La crescita del Prodotto fondata sull’espansione dei consumi

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Una letteratura recente ha fornito un’interessante definizione dei sistemi economici moderni, precisando che a livello planetario s’impone un’Economia di tipo “esogeno”, contrapponendosi  all’ordine naturale che si caratterizza al contrario per un sistema della produzione di tipo “endogeno” (Pierangeli M., The Global Review, 2019).

La sostanziale differenza va ricercata nel fatto che la crescita del Prodotto, e dunque del Reddito, è oggi il risultato dell’accumulo del capitale e dell’espansione della quota Valore assorbita dai profitti (Economia esogena) anziché  di un aumento dei consumi (Economia endogena).  In tal modo  le masse languono in sostanziale condizione di povertà, poiché i livelli salariali sono nella norma insufficienti per assicurare  dignitosi livelli di sussistenza economica  e per misurare un  diffuso risparmio in formazione:  essenziale caratteristica di  una vera democrazia economica.

E’ la classica situazione in cui l’operaio non puo’ acquistare i beni economici che  produce, com’è stato sin dagli albori della Rivoluzione Industriale, un processo economico che sostanzialmente ha condotto benefici alla sola classe dominante. Ne è  prova inconfutabile la grave condizione di sperequazione nella distribuzione della Ricchezza prodotta sull’intera area planetaria (si veda  Piketty TH., 2013).

Il fatto è che l’Offerta, vale a dire la quantità di prodotto, non è il risultato  spontaneo della domanda di beni provenienti dal cittadino medio, bensì  la concretizzazione di autonomi piani di convenienza  dei produttori- capitalisti, in ragione dei propri obiettivi di profitto e di accrescimento del potere di mercato.

Come parte illuminata della letteratura ha già affermato (si veda tra tutti, Galbraith J.K. e Stiglitz J.E.), la struttura dell’offerta non deriva dalle preferenze espresse dai consumatori bensì dalle scelte delle imprese, le quali s’impegnano a generare (stimolare) la formazione di bisogni sempre nuovi (ma normalmente non essenziali) mediante efficaci campagne pubblicitarie e di marketing, in guisa che gli investimenti necessari per la “formazione” della Domanda nella norma anticipano quelli “tecnici” propriamente detti, essenziali  per il realizzo dei prodotti offerti in vendita.

Pertanto, la struttura della produzione genera la Domanda necessaria al proprio assorbimento.

E’ chiaro che viene “ribaltato” il circuito economico originario (come espressione delle esigenze della razza in termini di sopravvivenza), poiché lo scopo non è quello di soddisfare una Domanda di beni che “naturalmente” promana dalla collettività (Economia endogena); in tali  situazioni, diffuse sull’intera area planetaria, l’uomo non è  il fine dell’Economia che persegue un solo principale obiettivo: accrescere la ricchezza dei  detentori del capitale mediante l’accumulo dei profitti, principalmente di natura finanziaria (rendite e utili da speculazione) (Economia esogena).

La produzione anziché  soddisfare le necessità di sopravvivenza dei popoli, e quindi essere commisurata nella propria struttura  e dimensione a tale scopo, si “auto-determina” al solo fine del profitto, assumendo un connotato “esterno” (esogeno) alla società. La quale non rappresenta il fine del sistema economico bensì lo strumento per l’accumulo del capitale, poiché fornisce forza lavoro e domanda di assorbimento della merce prodotta, almeno fino ad un certo  punto.

Tale sistema di produzione fondato sul profitto (sistema capitalistico) ha in se il germe della “crisi”:

la condizione di persistente sfruttamento delle masse, operata attraverso politiche di bassi salari, diffusa disoccupazione e quindi redditi insufficienti con conseguente costante eccedenza di capacità produttive, origina  di frequente  fasi di rallentamento dell’Economia per un non corretto dimensionamento della Domanda complessiva.

Il fenomeno descritto trova accentuazione  in relazione all’assoluta prevalenza di politiche industriali che fondano la crescita del Prodotto sull’accumulo del fattore tecnico (capitale), relegando la forza lavoro a “variabile dipendente” nella Funzione di produzione: F (K,L) = Prodotto (Cobb e Douglas).

