La storia di una violenza senza precedenti contro le donne di Ciociara durante la seconda guerra mondiale

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Le “marocchinate” in Ciociaria

Nel maggio del 1944 sul versante laziale della Linea Gotica appena infranta a Montecassino dall’ultima e decisiva spallata dei soldati polacchi del generale Wladyslaw Anders, la popolazione civile aspettava con ansia i liberatori alleati. Ma le prime figure in divisa che erano apparse ai loro occhi non erano state quelle di angeli scesi a porre fine alle loro sofferenze, ma di diavoli che ne apportavano di nuove e spietate. Carnefici con strane divise, al cui confronto scolorivano le tragedie che avevano avuto come protagonisti i tedeschi della Wehrmacht durante nove mesi di occupazione.

Nel vocabolario italiano entrava di prepotenza, in quesi giorni drammatici, un sinistro neologismo: “marocchinata”. Una parola che esprime orrori e barbarie che non avevano eguali e che saranno moltiplicati un anno dopo su grande scala in Germania, al crepuscolo della seconda guerra mondiale: se le truppe coloniali francesi in Italia avevano rivelato la ferocia degli stupri di massa, sarà l’Armata Rossa ad applicare nel Terzo Reich i versi di Il’ja Ehrenburg che grondavano violenza e vendetta indiscriminate. Sono gesta alle quali si dà spesso l’etichetta di “bestiale”, ma il termine è improprio, poiché nel mondo animale nessun maschio violenta la femmina. Lo fa solo l’uomo con la donna.

Nella Ciociaria nel maggio 1944 e per due interminabili settimane la popolazione civile rimase in balìa dei “diavoli” giunti dalle montagne africane del Riff e arruolati nel Corpo di spedizione francese del generale Alphonse Juin. (1) Niente poteva fare da barriera a quella che agli occhi della popolazione civile era un’orda scatenata. Neppure l’età era uno scudo alle violenze e praticamente nessuna donna dei paesi ciociari che avevano la sfortuna di sorgere nella zona del fronte scampò alla brutalizzazione, dalle bambine di meno di 10 anni alle anziane di oltre 80. E a volte neppure il genere maschile: diversi uomini divennero a loro volta prede sessuali dei “goumiers” marocchini. Violenze, sevizie e uccisioni indiscriminate facevano rimpiangere furti e distruzioni. Di fronte a questo scenario diventano persino irrilevanti la distruzione dei beni, le ruberie, l’uccisione del bestiame, la razzia delle cose, i saccheggi selvaggi, che comunque non mancarono. Un’orgia che fece inorridire gli stessi comandanti alleati, i quali alla fine chiesero e ottennero l’allontanamento di quei soldati nordafricani tanto valorosi sul campo di battaglia quanto feroci con i civili.

Erano circa 12.000, arruolati nelle forze della Francia di De Gaulle e inquadrati in maniera anomala in squadre (“goums”, francesizzazione del termine arabo “qum”, banda) composte al massimo da una settantina di uomini che rispecchiavano l’identità tribale e parentale. Come tutte le truppe coloniali erano però comandate da ufficiali e sottufficiali francesi. Queste squadre avevano conservato le loro usanze di guerra che il più delle volte non prevedevano alcuna pietà per il nemico; all’occorrenza mozzavano orecchie e testicoli a riprova del loro coraggio in battaglia e di quello che avevano fatto.

In questo quadro il saccheggio era considerato normale, un diritto di preda esercitato in tutte le sue forme.

Lo sfondamento del fronte a occidente della Linea Gustav, che apriva la via di Roma, era stato favorito proprio da un’audace azione dei “goumiers” i quali avevano  aggirato le difese tedesche dei Monti Aurunci che davano sulla Valle del Liri, considerate insuperabili da quella via. Era stato chiesto loro l’impossibile e col loro coraggio l’avevano reso possibile. Se la storia si forse fermata qui, oggi racconteremmo, elogiandole, le qualità di sacrificio, di valore, di gloria. Parleremmo di superbi soldati. Come i soldati del generale Anders che facevano sventolare la bandiera biancorossa della Polonia sulle rovine dell’abbazia bombardata dagli angloamericani e difesa tenacemente dai paracadutisti tedeschi.

Le bande maghrebine agli ordini del generale francese Auguste Guillaume erano state mandate all’attacco delle zone attorno a Monte Maio e Monte Petrella e, una volta sgominate le unità tedesche a presidio, erano dilagate verso i paesi.

