Comprendere le emozioni e il comportamento degli individui nella vita di tutti i giorni

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Sembra che la maggioranza degli individui delle società moderne non siano diretti da razionali atteggiamenti, fondati sull’attività di pensiero e sull’analisi mentale delle situazioni e circostanze di vita. Ne deriva una serie di “idiosincrasie” comportamentali, personali e di gruppo, che non sono favorevoli all’instaurazione di dinamiche sociali di maggiore equilibrio nei rapporti interpersonali.

In un nostro precedente articolo abbiamo analizzato le conseguenze di un atteggiamento umano “centrato” sulle emozioni nei rapporti interpersonali, sia con riferimento all’ambiente familiare e lavorativo che sociale e collettivo.

L’evidenza di una “idiosincrasia” comportamentale caratterizzata dalla prevalenza della “sensazione” e della ricerca di ciò che è “piacevole”, in rapporto alla propria sfera “egoica”, pone le premesse per una sostanziale alterazione dei rapporti individuali e di gruppo.

Questi vengono classificati in relazione al benessere personale che il singolo stima di poterne ricevere, in termini di sentimenti di:

  • simpatia;
  • attrazione sessuale;
  • condivisione di stati “onirici”, spesso riconducibili a “stereotipi” immaginari e non riscontrabili nella realtà del vivere quotidiano (e per questo giudicati “onirici”).

Ne discende che la nascita dei rapporti, di amicizia, di coppia e di gruppo, è in tali circostanze determinata dalla condivisione di un “sogno” piuttosto che di un progetto o di un ideale attentamente elaborato nella propria struttura di pensiero.

Certamente, in quest’ultimo caso l’idea progettuale di un possibile scenario di vita può essere influenzata dai contesti ambientali, culturali e formativi degli individui; ma ciò non esclude il fatto che l’idea è il frutto di un’attività di pensiero che supera l’emozione e che cerca adesione alla realtà, mediante il tentativo di elaborare un giudizio di scelta su basi razionali.

Nei casi in cui prevale la fase onirico-emozionale, l’individuo costruisce per se stesso e l’altro (gli altri) un sogno che orienta le proprie attività ed azioni in modo pervasivo, a volte in totale contrasto con i vincoli riferiti all’ambiente di riferimento e che si oppongono rendendo vani gli sforzi, seppur in una condizione di sostanziale inconsapevolezza; la persona quindi impiega la parte più consistente delle proprie risorse vitali per raggiungere obiettivi non realistici, con grande dispendio di energie e forze.

E’ chiaro che l’insuccesso non tarderà a manifestarsi, con gravi effetti negativi del tipo:

  • distruzione dell’ambiente socio-vitale di riferimento:
  • divorzio
  • perdita di lavoro
  • rottura traumatica dei rapporti con i figli
  • e danni all’equilibrio psicologico fino a casi depressivi di varia intensità.

Il superamento della crisi però non sempre conduce ad una nuova condizione interiore e ad un rinnovato orientamento alla vita; per cui, le probabilità di “mettere in scena” un altro dramma del tipo già vissuto si presentano ancora.

La domanda è:

Perché gli individui delle società moderne soccombono alla prevalenza dell’emozione, con inevitabile distacco dal reale e rifugio in uno stato “onirico”, che alimenta un circuito vizioso caratterizzato dalla perdita di contatto dal vissuto quotidiano del tipo:

  • emozione
  • sogno
  • sensazione di benessere
  • rifiuto del contingente
  • e rigetto delle proprie responsabilità?

Una parte della sociologia, ma anche della scienza psicologica, riferisce tale situazione ad una “debolezza” caratteriale della personalità, la quale rifugge dalle proprie prerogative di vita in un contesto sociale ricco di opportunità ma anche caratterizzato dal pericolo di insuccessi, grandi e piccoli; sembra che prevalga il sentimento di “paura”, principalmente del dolore che può derivare dai possibili fallimenti e dal contatto con una serie non scarsa di situazioni socio-ambientali poco piacevoli, dovute al degrado etico-morale delle società odierne.

Ma a ben vedere, la fuga nel sogno non esclude né l’una né l’altra delle cose dette, bensì ne può accentuare la portata degli effetti negativi.

L’autore è dell’opinione che il problema sia principalmente di tipo educativo, specialmente nell’ambito familiare ancor prima che in quello scolastico.

