La polarizzazione della struttura dell’offerta nell’Economia italiana

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Oggi si assiste ad un nuovo fenomeno economico non ancora attentamente indagato dalla Letteratura: la polarizzazione della struttura dell’offerta.

Essa consiste in una rarefazione della struttura produttiva verso il basso  corrispondente  ad una  concentrazione della produzione verso l’alto, vale a dire presso le imprese di maggiori dimensioni.

Per alcuni versi è un fenomeno simile a quello delle prime fasi della Rivoluzione industriale nell’Europa del XVIII secolo, in cui si osservava la nascita del “proletariato” (proprietari della sola prole) come prodotto dell’urbanizzazione conseguente all’abbandono della produzione agricola e delle arti e mestieri, quelle attività che in quel tempo rappresentavano l’equivalente delle nostre piccole e micro imprese.

Dapprima si suppose che l’avvento della produzione “capitalistica” avrebbe potuto determinare un innalzamento dei redditi disponibili per le masse, contribuendo al livellamento in alto del tenore di vita di intere popolazioni; successivamente, ci si accorse che le cose non si orientavano in tale direzione: gli operai sopravvivevano in condizioni di sostanziale indigenza economica, senza alcun reale miglioramento del “tenore di vita” abitualmente conquistato nella vita rurale, così come gli ex artigiani ed i lavoratori autonomi in genere che anzi subirono un sensibile impoverimento. D’altro canto, l’industria prosperava ed il capitale assorbiva la maggiore quota del reddito-valore prodotto, evidenziando nei secoli precedenti alla prima guerra mondiale un accumulo di ricchezze in capo al  dieci per cento della popolazione per valori cinque o sei volte superiori al reddito prodotto nello stesso periodo (si veda al riguardo e per tutti, l’importante e monumentale opera di Thomas Piketty, Parigi).

La Letteratura economica sosteneva e giustificava tale realtà attingendo forza dall’analisi maltusiana (Robert Malthus, Gran Bretagna 1766- 1834) che  motivava la situazione di povertà dei popoli  con l’assioma imperante della necessità del “reddito di sopravvivenza” (bassi salari), poiché avrebbe consentito un forte processo di accumulo del capitale tecnico unico vero fattore di sviluppo per l’Economia; in altri termini concettuali, per gli operai era sufficiente ed anzi necessario conseguire redditi prossimi alla soglia della  sopravvivenza per “rigenerare” la forza lavoro necessaria alla Nazione per crescere e prosperare, dimenticando che la prosperità era riferibile al solo dieci per cento della popolazione.

In tali scenari, non si conosceva nella struttura sociale la cosiddetta “middle class” che fece la sua apparizione nella storia economica delle nazioni nel secolo XX° e ad iniziare dagli Stati Uniti d’America. Negli anni precedenti, la crescita economica si caratterizzava per una forte polarizzazione della ricchezza a favore dell’unica classe agiata mentre il resto della popolazione languiva economicamente con redditi sin troppo spesso anche al di sotto della soglia di sopravvivenza.

Il miracolo italiano del secondo dopoguerra, caratterizzato da una forte crescita  e da una sufficiente distribuzione del valore prodotto verso il basso, ha fatto ben sperare le allora giovani generazioni della Nazione.

Negli anni ‘70 –’80 e ’90,  la classe media si affermò nella società italiana: si tratta di piccole e medie imprese ma anche di micro aziende ispirate ai principi dell’artigianato, così come di una classe di professionisti erogatori di servizi a favore del giovane sistema produttivo.

Queste imprese trovavano alimento e sviluppo nell’erogazione del credito bancario, il quale provvedeva correttamente e nel rispetto di quella che era la “mission aziendale” al sostegno del finanziamento del capitale tecnico produttivo e dei consumi delle famiglie, specialmente riferiti ai cosiddetti beni a consumo differito, principalmente abitazioni, autovetture ed elettrodomestici.

Il sistema funzionava e la grande impresa prosperava a fianco ed in competizione con l’operare delle aziende minori. Certo è che le maggiori entità produttive presentavano sin da allora un sensibile vantaggio concorrenziale che divenne con il tempo fattore discriminante per la crescita e lo sviluppo: il reperimento delle fonti di capitale attraverso il ricorso all’offerta ed alla quotazione dei propri titoli di debito e di patrimonio sui mercati ufficiali; circostanza preclusa alla imprese di minori dimensioni per le già allora consistenti barriere all’ingresso.