Niente e nessuno poteva impedire quel che sarebbe accaduto, con lo scatenamento dei più bassi istinti di un’orda di quasi settemila africani che nella ferocia faceva impallidire i barbari di tanti secoli prima.

Due paesi in particolare, Ausonia ed Esperia, portano il marchio a fuoco dell’esperienza devastante degli stupri di massa. Quei soldati si riconoscevano dal turbante e dalla veste tradizionale indossata sull’uniforme (solitamente quella americana), un mantello di lana con cappuccio chiamato “gandourah” o “djellabah”. Che fossero stati autorizzati o meno a fare quel che facevano, poco importa. I francesi non ammetteranno mai che sia stata concessa ai “goumiers” carta bianca e che i berberi dell’Atlante vi abbiano scritto sopra una storia vergognosa e criminale.

Le donne, la parte più debole di ogni conflitto, pagano il prezzo più alto. Gli stupri sono sistematici, a capriccio, dappertutto. “Vae victis”, è sempre stato così nella storia, ma quello che accade in questa parte del Lazio non si era mai visto prima.

I marocchini, in verità, avevano già approcciato le donne in maniera violenta in Sicilia. I siciliani avevano reagito come potevano e come sapevano: alcuni soldati coloniali erano stati ritrovati mutilati dei genitali.

In Ciociaria è adesso tutto diverso. Padri che cercano di proteggere le figlie, uomini che difendono le mogli e le sorelle, sono freddati davanti agli occhi dei familiari, oppure impalati, o violentati a loro volta. Su quei monti non c’è pietà.

Si obbligano i familiari persino ad assistere agli stupri seriali. I “goumiers” non conoscono né legge che non sia la loro, né limite che non viene posto da nessuno dei loro ufficiali. Non è d’ostacolo neppure un vecchio sistema che aveva dimostrato che poteva funzionare: le giovani e le donne si macchiavano le zone genitali con la conserva di pomodoro, che nelle case non mancava mai, per simulare il ciclo mestruale. Ai marocchini non importava né questo né altro. Una donna di Esperia di ottanta anni subisce la stessa sorte della figlia di sessanta e di decine di ragazzine. Il parroco di Esperia, don Alberto Terilli, aveva tentato di nascondere tre donne in sagrestia per sottrarle alla ferocia della soldataglia. Non solo non salverà quelle donne dal loro destino, ma neppure se stesso: sarà portato in  piazza, legato e sodomizzato per tutta la notte. Morirà l’indomani per le orrende sevizie subìte.

Non esiste alcuna prova storica che Juin, pur di ottenere dai marocchini la spallata decisiva sulla Linea Gustav, abbia davvero concesso loro le fantomatiche 50 ore di assoluta libertà di preda. Che comunque saranno molte di più. Di quel volantino o ordine del giorno che sarebbe stato scritto in francese e in arabo, tutti parlavano e parlano ancora oggi, ma nessun esemplare è giunto fino a noi a testimoniare l’autorizzazione alle violenze indiscriminate. Non si sa se sia realmente esistito e quindi diffuso tra la truppa a partire dall’11 maggio, e secondo alcuni sarebbe solo lo strumento per imputare la responsabilità dell’accaduto a Juin. Sempre secondo una tradizione orale il generale si sarebbe rivolto ai “goumiers” con queste parole: “Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è l’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare a ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso io lo mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.(2)

Questo è esattamente ciò che sarebbe accaduto. Nessuno interferisce su quello che fanno i “goumiers”, gli ufficiali francesi guardano altrove.

Per i maghrebini del Corpo di spedizione francese le donne occidentali che incontravano in Ciociaria erano né più né meno che prostitute, “haggiala” o “qahba”: oggetti di piacere da disprezzare e di cui abusare in ogni forma possibile.

Lo sfogo alla loro sessualità era inteso come una sorta di premio per i loro sforzi in battaglia, quindi tutto era lecito, dovuto, preteso. Sangue e violenza che nella migliore delle ipotesi era condotta da due o tre uomini insieme, nella peggiore da gruppi di una decina e anche più.

Norman Lewis, ufficiale inglese che partecipò alla battaglia Montecassino, scriverà nel suo libro “Napoli ‘44” : Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate… A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza.

Alberto Moravia racconterà nel 1957 quella pagina orrorifica in un romanzo diventato film nel 1960, “La ciociara” di Vittorio De Sica, con Sophia Loren. La sequenza filmata da De Sica, con madre e figlia brutalizzate sul sagrato vicino a una statua rovesciata della Madonna, non è purtroppo un’invenzione cinematografica: le chiese non erano né un rifugio né una protezione.

