Lo sgombero del convento di San Marco da parte dei frati dominicani

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 Notizia da Firenze(brutta)

La notizia è di quelle inattese e dolorose: a meno di novità che tutti auspichiamo, i frati domenicani saranno costretti a lasciare, in tempi brevi, il convento di San Marco a Firenze, uno dei luoghi più significativi della vita spirituale e culturale del capoluogo toscano.

 

 

Motivo della decisione

La crisi delle vocazioni religiose e la conseguente rarefazione ed invecchiamento dei frati, che ha colpito anche l’ordine fondato da san Domenico di Guzman nel 1215. Una conseguenza del processo di secolarizzazione.

 

Certo nel convento di San Marco, molte cose resteranno (o resterebbero) al loro posto, come le celle affrescate nel XV secolo dal Beato Angelico (anch’egli religioso domenicano), il museo ricchissimo di capolavori dell’Angelico e dell’altro grande pittore domenicano, Fra Bartolomeo; il “Cenacolo” dipinto dal Ghirlandaio, le altre collezioni artistiche, la preziosissima biblioteca, tutto ospitato nel complesso conventuale e di proprietà dello Stato italiano dalla seconda metà dell’Ottocento.

 

Ma il significato del convento di San Marco supera di molto l’importanza, pure eccezionale delle raccolte museali che vi sono ospitate, e coinvolge in modo inscindibile l’ordine dei Frati Predicatori, e la storia stessa della città, nota e amata in tutto il mondo come centro di elaborazione e di diffusione del Rinascimento.

E nel cuore di Firenze sorge il complesso di san Marco, attestato su quella “Via Larga” su cui sorgeva e sorge il palazzo che fu dei Medici (e s’intitola oggi i Medici – Riccardi), prima che i ricchissimi signori di Firenze e della Toscana trasferissero la loro residenza oltrarno, nella più grande e imponente magione, che era nata come sede della famiglia dei Pitti.

E ai Medici rimanda strettamente il Convento di San Marco; a loro e all’arcivescovo (poi canonizzato) Antonino Pierozzi, al quale Cosimo il Vecchio, vero fondatore della dinastia medicea, offrì in dono il completo restauro del complesso conventuale; restauro iniziato nel 1437 dall’architetto prediletto di Cosimo, Michelozzo.

Sei anni più tardi, la notte dell’Epifania del 1443, la chiesa fu consacrata, alla presenza di papa Eugenio IV.

Da allora, per quasi sei secoli, San Marco significò Firenze e l’Ordine: da fra Girolamo Savonarola, che qui risiedeva e da qui fu condotto al rogo di piazza della Signoria, a Giorgio La Pira, per più volte sindaco “santo” della città del giglio, che – pur laico – a San Marco abitava, coinvolto dai carismi dei frati di san Domenico.

Quelle mura, rese universalmente celebri dall’arte di fra Giovanni, sono insomma cariche di storia e di rimandi, incardinati sopra i “Domini canes”, i “cani del Signore”, definizione che allude, anche scherzosamente, alla loro scelta di abbracciare la regola del santo spagnolo.

Ci si augura che la decisione presa dai superiori dell’Ordine possa essere revocata; altrimenti essa sarà fatalmente percepita (non si discutono qui le motivazioni religiose e pastorali che l’hanno ispirata) come un doloroso colpo inferto alla storia e alla coscienza spirituale di una città, che non è un ordinario centro urbano, ma un caposaldo della civiltà universale.     

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Dott. Carlo Fabrizio Carli. Ingegnere, è uno dei maggiori critici d’arte italiani. Ha curato più volte il Premio “Michetti”, il Premio Vasto e la Triennale d’Arte Sacra di Celano. E’ stato membro del Direttivo della Quadriennale di Roma. Editorialista del Sabato, Il Giornale (di Montanelli), il Corriere Ticino, le riviste Home ed “Ad”, è conosciuto ed apprezzato per il suo stile asciutto e pungente, ricolmo di spunti critici di vera originalità.

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