La competitività in Economia diventa violenza sociale

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Nelle moderne società le relazioni umane sono caratterizzate da un forte atteggiamento egocentrico, del tipo “ prima io e poi gli altri”.

Gli individui si rapportano all’ambiente secondo il tipico schema dell’ego “centro di gravità”, rispetto al quale tutto il resto “ruota”. E’ così nella norma nell’ambito delle relazioni sentimentali, all’interno della famiglia e nell’ambiente di lavoro.

Secondo tale schema di comportamento dominante il rapporto con i propri simili è concepito in un’ottica competitiva volta a primeggiare, nel possesso di “cose”, nella supremazia nei rapporti personali  ed in un mal compreso senso di “distinzione” fondato sull’aspetto esteriore, ma anche nella prevalenza nel gioco delle emozioni e dei sentimenti; nel senso che uno degli attori del rapporto tende ad assumere una sorta di dominio nel dirigere le sorti del dialogo.  Tale situazione è piuttosto evidente negli ambienti di lavoro, in molte relazioni sentimentali e di amicizia ed è persino presente tra genitori e figli.

La tendenza a prevalere dell’uomo egocentrico, che diventa indesiderabile ed affermata abitudine dei molti, si trasforma in alcune occasioni in forma di violenza privata: atteggiamenti di forte intolleranza verso l’altro sino all’aggressione del “diverso” e persino del congiunto, se non si mostra incline ad accondiscendere a taluni desideri. L’egocentrismo in alcuni soggetti  può trasformarsi nel delitto e nel crimine, al solo scopo di prevalere e di possedere ciò che si desidera com’anche nell’organizzazione di vere e proprie bande criminali che opprimono intere società.

Lo Stato moderno è ben consapevole di tali  deprecabili attitudine nascoste nel cuore umano, le quali traggono  forza e si manifestano in particolari situazioni ambientali, culturali ed educative,  prima che in ogni altro contesto. E’ l’eredità che arriva all’uomo dalla condizione animale e che a ben vedere egli avrebbe dovuto  già da tempo superare lungo il camino evolutivo.

Per queste ragioni le Nazioni moderne  sviluppano articolate legislazioni volte a prevenire ed a reprimere il delitto ed il crimine in ogni sua forma, base quindi per la convivenza di una società che possa essere definita “civile”.

Il problema del moderno Stato di diritto non è tanto quello della repressione dei comportamenti delittuosi, la quale a ben vedere non produce reali effetti educativi e quindi preventivi, moltiplicando ed accentuando in non rare circostanze le ferite inferte al corpo sociale per via di un sistema carcerario sostanzialmente disumanizzato e che nulla ha dell’aspetto rieducativo.

E’ necessario approntare un efficace sistema educativo, presso le scuole ma anche presso le famiglie (la prima cosa conduce alla seconda), per insegnare ai  giovani il primato del bene comune, il rispetto delle altrui prerogative ed il privilegio della condizione umana che supera la necessità della competitività nel sociale, cosa invece necessaria tra gli animali, e che sviluppa una forte coscienza di gruppo: vale a dire, sentimenti di solidarietà e soccorso, di cooperazione e di aiuto, di lealtà e fiducia;

emozioni  che non sono diffuse nelle società moderne.

Ciò non ostante, la normativa giuridica e le legislazioni statali pongono in gran risalto quella parte del diritto che regola la vita sociale e che condanna la violenza ed i comportamenti prevaricanti.

Le Nazioni moderne  non prestano però la medesima attenzione regolamentare verso le attività economiche che pure rappresentano una parte non trascurabile dell’esistenziale umano, per alcuni tratti l’aspetto centrale e prevalente.

Il fatto è dovuto ad alcuni fattori essenziali tra i quali primeggiano:

  • La funzione “realizzatrice” della personalità umana nel lavoro, condizione che pone l’individuo in rapporto  all’ambiente ed a se stesso in termini di capacità personali da offrire, per un sostanziale contributo alla sopravvivenza ed all’esistenza dignitosa della razza;
  • La manifestazione del proprio ego – centro di gravità, che determina la qualità dell’approccio dell’uomo al lavoro ed all’aspetto economico della vita, inteso come possesso dei beni e delle ricchezze materiali.

