La trasformazione del modello economico mondiale dal tipo “esogeno” in quello “endogeno”

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  1. Le politiche economiche odierne orientate a sostenere lo sviluppo possono essere definite “esogene”, vale a dire che l’obiettivo principale è sì quello di una crescita del Prodotto Interno ma a beneficio principale del capitale, in termini di maggiori profitti, piuttosto che delle classi lavoratrici; queste ultime soffrono di una carenza di redditi dovuta a due principali motivi.
    • I bassi livelli salariali,
    • Gli insopprimibili tassi di disoccupazione.

Il potere dominante e le politiche degli Stati maggiormente sviluppati pongono le condizioni utili per diffondere e conservare stabilmente tali deprecabili situazioni economiche generali, al solo scopo di rafforzare il proprio dominio sulle masse.

Ed in effetti, la leva della crescita economica fonda essenzialmente sull’incremento dell’input tecnologico (si veda Yerushalmi D., The Global Review) con innalzamento della produttività del lavoro che,

  • da una parte, determina un aumento del prodotto e dei conseguenti profitti,
  • dall’altro, una tendenziale riduzione della mano d’opera occupata (per la contrazione dell’input di forza lavoro per unità di prodotto), con inevitabile incremento dell’offerta di lavoro, che genera una carenza di occupazione e conseguente flessione del salario medio.

A tale deprecabile processo, frutto della prevalenza del capitale in economia e nella politica, si aggiunge il processo di “globalizzazione economica” che così come oggi si manifesta nulla è se non globalizzazione della povertà; ed invero, la delocalizzazione produttiva fonda sulla ricerca di bassi livelli salariali e detassazione dei profitti, dunque ad evidenza essa è per il solo vantaggio del capitale (e per ciò motivo di rafforzamento del modello economico di tipo “esogeno”).

Tali politiche quindi inducono condizioni utili per una crescita del prodotto che non corrisponde ad un allargamento della base dei consumi, per le basse politiche salariali, bensì ad un avanzamento dei profitti e dei redditi di quelle classi che sono ricche e che si trovano in una posizione di supremazia politica ed economica; si perpetua in tal modo la povertà di intere generazioni, come la storia dimostra.

E’ questo il risultato di politiche economiche di tipo “esogeno”, definite tali poiché non generano le condizioni utili per una crescita del benessere economico delle classi lavoratrici ed in genere di quelle povere, per assenza di un’espansione dei redditi disponibili e quindi per carenza di consumi: come se il sistema economico fosse “esterno” (esogeno) alla classe dei lavoratori, i veri produttori, i quali vengono esclusi dai frutti delle proprie fatiche.

Il modello di sviluppo deve dunque essere, per così dire, ribaltato: la crescita economica dovrà essere principalmente di tipo “endogeno”, vale a dire generare un’espansione continua dei redditi delle classi lavoratrici e delle conseguenti capacità di consumo e di risparmio delle masse. In tal modo, si pongono le premesse per una democratizzazione della ricchezza, fondata su di un’equa distribuzione del capitale in formazione, che consente ai popoli una reale partecipazione al processo di finanziamento dello sviluppo mediante il sistema dell’intermediazione finanziaria. Il capitale quindi diventa “endogeno” al sistema e non com’è attualmente “ esogeno”, e cioè escluso dal controllo dei popoli, i veri produttori, e dallo stesso circuito economico con accumulo d’ingenti ricchezze in capo ai pochi in forma di stock di capitale finanziario(si veda Yerushalmi D., op. cit.).

  1. La “prigione economica” dei popoli, sapientemente (e malignamente) costruita dai potenti, fonda anche sul “potere della moneta”: vale a dire sulla circolazione di una “moneta carta”, non convertibile in altro bene e non di proprietà del possessore (il vero creditore), emessa dal sistema delle banche private totalmente controllate dalla classe dominante. Ed in effetti, le stesse Banche Centrali ( aventi il potere di battere moneta legale) rappresentano nei fatti Istituzioni private nelle mani dei potenti che pretendono di essere autonome dal potere politico, vale a dire da quello governativo, con il sostanziale consenso delle legislazioni moderne (si veda Yerushalmi D., Auriti G., Kryliengo A., Copertino L., tutti su The Global Review). Esse assumono quindi il privilegio di sostituire lo Stato nell’emissione dei biglietti a circolazione legale, e per questo a corso forzoso poiché aventi potere liberatorio in virtù di legge.

