PRAGA 1968

0

«Karl Marx e la Terza internazionale» era il titolo della sua tesi di laurea, che non avrebbe mai discusso alla Facoltà di filosofia dell’Universitas Carolina di Praga.

Per tenere viva la fiammella della libertà aveva deciso di darsi fuoco, e la sua ultima lettera era stata firmata così: “la torcia numero 1”.

Altri studenti, come il ventunenne Jan Palach, si erano infatti legati in un patto d’onore per un gesto estremo di disperazione, l’urlo di dignità della Cecoslovacchia schiacciata, nel tentativo di trovare la via che conduceva a un socialismo dal volto umano, così come erano stati schiacciati dai cingoli dei panzer del Patto di Varsavia inviati da Mosca i dimostranti che dalla primavera di Praga ai giorni d’agosto avevano reclamato libertà e giustizia.

Altri sette studenti, come Jan Palach, si sarebbero bruciati vivi, anche se le loro storie e i loro nomi non avrebbero avuto la stessa forza impattante nell’immaginario collettivo, e che le strettissime maglie della censura comunista non avrebbero neppure fatto filtrare in direzione del mondo libero. Palach l’aveva scritto chiaramente e queste parole divennero dopo la sua morte una sorta di sinistro manifesto: «I nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, e pertanto abbiamo deciso di protestare e scuotere in tal modo le coscienze. Il nostro gruppo è costituito da volontari pronti a darsi fuoco per la nostra causa. Ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, quindi spetta a me scrivere la prima lettera».

Il 16 gennaio 1969 Palach aveva tolto dalla tasca quella lettera, l’aveva messa a terra abbastanza lontano da lui in modo che non potesse danneggiarsi, poi si era cosparso di benzina e aveva acceso il fiammifero che lo avrebbe trasformato in torcia umana a piazza San Venceslao. Sarebbe spirato dopo tre giorni di una tremenda agonia, in un letto di ospedale, devastato dalle ustioni. La commozione del mondo non avrebbe trasformato la situazione nella quale si dibatteva la Cecoslovacchia, né avrebbe allentato la stretta repressiva ordinata da Mosca nel nome dell’ortodossia comunista.

Era iniziato tutto appena cinquanta anni fa: nulla, per il metronomo della storia.

Nei primi otto mesi del 1968 si consumava l’esperienza unica della Cecoslovacchia, da venti anni con il Partito comunista al potere, dopo che alla fine del secondo conflitto mondiale era stata ripristinata la repubblica e, con essa, la democrazia.

Era durato poco. Lo diceva già Bismarck che chi teneva la Boemia teneva l’Europa e Stalin non aveva mai nascosto le sue mire sulla ricca nazione mitteleuropea, l’unica democrazia liberale tra le due guerre mondiali e l’unico Paese che era riuscito a rimanere al di fuori di quello che sarebbe stato il blocco sovietico. Nel 1948 il colpo vibrato dall’interno era andato a segno e di lì a poco anche Praga sarebbe stata allineata con Mosca, sotto il segno della stella rossa e degli ordini provenienti dal Cremlino. Aveva dovuto farlo partecipando all’invasione della ribelle Ungheria nel 1956, piegata col ferro e col fuoco.

Ma sotto la cenere covava ancora l’anelito alla perduta libertà, seppure sotto forma di una ricerca originale di un socialismo che non soffocasse ogni aspirazione dell’individuo. Il 3 gennaio 1968, la ripresa dei lavori del Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco aveva segnato lo scontro tra i conservatori  legati all’Urss di Leonid Brežnev, guidati dal segretario del Pcc Novotný, e il gruppo dei riformisti nei quali militavano Dubček, Oldrik, Cernik, Smrkovsky e Mlynar, capifila di una riforma dell’economia e della progressiva separazione del ruolo e del potere del partito dagli organismi istituzionali e dal governo. Appena due giorni dopo, a causa della forte contrapposizione, che non poteva più sostenere, Novotný si dimette dalla carica di segretario. Gli succede  proprio Alexander Dubček.

Il 21 marzo Novotný è costretto a dimettersi anche dalla carica di presidente della Repubblica. Viene indicato come suo successore Ludvík Svoboda: il suo nome, in ceco, significa libertà. Nomen omen.

