L’apparente contrasto Capitale-Lavoro in Economia

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I sistemi produttivi moderni fondano sulla relazione capitale-lavoro, fattore tecnico (tecnologia)-mano d’opera, dal quale derivano diverse possibili combinazioni dei fattori della produzione e da cui scaturiscono i beni e servizi economici e dunque il valore.

Le “utilità addizionali” (rispetto alle merci impiegate) derivanti dai prodotti ottenuti rappresentano reddito (valore aggiunto), al netto della quota ammortamento, oggetto di successivi processi di ripartizione (distribuzione) in termini di salari, interessi e profitti.

Dunque, la ricchezza assume la qualità di nozione “stock” mentre il valore (reddito) di “flusso”.

Non sarà difficile per il lettore comprendere che la produzione di utilità economiche si pone l’unico obiettivo di assicurare la sopravvivenza della razza, mediante l’utilizzo dei beni ottenuti (in termini di valore -stock monetario) ai fini della soddisfazione dei bisogni esistenziali (beni e servizi altrimenti definiti “economici”).

A ben osservare la realtà delle produzioni, moderne e non, non si può che rilevare la loro essenziale natura fondata sul “lavoro economico”; i prodotti risultano sempre ed in ogni luogo dall’intelligenza umana applicata ad un particolare processo, mentre la tecnologia rappresenta un fattore di amplificazione delle capacità lavorative dell’uomo senza però potersi mai integralmente sostituire ad esse.

E se mai fosse possibile immaginare un mondo dove ogni produzione è realizzata dalle “macchine”, bisogna comunque considerare che i processi organizzati a sistema sono sempre il risultato dell’intelligenza umana applicata.

In una prima conclusione si può allora affermare che non vi è valore, ovvero reddito (inteso come ricchezza incrementale) senza lavoro, in altri termini nessuna Economia si rende funzionante in assenza di mano d’opera.

Ma i moderni sistemi produttivi hanno ribaltato questa evidente verità, rovesciando la realtà economica e riferendo al capitale il ruolo principale nei processi di creazione del valore.

Nel senso che le politiche industriali attuate dalle imprese, così come quelle elaborate dai Governi, pongono a fondamento della crescita economica l’incremento dell’input di capitale; ciò comporta una crescita esponenziale della produttività del lavoro, poiché la maggiore intensità del fattore tecnologico amplifica in guisa crescente le capacità lavorative umane, sia intese nel senso “qualitativo” che “quantitativo”.

  1. Nel primo caso (qualità), si registra un miglioramento del contenuto tecnico dei beni prodotti, segno tangibile del progresso con effetti positivi sulla qualità di vita dei popoli.

Resta da verificare se il progresso tecnologico si sia sostanziato in un aumento del salario medio, vale a dire in un incremento dei redditi disponibili per le classi lavoratrici, in modo da consentire l’acquisto dei beni che hanno contribuito a produrre.

Purtroppo sin troppo spesso non è così, poiché i vantaggi derivanti dal valore prodotto si trasformano principalmente in maggiori profitti per i capitalisti. E ciò in ragion degli attuali sistemi di distribuzione della ricchezza (reddito) prodotta presso le imprese, fondati su di una totale prevalenza del capitale che si trova nella condizione d’imperio nel determinare il livello dei salari e dei prezzi, sulla base dei propri obiettivi di profitto.

In tal modo per i “produttori” (i lavoratori) residua in sede di distribuzione la parte minore del valore ottenuto, in ragione del tentativo troppo spesso riuscito di attuare politiche di bassi salari; inoltre, l’assoluta libertà del capitalista di definire il livello dei prezzi sulla base dei propri obiettivi di profitto, tenuto conto della situazione dei mercati di sbocco, rende assai contenuto il salario reale di frequente di dimensione inferiore alla soglia della minima sussistenza.

Appare allora chiaro al lettore che il vero problema delle Economie moderne (mai risolto) consiste nel sostanziale arbitrio dei capitalisti (imprese) nel definire il livello  dei salari e prezzi, seguendo sempre ed unicamente i propri piani di convenienza economica (massimo profitto).

