Arte ultima: culto della novità o deriva nichilistica? (Una riflessione sul contenuto dell’arte contemporanea).

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Qualche tempo addietro, il collezionista e mercante Saatchi, una delle più note e potenti figure della finanza d’arte internazionale, sbottò in un’esternazione, che lasciò sconcertati i sostenitori delle “rerum novarum” in ambito estetico. In sostanza – sosteneva Saatchi – il mercato dell’arte sarebbe spesso un bluff e molte opere alle quali vengono attribuite quotazioni economiche stratosferiche sarebbero invece di una qualità scadente. Provenendo da uno dei maggiori garanti di quel sistema saldamente organizzato a difendere un quadro ideologico e di valori economici (che è poi il vero contesto dell’arte contemporanea), l’opinione, così impietosamente esternata, del finanziere inglese, dava non poco da pensare. Si trattava – c’è da chiedersi – di una battuta, dello sbeffeggiamento goliardico di tutto un ambiente; o non piuttosto di un’opinione che andava presa alla lettera e molto sul serio; l’ammissione di un errore di rotta, ormai sistematizzatosi e molto difficile da rimuovere?

Ma intanto a quando si dovrebbe far risalire questa perdita di bussola, questo smarrimento di coordinate?

Hans Sedlmayr, uno dei più dotti e celebri analisti della “perdita del centro” (formula che dà poi il titolo al suo libro più conosciuto) riconduce questo sbandamento alla fine del XVIII secolo e al processo di diffusione operativa del pensiero illuminista. Quella dello studioso austriaco è una diagnosi rigorosa e possente, ma forse troppo severa, che rischierebbe – se fatta propria – di privarci di momenti e figure irrinunciabili della cultura occidentale. Credo piuttosto che la scissione coinvolgente teoria e prassi dell’arte occidentale vada ricondotta all’incirca ad un secolo addietro, al primo conflitto mondiale e soprattutto all’immediato dopoguerra. Non tanto, per intendersi, al messaggio eversivo delle Avanguardie “storiche” (in particolare Dadaismo e Surrealismo), quanto all’accettazione della loro sostanziale ripetitività, e quindi, in un certo senso, della fine della storia e delle sue potenzialità creative. Con il risultato di dar vita – da parte di intellettuali convinti di combattere gli antichi accademismi, che possedevano se non altro la giustificazione della storia – a vere accademie dell’antiaccademia, non suffragate però più da alcuna motivazione. Tipici esempi l’interminabile quanto noiosa sequenza del neodadaismo (televisori fracassati, sedie divelte, laceri di intonachi e di stracci, e via di questo passo); l’alluvione performativa e installativa; l’ubriacatura concettuale: ora, non si verrà certo a negare che l’attitudine concettuale possa animarsi di ideazioni geniali, ma l’esperienza c’insegna che tali folgorazioni fortunate non sono iterabili a volontà, e il ricorso sistematico alla trovata mentale rischia di esaurirsi in una sequenza di ludici escamotages. Senza mai dimenticare quanto sosteneva Carlo Belli: “Il baco che rode l’arte contemporanea è l’intellettualismo”.

Altra attitudine devastante è l’uso inflazionato dell’ironia, abito mentale indossato in particolare dai Surrealisti e da loro discendenze. Attitudine che mina fatalmente l’emozione, la sincerità del sentimento. Sembra ormai affermarsi una specie di neomarinismo: se un tempo il fine del poeta e quindi dell’artista era la “meraviglia”, la sorpresa, l’iperbole, oggi è la novità a tener banco; ad essere il vero motore e forse la finalità del fatto estetico.

I video di Bill Viola; lo stesso “assalto” dei canotti rossi di Ai Wei Wei alla facciata di Palazzo Strozzi; i “tesori dell’Incredibile” di Damien Hirst messi in scena a Palazzo Grassi dalla Fondazione Pinault, sono solo alcuni degli esempi di arte contemporanea portatori di un fascino incontestabile. Ciò a dire, come non siano mai accettabili ripulse aprioristiche, fatte di opinioni di seconda mano, in assenza di una conoscenza diretta dell’opera. Ed è sempre valido quello che Carlo Belli, il teorizzatore principale dell’Astrattismo italiano, chiamava il gioco dell’a-z: “prima di negare qualche cosa, bisogna essersi conquistati il diritto di negarlo”.

Ma ciò che in particolare manca all’arte contemporanea è purtroppo generalizzato e inconfutabile; è l’interesse, lo spazio della bellezza. Non è disattenzione di poco conto, né tantomeno casuale: gli antichi, che tutto erano fuorché sprovveduti, riconoscevano la bellezza quale “splendor Veritatis”, ovvero quale manifestazione trionfale della Verità. Così dicendo, essi sancivano l’ancoraggio etico della prospettiva estetica.

La Verità: ma cos’è la Verità?”, s’interroga disorientato Pilato, nel processo a Gesù. Forse le radici profonde della crisi dell’arte contemporanea affondano altrove che non nell’ambito stretto dell’arte.

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Dott. Carlo Fabrizio Carli. Ingegnere, è uno dei maggiori critici d’arte italiani. Ha curato più volte il Premio “Michetti”, il Premio Vasto e la Triennale d’Arte Sacra di Celano. E’ stato membro del Direttivo della Quadriennale di Roma. Editorialista del Sabato, Il Giornale (di Montanelli), il Corriere Ticino, le riviste Home ed “Ad”, è conosciuto ed apprezzato per il suo stile asciutto e pungente, ricolmo di spunti critici di vera originalità.

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