Ne deriva un costante incremento dell’input di capitale nelle produzioni, con aumento della produttività del lavoro per quote decrescenti rispetto all’impiego di nuova tecnologia ed inevitabile riduzione del coefficiente di mano d’opera per unità di prodotto; dal che persistente disoccupazione e condizioni favorevoli alla diffusione di politiche di bassi livelli salariali.

La verità è che tale strategia industriale genera immancabilmente situazioni di eccessi di capacità produttive, per insufficienza della Domanda per consumi e di conseguenza di quella per investimenti, con ricorrenti crisi di crescita sino a vere e proprie  fasi di recessione, che aggravano le già precarie condizioni economiche delle masse lavoratrici.

Dunque l’Economia  da “endogena”, ovvero connaturale all’esistenza umana in termini di produzione dei beni utili per la sopravvivenza della razza, diventa “esogena” cioè estranea alle reali esigenze della collettività e solo asservita  agli interessi di accumulo del capitale e della ricchezza da parte dei dominatori.

La crescita economica non è allora il risultato di un’espansione del benessere dei popoli bensì della necessità di accrescere le sostanze economiche dei capitalisti. In altri termini, l’Economia non  è trainata da un incremento  dei consumi, come dovrebbe essere secondo l’ordine naturale delle cose, ma dall’accumulo del risparmio in mano ai pochi e dall’incremento dell’input  tecnico.

Inoltre, si assiste ad un altro deprecabile fenomeno.

La sostanziale “disumanizzazione” dei moderni sistemi produttivi ha trasformato il lavoro alla stregua di “merce”, per giunta quella a più basso costo di approvvigionamento ed il cui “prezzo” è sotto il controllo delle imprese, che si ritrovano nella condizione di determinare nella sostanza il livello dei salari per l’abbondanza di mano d’opera disponibile, per via di una continua crescita della produttività del lavoro e di una persistente e diffusa disoccupazione.

Queste  “condizioni di agio”(economico)  non si riscontrano  negli approvvigionamenti delle materie prime e dell’energia, giacché la presenza di mercati non concorrenziali per l’operatività di grandi imprese  determina la negoziazione di “prezzi non economici” (pilotati), liberamente determinati dal produttore in posizione di dominio in ragione dei propri piani di convenienza (si veda Yerushalmi D.,2018, su The Global Review).

Pertanto, l’unico fattore produttivo che nei fatti assume la caratteristica di “variabile endogena” nel piano di convenienza delle imprese, ed il cui prezzo è nel dominio sostanziale del singolo capitalista, è rappresentato dal  lavoro; ed in effetti, la possibilità che il salario aumenti in ragione dell’incremento della domanda di mano d’opera  è situazione rara poiché prevalgono condizioni di eccesso di capacità produttive ed abbondanza di mano d’opera, per via di un insufficiente dimensionamento  della Domanda per consumi, conseguenza di bassi livelli salariali e di reddito della masse.

Si aggiunga a ciò che il dominio sui mercati delle materie prime e delle merci essenziali per l’industria ed il commercio, da parte del grande capitale e della grande impresa, pongono una miriade di piccoli produttori  nella condizione di doversi approvvigionare pagando prezzi non economici ovvero maggiori del dovuto.

L’incremento dei costi trova compensazione in minori salari  in virtù della prevalenza del capitale nelle imprese: la conseguenza è costanza del saggio di profitto ma differenziazione della paga oraria rispetto agli occupati nella grande azienda. Appare la classe B dei lavoratori a salario.

Non vi è alcun interesse dei dominatori ad accrescere il reddito delle masse, potendo in tal modo più agevolmente persistere nella propria supremazia e nella capacità di controllo delle Nazioni.