    Ciò comporta l’indesiderabile conseguenza secondo la quale gli Stati hanno rinunciato al potere di battere moneta; la circolazione del biglietto legale fonda quindi sulla formazione di debiti nei confronti dell’emittente (la Banca Centrale), il quale incassa interessi sui titoli emessi dallo Stato sovrano per alimentare la base monetaria, linfa vitale per l’economia del Paese. Mai atto più perverso poteva essere concepito dai potenti: ed in effetti, in virtù di tale meccanismo, l’economia è nelle mani di una classe di capitalisti parassita che pretende di percepire interessi (rendite) per rendere circolante il “bene pubblico moneta”, appropriandosi con tale atto di una fetta consistente della ricchezza prodotta dal sistema economico e tenendo nel ricatto intere generazioni e nazioni, con la minaccia di ridurre la circolazione del cosiddetto “medio circolante” (biglietti legali e moneta bancaria), bene indispensabile per il funzionamento del sistema e per la distribuzione della ricchezza prodotta.

    Si aggiunga a tali brevi ma essenziali considerazioni che le banche private, a loro volta, emettono moneta (nella forma di strumenti di pagamento bancari) che pongono in circolazione in ragione della concessione di propri prestiti nelle varie forme, crediti che fruttano interessi fonte di profitti. Anche in tal caso, quindi, l’emissione della moneta bancaria comporta il sostenimento di un costo da parte del pubblico utente, il quale nelle economie moderne è nella condizione di non poter rinunciare all’uso del denaro nello svolgimento di ogni attività economica, produzione- percezione redditi- consumi- risparmio- investimenti, com’è ovvio ai più.

    Ma nel caso della moneta di conto la circolazione fonda sulla prevista convertibilità in biglietti legali (circolazione fiduciaria) che il pubblico attua solo nei casi in cui prevede di realizzare transazioni in contanti. La comodità nell’uso della moneta bancaria (bancomat-carte di credito- assegni ed altro) e la legislazione prevalente che limita fortemente l’uso del contante, secondo la motivazione ufficiale dell’intenzione di contrastare l’uso illegale della moneta, pone le premesse per un uso massiccio del denaro di conto nel regolamento delle transazioni, sino a diventare prevalente sul biglietto legale la quantità di moneta bancaria in circolazione.

    Ma a differenza degli Stati, e dei cittadini ed istituzioni economiche private, le banche commerciali “pagano” la disponibilità di biglietti legali (necessari per la conversione dei propri debiti, in forma di assegni ed altre forme di pagamento bancarie) a tassi d’interesse sensibilmente contenuti, certamente rispetto a quelli sostenuti dalla pubblica amministrazione sulle emissioni dei propri titoli e dai privati sui prestiti contratti con il sistema bancario; una conferma di tale affermazione si rende agevole al lettore attento, ponendo a confronto il livello del Tasso di Riferimento B.C.E. (diversamente definito Tasso Ufficiale di sconto), gli interessi mediamente percepiti nella detenzione dei titoli pubblici ed il livello medio dei tassi attivi bancari (corrisposti sui prestiti).

    Quindi la moneta, legale e bancaria, entra in circolazione in virtù dell’accensione di un debito da parte dell’utilizzatore, pubblico (Stato) e privato (cittadini ed imprese), sostenendo un indebito costo che contribuisce a trasferire quote di ricchezza crescente nelle mani dei capitalisti detentori del potere di battere moneta (banche private e centrali); all’atto del rimborso del prestito (debito) si determina poi un altro indesiderabile e perverso meccanismo economico: il potere di acquisto contenuto nel denaro( e quindi valore- reddito) viene trasferito nell’economia dell’emittente, distruggendo (letteralmente) una quota della ricchezza prodotta ed in circolazione, certamente così nel caso della Banca Centrale.

    Dunque, si determina in tal modo una continua riduzione delle capacità di spesa presenti nel sistema che genera un meccanismo di trasferimento dei redditi in forma monetaria dalle masse (cittadini lavoratori) nelle mani dei potenti, con irrimediabile e cronico impoverimento delle popolazioni del pianeta e tendenza presso che costante alle crisi economiche, giacché il “prodotto” (valore), distribuito in forma di salari- interessi- profitti, “torna” normalmente al produttore (in termini di domanda di beni e servizi) in quantità ridotta, determinando inevitabilmente presto o tardi una contrazione nei livelli di utilizzazione delle capacità produttive (impianti industriali), aumento della disoccupazione ed ulteriore riduzione dei redditi delle masse.

