La supremazia delle banche nel mercato del credito = Alti prezzi ed insufficienza di prestiti

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Attualmente, le banche commerciali (di deposito) hanno sostanzialmente abbandonato la loro tradizionale funzione di essere intermediari finanziari per famiglie ed imprese,

  • alimentando con adeguati flussi di credito l’economia delle aziende di produzione e di erogazione
  • e sostenendole mediante la prestazione di servizi, monetari e d’intermediazione mobiliare, qualificati da strutture idonee a soddisfare le esigenze del pubblico ed a prezzi contenuti.

Il modificato “business model” bancario ha snaturato i contenuti della tradizionale attività, spostando l’attenzione su aspetti di esasperata centralità del profitto in una mal compresa necessità di attenuazione dei rischi assunti, in rapporto alla consistenza del capitale di proprietà; sostenute in tale processo di “razionalizzazione” della gestione dall’atteggiamento prevalente dell’autorità di vigilanza (Banca Centrale), sempre più orientato a sottolineare l’aspetto “impresa” delle banche e verso una crescente concentrazione del sistema, convinti senza prove in verità della possibilità di conseguire rilevanti “economie di costi” connesse alla maggiore dimensione.

La situazione di contesto                                                        

Il risultato è stato quello di un allontanamento degli istituti dalle reali esigenze delle imprese e famiglie, con spersonalizzazione del rapporto con il mercato e distanza crescente dalle specifiche qualità del territorio di competenza; tale tendenza si mostra ancor più marcata in quelle aziende di credito dalle dimensioni nazionali e sovranazionali, le quali sono maggiormente orientate verso operazioni creditizie di consistente ammontare, trascurando le esigenze delle piccole e medie imprese locali e le necessità delle famiglie ed orientando parte del business verso un’operatività di finanza mobiliare di mercato.

Le banche locali, d’altra parte, risentono degli atteggiamenti della vigilanza e delle sensibili modificazioni intervenute nella struttura dell’offerta (i concorrenti), ponendo in essere modificazioni dell’operatività aziendale anche in questo caso ispirate dal cosiddetto “capital budgeting”, ovvero un sistema gestionale che si pone l’obiettivo di “razionalizzare” l’impiego delle risorse a fini di massimizzazione dei profitti in costanza di rischio complessivamente assunto.

Ma tale atteggiamento contrasta con la funzione di pubblico interesse realizzata dalle banche, fondata sull’intermediazione del piccolo risparmio, spesso raccolto nella forma del deposito bancario in conto corrente, caratterizzato da forte avversione al rischio e dalla ricerca di consistente liquidità. Il risultato è quello di un’alea sostanzialmente crescente gravante sulla raccolta bancaria, della quale il pubblico non è consapevole, ed una riduzione dei flussi di prestito erogati alle famiglie ed imprese, con aggravamento della penuria di capitali principalmente per le piccole e medie aziende, notoriamente non presenti sui mercati finanziari ufficiali, nazionali ed esteri.

Da tali recenti atteggiamenti gestionali delle banche, conseguono in realtà situazioni di contesto favorevoli ad:

  • una riduzione dello sviluppo;
  • alla manifestazione di ampie fasce di disoccupazione;
  • e contrazione crescente del credito disponibile per le famiglie, a parità di flussi intermediati.

Nel contempo, i rischi assunti dai singoli istituti si mostrano crescenti per l’ampiezza assunta dall’investimento in strumenti finanziari del mercato quotato, a dispetto delle osannate tecniche di capital budgeting, sempre più soggetto (la borsa valori) a frequenti ed imprevedibili oscillazioni dei prezzi, con evidenza anche di consistenti perdite di valore tra gli attivi detenuti in portafoglio. La qual cosa può determinare un’ulteriore aumento dei prezzi e contingentamento del credito.

La supremazia contrattuale delle banche.

D’altra parte, negli odierni contesti finanziari le banche si mostrano centrali e determinanti nell’intermediazione del risparmio dal pubblico verso le imprese e la pubblica amministrazione. La rilevanza della loro attività discende da due principali circostanze:

  • Lo svolgimento della funzione monetaria, in virtù dell’ampio utilizzo nel regolamento delle transazioni degli strumenti di pagamento bancari;
  • La preferenza accordata dal pubblico alle forme della raccolta bancaria nella scelta dei propri investimenti finanziari;
  • Le barriere all’accesso sui mercati finanziari ufficiali per le piccole e medie imprese, con conseguente sensibile dipendenza dal credito bancario.