Il ricambio ai vertici va a ristrutturare profondamente l’assetto e le idee del Partito comunista, tanto che il 5 aprile il Comitato centrale vara il “Programma d’azione” elaborato dal gruppo dei riformisti. Una profonda ventata di novità attraversa non solo la società cecoslovacca, ma anche la costruzione politica voluta dal Pcus. In Occidente, dove probabilmente è stato fatto tesoro degli errori di valutazione con Budapest 1956, le sinistre guardano con meno diffidenza a quanto sta accadendo a Praga. Il segretario del Pci Luigi Longo, che si è recato in Cecoslovacchia in visita ufficiale, con tutte le cautele del caso non ha nascosto le sue simpatie nei confronti della riforma. Mosca, invece, non ha nessuna simpatia, e figurarsi se possa avere tolleranza.

Leonid Brežnev ha fatto annunciare che a giugno si terranno le manovre militari delle truppe del Patto di Varsavia, caso strano, proprio in Cecoslovacchia. Nello stesso mese vede la luce il “Manifesto delle 2000 parole”, a cura dello scrittore Ludvik Vasulik. L’intelligencija cecoslovacca aderisce a quel manifesto con vivo entusiasmo, dettato dalla condivisione e dalla speranza che il sistema si possa ridisegnare dall’interno. In migliaia sottoscrivono il documento, persino i campioni dello sport oltre agli artisti, agli scrittori, agli intellettuali.

Le aspirazioni a una svolta dovrebbero cogliere un altro segnale molto preoccupante che arriva da Mosca il 7 luglio, sotto forma di un articolo della “Pravda” chiaramente indirizzato al governo e al popolo cecoslovacco (e, nello stesso tempo, alla Jugoslavia e alla Romania) che mette in guardia dall’insistere su tentativi “deviazionisti”. La dose viene rincarata ad arte dalla stampa della Ddr, dove si calcano i toni sul “rischio imperialista” e sulla “controrivoluzione rampante” dei fatti di Praga. Segnali eloquenti che qualcosa sta per accadere e che la via che conduce al socialismo dal volto umano sta invece conducendo verso la reazione brutale del Cremlino. Il 19 agosto il presidente Dubček si vede recapitare una lettera di Brežnev, che si mostra profondamente “insoddisfatto” per ciò che sta accadendo nel suo Paese. Un eufemismo.

La decisione è già stata presa e quella lettera non ha alcun significato pratico, se non quello di lasciar intravedere ciò che potrebbe accadere. E che puntualmente accade, in quell’estate calda.

Alle 23 del 20 agosto truppe corazzate, meccanizzate e fanteria di Urss, Polonia, Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria e Bulgaria, già ammassate ai confini, invadono la Cecoslovacchia.

Il Pcc di Alexander Dubček riunisce d’urgenza, nella gigantesca fabbrica di locomotori ČKD alla periferia di Praga, il XIV congresso: lo scopo è quello di approvare integralmente il Programma d’azione pubblicato in aprile, prima che sia troppo tardi. Ma forse è già tardi. Quello è l’ultimo atto d’indipendenza, che per i sovietici suona invece come l’ultimo atto di ribellione. Pochi giorni dopo Dubček e gli altri esponenti del governo vengono portati a Mosca e qui sono costretti ad accettare la presenza sul territorio cecoslovacco di eserciti di “liberazione” dalla controrivoluzione e a rinunciare alle riforme “sovversive”. Appartengono alla storia e all’immaginario collettivo le sequenze video e fotografiche in cui l’intero popolo si oppone disarmato ai T34 sovietici che disintegrano il pavé dell’antica capitale dei re di Boemia, della gente semplice che chiede a soldati ignari spediti lì dal sistema comunista perché li stiano opprimendo: ai militari, ragazzi spaesati che provengono da diverse nazioni, hanno detto che devono intervenire per “salvare” il popolo-fratello  cecoslovacco. Hanno fatto la storia gli scatti del fotografo cecoslovacco Pavel Sticha, dello svedese Sune Jonsshon e degli italiani Carlo Leidi e Alfonso Modonesi, peraltro accorpati in una bella mostra all’Istituto italiano di cultura, voluta dal direttore Giovanni Sciola e dall’ambasciatore Aldo Amati. Immagini che parlano del dramma di un popolo che rivendicava pacificamente il diritto a esistere e a scegliere il suo destino. Radio Praga, in quella che forse è l’ultima comunicazione libera diffusa nell’etere proprio in lingua italiana, esorta con voce disperata e commossa a non credere alla versione strumentale diffusa dalla controinformazione sovietica e a quella che sarà data dal regime a quegli avvenimenti. Il mondo assiste, e non può fare altrimenti.

