Pensare diversamente

0

E’possibile oggi pensare in maniera diversa dalla massa degli individui?

Il conformismo è un processo diffuso e difficile da contrastare dal singolo?

Due questioni di fondamentale importanza, conformismo e libertà di pensiero, che attendono soluzioni possibili, se si vuole disegnare al più presto la società del domani.

  1. Iniziamo l’analisi affrontando il problema del conformismo dilagante.

La società umana da sempre, ossia sin dagli albori della storia, si è caratterizzata per un forte atteggiamento “gregario” che richiama il concetto del gruppo e della vita collettiva.

Com’è noto, tale comportamento trae la sua principale motivazione dalle  necessità di difesa degli individui rispetto ai pericoli derivanti dall’ambiente.  La nascita della “tribù” trae spunto dalla consapevolezza che la “unione fa la forza”. E non solo per affrontare le avversità della natura, spesso così incidenti nel preservare o no la sopravvivenza degli individui, ma anche per approntare un’organizzazione sociale che assicuri alle persone  solidarietà e comunione d’intenti, relazioni sociali e scambi di esperienze, difesa dagli attacchi esterni da parte di pericolosi animali o di altri gruppi umani.

In tali  contesti, ancor che primitivi, nascono le prime forme di specializzazione del lavoro e delle attribuzioni delle mansioni personali nel gruppo di appartenenza, per lo più sulla base delle proprie prerogative naturali e dunque dei meriti e delle particolari abilità.

Nei fatti, il principio meritocratico era rispettato trattandosi di questioni di sopravvivenza:  ad evidenza non poteva assumere il ruolo di “guerriero” un uomo non dotato di particolare forza, coraggio ed abilità nel destreggiare le armi (a solo titolo di esempio); oppure la funzione di “sciamano”, se non ci si poneva nella condizione di acquisire una specifica competenza in termini di medicina naturale.

Ciò non ostante, in tali gruppi sociali si manifestava una certa forma di conformismo, che discendeva per lo più dalla necessità di riconoscere e rispettare i differenti ruoli di ciascuno all’interno del gruppo. Ne derivava una serie di fattori comportamentali ben definiti che arrivavano anche ad incidere sull’abbigliamento e sulle forge dei capelli o altro.

A ben vedere, nella società contemporanea, il conformismo non riveste necessariamente il medesimo ruolo.

Ed in effetti, oggi prevale in alcuni casi  un atteggiamento di rifiuto nei riguardi dell’accettazione dell’ “autorità” in ogni sua forma: da quella dei genitori ed insegnanti (maestri), a quella dello Stato e delle Istituzioni in genere. L’atteggiamento deriva da un non ben precisato bisogno di “libertà”, che si ribalta e si trasferisce nei comportamenti esterni, nel sociale e nell’individuo.

L’uomo percepisce in se l’assenza di condizioni di sostanziale “libertà”, che deriva però dal suo  atteggiamento interiore di mancanza di libera capacità di pensiero, di autonomo senso di direzione nella  vita, essendo nei fatti sopraffatto dai pensieri prevalenti del gruppo e soggiacendo alla  loro influenza.

Tale moderna forma di “conformismo” è subdola e pericolosa, a differenza della società tribale, poiché nasce da un falso sentimento di adesione e solidarietà verso il gruppo;  ed in effetti la “sicurezza” delle condizioni esistenziali non deriva in realtà dal conformismo di pensiero o dalla condivisione di medesimi ideali, bensì dal rispetto delle prerogative altrui basate sul diritto naturale e sulla legge dello Stato.

La conformazione nel modo di abbigliarsi o di fare sport e dedicarsi alle attività del tempo libero, a solo titolo di esempio, non è in alcuna relazione  con la “sicurezza” del singolo e del gruppo. Così come le questioni relative  al regime alimentare o al modo (formale) di affrontare il rapporto con gli altri.

Nasce e si manifesta in tali casi un’altra forma d’insicurezza nell’individuo: quella di non sapersi riferire ai propri simili  come persona speciale e diversa, con un proprio bagaglio di sensibilità, prerogative ed esperienze, che la legge del creato ha ben insegnato essere fortemente divergenti tra gli individui.

In realtà in tale atteggiamento “conformista” si cela la “paura del rifiuto”, ovvero  della non accettazione da parte degli altri; questo timore di affermazione si traduce nei più deboli in intolleranza verso il “diverso”, vale a dire verso coloro che mostrano una personalità ben delineata e sicura di se, dalla quale discende un autonomo pensiero e capacità di giudizio.

Tali individui “anticonformisti”, quindi, vengono spesso denigrati e, per qualche meccanismo, isolati dalla maggioranza.