Nella realtà, la prevalenza nelle società contemporanee di personalità fortemente egoiste manifesta in Economia una competitività fondata sulla prevaricazione delle altrui prerogative, unico elemento che consente un accumulo della ricchezza oltre ogni misura accettabile e davvero necessaria.

Nel senso che gli individui che si trovano avvantaggiati per qualsiasi circostanza tendono ad appropriarsi di una parte preponderante della ricchezza prodotta dal lavoro di altri: è il caso tipico  del capitalista; il quale pretende di conseguire ingenti profitti per il tramite principalmente di basse politiche salariali e di prezzi nella norma maggiori rispetto alle reali utilità contenute nei beni (si veda su The Global Review, Yerushalmi D. e Pierangeli M.).

E tale comportamento, chiaramente contro il diritto naturale delle cose, è tollerato nella norma dalle organizzazioni statali e persino sostenuto e protetto con specifiche  legislazioni.

Per conseguenza  i capitalisti primeggiano non solo in campo economico ma anche in quello politico, attivando il meccanismo efficiente delle Lobbies.

Cio’ rappresenta una traslazione nel campo politico  della volontà di prevalere economicamente sugli altri anche mediante l’adozione di comportamenti che assumono la natura di delitti  e crimini contro il diritto naturale.

Le conseguenze sono davanti agli occhi di ogni lettore: dovunque povertà e disagi sociali anche di grave intensità; miliardi di persone che “vivono” con un reddito giornaliero inferiore al valore di un dollaro statunitense; mentre alcuni privilegiati, che rappresentano una quota  minore dell’1% della popolazione mondiale, possiedono ricchezze accumulate che se equamente ripartite sarebbero sufficienti per rendere “benestante” l’intera popolazione mondiale (si veda al riguardo, Piketty T., Edizioni Le Seuil, Parigi, 2013).

Ad osservare la situazione con occhio sereno, e con una coscienza orientata al gruppo piuttosto che di tipo egocentrico, si deve giungere alla conclusione che trattasi di un colossale crimine contro l’umanità. 

Ne consegue che  le moderne società sono tutt’altro che “civili”.

Esse in verità non presentano nessuna sostanziale differenza rispetto alla società animale, poiché vige la legge del “più forte” e del più “abile” (nel senso della “furbizie” tipica della bestia) nel trasgredire alle norme etiche iscritte nel cuore – coscienza di ogni uomo, assumendo atteggiamenti tipici della “giungla”, senza alcun efficace meccanismo di controllo e di repressione posto in  atto dallo Stato. Il quale si assume enormi responsabilità nell’adottare la politica del “non intervento” in campo economico, paradossale “filosofia” propagandata dai ricchi e dai dominatori per meglio primeggiare e per favorire l’esproprio del valore prodotto dagli altri, normalmente la classe dei lavoratori.

Le  Pubbliche  Amministrazioni non solo sono  complici del grave crimine quotidianamente commesso ai danni di miliardi di lavoratori ma sono esse stesse fonte di delitto, per le diffuse  corruttele ed inefficienze presenti nei propri apparati, per l’adozione di un’insana politica fiscale che diventa strumento di oppressione dei popoli piuttosto che mezzo di redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso, per il prevalere di una magistratura iniqua e fonte di ogni arbitrio, poiché asservita al potere di turno ed ai propri interessi.

Per vincere questa indesiderabile  e deprecabile situazione bisogna cominciare con il ricondurre l’Economia ad un’attività severamente controllata, giacché il prevalere nelle società moderne di uomini egocentrici ed avidi rende il lavoro  luogo di delitto e di prevaricazione dei più deboli ed in genere di quelli in posizione di svantaggio.

L’attività economica deve invece essere l’espressione di una società solidale e cooperante anzi che competitiva, che non trasforma il merito in strumento di supremazia per violare e negare  le altrui necessità, bensì lo rende mezzo di mutua relazione con gli individui meno capaci, al fine di un’equa distribuzione del prodotto.

Solo in tal modo può finalmente essere edificata una società umana che meriti di essere definita “civile” poiché espressione dell’uomo intelligente ed amorevole.

About Author

Dottorato di ricerca al MIT-Massachusset. Sociologo e Professor in diverse Università anglosassoni. Oggi studia e ricerca sulle tematiche dell’Antropologia in Israele.

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