Il ruolo delle banche nello sviluppo economico dei popoli

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In che modo gli orientamenti gestionali delle aziende bancarie possono incidere sulle sorti dell’Economia?

Le moderne banche di deposito caratterizzano la propria operatività per una crescente rilevanza:

  • delle attività di finanza mobiliare e
  • dell’ incidenza dell’investimento in titoli quotati, con prevalenza di quelli pubblici.

Si è diffuso tra i banchieri un convincimento di “saggezza convenzionale” che

  • pone l’accento sulla rischiosità della tipica funzione creditizia,
  • riferendo all’operatività sui mercati finanziari un’alea più contenuta ed esaltando il ruolo svolto dai ricavi diversi dagli interessi nella definizione degli equilibri economici della gestione.

Ora va detto che la letteratura economica ha da sempre sottolineato l’importanza di sviluppare, all’interno delle gestioni bancarie, la prestazione di servizi diversi dall’erogazione dei tipici prestiti, al fine di integrare il flusso dei ricavi con proventi non connessi direttamente ad un processo di assunzione dei rischi creditizi, riferiti alla possibilità che il finanziato possa non rimborsare a scadenza il prestito né corrispondere gli interessi pattuiti (Bianchi T.).

Ma i banchieri hanno interpretato tali raccomandazioni in un modo non corretto, poiché hanno ampliato le attività operative sui mercati mobiliari a fini speculativi, con l’obiettivo di conseguire importanti flussi di utili derivanti dalla negoziazione di strumenti finanziari  quotati; da tale attività consegue però inevitabilmente assunzione di sensibili rischi, connessi alla forte instabilità degli odierni contesti finanziari, e di ampiezza ben superiore( i rischi) di quelli assunti nella norma mediante l’erogazione dei finanziamenti ad imprese e famiglie, naturalmente nei casi di una corretta valutazione dei meriti creditizi.

Ne sono un chiaro esempio le conseguenze subite in termini di perdite in bilancio in occasione delle ricorrenti crisi dei mercati, ultima in modo forte e globale quella del 2008 riferita ai mutui sub-prime statunitensi.

Inoltre, si è sviluppata presso le banche l’indesiderabile pratica di vendere presso gli sportelli  prodotti finanziari anche non confezionati in casa, che si mostrano nella norma caratterizzati da strutture rischio-rendimento-costi  ben distanti dalle preferenze manifestate dagli incauti risparmiatori, affidati alla consulenza dell’addetto bancario di sportello; che però opera tradendo la fiducia del pubblico poiché interessato al raggiungimento degli obiettivi imposti dalla direzione aziendale, anziché preoccupato di assicurare la soddisfazione degli interessi principali del cliente, con grave lesione del principio costituzionale di tutela del pubblico risparmio e dell’interesse collettivo.

Ne sono un tragico esempio la vendita di azioni, o obbligazioni subordinate, della stessa banca, a clienti dal profilo d’investimento tipico del piccolo risparmiatore e per questo assai distante nelle proprie preferenze dalle condizioni di rischio tipiche di tali attivi finanziari, o anche l’erogazione di prestiti pre-confezionati caratterizzati da alti costi ed in genere da sfavorevoli condizioni contrattuali per il pubblico (attività creditizia predatoria) ( si veda per tutti, Stiglitz J.E.).

Le modificazioni subite dal tradizionale modello operativo delle banche hanno trovato principale motivo d’ispirazione nella tecnica di gestione definita come “capital budgeting” (Matten).

Si è assistito negli ultimi decenni ad una sensibile accentuazione, nella concezione teorica e nell’esperienza empirica, dell’aspetto “impresa” nell’attività bancaria, sostenuto in modo deciso dagli orientamenti dei controllori e dal contenuto delle politiche di vigilanza.

L’approccio non è di per se scorretto ma diviene non condivisibile quando si superano le naturali barriere al prevalere dell’obiettivo del profitto sull’inerenza di pubblico interesse nel processo di intermediazione creditizia, che trova origine in due principali circostanze:

  1. L’impatto sull’economia dei sistemi produttivi dell’attività di erogazione dei prestiti da parte delle banche;
  2. La forte prevalenza dei depositi e delle altre forme di raccolta del risparmio del pubblico nella struttura finanziaria di tale categoria di aziende, nelle quali la consistenza del capitale di proprietà rappresenta nella norma valori inferiori al 15% del totale investimenti (attivi in bilancio); considerando che le immobilizzazioni tecniche e le partecipazioni, nonché le sofferenze (ammontare dei prestiti non rimborsati), possono assumere importi complessivi prossimi a tale rapporto (15%), il lettore comprende che la funzione creditizia e di investimento nelle banche è presso che interamente finanziata dalla raccolta proveniente dal pubblico.