Il potere dominante (regime politico- economico) utilizza per il proprio vantaggio tali grave deficienze individuali,  che si traducono in una società sostanzialmente influenzabile nei propri desiderata, pensieri, giudizi, preferenze, e dunque comportamenti ed attitudini (Leonard CH.).

Il risultato è quello di una potente azione disinformativa che si traduce in propaganda, con il solo scopo di  indirizzare le scelte elettorali e di giudizio degli individui in guisa da favorire l’azione dei dominatori, orientata al rafforzamento del proprio interesse economico e politico (Lakoff G.; Bartels L.).

Sul meccanismo delle errate “percezioni” e di come governarle si è sviluppata un ampia letteratura (si veda al riguardo, Benabou ed Ok; Charles e Hurst; Keister L.A.; Cavaille CH.)

Ma l’attività d’influenza non si limita solo al campo politico e del sociale in genere, bensì si allarga fino a condizionare fortemente le attitudini al consumo dei cittadini così come quelle d’investimento del proprio risparmio (si veda al riguardo, Shleifer A. e Shefrin H.; Solomon A.; Burnam T.; Galbraith J.K.).

La conseguenza è la trasformazione della società in un grande mercato del consumo di cose inutili, rispetto alla necessità di conseguire veri e reali standard qualitativi di vita economica e di benessere personale, e di esaltare l’aspetto “conformismo”, il primo elemento alla base della trasformazione (sino ad ora ben riuscita) del lavoratore-produttore in un consumatore-inconsapevole,  poichè acquirente di beni  per la gran parte sostanzialmente inutili (si veda, Kessler D.; Lazonik W.; Fox J.).

Abbigliarsi è il risultato di una “moda” del momento, così come nutrirsi in un certo modo, frequentare palestre e discoteche, acquistare macchine (automobili) e telefoni cellulari, ed altro ancora.

Pensare diversamente è invece opporsi a tutto questo “subire”, in modo inconsapevole, la “pressione” pubblicitaria, propagandistica e disinformativa.  Il risultato per quelli che vi riescono è l’evidenza di un atteggiamento “anticonformistico”.

  1. Ma vi è un altro ambito del vissuto quotidiano, individuale e sociale, che richiede una capacità di “pensare diversamente”.

E’ quello propriamente intellettuale.

Ed in effetti, a ben osservare si rileva che nei settori della scienza e della cultura in genere si manifesta un forte “conformismo di pensiero”, che segnala anche in questo caso una sostanziale incapacità di formulazione di un giudizio autonomo.

Gli accademici e gli studiosi in genere sono prigionieri di forme mentali costruite in anni di attività e fortemente condizionate dalle opinioni prevalenti che primeggiano nell’ambiente di riferimento.

In tali contesti si assume un atteggiamento conformistico nel pensiero, che porta al rifiuto di ogni ipotesi teorica che contrasti con le proprie convinzioni, in una sorta di meccanismo “automatico” di rigetto delle altrui proposizioni.  

E’ come se il conformismo mentale in atto difendesse se stesso, rigettando ogni ipotesi contraria a priori, senza lo sviluppo di alcuna reale attività di analisi e cognitiva che possa realmente supportare l’atteggiamento di negazione degli assunti e delle conclusioni altrui ( si veda al riguardo Galbraith J.K ed altri).

Tale meccanismo è descritto in letteratura come il fenomeno dell’“errore di conferma”, una sorta di polarizzazione delle opinioni, secondo la quale le persone tendono a pensare che gli studi e le ricerche   concordi con le proprie “forme mentali” siano più convincenti di quelle in contrasto ( si veda Lord, Ross e Lepper). Alcuni autori definiscono tale fenomeno con il termine di  “equilibrium fiction” (Stiglitz ed Hoff).

Il lettore comprenderà che tale situazione è del tutto indesiderabile, poiché il conformismo si annida lì dove non  dovrebbe, vale a dire nei settori della scienza e della ricerca e studio, ovvero quelle attività che sono alla base del progresso.

In ragione di ciò alcuni studiosi arrivano ad affermare che la scienza ha “ … i suoi dogmi …”; nulla di più grave.  

La scienza non è una religione che impone il proprio “credo” , la quale per conseguenza non può che utilizzare dogmi.

Al contrario la ricerca ed i suoi risultati necessitano di essere messi continuamente in discussione, una condizione imprescindibile per il progresso delle conoscenze umane.

Dunque, pensare diversamente è l’imperativo di tutti gli uomini che vogliono riscattare se stessi da una condizione di ignoranza e di sostanziale assenza di libertà ed il presupposto per la conoscenza della verità.

Un  pensiero  antico afferma che “ … la mente uccide il reale …”.

About Author

Dottorato di ricerca al MIT-Massachusset. Sociologo e Professor in diverse Università anglosassoni. Oggi studia e ricerca sulle tematiche dell’Antropologia in Israele.

Leave A Reply