Il valore della conoscenza nella società contemporanea

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La società contemporanea come sviluppa conoscenza?

E quali i modi prevalenti per utilizzare i risultati del progresso scientifico?

Conoscenza è solo sinonimo di scienza o la sua nozione assume una dimensione più ampia?

In un mondo in cui l’obiettivo principale degli individui è quello del possesso dei beni materiali e della ricchezza in ogni sua forma, la nozione di conoscenza assume un contenuto limitato:

  • essa è invero normalmente riferita al progresso scientifico e tecnologico dal quale può scaturire un vantaggio economico in termini di produzione e consumo di beni; nel senso che l’offerta sul mercato di prodotti dal maggior input tecnico-qualitativo genera profitti crescenti per i produttori, ovvero per quei soggetti che si pongono nella condizione del possesso della “invenzione-brevetto”.

E’ così in ogni settore dell’Economia, da quello farmaceutico ed igienico-alimentare a quello dell’informatica e dell’hi-teck in genere, così come dei trasporti, dello sfruttamento delle risorse naturali e delle attività professionali; in quest’ultimo caso, gli uomini si pongono nella condizione di acquisire un vantaggio conoscitivo, mediante lo studio, al solo fine di offrire prestazioni di servizi lautamente ricompensati in chiaro vantaggio rispetto ai propri concorrenti.

La scienza economica, al riguardo, elabora un’analisi accurata che si distingue essenzialmente per l’approccio allo sviluppo della conoscenza in ragione dell’orientamento etico-morale degli studiosi:

  • Alcuni pongono in risalto i vantaggi della ricerca e dell’innovazione in termini di crescita dell’Economia delle Nazioni, che però a ben vedere
  • si sostanzia in genere in consistenti aumenti di profitti per poche imprese (le utilizzatrici e beneficiarie dell’innovazione),
  • mentre il pubblico potrà usufruire del prodotto innovato solo se dispone dei redditi sufficienti per poterlo acquistare (Solow R., Aschauer D. A.); e ciò
  • genera delle indesiderabili disparità tra gli individui, dalle quali possono discendere casi di distinzione in termini di “morte-sopravvivenza” quando si tratta di prodotti farmaceutici (Peltzman S.).

E’ una situazione molto diffusa tra i Paesi più poveri del pianeta, in cui si manifestano ostacoli per la produzione di farmaci assai vitali nella lotta contro talune gravi patologie, in ragione degli attuali regimi di “proprietà intellettuale” che costringono i Governi all’importazione dei medicinali a costi-prezzi elevati e non alla portata della maggioranza della popolazione (Stiglitz J.E. e Khan B.Z.).

Per queste ragioni, una parte illuminata della letteratura economica pone l’accento sulla necessità di dover modificare la legislazione prevalente in tema di “proprietà intellettuale”, che determina queste odiose situazioni di prevalenza di alcuni produttori; i quali si pongono nella condizione di vendere i farmaci a prezzi esosi ed assai remunerativi per il solo fine del profitto smisurato che ne deriva, con grave danno delle popolazioni povere dell’intero pianeta.

Da ciò discende anche una sorta di distorsione del progresso scientifico, poiché la ricerca diviene oggetto d’investimento da parte delle multinazionali, che orientano gli studi in alcune direzioni anziché in altre, per il solo fine del profitto e non con l’obiettivo di un reale miglioramento delle condizioni di vita delle genti e delle Nazioni (Reichman J.H.).

E’ chiaro che tale indesiderato fenomeno può essere superato se i Governi si riappropriano delle attività di ricerca e sviluppo, sostenendo l’azione delle Università e dei Centri di ricerca in genere e dichiarando “bene pubblico” il risultato degli avanzamenti tecnologici e scientifici, in qualsiasi contesto essi vengono realizzati, pubblico o privato.