In verità, nelle nostre società gli adolescenti piuttosto che ricevere sostegno nell’apprendimento dei processi mentali da attivare, per discernere le possibilità che l’ambiente offre nel campo della realizzazione della personalità, vengono il più delle volte immersi in uno stato “fiabesco” nel quale non vi è rappresentazione del vero, bensì negazione dei fatti più evidenti del vissuto quotidiano; e ciò nella convinzione parentale che sia un “bene” celare la “durezza” ed a volte la “drammaticità” dei fatti, rinviando al domani una più attenta “lettura” delle circostanze caratterizzanti la vita dei singoli e dei gruppi di riferimento. Ma quel “domani” non è mai presente, per cui gli adolescenti, e di poi i giovani adulti, si trovano nella scelta di affrontare la vita in solitudine e senza alcun bagaglio realmente “educativo”, o viceversa di imboccare la strada del “sogno” e dell’illusione emozionale già utilizzata nella fase pre-adolescenziale della vita.

Tali fallaci meccanismi educativi sono diffusi poiché i genitori catturati dalla fase onirico-emozionale, nella maggioranza dei casi, trasmettono ai propri figli tali deprecabili attitudini ed atteggiamenti psicologici.

Per altro verso, è possibile fare l’ipotesi che la presenza nelle società moderne del “tipo psicologico” basato sull’emozione e sul sogno rappresenti essenzialmente un aspetto dell’antropologia umana; nel senso che tale caratteristica della personalità potrebbe essere riferita ad una fase dello sviluppo della coscienza dell’uomo, la quale precede quello successivo della polarizzazione della mente e della prevalenza del pensiero astratto, con discernimento razionale nella conduzione delle azioni.

L’autore si rende perfettamente conto della portata di tale affermazione che per molti può sembrare illogica ed incomprensibile, ma ancor di più non fondata su alcuna ipotesi scientifica, tantomeno su ipotesi di ricerca già avanzate e trattate con la dovuta ampiezza dalla letteratura di riferimento.

E’ certo però che gli individui non mostrano di possedere le stesse caratteristiche, attitudini e qualità caratteriali, né una medesima “espressione di coscienza”; nella norma, coloro che appaiono “centrati” nella mente e che sviluppano un processo intellettuale e di discernimento razionale del vissuto quotidiano primeggiano nelle società moderne, sia nel senso dei risultati lavorativi ed economici che in termini di leadership.

L’idea è che non si può escludere la probabilità della presenza di una “legge” evolutiva riferita all’aspetto psicologico-umano (coscienza), del tipo di quella “darwiniana” che regola lo sviluppo della dotazione fisico-corporea dell’umanità; secondo la quale, le fasi della manifestazione delle attitudini interiori dell’uomo potrebbero essere molteplici, quali:

  • La fase fisico-rigenerativa, fondata sulla soddisfazione dei bisogni corporei e sessuali;
  • La fase emozionale (successiva), che ricerca una manifestazione del “vivere” che pone al centro dell’attenzione l’orizzonte dei sentimenti e dell’amore umano;
  • La fase mentale un’altra ancora, che pone in primo piano l’esigenza dello sviluppo del pensiero e della manifestazione dell’uomo intelligente; e quindi quella finale
  • La fase intuitiva e del pensiero astratto, con evidenza del genio e dell’artista, che nelle proprie capacità percettive e creative si muove con padronanza nel campo della “intuizione”.

Bisognerebbe indagare quindi i campi della ricerca antropologica, per cercare casi di confronto ed analisi che possano rilasciare indizi a suffragio della nostra ipotesi, e cioè l’esistenza di un processo evolutivo nell’aspetto “coscienza” degli uomini; si tratta di sottoporre a verifiche e studi d’indagine statistica di tipo comportamentale, nel tempo e nello spazio, gli individui appartenenti alle differenti razze umane planetarie in diversi contesti ambientali, climatici e culturali di riferimento.

La ricerca, d’altra parte, trova il più delle volte l’avvio da intuizioni che possono sembrare “irrealistiche”, com’è già stato numerose volte nella storia delle scienze umane, ma non per questo bisogna escludere la possibilità di indagare per esplorare l’ignoto.

About Author

Dottorato di ricerca al MIT-Massachusset. Sociologo e Professor in diverse Università anglosassoni. Oggi studia e ricerca sulle tematiche dell’Antropologia in Israele.

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