Alcune riflessioni sulla flat tax

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nelle more dell’approvazione della nota di aggiornamento al DEF, aveva opportunamente richiamato i responsabili della politica al dettato costituzionale che impone conti in ordine. Con toni diversi ma sostanzialmente con analoga determinazione, i due azionisti dell’attuale governo Conte hanno “snobbato” il richiamo del Capo dello Stato e la nota di aggiornamento è stata approvata con un deficit di bilancio del 2,4%, peraltro inizialmente riferendolo ai prossimi tre anni. Successivamente, è stata apportata una correzione determinando il deficit ad un livello pari al 2,1% del PIL per il 2020 e dell’1,8% per il 2021. Ricordiamo comunque che il Ministro del tesoro Tria aveva assunto posizioni favorevoli alla definizione di una soglia massima del deficit all’1,6%, fino a far trapelare il rischio di possibili dimissioni.

Pur non volendo entrare nella polemica politica, è del tutto evidente che non si può fare a meno di osservare che con il debito pubblico ad oltre 2300 mld ed una crescita economica “anemica” ( siamo sempre gli ultimi in Europa) il rischio è quello per l’Italia di trovarsi, con questa manovra, al di là dei limiti imposti dagli accordi di Maastrich, e quindi con i conti pubblici fuori controllo.

La maggioranza degli economisti manifesta una grande preoccupazione ed in numerosi casi si afferma che la scelta rappresenta un alta assunzione di rischio finanziario per il paese. Ed è un rischio grave ed atteso che già le agenzie di rating avevano attenzionato, poiché con un deficit oltre l’1,8% del PIL l’ipotesi di declassamento del debito pubblico dell’Italia si fa verosimile.

In tal caso non è il giudizio dell’Europa che deve preoccupare, anche perché al momento le strutture di Bruxelles sono politicamente deboli, atteso che a Maggio 2019 avremo un nuovo Parlamento europeo e di conseguenza una nuova Commissione e un Consiglio diversamente composto. Si deve invece porre molta attenzione al comportamento dei mercati e cioè a coloro che dovranno decidere se continuare ad acquistare i titoli di debito italiani, concedendoci credito.

Alcuni analisti sono del parere che la politica economica del Governo sia in qualche modo ispirata al modello giapponese, che presenta un rapporto debito/pil al 250%. In questo paese il Governo segue i propri obbiettivi economici ben conscio di avere un debito pubblico sottoscritto in gran parte dai risparmiatori nazionali e dalla Banca centrale. Nel nostro Paese un sistema analogo non è funzionale poiché il nostro debito è in buona parte in mano ad investitori esteri, lo Stato ha ceduto la propria sovranità monetaria e la BCE non svolge l’essenziale funzione di “prestatore di ultima istanza”.

Ciò nonostante essa ha supportato la finanza pubblica europea e l’economia con tassi di interesse assai contenuti e con le note operazioni di “quantitative easing”, nel nostro caso acquistando i titoli del debito italiano. Ricordo che il programma connesso alle operazioni di “q.e.” si concluderà a fine anno, ciò non ostante sembra che la Bce continuerà ad acquistare titoli di stato per garantire il rinnovo di quelli in scadenza. Per tale motivo, l’autore è dell’opinione che un ringraziamento andrebbe tributato a Mario Draghi; invece il governatore è oggetto di un duro attacco politico, poiché ha ritenuto di evidenziare, in coerenza con il proprio ruolo, i rischi connessi alla nostra manovra finanziaria.

Ciò detto, è opportuno fare qualche considerazione sul quadro economico internazionale che dal mese di Aprile è notevolmente cambiato:

  • la Fed ha innalzato il costo del denaro e con buona probabilità continuerà sula via di un suo incremento nel corso dell’anno e nel 2019;
  • lo sviluppo in Europa segna un rallentamento sensibile; Germania e Francia, locomotive dell’Ue, fanno segnare una flessione dell’1% del PIL rispetto al 2017;
  • il petrolio ha superato in tempi assai recenti gli 82$ al barile;
  • il cambio EUR/USD fa segnare un tendenziale apprezzamento della valuta americana;
  • lo spread BTP/Bund oscilla intorno ai 300 pb.

Alla luce di questo cambiamento è facile immaginare le conseguenze a cui si va incontro:

  • probabile aumento del costo del denaro per famiglie, imprese e pubblica amministrazione;
  • un maggior costo dell’energia;
  • un danno per le nostre esportazioni, poiché verso i paesi dell’Unione si orienta il 55% circa delle nostre merci. Il rallentamento di Germania e Francia determina una minore domanda dei nostri prodotti; il danno potrebbe essere ancora più pesante se anche gli altri partner europei dovessero registrare rallentamenti nella propria crescita.

In questo quadro d’insieme sarebbe necessario portare avanti politiche che favoriscano la crescita del paese. Per perseguire questo obiettivo è indispensabile ridurre la pressione fiscale e la spesa pubblica, spesso inefficiente, dove si annidano sprechi, ruberie, malversazioni.