Da tale situazione gli istituti però traggono vantaggi per se stessi di gran lunga superiori ai benefici che il pubblico in genere consegue dai rapporti commerciali con le banche; ed in effetti, si determina una arrogante supremazia contrattuale dovuta alla circostanza che le famiglie non hanno interlocutori diversi per affrontare e risolvere le proprie necessità finanziarie, così come le aziende di più contenute dimensioni; si aggiunga la circostanza di una sostanziale impossibilità per il pubblico di regolare transazioni commerciali e finanziarie di importi di una certa consistenza in assenza di un rapporto bancario, in ragione della normativa in repressione delle attività illegali (antiriciclaggio) che pone limiti alle transazioni in contanti.

Dunque, i cittadini sono prigionieri, in un certo senso, della relazione con le banche e queste ultime nei fatti profittano di tale situazione per praticare prezzi sui servizi e sui prestiti (tassi di interesse) il più delle volte esorbitanti ed ai limiti di attività predatorie.

La situazione si caratterizza quindi per un mercato non concorrenziale, in cui le banche negoziano prezzi come variabili “endogene” all’azienda piuttosto che come quantità che derivano dalla relazione tra struttura dell’offerta e le esigenze del pubblico (prezzi esogeni). In più, è in atto la deprecabile consuetudine di assegnare importanza da parte degli istituti alle commissioni lucrate nella vendita al pubblico di prodotti finanziari di diversa origine, con il fine di massimizzare i profitti; il fatto è che tali servizi troppo spesso mostrano delle caratteristiche assai distanti dalle reali esigenze dei clienti e dalle loro propensioni al rischio-rendimento; per cui, l’esperienza racconta della vendita di obbligazioni “subordinate” (ovvero parte del patrimonio a fini di vigilanza) ad ignari investitori che impiegavano in tal modo il risparmio di una vita e che si sono ritrovati con valori zero del portafoglio. E ciò nella totale indifferenza delle autorità di vigilanza e controllo.

Come risolvere l’indesiderabile situazione di contesto

Appare allo stato dei fatti, l’assoluta necessità di orientare il modello operativo delle banche commerciali verso nuovi profili operativi, che richiamano la necessaria centralità della tradizionale funzione creditizia. Ed in verità, gli istituti hanno snaturato la loro originaria “mission” aziendale, fondata sul servizio dell’economia dei consumi e delle produzioni, con specifico riferimento alle piccole e medie imprese, le quali non possono che sopperire alle loro esigenze finanziarie che facendo ricorso al credito bancario; com’è d’altronde per le famiglie, per le quali le tradizionali banche di deposito rappresentano gli unici interlocutori in materia finanziaria. Il processo denunciato ha due principali origini:

  • La prima, è di origine legislativa e di politica finanziaria e del credito; ci si riferisce all’accentuato processo di deregolamentazione in atto negli ultimi decenni, che ha determinato la possibilità per gli istituti di svolgere attività tipiche dell’intermediazione mobiliare, appannaggio d’intermediari di altra natura e vocazione e normalmente distanti dal pubblico dei piccoli risparmiatori;
  • La seconda, è da ricercare negli atteggiamenti dell’autorità di vigilanza, che ha esasperato il profilo “impresa” delle banche di deposito sottacendo la rilevante inerenza di pubblico interesse nella loro attività; oltre al fatto di aver accentuato l’orientamento il sistema verso una crescente concentrazione, vale a dire verso un aumento della dimensione dei singoli istituti, con la conseguenza della manifestazione d’indesiderabili situazioni del tipo “too big to fail” (troppo grandi per fallire), che incoraggia le banche ad assumere atteggiamenti di “moral hazard” (azzardo morale) e di scorrettezza contrattuale verso i clienti.

Conclusioni

La risoluzione dei problemi esposti richiede l’assunzione di decisioni e di azioni in tre direzioni:

  • Una riforma della regolamentazione finanziaria e dell’attività bancaria, che richiami le banche alle responsabilità pubbliche connesse allo svolgimento di un’attività di rilevante impatto ed interesse sociale;
  • Una riforma dei profili normativi regolanti l’attività di vigilanza e controllo e le responsabilità degli enti preposti (banca Centrale e Consob);
  • Un deciso orientamento dell’attività svolta verso lo svolgimento della tradizionale funzione creditizia.

Solo in tal modo le famiglie e le imprese possono liberarsi dal “giogo” del sistema bancario, che diviene in alcuni contesti una vera oppressione al pari di quella fiscale e dell’apparato burocratico in genere.

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Manager nel settore delle assicurazioni, ha sviluppato una lunga esperienza nelle attività legali su contesti anglosassoni. Oggi è consulente in materia del diritto e dell’impresa per primari clienti.

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