Al riguardo, va detto che la Letteratura economica in quegli anni ed in tutto il secolo XX° ha  elaborato due linee di pensiero riferite alle politiche dello sviluppo:

  • l’una di matrice neoliberista, che postula (ancor oggi) l’autonoma capacità del libero mercato di rideterminare le proprie condizioni di equilibrio qualora turbate, riconducendo in virtù” di “naturali” meccanismi compensativi il sistema verso fasi di crescita e di sviluppo fino alla “piena occupazione”; questo filone di pensiero è il padre della cosiddetta teoria del “trickle down”, vale a dire che la crescita avrebbe in qualche modo anche favorito le classi lavoratrici ed in genere quelle meno abbienti: lo stesso economista e premio nobel Kuznets (Simon Smith Kuznets, 1901- 1985,  nobel economia 1971)  con il suo pensiero e la sua analisi pose le basi  per questo approccio teorico;
  • l’altra, di matrice keynesiana (John Maynard Keynes, 1883- 1946), che pone la struttura della domanda come il vero motore della crescita economica, formulando la ben nota teoria del “deficit spending” fondata sull’efficacia della manovra a debito del  bilancio dello Stato nel favorire lo sviluppo ed il superamento delle fasi di rallentamento dell’Economia; nasce allora la concezione del “welfare state” e la consapevolezza della necessità di sostenere l’equa distribuzione del reddito verso le classi meno agiate, riconosciute per essere i veri protagonisti dei processi di consumo.

Vengono in tal modo a contrapporsi due approcci di pensiero economico antagonisti:

  • il primo che teorizza il sostegno dell’offerta ovvero l’accumulo del capitale tecnico produttivo, l’innovazione tecnologica e, per naturale conseguenza, la rincorsa di una crescente produttività del lavoro come fattore trainante lo sviluppo; senza però occuparsi di dare il necessario risalto alla fase distributiva del reddito, affidandosi all’ipotizzato “trickle down”;
  • la seconda che invece postula la necessità di sostenere la quota salari, provvedendo ad un suo sostanziale aumento almeno nella misura proporzionale alla crescita economica e garantendo efficaci politiche assistenziali in virtù di un welfare state realmente efficace e funzionante; cio’ diviene il presupposto per l’uso delle politiche del “deficit spending” in caso di rallentamento dello sviluppo o di recessione, cosi’ come per contrastare l’aumento della disoccupazione in ragione del progresso tecnico (skill-biased technological change).

Attualmente, nell’osservare la realtà economica italiana e di tutti gli altri Paesi  appartenenti all’area della moneta unica, si rileva un nuovo fenomeno: la governance economica, dopo una prima fase successiva all’introduzione dell’euro caratterizzata per una prevalenza delle politiche di sostegno alla struttura dell’offerta e sensibile abbattimento del welfare state, secondo il motto propagandistico della “decrescita felice”, ha nei fatti operato in guisa da “polarizzare” verso l’alto il sistema delle produzioni nazionali, con una prevalenza della grande impresa nel dominio dei mercati del capitale e del consumo.

Il processo si è quindi realizzato per mezzo di una distruzione di una parte del sistema delle produzioni, nello specifico quella quota rappresentata  dalle imprese di minori dimensioni e dalle micro aziende (lavoro autonomo), con concentrazione dei mercati “resi liberi” nel potere delle grandi realtà produttive, aumento della disoccupazione e conseguente affermazione di politiche di bassi salari e di riduzione dei sistemi di tutela del lavoro e di assistenza sociale.

Il quadro che si è venuto a configurare è simile a quello dei primi due secoli della rivoluzione industriale, con trasferimento d’ingenti quote della ricchezza nazionale nelle mani di pochi, abbattimento del livello di consumo delle masse, eliminazione della “middle class” e schiacciamento in basso della piramide sociale per via di una sostanziale assenza della cosiddetta “mobilità” tra classi.