La “barzelletta” (o meglio, la ben articolata “menzogna”) della cosiddetta teoria del “liberismo economico” (non intervento in Economia), da molte scuole di pensiero economico propagandata e da molti governi applicata, si mostra come una colossale “truffa” a danno delle classi lavoratrici (si veda Galbraith J.K., Stiglitz J.E. ed altri), poiché le imprese vengono poste in condizioni di sostanziale arbitrio nella definizione dei salari reali e, dunque, nell’incidere in modo presso che assoluto sui processi di distribuzione della ricchezza prodotta tra i popoli di intere Nazioni.

La povertà diffusa non potrà mai essere vinta ed eradicata sino a quando tale sistema di arbitrio economico, in mano ai ricchi ed ai potenti, sarà ancora imperante.

Appare irrinunciabile una politica economica degli Stati che ponga sotto efficace controllo il processo di formazione dei prezzi presso le imprese ed i sistemi di distribuzione della ricchezza prodotta, vale a dire la ripartizione del valore tra salari e profitti.

Ma v’è di più alle brevi cose già sinteticamente rappresentate (si veda Yerushalmi D., The Global Review, marzo 2018).

  1. Resta invero da esaminare il caso in cui l’incremento dell’input tecnologico vada ad incidere sensibilmente sulla quantità dei beni prodotti per unità di lavoro impiegata (produttività del lavoro).

E’ l’esempio più diffuso anche perché il progresso tecnico manifesta nella norma i propri effetti congiuntamente sia sull’aspetto “qualità” che su quello “quantità”.

Ne deriva un aumento del prodotto (beni e servizi) che, a parità di condizioni vale a dire di capacità di assorbimento del mercato, può determinare una riduzione della forza lavoro occupata.

E’ questa la vera ragione di un cronico tasso di disoccupazione sempre presente nel moderno sistema di produzione di tipo capitalistico, ossia fondato sull’incremento dell’input tecnico; il quale immancabilmente comporta un aumento del rapporto “capitale/lavoro” poiché incrementa quello “prodotto/lavoro” (ovvero decrementa il rapporto “lavoro/prodotto”).

La crescente minore disponibilità di lavoro comporta due effetti indesiderabili ma voluti dall’èlite dominante:

  • Una riduzione dei redditi disponibili per la classe dei lavoratori, per via della contrazione dei posti lavoro disponibili;
  • Una tendenza alla continua riduzione del salario medio, in relazione all’incremento dell’offerta di lavoro, caeteris paribus.

E’ esattamente questa la situazione delle Economie moderne: abbondanza di mano d’opera e bassi salari, non ostante la crescita costante del PIL delle Nazioni; che per altro verso misura un aumento senza limiti dei profitti ed in genere dei redditi da capitale.

La soluzione non può che essere di economia politica:

  • Da una parte, è necessario realizzare l’aumento della produzione in primis mediante l’assorbimento della forza lavoro disponibile. Si tratta nei fatti d’invertire la Funzione prodotto (Cobb e Douglas), negli orientamenti politici prevalenti fondata sull’incremento dell’input tecnico (capitale), con trasformazione a “variabile indipendente” della quantità di lavoro impiegata. In tal modo, la funzione di parametro “dipendente” è assunta dal fattore capitale mentre, costante l’input tecnologico, si procede al maggior dimensionamento della funzione prodotto per il solo tramite dell’incremento del fattore lavoro, sino al totale assorbimento della mano d’opera disponibile.
  • Dall’altra, nel caso che il livello di prodotto non si mostri sufficiente per assicurare un adeguato reddito pro-capite, si opererà per un incremento del fattore capitale (tecnologia), in guisa da determinare un aumento delle produzioni e dei redditi (si veda Yerushalmi D., The Global Review, marzo 2018).

Il lettore comprende che tale schema di funzionamento dell’Economia, sempre possibile, comporta un totale ribaltamento dell’attuale assetto di potere politico, economico e finanziario. 

Ma è certo che ogni altra via propagandata dai molti sarà sempre inefficace, poiché non si mostrerà capace d’incidere sugli aspetti essenziali della produzione e della distribuzione del valore, inevitabilmente conseguenza del mix lavoro-capitale.

About Author

David Yerushalmi è uno studioso da lunghi anni dell’antropologia e dei modelli di sviluppo delle società umane. Per questo motivo ha dedicato una parte importante delle proprie ricerche alla scienza economica, nella consapevolezza che la disponibilità di risorse utili per la sopravvivenza della razza pone le condizioni per il progresso morale, civile e tecnologico dell’Umanità. Attualmente studia e lavora in Israele.

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