Una parte della letteratura economica in verità sostiene, attraverso i propri  modelli  d’interpretazione  della realtà, tale indesiderabile situazione di oppressione economica del cittadino medio  ed in particolare dei lavoratori a salario, per alcune principali ragioni:

  • La prevalenza dell’approccio “liberista” fondato sull’efficienza dei mercati che postula un “non intervento” delle Pubbliche Amministrazioni nelle vicende connesse alle alterne fasi del ciclo economico;
  • La persistenza di politiche dello sviluppo centrate sull’accumulo del capitale e dunque dell’input tecnico, dal quale proviene incrementi della produttività e riduzione della forza lavoro impiegata per quote crescenti del Prodotto (Funzione di produzione di Cobb e Douglas).;
  • L’adozione di politiche monetarie che assegnano priorità all’”inflation targeting”, vale a dire al controllo del tasso d’inflazione ancor prima che al dimensionamento dei processi produttivi ed alla  crescita del Valore. Ciò comporta la pretesa di frenare l’aumento dei prezzi mediante un  incremento della disoccupazione, riduzione del salario e conseguente contrazione della Domanda per consumi, che deriva dalle restrizioni nello stock di credito e moneta e dall’aumento  dei tassi  d’interesse: fenomeno definito dalla migliore letteratura “effetto arpione”(Stiglitz J.E.).

Dai concetti brevemente esposti consegue:

  • Il sostanziale abbattimento del “welfare state” (Stato sociale) come naturale conseguenza di una riduzione delle entrate fiscali  in proporzione al PIL, che trova la sua origine in una redistribuzione continua del Reddito verso le classi agiate che scontano però un’imposta di tipo regressivo (in via meno che proporzionale rispetto al reddito conseguito); e cio’ per le contenute aliquote sui redditi da capitale (capital gains) o su quelli dei grandi managers, in ragione dei prevalenti sistemi di retribuzione fondati su “bonus” ed incentivi riferiti al possesso di “stock option” sulle azioni delle aziende; non che per la ridotta incidenza delle imposte indirette sui redditi di maggiore consistenza, in ragione della minore quota (in termini relativi)  della Ricchezza posseduta destinata al consumo;
  • La prevalenza del mito del  “feticcio del deficit”, con la pretesa di frenare l’incremento della spesa pubblica  per la volontà dei dominatori di ridurre la propria contribuzione fiscale e per rafforzare l’oppressione del popolo a fini di supremazia;
  • La rarefazione del risparmio del cittadino medio per via dei bassi redditi, dalla qual cosa deriva che il debito della Pubblica Amministrazione è sostanzialmente sottoscritto dalle classi agiate; ne discende la pretesa di contenuti tassi d’inflazione e pressione fiscale crescente per le masse, a ragione di una  maggiore incidenza  degli oneri finanziari nel bilancio pubblico; in tal modo prevalgono gli interessi dei creditori che godono del vantaggio di essere possessori di un capitale finanziario che subisce una minore erosione della propria capacità di spesa nel tempo.  Questo schema di approccio é utilizzato dalle principali Istituzioni finanziarie internazionali negli interventi a sostegno dei Paesi in via di sviluppo in difficoltà economiche ma anche dalle più importanti Banche Centrali, com’è il caso della BCE e della Federal Reserve americana;

il prestito (in valuta) viene concesso a condizione di politiche fiscali (di bilancio) improntate all’austerità, riforme del mercato del lavoro finalizzate all’aumento della precarietà occupazionale e riduzione del salario medio, deregolamentazione dei mercati finanziari e connessa liberalizzazione nel movimento dei capitali. Nell’Europa della moneta unica, l’esempio della Grecia è ben esaustivo.

Nessun vero benessere economico potrà interessare i popoli dell’intera area planetaria sino a che la crescita del Prodotto non sarà commisurata alle necessità di consumo delle razze che abitano il globo e sino a che il sistema delle produzioni non tornerà ad esprimersi secondo l’Ordine Naturale del Creato: un’Economia endogena, il cui unico fine è la sopravvivenza dell’umanità in condizione di dignità sino alla sensibile riduzione delle ore lavorative, al fine di esprimere le “qualità” dell’uomo che lo rendono superiore all’animale: il pensiero astratto, l’intuizione, la solidarietà e la cooperazione, l’arte, lo studio della filosofia, l’attenzione verso l’educazione dei minori, il rispetto e la cura sollecita del Creato.

About Author

David Yerushalmi è uno studioso da lunghi anni dell’antropologia e dei modelli di sviluppo delle società umane. Per questo motivo ha dedicato una parte importante delle proprie ricerche alla scienza economica, nella consapevolezza che la disponibilità di risorse utili per la sopravvivenza della razza pone le condizioni per il progresso morale, civile e tecnologico dell’Umanità. Attualmente studia e lavora in Israele.

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