  1. Dunque, il “signoraggio monetario” (si veda oltre agli autori in precedenza citati anche Galbraith J.K. ed altri) comporta un triplo perverso meccanismo:

    1. Da una parte, pone limiti “esogeni” al processo di sviluppo economico; ed in effetti, il potere privato dei banchieri può sensibilmente ostacolare la crescita dei redditi ponendo limiti all’espansione della circolazione monetaria, ovvero riducendola, con decisione “autonoma” ed in netto contrasto con l’interesse prevalente delle nazioni e dei popoli. La motivazione ufficiale, e sostenuta peraltro da una parte accreditata della letteratura, è quella di dover realizzare un efficace controllo dell’andamento del tasso d’inflazione, considerato il male assoluto delle Economie moderne. Ma altra dottrina afferma il contrario, vale a dire che lo sviluppo non può prescindere dalla presenza di un certo tasso di variazione in aumento dei prezzi (si veda Stiglitz J.E. ed altri), e che la stessa inflazione va considerata come un fenomeno “economico” e non puramente monetario come si vuole intendere dai più, poichè la variazione dei prezzi è unicamente da riferire a mutate condizioni nel piano di convenienza economica dei produttori (Yerushalmi D.).
    2. Dall’altra, ostacola l’accumulo di risorse economiche presso le masse (risparmio) poiché pone in essere un costante processo di assorbimento di potere di acquisto, mediante due indesiderabili meccanismi:

      • il primo, connesso alla circostanza che l’uso della moneta comporta l’indebito sostenimento di costi in forma d’interessi;
      • il secondo, perché all’atto del rimborso del debito (titoli di Stato in scadenza ovvero rimborso di prestiti bancari) si determina un processo di trasferimento della ricchezza nelle mani del potere bancario (capitale privato), con riduzione della capacità di spesa dei popoli e quindi della quota di valore disponibile presso i veri produttori, i lavoratori.
    3. Inoltre, l’assorbimento continuo di risorse economiche in forma di potere di acquisto pone le premesse per le ricorrenti crisi economiche, giacchè di sovente si determinano situazioni di eccedenza di capacità produttive, connesse ad una insufficienza della domanda complessiva, dalle quali scaturiscono inevitabilmente riduzione della forza lavoro occupata e contrazione ulteriore dei redditi disponibili per le masse.
  1. In simili scenari quali possibili soluzioni?

    Naturalmente, esse non potranno che essere principalmente di natura politica.

    Per prima cosa, appare irrinunciabile che gli Stati si riapproprino del potere di battere moneta.

    Tre le conseguenze desiderabili:

    1. Parte non trascurabile dell’indebitamento pubblico sarà pareggiato da moneta legale in circolazione, e pertanto sarà caratterizzato da un costo per interessi nullo (Auriti G., Copertino , Krylienko A.). Ciò comporterà ad evidenza una sensibile riduzione della pressione fiscale, poiché le spese (uscite) di parte corrente della pubblica amministrazione si ridurranno in via proporzionale; ne consegue un incremento del potere di acquisto dei cittadini con allargamento della base dei consumi ed effetto stabilizzatore sui cicli economici.
    2. Riassunzione di autonomia da parte dei Governi nella definizione delle politiche fiscali e di bilancio, con concrete possibilità d’intervento in caso di rallentamento della fase economica mediante il sostegno della domanda complessiva.
    3. Netta separazione tra le attività di vigilanza sul sistema bancario e potere di definizione delle politiche monetarie, le quali non potranno mai essere sconnesse da quelle economiche (Stiglitz J.E ed altri).

    Per altro aspetto, è necessario determinare le condizioni per il prevalere di una politica dello sviluppo di tipo “endogeno” che postula necessariamente alcuni fattori imprescindibili, il primo dei quali non potrà che essere una crescita economica trainata dai consumi ancor prima che dall’incremento degli investimenti, che saranno conseguenza dei primi (i consumi). In tal modo l’espansione delle Economie produrrà in primis un allargamento del benessere economico delle masse, con successiva evidenza di un diffuso risparmio e conseguente reale democratizzazione dei processi di produzione e del capitale.

    E’ la vittoria degli oppressi sui dominatori, e pertanto tale modificazione dello scenario economico non potrà che avere come premessa un sensibile mutamento delle condizioni politiche delle nazioni.