Continuando nell’analisi, va anche detto che anche nei casi in cui il progresso scientifico trova origine in contesti di matrice pubblica, come può essere quello universitario, la trasformazione della maggiore conoscenza acquisita in un bene ad ampia diffusione tra il pubblico si determina per lo più se vi è la “convenienza” per l’avvio di una produzione industriale; in guisa da trasformare la conoscenza in “prodotto-bene economico” fonte di consistenti profitti per qualche capitalista.

Il quale, sottoponendo l’innovazione a “protezione” (mediante la trasformazione in brevetto) ne limita nei fatti la diffusione, condizionandola all’ottenimento di lauti guadagni, ed ignorando l’esigenza-diritto della popolazione di potersene avvantaggiare liberamente.

Altro aspetto da considerare è quello della crescita delle competenze tecnico-professionali in capo alle classi lavoratrici, frutto della diffusione dei processi di scolarizzazione e di formazione continua post-scolastica (Katz L.F. e Stiglitz J.E.).

Tale positivo fattore di sviluppo della conoscenza diventa però un vantaggio per le imprese in termini di produttività e profitti crescenti, che non sempre coincide con un aumento del salario, mentre in alcuni casi si può determinare una riduzione dell’occupazione per quella parte della forza lavoro caratterizzata da una ridotta qualificazione.

Tale indesiderato fenomeno è anche connesso al processo di globalizzazione economica in atto, che trasferisce e delocalizza le produzioni industriali dalle Nazioni ricche verso quelle più povere, con il fine di godere di una riduzione dei costi del lavoro (Greenwald B.).

Insomma, il progresso della conoscenza e lo sviluppo scientifico che ne deriva si concretizzano principalmente in termini di maggiori profitti per qualche impresa; è chiaro che ne risulta una grave distorsione per la società in genere, vuoi per l’accentuazione delle disparità in termini di redditi e di conseguente benessere economico, che di accesso ai vantaggi derivanti dell’avanzare dei saperi e delle tecnologie, troppo spesso circoscritti alle classi privilegiate.

Altro aspetto deprecabile è che di sovente l’innovazione e l’avanzata delle conoscenze tecnico-scientifiche si connettono alla corsa allo sviluppo degli armamenti, per cui in tali casi la conoscenza produce una proliferazioni delle armi di distruzione di massa piuttosto che di beni che possano migliorare il tenore di vita delle popolazioni.

Tale situazione pone le condizioni per lo scoppio di conflitti tra Paesi forti e Nazioni in via di sviluppo, con motivazioni pretestuose ed aventi in realtà il vero fine dell’utilizzo di un arsenale bellico giudicato obsoleto e quindi da doversi“rigenerare”.

Il fatto è che il termine “conoscenza” non è solo sinonimo di progresso scientifico e tecnologico propriamente detto.

Le società odierne sono invero caratterizzate da una cieca ignoranza che le pone nella condizione di non saper discernere sugli aspetti essenziali dell’esistenza umana e dunque sul reale contenuto qualitativo del vissuto quotidiano.

Oggi si attribuisce un’importanza soverchiante all’aspetto materiale della vita , alla quantità-qualità dei beni disponibili per il soddisfacimento dei piaceri personali, piuttosto che per la sufficiente cura degli aspetti della salute e dell’igiene:

  • assume rilievo il cosiddetto “consumismo”, centrato sull’obiettivo di una crescita esponenziale dei beni disponibili, in una sorta di “bulimia” del possesso, che niente ha in comune con la qualità del vissuto quotidiano.

Da tale deprecabile orientamento delle masse discendono gravi conseguenze per l’umanità, poiché si innesta un meccanismo di feroce competizione economica che si sostanzia nell’accumulo di ingenti ricchezze nelle mani dei pochi e di una diffusa povertà tra i molti; in una sorta di “darwinismo sociale “ che postula la legge della competitività tra i forti ed i deboli, più esattamente tra quelli in posizione di vantaggio ( per nascita-censo o altri fattori) e quelli non in grado di esprimere le proprie potenzialità: insomma un’impari lotta per assenza di pari opportunità.