La normalizzazione sovietica sarà progressiva e implacabile.

Il 28 ottobre 1968 ricorre il cinquantesimo anniversario della nascita della Cecoslovacchia. È festa nazionale. Spontaneamente alcune centinaia di giovani, quasi tutti studenti, si ritrovano nelle strade della capitale, il loro numero cresce, e la manifestazione ingrossa fino a diventare un corteo che, con tante bandiere nazionali, si mette in marcia verso la sede dell’Ambasciata dell’Urss.  La Polizia non può che intervenire con le squadre antisommossa, ma ormai in strada sono scesi decine di migliaia di dimostranti. Si ritrovano come a un segnale tacito lungo la via Narodni, dove sorge il Teatro Nazionale, uno dei simboli identitari più forti. Il teatro ospita la rappresentazione di un’opera in onore del presidente Svoboda, quello che ha il nome “libertà”. La folla sembra un corpo unico. E scandisce ossessivamente quella parola: «Svo-bo-da! Svo-bo-da!». La Polizia non può fare nulla per arginare quella marea umana. Quando il presidente appare all’esterno, l’applauso che lo accoglie ha il fragore di un terremoto. Poi, a un tratto, da dentro il teatro l’orchestra attacca l’inno nazionale, e allora tutti all’improvviso tacciono. Il silenzio è irreale, con quella musica che serpeggia tra i corpi e nei cuori. Alla fine del brano un altro spontaneo applauso fa vibrare la via Narodni. Stavolta è davvero finita. Lo smantellamento dell’esperienza della primavera di Praga e del socialismo dal volto umano sarà sistematica. La Cecoslovacchia si appresta a diventare il Paese grigio dell’immaginario collettivo e delle spie della guerra fredda. Passeranno appena pochi mesi e si leverà, con le fiamme, col fumo e con l’acre odore della carne bruciata, l’urlo silenzioso e disperato di Jan Palach.

Nel marzo 1970 al cimitero di Praga viene posta una fotografia su una tomba protetta da un velo di cellophane, poi anche una lapide in bronzo con un nome, Jan Palach, e due date: quella di nascita e quella di morte. È, quello, il luogo di un continuo pellegrinaggio con la deposizione di fiori. Troppo imbarazzante per il regime. Una notte la Polizia comunista cecoslovacca interviene e rimuove non solo quella tomba, ma anche quelle vicine per renderne impossibile l’identificazione. Il 17 aprile Dubček viene destituito e sostituito da Gustav Husák. Dell’esperienza riformista non resta più nulla, neppure la speranza.

Nel 2018 ricorrono i cento anni dalla fondazione della Cecoslovacchia e i cinquanta dalla Primavera di Praga e dalla sua brutale repressione. La Cecoslovacchia non esiste più da meno di venti anni: dopo la caduta del Muro di Berlino, la rivoluzione di velluto voluta dall’intellettuale e oppositore Vaclav Havel ha restituito libertà e indipendenza al Paese,creato dalle ceneri dell’Impero austro-ungarico dai Padri della Patria Edvard Beneš e Tomaš Garrigue Masaryk. Poi, con un’ennesima prova di civiltà, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono pacificamente separati per ritrovarsi subito dopo nell’Unione Europea come entità distinte ma non distanti, e non solo per contiguità geografica.

About Author

Già docente universitario è uno storico di fama mondiale ed autore di numerose pubblicazioni scientifiche dotate di pregio ed originalità. E’ insignito del Premio “Acqui Storia”, dell’onorificenza “Bene Merito” e della “Croce dell’Ordine” della Repubblica polacca.

Leave A Reply