    E’ chiaro che le ipotesi proposte richiamano all’attenzione alcune questioni fondamentali della teoria e della politica economica:

    1. La funzione sviluppo (Cobb e Douglas, Solow ed altri), sino ad ora fondata sull’incremento dell’elemento capitale- input tecnologico, pone le premesse per il persistere di un cronico tasso di disoccupazione, per via della continua crescita che ne deriva della produttività del lavoro. Parte illuminata della letteratura ha proposto di recente un ribaltamento della funzione produzione, ponendo al centro dell’attenzione il fattore lavoro anziché quello capitale (Yerushalmi D. su The Global Review).
    2. Abbattimento del processo inflattivo mediante un efficace controllo del processo di formazione dei prezzi presso le imprese (Galbraith J.K., Yerushalmi D.).
    3. Regolamentazione del processo di distribuzione del valore in formazione presso le imprese, principalmente mediante la definizione di un congruo salario minimo (si vedano gli autori in precedenza citati ed altri).
  1. Nei Paesi in via di sviluppo, come quelli del continente africano, una prima possibile soluzione con effetti di tipo graduale, nel tentativo di trasformare gli attuali assetti economici dal tipo “esogeno” verso quello “endogeno”, potrebbe essere quella dell’introduzione di una speciale “moneta bancaria” a corso fiduciario, ovvero convertibile in quella legale, emessa da alcune banche in relazione all’erogazione dei tipici prestiti ad imprese e famiglie. Tale forma di denaro potrebbe avere un’equivalente “biglietto” in circolazione on line, anch’esso convertibile nella moneta legale di riferimento (esempio del “bitcoin”).

    Il meccanismo di emissione (prestiti bancari) consentirebbe una rapida diffusione della circolazione del genere monetario in discorso, con reali vantaggi per il pubblico se il costo per la sua detenzione si mostrerà sensibilmente contenuto; la qual cosa potrebbe palesarsi reale qualora i prestiti bancari potessero essere erogati a tassi assai ridotti, e determinati in virtù di uno spread positivo, rispetto al Tasso Ufficiale di Riferimento del biglietto legale di conversione, non superiore ad uno (1%).

    Si potrebbe inoltre porre le premesse per un sostegno allo sviluppo del commercio tra Stati diversi della medesima area continentale ed economica, se la valuta di conversione della nuova moneta fosse rappresentata da un biglietto legale dal respiro internazionale, com’è il caso del dollaro statunitense. Ciò potrebbe contribuire a garantire una maggiore stabilità nel rapporto di cambio della nuova moneta, con stimolo alla crescita dei commerci tra i Paesi interessati. In realtà si porrebbero le basi per la nascita di un’area economica caratterizzata da una moneta comune di tipo “endogeno”.

    E’ chiaro che simili scenari di politica monetaria si mostrano favorevoli alla trasformazione dell’Economia locale in tipo “endogeno”, poiché la circolazione della speciale moneta si connette ad un costante incremento delle capacità di spesa dei cittadini, fonte di traino della produzione e quindi degli investimenti (Economia di tipo endogeno).

    Appare inoltre necessario predisporre un’accurata attività di vigilanza sul processo di emissione e circolazione della speciale moneta, oltre che maturare una specifica e chiara volontà politica, per verificare la costante presenza di tre irrinunciabili requisiti:

    • Il primo che le banche emittenti, e facenti parte dello specifico circuito, detengano riserve valutarie sufficienti alla conversione degli strumenti di pagamento circolanti;
    • Il secondo che i Governi interessati non pongano barriere al regolamento degli scambi internazionali nella valuta di riferimento;
    • Il terzo che si costituisca uno specifico sistema dei regolamenti monetari tra le banche emittenti e che consenta la negoziazione in quella valuta di assegni ed altre forme di pagamento bancarie, liberamente circolabili poiché esigibili presso gli sportelli di ciascun istituto emittente.

    I possibili ostacoli alla realizzazione di tali scenari economico- monetari possono essere molteplici ed essenzialmente riconducibili alle reazioni dei poteri attualmente dominanti e di quella parte della classe politica asservita ai loro interessi.

    Ma è certo che qualora attuato il progetto potrebbe porre le prime importanti premesse per il ribaltamento degli attuali assetti economici mondiali, i quali da “esogeni” assumerebbero gradualmente i connotati più tipici del tipo “endogeno”, con reale crescita del benessere economico di intere popolazioni ed avvio di un reale processo di democratizzazione della ricchezza.

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Dapprima Ricercatore e successivamente Professore di Finance and Banking presso alcune Università italiane. Manager di diversi istituti di credito e società finanziarie. Attualmente studia e ricerca tra Israele e l’Europa.

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