Le vittime di stupro quasi sempre risulteranno infettate da malattie a trasmissione sessuale, come sifilide, blenorragia, lue.

Solo la penicillina portata dagli americani riuscirà a scongiurare un’epidemia di proporzioni ancora più ampie, perché mariti e compagni saranno a loro volta contagiati.

Le donne pagarono due volte il prezzo di quei giorni infernali, perché subirono in seguito l’emarginazione sociale (ancor di più se rimaste incinte), in alcuni casi il ripudio da mariti o fidanzati e l’impossibilità di trovare chi potesse consolarle o offrire una prospettiva di vita migliore, come se le vittime dovessero espiare la colpa degli altri.

Con la mentalità dell’epoca era difficile persino accettare nel ristretto nucleo familiare quel che era accaduto. Quelle donne erano state oltraggiate due volte: vittime dello stupro e vittime dei pregiudizi. Qualcuna, incapace di reggere il peso della vergogna, si suicidò. Tante altre, pur di non essere identificate, non denunceranno la violenza, neppure quando il governo italiano riconoscerà a esse una seppur minima pensione, peraltro limitata nel tempo. Sui figli nati da quelle violenze si stenderà un velo di imbarazzato silenzio. Meno se ne parlava, meglio era per tutti. Almeno una donna su tre, pur di non raccontare quello che le era successo, preferirà portare dentro di sé quel segreto che riteneva un marchio di infamia.

Alla fine della guerra la Francia, sotto la cui bandiera militavano i soldatoi coloniali, riconoscerà un risarcimento simbolico che andava dalle 30.000 alle 150.000 lire a ogni donna stuprata, ma era un calcolo sulla carta, perché le somme venivano decurtate dalle indennità dovute dall’Italia a titolo di riparazione. Una beffa dopo il danno incancellabile. Il numero delle vittime non è mai stato quantificato, e non potrà mai esserlo, visto che oscilla da un migliaio a decine di migliaia, per motivi facilmente spiegabili.

Il sindaco di Esperia,  Giovanni Moretti, il 12 novembre 1946, nel corso di una riunione dei sindaci della Ciociaria rivelerà che almeno 700 donne erano state stuprate su una popolazione tripla. Ma già un rapporto dei carabinieri del 25 giugno del 1944 inoltrato alla presidenza del Consiglio dei ministri,(3) informava che nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, dal 2 al 5 giugno 1944 (data dell’ingresso degli Alleati a Roma), erano state segnalate 418 violenze sessuali (3 sugli uomini), 29 omicidi, 517 furti: tutto ascrivibile ai soldati marocchini che «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole.

  • Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio.
  • Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame.
  • Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate».

Il 13 settembre 1944 la direzione generale della Sanità Pubblica scriveva al Ministero dell’Interno che erano circa 3.100 donne le donne violentate tra la provincia di Frosinone e quella di Latina (com’era stata ribattezzata Littoria, nome scelto dal fascismo per celebrare se stesso nella fondazione della città).(4) La cifra convenzionale di 20.000 donne stuprate è quella che più si avvicinerebbe alla verità.

Nel 1952 la deputata Maria Maddalena Rossi (Partito comunista) parlerà alla Camera di ben 60.000 atti di violenza nella sola provincia di Frosinone.(5)

Nel 2011 a Castro dei Volsci, nel convegno su “Eroi e vittime del 1944: una memoria rimossa”,  il presidente dell’Associazione nazionale vittime delle “marocchinate”, Emiliano Ciotti, sosterrà: “Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità”.

Per difetto. Pagheranno lo stesso dazio delle donne ciociare altre donne del Lazio e della Toscana, fino a quando, nell’ottobre 1944, gli Alleati otterranno il trasferimento del Corp Expeditionnaire Français in Provenza per liberarsi dei “goumiers” e della loro imbarazzante eredità.  Sarebbero stati ricordati per questo.