Dunque, i banchieri operano nel sostanziale oblio di tale imprescindibile condizione di responsabilità sociale, assumendo in casi sempre più frequenti atteggiamenti di “moral hazard”, ovvero spregiudicati quanto ad assunzione dei rischi, poiché consapevoli della prassi in atto nelle Economie moderne di procedere al “salvataggio” delle banche in difficoltà, mediante interventi con utilizzo di denaro pubblico e/o attraverso il sacrificio di quote del risparmio privato: è l’odioso caso della “privatizzazione” dei profitti e della “socializzazione” delle perdite, sostenuto e voluto dalle Banche Centrali (si veda Galbraith e Stiglitz).

In ragione di ciò e di un diffuso atteggiamento di “saggezza convenzionale”, i managers bancari oggi esaltano tra i propri fini l’obiettivo del profitto, ponendo nel massimo risalto l’interesse degli azionisti e di se stessi, giacché la prassi ha sviluppato la consuetudine di elargire consistenti bonus a favore delle strutture dirigenziali e non sempre realmente collegati alle performance aziendali.

Il capital budgeting, dunque, vuole essere una tecnica di gestione degli attivi (investimenti) della banca che si pone il fine principale di massimizzare il profitto in costanza di rischio complessivamente assunto, in relazione alla consistenza dei mezzi di proprietà (patrimonio aziendale) (Saita e Sironi).

Prescindendo dalle critiche che una parte della dottrina più illuminata ha rivolto a tale dannosa prassi, principalmente in ragione della sostanziale inefficacia dei modelli matematici utilizzati per la selezione degli investimenti in termini di relazione rischi-rendimenti (Stiglitz J.E. e Greenwald B.), ne risulta una sensibile riduzione dello stock di credito erogato a favore dell’Economia, ovvero dei prestiti verso le famiglie e le imprese; con l’aggravante che le aziende che risentono maggiormente della carenza crescente del credito bancario sono quelle di dimensioni più contenute, mentre la grande impresa prospera incettando capitali sui mercati ufficiali (borsa valori) anche sovranazionali.

Ne consegue, inevitabilmente, rallentamento dello sviluppo, aumento della disoccupazione e riduzione dei redditi per le classi meno agiate della società, con effetto povertà sul’Economia delle masse.

Nel tentativo di contenere i rischi assunti e di “razionalizzare” la struttura degli investimenti in bilancio, incoraggiati dalla Banca Centrale, gli istituti hanno inserito nelle proprie procedure  speciali tecniche per la valutazione dei meriti creditizi degli affidati, imprese e famiglie, comunemente definite “scoring”; tali metodi, fondati sull’elaborazione ed il calcolo di indici e rapporti desunti dai valori consuntivati nel bilancio delle aziende e di altre notizie ed informazioni, ed in alcuni casi anche riferiti a budget previsionali elaborati dai richiedenti il fido, pretendono di saper valutare “oggettivamente” la capacità di reddito dei finanziati e dunque di rimborso dei prestiti erogati.

Prescindendo dalla circostanza che tali indici e rapporti fondano nella norma su dati inquinati da sensibili asimmetrie informative e, per questo, normalmente inefficaci per una corretta rappresentazione della realtà aziendale, la metodologia in se presenta delle gravi lacune poiché non è posto nel dovuto risalto l’aspetto immateriale del processo di creazione del valore.

Vale a dire che, come la dottrina da sempre insegna, il reddito nelle imprese è prima di ogni cosa funzione della qualità delle risorse umane utilizzate, dei loro talenti e capacità tecniche ed anche dell’azione creativa ed organizzativa sapientemente condotta dagli uomini in posizioni di comando;

il valore è sempre il risultato del lavoro applicato alla tecnologia (Yerushalmi D.).

Inoltre, fattore ancor più indesiderabile, si pretende di acquisire garanzie patrimoniali di ammontare nella norma superiore al prestito concesso, prima di erogare il fidotale  atteggiamento nega il più elementare principio di democrazia economica, poiché saranno finanziati coloro che già dispongono di stock di capitali, negando la possibilità a giovani e meritevoli imprenditori di poter avviare l’iniziativa ancor che dotata di forti capacità di reddito.

