organizzazioni umanitarie e ricopre l'incarico di Ambasciatrice presso l'Organizzazione Economica Internazionale OIDE.

Comments are closed.