Dunque, il salto di qualità nelle politiche dei dominatori consiste nel fatto che la governance economica non fonda né su politiche di reale sostegno dell’offerta né sul welfare state; a meno che non si voglia considerare sostegno della produzione il proliferare e la tolleranza dei paradisi fiscali, i vantaggi fiscali crescenti per i redditi da capitale, in primis quelli derivanti dalla speculazione finanziaria (capital gains), l’accentuazione della separazione proprietà-management nelle imprese con predominio dei dirigenti, con corsa sfrenata all’incasso di “bonus” per performance conseguite che nella realtà sono del tutto scollegate dalla reale efficienza delle politiche aziendali condotte, il sostegno alla grande impresa in crisi mediante l’uso di denaro pubblico.

Il fenomeno descritto ha determinato una “polverizzazione” della società, con forte impoverimento delle masse ed assenza di qualsiasi presupposto di reali condizioni di democrazia economica fondata sulle pari opportunità e sulla meritocrazia.

I principali fattori responsabili di questo storico disastro economico sono riconducibili:

  • Alle crescenti barriere nel ricorso al credito bancario, per imprese e famiglie. Il fenomeno è connesso, da una parte, ad un’inadeguata e penalizzante norma di vigilanza in tema di rischi assunti dalle banche in rapporto alle consistenze patrimoniali detenute per affrontare in modo adeguato l’alea della gestione per prestiti non a buon fine; dall’altra, ad una sensibile modificazione del “business model” dei tradizionali istituti di credito, in ragione della diffusione di una non corretta cultura manageriale, la quale rincorre consistenti profitti nel breve periodo mediante lo svolgimento di attività speculative sui mercati finanziari ufficiali e con l’adozione di atteggiamenti tipici del “moral hazard”, gravando di rischi insormontabili la gestione delle aziende e confidando sull’intervento pubblico in caso dell’evidenza di perdite soverchianti le consistenze patrimoniali: è un classico esempio di socializzazione delle perdite a fronte di una privatizzazione dei profitti.

Le circostanze descritte penalizzano le imprese di minori dimensioni ostacolando lo sviluppo sino ad impedire la sostituzione del capitale produttivo obsoleto ed ammortizzato, con inevitabile cessazione dell’attività aziendale. Naturalmente, la grande impresa continua a prosperare forte della propria autonomia nel reperimento dei capitali sui mercati ufficiali  e di un maggiore potere contrattuale verso le banche per il noto fenomeno del “too big to fail”.

  • Ad una crescente pressione fiscale che incide inevitabilmente sulle aziende minori e comunque non nella condizione di beneficiare dei trasferimenti della sede legale verso aree con forti agevolazioni in termini di tassazione (paradisi fiscali), né di profittare del fenomeno della delocalizzazione di parte delle produzioni verso contesti economici caratterizzati da basse politiche salariali.
  • Ad una legislazione fallimentare che penalizza fortemente il tessuto produttivo e commerciale delle piccole e medie imprese, non protette dalla grande dimensione che pone reali barriere alla tutela degli interessi dei creditori principali.

Trovare rimedio a questo fenomeno non è cosa facile.

Il danno subito si mostra  per la gran parte  irrimediabile, poiché la distruzione di una parte consistente del tessuto produttivo ha liberato preziose risorse umane che nei fatti si sono venute a trovare in una condizione di “incapacità espressiva” per un tempo non breve, perdendo la propria linfa vitale: l’autostima e la conseguente fiducia in se stessi.

Bisogna quindi ripartire dal campo educativo, guidando le nuove generazioni verso un processo formativo idoneo ed adeguato per manifestare  personalità capaci di esprimere i propri naturali talenti e sostenute dall’entusiasmo e dal sogno di una vita migliore ed auto realizzata; in qualche misura quello che fu per le generazioni degli anni ’60 e ’70 del  secolo scorso.

Naturalmente, vanno rimosse tutte le barriere elevate nel sistema da una governance inadeguata e che ha avuto come unico fine il sostegno delle classi privilegiate ed il supporto e rafforzamento del loro dominio sulle masse.

Potrebbe sembrare utopia ma il lettore non deve trascurare il fenomeno dei corsi e ricorsi storici, che in alcuni casi ha penalizzato i potenti di turno.

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Dapprima Ricercatore e successivamente Professore di Finance and Banking presso alcune Università italiane. Manager di diversi istituti di credito e società finanziarie. Attualmente studia e ricerca tra Israele e l’Europa.

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