Ne subisce un danno grave ed irreparabile l’Economia della Nazione, con riduzione della crescita e dell’occupazione e quindi dei redditi disponibili per le classi meno abbienti.

Tali comportamenti sono nella sostanza incoraggiati dall’azione e dalla filosofia della vigilanza.

Dunque, ne consegue un ulteriore contingentamento dello stock di prestiti al sistema delle produzioni, connesso all’evidenza di barriere e difficoltà crescenti per l’accesso al credito.

Ricondurre il modello operativo delle banche verso la centralità della funzione creditizia diventa allora un obiettivo imprescindibile.

E’ chiaro che bisogna operare per una riforma dell’attuale normativa di vigilanza e controllo così come delle attribuzioni e responsabilità dei vigilatori (Banche Centrali), ma è altresì necessario educare il banchiere ad un’assunzione di responsabilità sociale che discende dal ruolo della banca all’interno del sistema d’intermediazione, il quale consente una mobilizzazione di quote del risparmio altrimenti indisponibili per il finanziamento delle produzioni delle imprese.

L’obiettivo deve essere quello di ricondurre l’operare bancario allo svolgimento della tipica funzione dei prestiti prima di ogni altra attività (Greenwald B. e Stiglitz J.E.), vietando l’operatività sui mercati finanziari a fini speculativi e riferendo l’investimento in titoli ad una mera funzione di contenimento del rischio complessivo e di sostegno della liquidità, come parte della tradizionale dottrina aveva già suggerito (Caprara U.); naturalmente va vietata la possibilità dell’acquisto di azioni e strumenti finanziari derivati, fonte di ampliamento dell’alea della gestione.

In questo scenario, l’erogazione dei prestiti dovrà fondare sulla reale valutazione del merito creditizio che non potrà prescindere dalla considerazione attenta dei cosiddetti fattori immateriali, primi fra i quali  la qualità delle risorse umane, escludendo dal computo valutativo la richiesta di garanzie patrimoniali lesive dei più elementari principi di democrazia economica, determinando nei fatti ostacoli crescenti al libero fluire del ciclo economico ed all’avanzare dello sviluppo.

L’opera non sarà agevole poiché si dovrà incidere sugli assetti organizzativi degli istituti e sulle qualità professionali degli addetti allo sportello;  nei sistemi odierni, l’attività bancaria fonda esclusivamente sul raggiungimento dell’obiettivo del profitto, nel totale oblio delle  responsabilità sociali che conseguono; dalla qual cosa discendono politiche commerciali orientate alla vendita di prodotti e servizi finanziari del tutto scollegati dalle reali esigenze dei clienti e unicamente finalizzati al lucro di ricavi crescenti per le banche.

Inoltre, il bancario si è trasformato in mero esecutore di procedure informatiche che escludono il coinvolgimento intelligente dell’operatore, negando la formazione di qualsiasi giudizio di congruità in capo all’addetto di sportello nel rapporto commerciale con il cliente; per cui, la risorsa umana in banca manca di sovente della conoscenza delle più elementari nozioni di economia d’azienda e di finanza di mercato, con la conseguenza di una sostanziale incapacità di comprendere le reali esigenze del pubblico.

In tali scenari, lo sviluppo della prestazione dei servizi di natura finanziaria ad imprese e famiglie diventa di centrale importanza.

Richiamandosi ad un concetto largamente sviluppato in dottrina economica, le banche devono essere indotte all’espansione delle attività connesse alla prestazione dei servizi di finanza mobiliare a favore del pubblico; l’effetto sarà quello di un incremento dei ricavi diversi dagli interessi e, per questo, esenti dai tipici rischi del credito (Bianchi T.).

Ma non potrà essere come i banchieri hanno voluto sino ad ora intendere, bensì

  • affiancare le famiglie con efficaci attività di consulenza circa le decisioni connesse all’investimento del proprio risparmio, supplendo alla carenza di specifica preparazione e competenza tecnica in capo ai molti;
  • ma anche di sostenere le imprese nell’elaborazione di adeguati piani finanziari per finanziare il proprio sviluppo,
  • così come nel pareggio del proprio fabbisogno di capitali (le imprese) anche mediante l’emissione di titoli obbligazionari da doversi collocare mediante gli sportelli bancari.