Il governo giallo/verde ha optato per il reddito di cittadinanza. Al di là dell’incredibile affermazione del Vice Premier Luigi Di Maio, circa il perseguimento dell’obiettivo di poter sconfiggere la povertà, tale provvedimento non mi troverebbe contrario poiché penso che nel nostro Paese si annidano sacche di grave indigenza economica che meritano l’attenzione delle istituzioni. Il problema è che la scommessa del Governo non si mostra realmente utile per eradicare la povertà, mentre rischia di impoverire ancora di più la nazione ed in particolare quella classe media che è stata abbondantemente penalizzata dalle politiche clientelari dei governi precedenti.

E’ utile ricordare che tale classe sociale si mostra come quella a maggiore propensione al consumo, sostenendo la domanda interna. Per i pensionati che vi appartengono, ad esempio, un’ulteriore penalizzazione dopo il blocco dei meccanismi perequativi li potrebbe indurre ad una maggiore prudenza negli acquisti.

E’ noto a tutti, anche ai nostri rappresentanti in Parlamento, che il nostro sistema fiscale in ragione del peso eccessivo delle aliquote d’imposta, la giungla delle norme ed i trattamenti di favore, nei fatti favorisce l’evasione e l’elusione fiscale, senza riuscire nell’intento di realmente sostenere quella parte di popolazione che vive nel disagio.

E’ notizia di questi giorni che quattro aziende farmaceutiche (Pfizer,Merck, Johnson&Johnson e Abbott) hanno trasferito ingenti quantità di utili in paesi a fiscalità favorevole, eludendo tasse per circa 3,7 mld di $. La quota di tasse non pagate in Italia e relativa a tali trasferimenti si stima nell’ordine di 270 milioni. Si aggiunge a questo fenomeno il processo di un’evasione generalizzata, da molti definita un cancro per la nostra economia, che è stimata in oltre 100 mld di euro annui. Contrastare questo fenomeno è da sempre un obiettivo dichiarato da tutti i partiti in campagna elettorale, ma i risultati sono sempre stati modesti. Il record si è avuto nel 2016 con un recupero di 15 mld d’imposte evase, almeno stando ai proclami ufficiali.

Queste poche notizie si mostrano sufficienti per comprendere come sia importante snellire il sistema fiscale e renderlo più trasparente, evitando che valenti avvocati e/o commercialisti riescano ad eludere il fisco. Quindi una riforma fiscale seria ed impegnativa è un imperativo categorico che non può essere disatteso, poiché la grande confusione dell’attuale sistema penalizza, sicuramente molto di più del debito pubblico, la crescita del paese.

Sono queste le ragioni per le quali l’autore si mostra favorevole all’introduzione della flat-tax, ovviamente una flat-tax che tenga conto di tutte le peculiarità del nostro sistema paese, compreso il contrasto alla povertà che, ad avviso dello scrivente, il reddito di cittadinanza così come articolato non potrà contrastare con effetti significativi per chi ne beneficerà.

Senza riferirsi alle modalità di erogazione ed ai previsti controlli che si vogliono introdurre, i quali non si mostrano rispettosi della dignità delle persone. La sola consegna della “carta” ed ancora di più la lista dei beni acquistabili ed i successivi controlli espongono il sussidiato ad una indubbia mortificazione.

Da più parti si afferma che la flat-tax ed il reddito di cittadinanza (un’espressione che non trova d’accordo l’autore, che preferisce parlare di politica per il sostentamento delle classi disagiate, poiché il reddito è la risultante di un’attività lavorativa o di un impiego di capitali) sono provvedimenti contrastanti.

Al contrario si pensa di poter affermare che il contrasto è solo apparente, in ragione del fatto che un abbattimento della tassazione renderebbe i contribuenti più leali di fronte al fisco e potrebbe determinare le condizioni utili per un incremento degli introiti fiscali per lo stato, il quale potrebbe utilizzare le maggiori risorse per sostenere la crescita e le classi disagiate.

Inoltre, la riduzione delle tasse potrebbe favorire un incremento dell’occupazione presso le imprese ma anche presso i lavoratori autonomi e presso i privati cittadini, quali l’attività delle colf, non che un incremento della domanda per consumi. Un esempio semplice: una persona (privato o pensionato) con un reddito medio, in virtù della riduzione della tassazione potrebbe assumere una donna di servizio o badante, invece di farsi aiutare per i lavori di casa da una persona impiegata ad ore e spesso retribuita in nero, la quale avrebbe in tal caso il diritto a percepire il reddito di cittadinanza.

Il sistema fiscale del nostro paese, che distribuisce bonus di ogni genere, regalie e prebende incomprensibili, rappresenta un freno per la crescita della economia ed a ben osservare ci si rende conto che abolire tutto ciò è difficile, per l’assenza di uomini politici ispirati che si mostrino capaci di una rifondazione economica e sociale della nazione.

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Ha lavorato presso Istituti di credito con ruoli di responsabilità e successivamente come consulente finanziario. Attualmente in pensione, vive a Pescara.

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