Ciò non ostante, quelli che oggi si trovano in posizione di oppressione non esiteranno a comportarsi nei medesimi modi spregevoli qualora per fortuite circostanze di vita, o per lo svolgimento di attività illecite e delittuose, accedono a determinati gradi di ricchezza.

La situazione descritta è quindi il risultato di un insufficiente sviluppo dell’aspetto “coscienza-sensibilità” nella maggioranza degli uomini; in altri termini di una grave carenza di “conoscenza”, ovvero di consapevolezza

  • della dimensione etico-morale dell‘esistenza,
  • del concetto di dovere civico e di bene comune,
  • dell’assenza di una corretta nozione di “gruppo” e
  • dei vantaggi che possono derivare ai singoli dal funzionamento di una società solidale e meritocratica.

L’individuo non è nella condizione psicologica di porsi la domanda:

  • Da dove vengo e dove vado?
  • Qual è l’origine della mia esistenza?
  • E quali le reali forze che conducono la mia vita?
  • Quali situazioni e circostanze del vissuto quotidiano qualificano al meglio la mia esistenza?

In altre parole, l’uomo è spoglio della propria umanità, unico fattore che lo distingue dall’animale.

Il lettore comprende allora

  • che l’odierna società è terribilmente carente e povera di “conoscenza”;
  • che le persone hanno smarrito la propria strada per rincorrere il possesso dei beni materiali,
  • dimentiche della dimensione”interiore” della propria esistenza ed
  • incapaci di un utilizzo conveniente delle proprie capacità di pensiero, che risiedono nello sviluppo della “visione astratta” dell’esistenza e nella ricerca della Bellezza e della Verità.

Conoscenza diviene allora sinonimo:

  • di corretta educazione,
  • di efficace formazione
  • dello sviluppo di sensibilità artistica e filosofica,
  • di rafforzamento delle capacità creative e di pensiero astratto

e solo dopo

  • di ampliamento della dotazione tecnologica e scientifica, intesa come maggiore disponibilità di beni; poiché un’umanità bambina non è nella condizione di saper utilizzare il progresso tecnico senza produrre dei danni per se stessa e l’ambiente planetario, come la storia degli ultimi secoli ha ben dimostrato.

Dunque, si mostra necessario sostituire l’attuale nozione di valore della conoscenza, fondata sul profitto (capitale economico), con quella di “capitale sociale”.

 una società è realmente “civile” e colta se organizza la formazione scolastica e la diffusione della conoscenza in guisa che gli uomini riscoprano

  • la dimensione interiore dell’esistenza,
  • l’importanza dello studio delle discipline umaniste, di quelle filosofico-matematiche e metafisiche, di ricerca dell’origine della vita a partire dall’astronomia sino alla biologia ed in genere all’indagine della micro dimensione in natura.

Ma ancor più appare essenziale l’aspetto relazionale del vissuto umano, inteso come coscienza di gruppo, con esaltazione dei valori come quelli della

  • cooperazione,
  • solidarietà,
  • soccorso,
  • privilegio del bene comune ed
  • abbandono di ogni atteggiamento prevaricante sui propri simili,
  • pari opportunità e
  • reale meritocrazia.

Da ciò deriva un consistente capitale sociale, vero valore della conoscenza, che quindi va intesa come sviluppo dei tratti più caratteristici dell’umanità, che per diritto naturale si pone ben al di là della condizione animale, l’unica necessariamente competitiva poiché fondata sulla sfera dell’ “istinto alla sopravvivenza”, che nell’uomo è sostituito dall’intelligenza e dalla ricerca del vero.

About Author

Dottorato di ricerca al MIT-Massachusset. Sociologo e Professor in diverse Università anglosassoni. Oggi studia e ricerca sulle tematiche dell’Antropologia in Israele.

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