E’ chiaro che ciò richiede:

  • una rivoluzione culturale in banca, con sviluppo delle competenze necessarie in capo agli addetti anche fondata su di un’adeguata selezione del personale in fase di assunzione e
  • la realizzazione di un processo di formazione continua che assicuri conoscenza della finanza d’azienda e di mercato.

Va superato l’indesiderato fenomeno di una distanza crescente tra le banche e le esigenze dei risparmiatori ed imprese.

Da ultimo e non per questo di minor rilievo, Il ruolo delle dotazioni patrimoniali dovrà essere sensibilmente rivalutato.

E’ chiaro che uno dei concetti da sfatare e da ricondurre ad un profilo di verità ed aderenza alla realtà è quello della capacità, per le banche, di saper assumere rischi nello svolgimento della funzione creditizia. Vale a dire che non si potrà prescindere dal finanziamento delle imprese e delle famiglie e che per questo bisognerà attrezzarsi per affrontare il rischio inevitabile che ne deriva:

  1. Valutando correttamente il merito creditizio, senza la tentazione di chiedere riparo e sostegno nelle garanzie patrimoniali;
  2. Adeguando le consistenze patrimoniali ben al di sopra degli attuali livelli. Si tratta di riformulare la normativa di vigilanza in termini di minime consistenze patrimoniali, aumentando la dotazione minima ed escludendo dal computo del capitale, a fini di presidio dei rischi, i titoli obbligazionari “subordinati”; inoltre, va rimossa quella rigidità oggi presente nell’applicazione della norma che determina un effetto “pro-ciclico” sull’economia delle produzioni; nel senso che l’applicazione della stessa va resa elastica in presenza di fasi di rallentamento dell’Economia o recessive, a fini di sostegno della ripresa (Yellen e Masera);
  3. Dichiarando l’attività bancaria”funzione di pubblico interesse”, relegando il fine del profitto ad un ruolo del tutto subalterno rispetto agli interessi dei depositanti e della collettività in genere. (Yerushalmi D.)

Conclusioni.

Dunque, l’attività delle banche va ricondotta alla sua origine, superando i negativi effetti della “deregolamentazione” e dell’eccesso nella prevalenza degli interessi degli azionisti e managers rispetto a quelli dei depositanti e della collettività in genere. (Greenwald B. e Stiglitz J.E.). 

La “mission” iniziale  si riferiva principalmente alla raccolta del risparmio presso l’ampio pubblico, avente caratteristiche di forte avversione al rischio, e nell’impiego delle stesse risorse nel finanziamento delle imprese e famiglie in deficit, mediante un processo di trasformazione di scadenze-liquidità e rischio; nel senso che i depositi nella norma sono intrattenuti in conto corrente (e quindi dotati di ampia liquidità) mentre i prestiti sono erogati a tempo anche nella forma pluriennale come i mutui; e così i maggiori rischi assunti dalle aziende di credito potevano non direttamente trasferirsi sui depositi, in ragione della capacità di selezionare i soggetti meritevoli ed in virtù della consistenza delle dotazioni patrimoniali.

Una banca al servizio dei cittadini e dell’economia delle produzioni…

Oggi, al contrario, gli istituti  operano nell’esclusivo interesse degli azionisti e dei managers, nell’oblio di quello generale ed in qualche caso nel chiaro interesse del grande capitale, con assunzione di rischi crescenti, dai quali discende l’indesiderato fenomeno della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.

E ciò con il sostegno delle attività di vigilanza; le quali, a dire il vero, hanno operato per determinare una forte concentrazione del sistema bancario con formazione di aziende dalle rilevanti dimensioni, che però meglio si prestano alla manifestazione del fenomeno del “moral hazard” ed a quello connesso del “too big to fail”, ovvero troppo grandi per fallire, dal quale deriva l’indesiderato fenomeno della “socializzazione” delle perdite a fronte di una “privatizzazione” dei profitti (Mottura P.).

Appare quindi non più rinviabile un’adeguata riforma del sistema bancario che proceda in senso contrario alla direzione di marcia sino ad oggi impressa all’operare delle aziende di credito, che con evidente chiarezza si pongono dalla parte degli interessi del grande capitale anziché di quello delle imprese di più modeste dimensioni e delle famiglie, con penalizzazione del tasso di sviluppo dell’Economia, ostacolando la riduzione della disoccupazione ed agevolando la diffusione della povertà.

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Dapprima Ricercatore e successivamente Professore di Finance and Banking presso alcune Università italiane. Manager di diversi istituti di credito e società finanziarie. Attualmente studia e ricerca tra Israele e l’Europa.

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