Un avvocato della Ciociaria, nato nel 1947, che si è sempre battuto per i diritti delle persone “marocchinate” affinché fossero considerate a tutti gli effetti vittime civili della guerra, ha raccontato di recente che una di esse era la madre. “Ho cercato di tenere nascosta la sua identità perché lei è anziana e malata e anche per evitare speculazioni o false interpretazioni. La mattina del 26 maggio del 1944, quattordici marocchini violentarono lei ed altre sei donne che pregavano nella chiesa della Madonna delle Macchie. Era poco prima di mezzogiorno, il 25 maggio le truppe tedesche erano state viste ripiegare disordinatamente verso nord. Mia madre e le sue amiche erano scese da Pastena, il loro piccolo paese, arrivando sino alla chiesa per pregare; all’improvviso sbucarono 14 marocchini vestiti solo con un lenzuolo bianco e iniziarono lo scempio su quelle disgraziate, ripetuto, brutale, ossessivo, fino a sera. Mia madre venne anche ferita con un coltello e nei giorni successivi stette malissimo, la curarono con acqua e sale, perché non c’era altra medicina disponibile.

Dopo la guerra, Pastena era un villaggio di martiri, ma la dignità e la forza di reazione prevalsero. Quasi tutte le donne vittime dei marocchini si sposarono, mia madre conobbe un costruttore edile di Sperlonga, e lo sposò. Era un uomo straordinario che, come tutti quelli maritati con le donne vittime dei marocchini, non sollevò mai il problema”.

I fatti della Ciociaria, oltre che nel citato “La Ciociara” di De Sica, sono finiti in un altro film. Si tratta di “Indigenes”, presentato nel 2006 al Festival di Cannes dal regista francese di origini algerine Rachid Bouchareb, dove si parla di tre soldati algerini e di un marocchino arruolati dai francesi e mandati a combattere.

I quattro africani sono disegnati come vittime del colonialismo e della storia, ma sullo sfondo e in primo piano ci sono le nefandezze della Ciociaria.(6) In un’intervista riportata dal quotidiano Il Mattino di Napoli, il 10 settembre 1993, lo scrittore Tahar Ben Jelloun aveva già spostato la prospettiva dalla parte dei “goumiers”: “Era soprattutto gente che viveva sulle montagne: pastori, piccoli agricoltori, gente misera. I francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto. I marocchini non erano e non sono degli assatanati sessuali come li descriveva ne “La pelle” Curzio Malaparte. In Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. Come tutti i soldati che hanno vinto qualcosa sono circondati da una retorica sufficientemente banale.

Il generale Juin, nelle sue memorie, non dedicherà neppure una riga di pietà alle vittime civili, alle “marocchinate”. Eppure erano stati proprio i suoi soldati a fare questo, e se lui non aveva autorizzato quel che era accaduto (e va qui ribadito che non c’è alcuna prova storica su questo), è certamente vero che non impartì nessun ordine perché non  accadesse “lo stupro della Ciociaria”. Rimane la sua responsabilità morale, assieme a Guillaume. Ma la Francia, di queste cose, non vuol sentir parlare.

Bibliografia

(1) Il Corps Expeditionnaire Français era formato da quattro divisioni: la Prima divisione della Francia Libera; la Seconda divisione marocchina di fanteria (13.895 uomini, di cui 6.578 europei); Terza divisione algerina di fanteria (16.840 uomini, tra i quali 6.354 non africani); Quarta divisione da montagna marocchina (19.252 uomini; di cui 6.545 europei).

(2) Il testo è stato ricostruito su base testimoniale dall’Associazione nazionale vittime di guerra.

(3)  Archivio centrale dello Stato – Presidenza del consiglio dei ministri, Gab 1944-47, n. 10270, f. 19-10.

(4)  Questi i paesi dove furono segnalati stupri di massa. In  provincia di Frosinone: Esperia, Castro dei Volsci, Vallemaio, Sant’Apollinare, Ausonia, Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, San Giorgio a Liri, Morolo e Sgurgola; in  Provincia di Latina: Lenola, Campodimele, Sabaudia, Spigno Saturnia, Formia, Terracina, San Felice Circeo, Sabaudia, Roccagorga, Priverno, Maenza e Sezze.

(5) Atti parlamentari, 37011, Camera dei deputati, Seduta notturna lunedì 7 aprile 1952.

(6) Anche se l’etnia marocchina fu di gran lunga preponderante, agli stupri di massa parteciparono anche soldati algerini, tunisini e senegalesi, e anche alcuni francesi.

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Già docente universitario è uno storico di fama mondiale ed autore di numerose pubblicazioni scientifiche dotate di pregio ed originalità. E’ insignito del Premio “Acqui Storia”, dell’onorificenza “Bene Merito” e della “Croce dell’Ordine” della Repubblica polacca.

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